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Giornalista e scrittore

Ennio, che cotta per il golfo!

Il primo a parlare del Portus Lunae fu un giovane soldato inquadrato in una formazione di alleati italici che operavano di supporto alle legioni dell’Urbe. Nato nel 239 a.C. a Rudiae, l’odierna località Rugge del comune di San Pietro in Lama, nei pressi di Lecce, si chiamava Quinto Ennio e nel suo futuro, malgrado indossasse allora elmo, corazza e schinieri, non c’era la gloria conquistata con la spada bensì quella portata in dono dalla penna: nel mezzo del cammin della sua vita fu infatti riconosciuto come il padre della letteratura latina.

Sul finire del 219 con la conquista di Sagunto da parte dei cartaginesi era infatti cominciata la seconda guerra punica e, stanche delle vessazioni dei pretori che imponevano tasse sempre più pesanti, le popolazioni sarde sobillate da Cartagine che soffiava sul fuoco dello scontento, avevano colto l’occasione per sollevarsi in armi contro gli occupanti romani riuscendo ad ottenere prime esaltanti vittorie sul campo. Alla loro testa c’era un ricco sardo punicizzato, tale Ampsicora (o Amsicora) che con un abile lavoro diplomatico era riuscito a portare sotto le sue bandiere anche le feroci tribù nuragiche delle montagne compresi gli irriducibili e temibili Pelliti.

Allarmato da quanto stava avvenendo sull’isola dove le guarnigioni se la stavano vedendo brutta, il Senato della repubblica nel 215 era corso ai ripari affidando a un condottiero collaudato – il pretore Tito Manlio Torquato, che al suo attivo aveva già due mandati consolari e uno di censore – il compito di riportare l’isola sotto il controllo di Roma. Nel 235, durante il suo secondo consolato, Manlio era già stato in Sardegna e con una serie di brillanti operazioni aveva sottomesso numerose tribù uccidendo migliaia di nemici, il che gli aveva fruttato i fasti trionfali decretati dal Senato. È probabile che già in quell’occasione avesse usato il Portus Lunae (quello che sarà poi chiamato golfo della Spezia) come base logistica di partenza e di arrivo.
Manlio aveva quindi una buona conoscenza del terreno e delle capacità di combattimento dei sardi, per cui non sottovalutò la missione preoccupandosi, al momento di effettuare la leva delle reclute, di scegliere gli elementi migliori e già esperti. Condusse così al Portus Lunae una legione composta di circa cinquemila uomini e il solito contingente fornito dagli alleati: altre quattro o cinquemila unità, oltre a seicento cavalieri, metà romani e metà alleati. Fra i fanti c’era anche il nostro amico Ennio, all’epoca ventiquattrenne.
Al momento della pugna l’esercito romano si schierava con i legionari disposti in linea come principale forza d’urto, e ai due lati si disponevano le alae sociorum, le forze alleate, con compiti di protezione e di rincalzo mentre la cavalleria restava in retroguardia pronta a intervenire sia per sostenere reparti in difficoltà, sia per cercare di sfondare là dove gli strateghi avevano individuato il punto debole del nemico.
Manlio non incontrò ostacoli nella sua marcia di trasferimento da Pisa fino a Luna perché i Liguri montani (Apuani, Friniates e Briniates) reduci da una pesantissima sconfitta inflitta loro nel 233 da Quinto Fabio Massimo detto il Verrucoso, se ne stavano ancora asserragliati nei loro castellari sulle montagne a leccarsi le ferite.

Quinto Ennio

Giunto in Sardegna, Manlio prese il comando anche delle tre legioni già stanziate nella regione e, messa insieme una forza di 25mila uomini, soffocò l’insurrezione battendo nella pianura di Cormus, le truppe guidate dal figlio di Ampsicora, il giovanissimo Hosta, che cadde in battaglia. Dal canto suo Ampsicora, a sua volta sconfitto nel tavoliere di Sanluri, si uccise per non cadere nelle mani del nemico.
Secondo Silio Italico fu proprio Ennio a indossare i panni del tragico giustiziere che di fatto pose fine alla rivolta di Ampsicora, perché sua sarebbe stata la lancia che uccise nel corso d’un duello in battaglia lo sventurato Hosta.

