Informazioni su ginoragnetti

Giornalista e scrittore

Indovina dove siamo

Giochetto un po’ scemo ma (forse) capace di strappare un sorriso. Qui sotto sono più o meno nascosti paesi, località, frazioni e quartieri della Spezia. Quali?

Chiappa CanalettoWhite Andalusian horse (Pura Raza Espanola) runs gallop in summer time

 

 

 

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Montalbano

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S.Agostino

 

 

 

 

 

 

tramontiiiii

Scorza

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Uno spettacolo indimenticabile

In questi giorni si parla molto della luna. Come ho raccontato qui quest’anno si verifica un fenomeno che si ripete solo ogni diciannove anni: due mesi con doppio plenilunio.

È accaduto nelle notti di martedì 2 e di mercoledì 31 gennaio, e si ripeterà a marzo, nelle notti di venerdì 2 e di sabato 31.

E allora, ripensando a queste cose, m’è tornato alla mente un evento che era e resterà unico nella mia vita: l’eclisse di sole del 15 febbraio 1961: indimenticabile! Le foto, purtroppo ormai un po’ rovinate dal tempo, le ho scattate io dal tetto di una casa in costruzione alla Foce.

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Che rischio i giardini!

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A seguito della costruzione e inaugurazione del ciclopico arsenale della Marina del regno, l’Hotel de la Ville de Milan, stanziato nel 1863 nel Palazzo Doria di Via Chiodo con il trasferimento dalla vicina Palazzina Tori dell’insegna di Albergo Milano, ovverosia, com’era anche conosciuto dalla gente, l’Albergo Conti (oggi Ammiragliato), sul finire degli anni Sessanta aveva adeguato i suoi servizi alle mutate esigenze dei frequentatori occasionali della città.

Grazie allo sforzo finanziario del suo proprietario, Agostino Conti, spiegava il giornale La Spezia del 9 giugno del ’70, risultava alquanto migliorato rispetto a due anni prima, offrendo alla clientela «un servizio tra i più raffinati». Disponeva di appartamenti arredati con sfarzo, la sala da pranzo era un gioiello, e dai balconi delle camere che si affacciavano su Piazza Vittorio e dai terrazzi si godeva l’impareggiabile panorama del golfo e delle montagne. L’accenno ai terrazzi ci fa capire che l’albergo, o almeno parte di esso, era situato al primo piano dov’erano le ampie terrazze adorne di statue sovrastanti il portico. Il raffinato ristorante era invece al piano terreno, sotto i portici.

Come dicevo, nella primavera del ’63 l’Albergo Milano aveva lasciato la palazzina costruita da Pietro Tori, acquistata dalla Marina nel maggio del ’62, e si era trasferito nel vicino Palazzo Doria, dove aveva sede anche la sottoprefettura, inalberando giustappunto l’insegna di Hotel de la Ville de Milan. Era ospitato nel corpo di fabbrica che dava su Corso Cavour-Via Chiodo.

Tutto bene, dunque, ma c’era mancato poco che lì davanti al posto dei giardini non si costruissero invece due file di palazzi. Lo apprendiamo da una cronaca del Filomate del 22 maggio 1870 riguardante i lavori del consiglio comunale riunitosi il 17 sotto la direzione del sindaco marchese Giobatta De Nobili.

In discussione c’erano le modifiche da apportare al piano regolatore per stabilire la larghezza che avrebbero dovuto avere le nuove strade da realizzarsi entro il borgo antico, fra cui Corso Cavour lato mare. In un primo tempo questa strada doveva essere larga quindici metri, poi dodici e infine, a seguito delle lagnanze di un cittadino che voleva costruirvi un fabbricato, fu ridotta a dieci metri. Nel prosieguo dei lavori si prese anche atto della volontà di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, di trasformare in un parco da aprire al pubblico una o due volte alla settimana una sua proprietà fra il Torretto e il Colle dei Cappuccini. Quindi si passò a vagliare una richiesta avanzata dall’ingegner De Ferrari il quale proponeva di restringere Piazza Vittorio Emanuele (l’area oggi occupata dai giardini con il monumento a Garibaldi) e costruire due file di edifici, una dirimpetto ai palazzi Lardon, Tori e Massa con l’intermezzo di una larga via (la nostra Via Persio) e l’altra, partendo dall’estremità del palazzo Lardon, «parallelamente al palazzo della Marina e del marchese Doria prolungandosi lungo la tanto sospirata calata ancora in fìeri», quindi occupando la fascia dei giardini tra Via Persio e Via Diaz, ai margini dell’odierno Viale Italia. Piazza Vittorio Emanuele sarebbe stata perciò chiusa dai palazzi su due lati e aperta solo su Viale Alberto (via Diaz) e Via Chiodo di modo che continuasse ad esserci contiguità con il “boschetto”.

Superfluo dire che la proposta fu bocciata. Anzi, nella medesima seduta si decise di ridurre Piazza Vittorio Emanuele «a guisa di parterre con boschetti, aiuole, fontane, ecc.». Come curiosità possiamo aggiungere che verso la fine del secolo in Viale della Marina, o Viale Alberto, c’era un locale aperto solo d’estate. Si chiamava Caffè Eden e apparteneva al signor Vittorio Burlando.

(Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

 

Per un pugno di… lire

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Tutti sanno dove sono i Boschetti e cosa c’è là. Ma come mai quel vasto terreno, che era situato nel territorio comunale di Vezzano, ha finito per ospitare il camposanto più grande del comune della Spezia? C’è dietro una storia curiosa. Eccola.

Nel maggio del 1870 il Comune avviò le procedure per l’apertura del nuovo camposanto. Ma che fatica arrivare a concludere! I terreni scelti, situati in località Boschetti, indicata come Calabria in taluni documenti medievali, appartenevano al Comune di Vezzano Ligure il quale se li fece pagare a peso d’oro barando anche un po’ nella trattativa.

Le cose andarono così.

Vezzano aveva messo all’asta quei boschi al prezzo complessivo di seimila lire, prezzo che Spezia si dichiarò subito disposta a pagare. Cosa fecero allora i vezzanesi? Aumentarono le pretese a ottomila lire. Spezia rilanciò a settemila, Vezzano ribattè 7.500, e Spezia per ripicca annunciò che non sarebbe andata oltre le 7.350. Ma alla fine dovette arrendersi e il 24 maggio del ’70 il consiglio comunale deliberò l’acquisto per 7.500 lire destinando l’area a ultima dimora di tanti spezzini. La cinta bugnata del camposanto fu progettata dal maggiore Talete Calderai, il fedelissimo braccio destro di Domenico Chiodo, lo stesso che aveva progettato le mura di Porta principale dell’arsenale e il muraglione della stazione ferroviaria.

Il cimitero fu realizzato nel 1885. Fra gli spezzini era divenuta popolare l’espressione Andae da Bandéchi, come dire finire in una tomba: Bandechi era il nome del direttore del vecchio cimitero.

(Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, 2011)

E il tempo se ne va…

Ci sono piccoli momenti della vita che con cinica spietatezza si fanno largo nelle nostre giornate per darci il senso del tempo che passa degli anni che se ne vanno sempre più veloci.

Ad esempio:

Una volta dicevo: “Vado a lavarmi i capelli!”.

Oggi (da un po’, per la verità) dico: “Vado a lavarmi la testa!”.

 

calvizie

Ecco la 13ͣ luna, tra scienza e magia

luna piena

L’anno che verrà avrà qualcosa di speciale. Niente di straordinario, per carità, perché trattandosi di un fenomeno astronomico di nuovo non ci potrà essere proprio nulla. Sicuramente un déjà vu. Tuttavia non sarà roba di tutti i giorni: si verificherà difatti un evento che si ripete unicamente ogni diciannove anni, o giù di lì: avremo non soltanto una doppia lunazione – la tredicesima luna – bensì una doppia doppia lunazione, cioè a dire due mesi con due pleniluni ciascuno, e questo anche se nel corso dell’anno solare le lune saranno comunque tredici. In compenso non ci sarà la cosiddetta luna blu che, secondo gli amanti della cabala, preannuncia disastri, sciagure e accidenti vari. Continua a leggere

Un conto da saldare!