Nel 205, conclusa con la sconfitta cartaginese la seconda guerra punica che aveva visto Annibale scorrazzare su e giù per la penisola, Roma poté ritirare forti contingenti di truppe dalla Sardegna, e fra i soldati che tornarono ci furono anche il nostro Ennio e un legionario con il quale egli aveva stretto amicizia in Sardegna, tale Marco Porcio Catone, un personaggio che da lì a poco si troverà a svolgere un ruolo di grande risalto nella vita della repubblica e che da alcuni studiosi sarà anzi indicato come l’inventore del Portus Lunae.

Ebbene, giunto con le navi a Luna (nome etrusco del golfo della Spezia), affascinato dalla straordinaria bellezza del luogo Ennio inserì nella sua opera principale, Annales, un verso che è entrato di diritto nell’antologia della nostra terra: “Lunai portum, est operae, cognoscite, Cives!” (Uopo è veder di Luna il porto, amici).
Purtroppo, di Annales, un poema epico di trentamila versi in 18 libri, sono arrivati fino a noi solo alcuni frammenti, circa 600 versi, fra i quali non c’è quello che più ci interessa, quello sul Portus Lunae. Per nostra fortuna ci ha pensato però un altro poeta, un paio di secoli più tardi, a farcelo conoscere: lo riportò nella sua sesta satira Aulo Persio Flacco, forse nativo di Volterra, forse di Luna, ma che sulle rive del nostro golfo visse certamente alcuni dei momenti più belli del suo breve percorso terreno.

Aulo Persio Flacco

Dopo una vita vissuta sotto la protezione di Quinto Fulvio Nobiliore e della famiglia “degli ScIpioni”, il che gli valse la concessione della cittadinanza romana, sul declinare della sua esistenza Ennio, con la sola compagnia del poeta Cecilio Stazio e di una nutrice, sopportò con grande serenità e coraggio la povertà e la vecchiaia finché la morte, causata dalla gotta, non lo colse nel 169.
Se non mi sbaglio, al cantore di Luna, al poeta che per primo esaltò nel mondo la straordinaria bellezza del golfo dei poeti regalandogli uno slogan turistico da fare invidia ai guru del marketing turistico internazionale, la Spezia non ha intitolato neanche una via.

Credo che sarebbe il caso di farlo.

(Post pubblicato sul mio vecchio blog “Nella tela del Ragno” il 26 settembre 2009)

Bandiera gialla nel golfo

Gli eventi di questo inizio d’anno – anno bisestile, ma guarda un po’! – ci fanno capire quanto sia facile passare dalla serenità all’inquietudine. “La natura si difende dalle offese che ogni giorno gli facciamo patire”, ammonivano i vecchi. E allora la natura si difendeva seminando malacci vari dall’Asia all’Europa, a cominciare dalla peste per passare al colera senza dimenticarsi della lebbra o dello scorbuto o del vaiolo.
Ma come si difendevano le comunità da queste insidie? Con l’isolamento, le quarantene. Proprio come oggi.
Per quanto ci riguarda, ai primi del Settecento Genova si difese costruendo un grande lazzaretto… alla Spezia, e più precisamente al Varignano. Lì uomini e merci arrivati su navi provenienti da Paesi “a patente sospetta” dovevano essere ricoverati appunto per trascorrervi la quarantena. Ma siccome all’epoca la morte veniva soprattutto dal mare, la Repubblica pensò anche a stendere una sorta di cordone sanitario lungo tutta la coste. Una misura costosa, ma tutto sommato efficace. Vediamo com’era.

Il complesso del Varignano durante la degenza/prigionia di Garibaldi ferito a un piede

Osteggiato sin dall’inizio dalla popolazione, il lazzaretto del Varignano era stato costruito nel 1720 per fronteggiare un’epidemia di peste che stava imperversando in tutto il Mediterraneo e che già faceva stragi a Marsiglia e Tolone. In realtà, le aree destinate alla libera pratica erano due, due grandi edifici per l’isolamento uno dei viaggiatori e l’altro delle merci. C’erano poi due cappelle e un grandioso palazzo nel quale lavoravano e vivevano il commissario direttore e i dipendenti con le famiglie. Era costato la bellezza di quattro milioni di lire genovesi.
Gli abitanti dei paesi lo tenevano d’occhio con sospetto, perché temevano che da lì potesse sfuggire e propagarsi qualche terribile morbo, invece proprio il lazzaretto riuscì quell’anno almeno a preservare la città e il golfo da un’ecatombe. Il primo di giugno proveniente dal porto di Retino, nell’isola di Candia, arrivò al Varignano il brigantino N.S. di Loreto al comando del capitano Francesco Ferrando. La nave aveva appena dato fondo che dovette alzare la bandiera gialla perché a bordo si stavano manifestando alcuni casi di peste. Per fortuna il rigido regolamento imposto fin dal 18 settembre del 1722 dal magistrato di Sanità riuscì a evitare che il batterio debordasse dalle murate del brigantino infiltrandosi fra la gente a terra. E gli spezzini furono salvi.

Le casette della Dogana e della Sanità alla radice della banchina Revel (dipinto di Agostino Fossati)

Il cordone sanitario steso lungo le coste si basava su una serie di presìdi di miliziani alle dipendenze dei Commissariati di Sanità. Allorché Matteo Vinzoni nella prima metà del ’700 redasse la sua “Pianta delle due riviere” il litorale spezzino era così controllato: Commissariato di Moneglia fino alla spiaggia di Deva (Deiva Marina); Commissariato di Bonassola dalla spiaggia di Deva alla Valle Santa di Levanto; Commissariato di Levanto dalla Valle Santa de Torbiani, o de Molinassi, alla punta del Capo del Mesco; Commissariato di Monterosso, detto anche delle Cinque Terre, da punta di Capo del Mesco a dopo il Monte nero, dirimpetto allo scoglio Ferale; Commissariato di Portovenere dal Ferale fino a San Vito di Marola (con presidi all’Albana, Acquafredda, Pozolo (Pozzale) della Palmaria, San Pietro, Olivo, Casa de Lamorati, punta della Cala dei Corsi, Punta del Varignano, scalo di N.S. delle Grazie, S.Andrea o forte del Pezzino, Panigaglia, Fezzano, Cadamare, Punta di Marola, San Vito); Commissariato della Spezia da San Vito alla punta dell’Ocapelata, litorale pressoché tutto a spiaggia, guardato dai posti ubicati a: la Piastra o Nostra Signora del Porto in casetta di materiale con due guardie di giorno e quattro di notte, uomini forniti da Pegazzano e Fabiano con otto caporali e 230 soldati; del Sbarco (Ponte) antistante la città (attuale banchina Revel), casetta di materiale con due guardie di giorno e quattro di notte, uomini forniti dalla Spezia suddivisa in quattro Capitani di Quartieri, facendo in tutto 180 soldati; San Cotardo, in una bottega dei signori Federici per la quale la comunità di Marinasco pagava la pigione, due guardie di giorno e quattro di notte, otto caporali e 300 soldati messi a disposizione da Marinasco; dell’Isola, casetta di materiale quattro guardie (complessivamente sei caporali e 200 soldati) della Comunità di Isola; di San Venero agli Stagnoni o ai Pradazzi, in casetta di tavole sulla strada che passa a Sarzana vicino alle Profondare, quattro guardie di San Venero (due caporali e 160 soldati); alla Rossa due guardie di giorno e di notte; di Mussano (Muggiano) in casetta di materiale tre guardie di giorno e di notte; San Bartolomeo quattro guardie di giorno e di notte più un deputato e una ronda; del Cesino, in una grotta, tre guardie di giorno e di notte, quindici deputati a vicenda un giorno per ciascuno, uomini forniti da Arcola e Pitelli (otto caporali e 200 soldati).