Da diversi giorni, diciamo dai referendum tenutisi in Veneto e in Lombardia volti a reclamare una maggiore autonomia di quelle regioni dalla rapacità fiscale di Roma, anche in Liguria la discussione su questo tema sta lievitando, tanto che sembra si stia abbozzando una forma di collaborazione con l’Emilia Romagna la quale, facendo leva su quanto contemplato dalla Costituzione, sulla questione ha già avviato una trattativa con il governo. Come è noto, cinque regioni italiane godono di uno statuto speciale in virtù di particolari situazioni storiche o geografiche. Insomma, ragioni di geopolitica, non tutte giustificate al giorno d’oggi. Sono Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige/Sud Tirolo (in realtà in questo caso si dovrebbe parlare di Province autonome: quella di Trento e quella di Bolzano). Tutte le altre regioni, Liguria compresa, sono a statuto ordinario. Continua a leggere

Una Piazza Tahrir sprugolina

verdi oggiNel numero 2 del Web Magazine, il mensile online della Gazzetta della Spezia, facevo alcune osservazioni che, a distanza di quasi quattro anni, mi sembrano ancora interessanti. Ecco cosa scrivevo il gennaio 2014:

 

Il concetto degli universi paralleli, l’idea secondo la quale diversi universi inconsapevoli della reciproca esistenza pulsino nel medesimo luogo e nel medesimo tempo senza mai incontrarsi salvo in alcuni punti di contatto che solo pochi iniziati possono intuire, più che vedere – tema caro alla fantascienza, ma fin dall’800 pure materia di studio per filosofi e scienziati – non è estraneo al vivere contemporaneo, al vivere della gente comune. Il discorso, a dimensione planetaria, vale com’è naturale anche per gli spezzini i quali pare abbiano nondimeno maturato una straordinaria facoltà in virtù della quale riescono a vedere, non solo a intuire, quei famosi punti di contatto fra le varie dimensioni. Questi universi – in larga parte soggetti crepuscolari, abbastanza bene strutturati nello spazio temporale, ma con tendenza ormai all’obsolescenza, e in altra parte invece magma indefiniti da big bang tuttora alla ricerca di una loro identità e di una stabile collocazione – formano un insieme composito di organizzazioni che in conseguenza della loro congenita tendenza all’espansione finiscono per moltiplicare quei punti di contatto generando una situazione conflittuale che rischia di degenerare in una guerra, tutti contro tutti, in cui non si fanno prigionieri.

Si configura di conseguenza un clima da separati in casa dove l’amore eterno ha dovuto arrendersi alla ruvidezza della vita, per cui i fisiologici contrasti di coppia con l’andare del tempo si sono trasformati in insofferenza, poi in astio, quindi in rancori, e infine spesso in odio. Senza arrivare alla guerra dei Roses, non è comunque un bel vivere. Nella dimensione spazio-tempo sprugolina molti universi hanno un nome mentre altri sono tuttora alla ricerca del riconoscimento di una ragione sociale mantenendosi in una sorta di stato brado. Dei primi, che in un modo o nell’altro pur con molta sofferenza hanno instaurato o cercano di instaurare fra loro un certo rapporto, fanno parte al momento Partito democratico, Forza Italia, Sel, Nuovo centro destra, Lega Nord, Rifondazione comunista, Per la nostra città con Giulio Guerri, Italia dei Valori, e organizzazioni varie più inclini al lobbying che non alla carità cristiana. Del ribollente gruppone dei secondi fanno parte invece Movimento 5 stelle, Comitato difesa piazza Verdi, Comitato SpeziaViaDalCarbone, Comitato difesa scalinata Cernaia, Comitato Montepertico, Italia Nostra, Legambiente, World Wildlife Fund, Cittadinanzattiva, Comitato contro ogni nocività, Comitato Spezzino Acqua Bene Comune, G.A.S. SP, Lipu, Medici per l’Ambiente SP (ISDE), Associazione culturale Posidonia, Progetto Uomo, RDA Mayday, e una miriade di altre associazioni dalle finalità più disparate, da quelle economiche a quelle sportive, da quelle sociali a quelle culturali.