Vigilavano inoltre sulla salute pubblica le Ronde di Spezia, sessanta uomini, due per ogni notte, che controllavano i vari posti di guardia, novanta Deputati, tre per ogni giorno, uno a San Cotardo, uno allo Scalo e l’altro per i posti di terra situati a Porta Genova dove vigilavano due guardie al giorno; in fondo alla Bottagna con due guardie e un Deputato di Vezzano; e all’Ospitaletto di Arcola, con due guardie e un Deputato arcolano.

Il Commissariato di Lerici andava dalla punta dell’Ocapelata a Tellaro con posti all’Ocapelata con un caporale e tre soldati di notte e un caporale e due soldati di giorno forniti da San Terenzo; Castello di San Terenzo con due caporali e 90 soldati a rotazione; al Cavo due caporali e 40 soldati forniti da Pugliola, Barcola, Solaro e Bagnola; a Botri (quattro guardie); a Spontone (quattro guardie di notte); alla Calata di Lerici, posto della sanità armato di quattro spingarde, con due deputati e due guardie di giorno e un caporale e sei guardie di notte; sotto il convento di Maralunga (quattro guardie di notte); alla Torretta di Maralunga (due guardie di giorno e quattro di notte). Qui operavano 44 ronde, ogni notte due per il Levante e due per il Ponente, con 64 Deputati. Altri posti di guardia: Maramozza, Fiascherino, Fregiano e Tellaro.

Posti di terra: Piazzale Guardie di San Terenzo, Porte di Carpeneto di Lerici, e Barcola.

Commissariato di Sarzana: da Tellaro al confine con Massa. Posti di guardia: Santa Croce con sei guardie di giorno e di notte; San Siro con quattro guardie giorno e notte; San Fedele idem; San Lorenzo idem; San Giovanni idem; San Bernardo idem; San Rocco idem; al termine di San Giorgio sulla strada Romana, “in baracone di tavole con barriera di rastelli rimpetto a quelli del Ducato di Massa”, cinque guardie giorno e notte. Questo posto di frontiera era «solamente soggetto all’Ill.mo sig.r Commissario di Sarzana, al quale è appoggiata l’incombenza della quarantena per le persone che s’introducono nello stato del deto rastello».

Alla Porta della città di Sarzana c’era una barriera guardata in due baracche di legno «da due Uomini Contadini di Sarzana di giorno e con l’assistenza di un Cittadino per Capo e due Artigiani; un Deputato per le bollette salariato dalla Città a L. 18 al mese che vi assisteva giorno e notte in Casa dirimpetto alla Porta della città situata dentro la Barriera, per cui la Città pagava L. 3,10 di piggione. Non era custodita da Guardie la notte detta Barriera perché si serrava».

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia,
Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, 2011.

Uno scempio intollerabile

Il Boschetto è uno dei gioielli più preziosi della città. Fu realizzato nel 1825, dunque compie 195 anni, sull’onda della grande stagione turistica iniziata con l’apertura (1823) della nuova strada per Genova, e il relativo abbattimento del diaframma del Bracco, voluta da re Carlo Felice. Il boschetto, impreziosito dal palco della musica e dalle statue che ornavano un tempo il Teatro Civico (inaugurato nel 1846), è stato uno dei luoghi più amati dai ragazzi della mia generazione: lì sbocciavano nuovi amori, lì ci si perdeva in infinite chiacchierate su Coppi e Bartali, sul Milan e la Juventus, su quella o sull’altra ragazza (o, immagino, sul tale ragazzo o il talaltro). Ma non ricordo di avere mai visto uno scempio simile. E poiché non si dica che ce l’ho con gli attuali amministratori comunali, riporto (qui), a futura memoria, quello che pubblicai dodici anni fa sulla Gazzetta della Spezia.
Ma è possibile che, con la tecnologia di cui disponiamo oggi, non si riesca a identificare e a punire duramente gli imbecilli che si divertono a distruggere un bene pubblico?

Quel bambino sotto le bombe

Da diversi anni ogni sabato compro all’edicola La Lettura, splendido supplemento culturale del Corriere della sera (quello uscito oggi è il numero 420), un settimanale davvero ricco di contenuti molto interessanti. Di solito è la prima cosa che leggo appena tornato a casa, ma sabato 30 novembre è accaduto qualcosa che mi ha distolto dal solito rito. Ricordo soltanto che in quei giorni avevo un sacco di lavoro da fare, impegni che si affastellavano l’uno sull’altro, roba da scrivere, email da mandare e da leggere, bozze da correggere… insomma quel sabato quasi senza pensarci m’è capitato di mettere La Lettura (numero 418) in un angolo della mia incasinatissima scrivania ripromettendomi di leggerla appena possibile.

Morale della favola, stamane rincasato dopo la quotidiana puntata all’edicola mi è tornato alla mente quel numero 418 dimenticato da qualche parte. Lo scovo in un cassetto, lo sfoglio e… ecco la sorpresa. Alle due pagine della rubrica Percorsi (biografie, inchieste, reportage, racconti) c’è una graphic novel di Giancarlo Caligaris intitolata Le mani dell’uomo delle mani, e una delle bellissime tavole (tratta da una ben conosciuta fotografia) mi balza subito agli occhi: la nostra Spezia, il golfo, sotto le bombe!

Ma non è una storia di guerra. È invece la storia di un bambino – Renzo – il quale nella primavera del ‘43, uscito da scuola, ebbe l’avventura di finire sotto un bombardamento degli apparecchi della Raf. Soltanto per un miracolo fu salvato senza un graffio da sotto le macerie di un palazzo che gli era appena crollato addosso, ma quanto la polvere si posò, attorno a sé trovò solamente rovine e corpi straziati. Fu allora, davanti a quelle scene, che il bambino giurò a se stesso che avrebbe dedicato la sua vita a rimettere insieme pezzi di esseri umani. “Voglio aggiustare i corpi rotti”, rispose al nonno che gli chiedeva cosa volesse fare da grande.

Quel ragazzino era Renzo Mantero, futuro chirurgo, l’uomo che diventerà famoso in tutto il mondo come il mago delle mani.

«Diceva il chirurgo Mantero (1930-2012) – racconta La Lettura – che “la mano è uno strumento più perfetto di quanto l’uomo non si meriti”. A quell’arto dedicò la vita: “Può fare 40 milioni di movimenti. Serve ai ciechi per vedere, ai muti per parlare. E non ha senso riparare una mano se non si conosce a chi appartiene”».

La sindrome del Napoleone

Matteo Salvini (o la Bestia?) ne ha pensata un’altra. Siccome a suo parere la situazione del Paese è gravissima, forse immalinconito dalla sindrome del Napoleone esiliato a Sant’Elena (sarebbe il Papeete, ma ormai è inverno!) ha invocato la formazione di un comitato di salvezza nazionale, senza pensare che in tal caso dovrebbe vedersela attorno a a un tavolo con i detestati Di Maio, Renzi, Conte, Zingaretti, Speranza…
Evidentemente il Capitano (capitano di cosa, poi?) non si è accorto che un comitato del genere in Italia è già stato costituito e da alcuni mesi opera: è il comitato nazionale di salvezza… da lui!