verdi autobusE poi sodalizi blindati, nei quali è difficile penetrare; la vasta umanità agnostica, di volta in volta definita “maggioranza silenziosa” oppure dei “non allineati”, che a giudicare dal numero dei disertori dal voto è in tumultuosa crescita; enti e società divenuti nel corso degli anni centri di potere sovente personale che nel quasi totale disinteresse della città quatti quatti zitti zitti hanno saputo approfittare dell’eclisse della politica comunemente intesa per allargare e consolidare i propri spazi di autonomia; e infine ombre conosciute più alla Digos che alla società le quali vivono sottotraccia in ambiti ristretti – come in una riserva indiana discretamente sorvegliata dalle giacche blu – vagheggiando un’alternativa senza se e senza ma. L’impressione che un osservatore distaccato ricava è che i primi – gli “organizzati” o, se vogliamo, gli istituzionali – vivano ormai in una sorta di realtà virtuale, chiusi nei loro palazzi del potere ossessionati dall’esuberanza dei secondi e dal pericolo che tale esuberanza possa diventare virale moltiplicando le pulsioni protestatarie: una, cento, mille Piazza Verdi! Uomini, donne, vecchietti e bambini le cui manifestazioni di insofferenza non possono certo essere soffocate mandando plotoni di poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa.

Quali ragioni sono al fondo di quello che sembra un preludio alla rivoluzione? Da quali radici questi movimenti succhiano la linfa che come il ricostituente venduto in antiche farmacie rinvigorisce il fisico e la protesta? da un casus belli contingente, o dagli spazi vuoti lasciati dall’impaurito rattrappirsi delle artrosiche forze politiche costituzionali? Non è che si chiamerà invece, semplicemente, voglia di partecipare? Perché è probabilmente questo desiderio – o esigenza – che stimola la coagulazione del dissenso attorno a un determinato tema, divenuto casualmente, più che scaturito da un elaborato progetto, il totem attorno al quale celebrare gli antichi riti della contestazione. Quella linfa è l’andare contro, è l’adrenalina che scorre veloce nell’opporsi a una divisa che rappresenti il potere, fosse pure solo una per nulla bellicosa divisa da vigile urbano; in parole povere, nel dire “no” al tiranno. E tiranno è l’apparato che non fa quello che vogliamo noi, noi, “la gggente”, “il popolo”, o che quantomeno manco ci considera, manco ci interpella, manco ci ascolta.

verdi ieri 1Secondo me il problema è ormai storico. Viene da molto lontano. Io credo infatti che, eccetto le leggendarie Stalingrado italiane, non siano poi molte le città, capoluogo di provincia, che siano governate quasi ininterrottamente dal dopoguerra a oggi dalla stessa forza politica. Stessa, giacché non è sufficiente andare all’anagrafe a cambiarsi il nome per diventare un’altra persona. In politica o si fa una rivoluzione o ci si rassegna a una lenta metamorfosi. Salvo che per una dozzina d’anni (1957-1969) a conduzione del centrosinistra della Prima repubblica – quello formato da democristiani, socialisti, repubblicani, socialdemocratici e liberali – il capoluogo, seconda città della Liguria, è sempre stato amministrato dalla sinistra con egemonia prima del Pci, poi Pds, quindi Ds e ora colonna portante del Pd. A esso vanno pertanto riconosciute (o imputate) le scelte economiche, sociali, e soprattutto urbanistiche operate dal 1945 al 1957 e dal 1971 al… 2014. È questo il brodo di coltura nel quale nasce e si sviluppa il virus della protesta. Protesta rincuorata dalla convinzione che la quasi sessantennale tirannide si stia indebolendo e che forse in Italia oggidì si possa finalmente parlare male anche di Garibaldi senza correre troppi rischi.