Brexit, il profumo dei soldi

Negli anni Sessanta e primi Settanta il Regno Unito attraversava una grave crisi economica e sociale, grave a un punto tale che personaggi autorevoli della politica preconizzavano un imminente colpo di Stato, o comunque una svolta autoritaria nella conduzione della cosa pubblica. Insomma, i sudditi di Sua Maestà britannica non se la stavano passando affatto bene.
“La Gran Bretagna negli anni ’60 e soprattutto negli anni ’70 – scrive Sandro Trento, docente di economia all’Università di Trento – aveva sperimentato un lento e grave declino. Il concetto stesso di “declino” per gran parte del novecento è stato legato proprio alla Gran Bretagna, paese che aveva avuto una leadership tecnologica ed economica per un secolo, un vasto impero, un grande peso nella politica internazionale. Negli anni ’60 e ’70 tuttavia si era avuta una perdita forte di competitività. Mentre i paesi dell’Europa continentale (Germania, Italia e Francia) avevano sperimentato un rapido processo di catching up nei confronti degli Stati Uniti, la Gran Bretagna era rimasta indietro e anzi aveva perduto parte rilevante del proprio vantaggio relativo”.
Il prezzo delle materie prime e delle derrate alimentari – aggiunge il prof. Trento – era in forte crescita. Il Club di Roma nel 1972 aveva pubblicato un Rapporto sui Limiti della crescita nel quale si preannunciava l’imminente esaurimento del petrolio e delle principali materie prime. I tassi d’inflazione erano a due cifre e in crescita. Il sistema dei cambi fissi che aveva regolato il commercio mondiale per tutto il dopoguerra si era disfatto ad agosto del 1971. La produttività era in calo. Il prodotto per ora lavorata si era dimezzato tra il 1973 e il 1979. Aspro, continuo, profondo era il conflitto nelle fabbriche tra operai e imprenditori. La domanda intanto era caduta anch’essa, con una spirale di caduta della produzione, conseguente caduta dell’occupazione e aumento del conflitto tra sindacato e padronato.
La spesa pubblica, soprattutto per fini di welfare, era cresciuta molto. Dalla fine degli anni ’60, si era avuto un forte aumento delle assunzioni pubbliche: insegnanti, medici, lavoratori sociali. Vasti settori erano di proprietà dello Stato. Il partito laburista aveva ripetutamente prospettato piani di nazionalizzazioni di vasti settori produttivi per contrastare la crisi. Lo spettro dell’iper-inflazione, alimentata dall’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e dal conflitto tra capitale e lavoro, stava provocando un impoverimento dei ceti medi con lavoro dipendente. Nel 1979 l’inflazione in Gran Bretagna era del 18 per cento (in Italia del 21 per cento)”.

Ecco spiegato perché nel 1961 prima e nel 1967 poi gli inglesi arrivarono a supplicare Germania, Italia e Francia di essere ammessi nella Comunità Economica Europea (della quale l’Italia era Paese fondatore) futura “madre” dell’Unione Europea. L’istanza britannica venne però entrambe le volte respinta in conseguenza del veto opposto dal presidente della Repubblica francese, il generale Charles De Gaulle. La cosa curiosa è che a propugnare l’ingresso nella Cee erano i conservatori (odierni accaniti sostenitori della Brexit), mentre i laburisti si mostravano piuttosto freddini.
Comunque, solo nel 1973, con l’economia inglese ai limiti dell’asfissia, l’ennesima richiesta di ammissione fu alfine accettata, con l riconoscimento per di più a Londra di non pochi privilegi.

Passarono gli anni, grazie alla Lady di ferro Margaret Thatcher, eletta nel 1979 primo ministro, il Paese si avviò sulla strada della ripresa, e anche grazie all’Europa finì per entrare in una nuova era di prosperità. Il Pil che nel 1999 era di un miliardo e 290 milioni di dollari, nel 2017 era salito già a quasi tre miliardi, e oggi tutti gli indicatori economici recano il segno più. Soltanto per il turismo si contano 24 milioni di presenze all’anno. Quindi, che farsene a questo punto di quel vecchio catorcio che si chiama Europa Unita? E allora… vai con la Brexit.
Naturalmente nel nome della democrazia e dell’autodeterninazione dei popoli.