Sarà un caso che oggi le folle si mobilitino per quattro pini mezzo rinsecchiti mentre per uno scandalo mondiale quale fu quello di Pitelli nemmeno un fremito pervase allora le piazze, tanto che il successivo responso delle urne arrivò perfino a premiare l’imputato politico principale – se non altro per responsabilità oggettiva – di quello scempio ambientale? Per questo, facendo le debite proporzioni, Piazza Verdi pare essere diventata una sorta di Piazza Tahrir[1] sprugolina, un pretesto per dire che il re è nudo. Non per tentare di dare la famosa spallata, ma almeno per obbligare il tiranno, indebolito dagli errori dei suoi spocchiosi generali e dagli intrighi di corte, a concedere lo Statuto, a ritirare i reparti armati dalle piazze, e ad aprirsi alla partecipazione popolare. Con la speranza che questa non faccia la fine dell’altra, anni Settanta. Una partecipazione popolare spontanea (e gratuita), quella di allora, strutturata in comitati (proprio come oggi) che fu però ben presto corrotta dal moloch partitico il quale in quattro e quattr’otto la devitalizzò come un dente cariato, e perciò fastidioso, e la impastò nelle Circoscrizioni, novelli costosi pretoriani del tiranno cui era affidato il compito di assorbire il dissenso di modo che le voci della protesta non arrivassero a disturbare i palazzi del potere costituito e soprattutto che non prendessero forza in occasione del ricorso alle urne.

Ecco, forse sottopelle di larghi strati della popolazione spezzina vibra ora la sensazione che se non altro qui non sia più del tutto condivisibile la famosa battuta di Giulio Andreotti secondo la quale “il potere logora chi non ce l’ha”, e che probabilmente stiano maturando le condizioni per una radiosa primavera sprugolina. Sognare, in fondo, non costa nulla. Occasionale bersaglio della protesta – che sia per il carbone dell’Enel o per i pini di Piazza Verdi o per i platani di Viale Amendola o per le sofore japoniche di Scalinata Cernaia, o per le buche nei marciapiedi non importa – è il sindaco Massimo Federici. Occasionale, perché oggi c’è lui, ma io credo che chiunque ci fosse al suo posto poco cambierebbe: Piazza Tahrir se la prende con l’individuo, messo in difficoltà dalla storia dell’età dei pini, ma in realtà è con il sistema che ce l’ha, un sistema che voler volare si porta sulla coscienza vicende come quelle di Pitelli, del Parco delle Cinque terre, e dell’Acam, per dirne solo alcune, brutte storie che qualche segno sulla pelle alla fine lo lasciano sempre.

L’aspetto divertente è che accanto alla voglia di cambiare manifestata dalla Piazza Tahrir sprugolina c’è la voglia di cambiare di buona parte della nomenklatura del dispotico sistema manifestatasi con l’entusiastico sostegno accordato al “rottamatore” Matteo Renzi il cui credo si può appunto sintetizzare in una sola parola: “Cambiare!”. E cambiare cominciando, guarda caso, proprio dal Pd, cioè il partito qui considerato, in quanto erede soprattutto di Pci, Pds, Ds, il simbolo della “tirannide” sprugolina. Scriveva Shelley: “Se l’inverno viene, può la primavera essere lontana?”. Chissà, forse il disgelo è davvero vicino.

[1] Piazza Tahrir fu l’epicentro delle manifestazioni di protesta della cosiddetta Primavera egiziana, nel 2011.

Due stelle nate a Spèza

lyda borelliPer un curioso gioco della casualità La Nazione è uscita oggi con due pagine della sezione nazionale culturale dedicate ad altrettante grandissime attrici del passato la cui storia, per una ragione o per l’altra, affonda le loro radici – naturali l’una, artistiche l’altra – in terra spezzina: Lyda Borelli ed Eleonora Duse. Per chi non lo sapesse, ecco il perché. Continua a leggere

Le guardie contro il colera

 

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La Casa della sanità al ponte di sbarco nella Spezia di fine Ottocento

Osteggiato sin dall’inizio dalla popolazione, il lazzaretto del Varignano era stato costruito nel 1720 per fronteggiare un’epidemia di peste che stava imperversando in tutto il Mediterraneo e che già faceva stragi a Marsiglia e Tolone. In realtà, le aree destinate alla libera pratica erano due, due grandi edifici per l’isolamento uno dei viaggiatori e l’altro delle merci. C’erano poi due cappelle e un grandioso palazzo nel quale lavoravano e vivevano il commissario direttore e i dipendenti con le famiglie. Era costato la bellezza di quattro milioni di lire genovesi. Continua a leggere