Ma che cosa accadrebbe se passando dalle parole ai fatti gli scozzesi rivendicassero un giorno o l’altro la loro autonomia scegliendo di restare nell’Unione Europea? E cosa accadrà, una volta attuata la Brexit, sulla rovente frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del nord, dove ormai la gente e le merci possono fare avanti e indietro senza problemi?

So long… ingrata Albione!

Conte-Salvini, ritorno al passato

Naufraghi a bordo della nave militare italiana Diciotti.

“Io non ho l’immunità, lui sì, e ne ha già approfittato per il caso Diciotti”. Così ha detto quest’oggi, parola per parola, il premier Giuseppe Conte riferendosi a Matteo Salvini con la minaccia di querelarlo per calunnia in relazione alla diatriba sul Fondo Salva-Stati.
Ma chi all’epoca evitò al leader della Lega non più Nord il rischio di finire sotto processo per sequestro di persona, giustappunto per la vicenda di nave Diciotti, impedendo alla magistratura di procedere nei suoi confronti?
Chi affermò che nella sua collegialità il governo (del quale lui, Conte, era il capo) aveva condiviso politicamente l’operato di Salvini?
Chi negò agli italiani il diritto di sapere se il loro ministro dell’interno aveva o no sequestrato i naufraghi da lui bloccati per giorni e giorni a bordo della nave militare italiana Diciotti?
Il divino Giulio Andreotti soléva dire che a pensare male si fa peccato, però qualche volta ci si azzecca. E allora, siccome anch’io purtroppo sono incline a cedere facilmente alle umane debolezze – come ammetteva Oscar Wilde “posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni” – vorrei con tutto il cuore che il premier Conte mostrasse finalmente agli italiani il verbale della seduta del consiglio dei ministri nel corso della quale il governo Salvimaio espresse condivisione nei riguardi dell’operato del ministro Salvini sul caso Diciotti.
Non posso infatti credere che sia prassi consolidata non fare i verbali delle sedute del consiglio dei ministri! Figuriamoci, li fanno persino le associazioni degli appassionati del gioco delle biglie…
Mi sbaglierò, ma mi sa che l’avvocato Conti – passato un anno fa da avvocato del popolo, come si era definito, ad avvocato di Salvini – si sia già pentito della decisione di allora, ci fosse o non ci fosse stata quella famosa (o famigerata) condivisione!

Questione di feeling…

Si chiama arredo urbano e secondo me a chi, venendo da fuori, capita più o meno casualmente in un certo luogo, dovrebbe dare subito l’idea dell’indole degli abitanti e di chi li amministra. Si può capire cioè se amano il bello, se ci tengono alla considerazione altrui, se hanno buongusto, e in definitiva se amano il loro paese, la loro città.
Per una comunità che per scelta o per necessità ha deciso di campare dell’industria dell’ospitalità, quello che nell’Ottocento era chiamato “ornato” e poi è diventato decoro, è addirittura elemento essenziale per fornire di primo acchito al visitatore un’immagine educata, cordiale e piacevole del luogo.

Uno dei posti più belli, in questo senso, è il Trentino dove da oltre trent’anni, anche se non tutti gli anni, trascorro una breve vacanza. Io amo le Dolomiti, e in particolare le valli Fiemme e Fassa con le loro montagne, le loro foreste, i loro fiumi, i loro torrenti, e le loro cittadine quali Cavalese, Moena, Canazei, Predazzo, Campitello, Vigo e via discorrendo. Ecco, passeggiando nelle vie di questi splendidi borghi si capisce immediatamente quanto la gente di lassù ami la propria terra, quante attenzioni a essa dedichi, quanto amore. Posso immaginare – e per tale ragione questo colgo l’occasione di questo post per esprimere loro tutta la mia solidarietà – il dispiacere che hanno provato esattamente un anno fa, il 29 ottobre 2018, quando la tempesta Vaia ha falciato milioni di alberi di quelle montagne distruggendo intere foreste. Un disastro immane dal quale quelle comunità – già provate dalla tragedia dell’alluvione di Stava e da quella del Cermis – stanno ora cercando faticosamente di uscire.
Ebbene, tornando al tema del post – l’arredo urbano – credo che in questo senso a Cavalese, Moena, Canazei e via discorrendo potrebbero dare lezioni a tutti.

E noi? Noi spezzini, intendo, come ce la caviamo a proposito di arredo urbano? Vediamo un po’!

COSÌ IN TRENTINO

COSÌ ALLA SPEZIA

L’arredo qui sopra “abbellisce” il parco pubblico della città, realizzato 194 anni or sono.

Il nido d’amore 2.0

Non perché le altre questioni di solito dibattute sui social non siano importanti, ma quello che segue è davvero qualcosa sul quale tutti noi, ma proprio tutti, dovremmo riflettere.
Nell’arte del corteggiamento, lo sappiamo bene, il maschietto (ma anche la femminuccia non scherza!) cerca sempre di farsi bello, di vestire in un certo modo, di darsi delle arie per fare colpo sull’amato bene.
Questo accade pure nel regno animale, come ci mostra l’uccellino della foto.
Al momento di concludere le sue fatiche da Casanova, insomma, al momento cruciale, questo uccelletto aveva la bella abitudine di allestire con grande cura un bellissimo nido nel quale ospitare la sua lei. Per questo andava in cerca di oggetti coloratissimi di cui era pieno il bosco per rendere appunto più graziosa l’alcova: bacche, piccoli frutti, semi, fiori, gemme, foglie, tutti variopinti regali del creato.
Poi è arrivato l’uomo, con la sua prepotenza, la sua invasività e la sua ignoranza, e l’uccellino ha cominciato a faticare ogni giorno di più per trovare quegli oggetti preziosi che la natura gli aveva sempre sparso in abbondanza tutt’attorno.
Il nostro Romeo non si è nondimeno perso d’animo e si è messo al lavoro per cercare di risolvere in qualche modo il nuovo inaspettato problema.
C’è riuscito, la sua bella avrà l’agognato nido d’amore, tuttavia quanta tristezza (e, diciamolo pure, quanta rabbia) davanti a una scena del genere!

Mettiamo il caso…

Mettiamo il caso che io domani porti a casa mia un poveraccio che, mezzo morto di fame, seduto su uno scalino del Comune chiedeva ai passanti un pezzo di pane. Io lo porto in casa, lo salvo dandogli da mangiare, poi però non lo faccio più uscire. Lo trattengo, minacciando di tenerlo lì fino a quando – ecco la motivazione politica del mio gesto – lo Stato non ridurrà le tasse che ogni mese sono costretto a pagare.
E poiché gli stessi governanti sostengono che il carico fiscale che grava sui cittadini è iniquo, mi ritengo in diritto di pensare che la mia decisione di non lasciare uscire il mendicante da me salvato dall’inedia, essendo appunto un atto politico, sia condivisa dal governo nella sua collegialità.
Pertanto, se in questo Paese ha ancora valore la Costituzione repubblicana secondo la quale la legge è uguale per tutti, nessuno potrà trascinarmi in giudizio, anche se non coperto dalla tanto vituperata dai grillini immunità parlamentare: uno vale sempre uno, o no? E tutti siamo uguali di fronte alla legge, o no?
Ma se qualche giudice ci provasse ugualmente a chiamarmi in giudizio, cosa farebbero i Fivestars? Concederebbero l’autorizzazione o no?