Informazioni su ginoragnetti

Giornalista e scrittore

Andare… lontano…

Salvini… Savona… Di Maio… il Quirinale… Cottarelli… pure Di Battista è sceso dall’aereo… Non ce la faccio più, ormai sono giunto al limite della sopportazione.

Nel pomeriggio di ieri, dopo quell’infernale rincorrersi di notizie, indiscrezioni, smentite e conferme ho avuto pdrsino la tentazione di correre alla prima agenzia di viaggi e prenotare una vacanza alle Hawaii. Ma alla fine ho dovuto ripiegare sullo Huawei. faccina

 

 

 

pippo

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Si scalda la guerra fredda

carri armati

Checkpoint Charlie, il posto di blocco durante la guerra fredda situato tra i settori americano e sovietico di Berlino

Stati Uniti e Unione Europea espellono cento diplomatici russi (due quelli cacciati all’Italia), e Putin replica: “Reagiremo”. È una delle scosse di assestamento seguite al sisma diplomatico-politico provocato dall’avvelenamento di Sergei Skripal, l’ex agente del Gru, il servizio segreto militare russo, che nel 2004 fu arrestato e processato con l’accusa di fare il doppio gioco passando informazioni all’Mi6 britannico, attività alla quale si sarebbe dedicato, per soldi, fin dal tempo immediatamente successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Com’è noto, di quell’avvelenamento Londra accusa direttamente Putin, da qui la ritorsione odierna culminata nella cacciata in massa di quei diplomatici. È altresì da ricordare che da anni ormai Mosca è sottoposta a sanzioni da parte dei Paesi occidentali a causa della guerra in Ucraina, nella regione del Donetz.

Sembra dunque di essere tornati ai tempi della guerra fredda fra Stati Uniti (e alleati) e Unione Sovietica (e alleati); tra la Nato e il Patto di Varsavia. Brutta aria!

Ebbene, sarà un caso, ma questa sera (lunedì 26 marzo 2018), fra poco, alle 21, su Iris andrà di nuovo in onda Thirteen Days, un film – tra l’altro già proposto nel febbraio del 2016 dalla stessa Iris, come riferii su questo mio blog (qui), e poche sere fa da un’altra emittente – che racconta i drammatici giorni della crisi di Cuba, nell’ottobre del 1962, quando gli americani reagirono con fermezza dopo avere scoperto che i sovietici avevano installato missili nucleari a Cuba, sulla porta di casa degli Usa. Messo alle strette dalla determinazione di Kennedy, il capo dei sovietici Chruščëv rinunciò a quell’azzardo e ritirò i missili.

Viene da chiedersi allora se oggi abbia davvero tanto torto, Putin, quando protesta perché gli americani installano missili nucleari in Polonia, sulla porta di casa della Russia, esattamente come in quel terribile ottobre, ma a ruoli invertiti.

Sembra insomma che la storia voglia metterci di nuovo alla prova. Perché quel che avvenne nel 1962 potrebbe ripetersi, con il rischio di un finale – Dio non voglia – ben diverso da quello di 56 anni fa, un finale simile a questo qui.  Ma le folle non sembrano scomporsi, anzi, il ballo continua. Come sul Titanic.

Stavamo tanto bene!

boom

Mi sono sempre chiesto che cosa accadde ad un certo punto in Italia. Come mai, un brutto giorno, di punto in bianco ci trovammo da grande potenza industriale, dall’Italia del boom (foto), a un Paese depresso, in braghe di tela. Ciò avvenne prima della cosiddetta globalizzazione, prima dell’euro, e quindi mi veniva da concludere che la causa di cotanto guaio fossimo stati noi italiani: evidentemente avevamo fatto qualcosa che ci aveva portato dritti dritti alla rovina.

Ma intanto avevo scoperto una frase di Andreotti, e la cosa mi aveva aperto scenari ai quali non avevo pensato. “Io amo la Germania – disse il divino Giulio – la amo così tanto che ne preferivo due”. Illuminante, direi. Almeno con il senno di poi.

in questi giorni i giornali, le tv, gli opinion makers sguazzano nella storia degli account di Facebook che una società inglese  avrebbe utilizzato per pilotare democratiche elezioni qua e là nel globo. Ma non è certo una novità, la storia italiana è piena di manipolazioni da parte delle potenze interessate a fare in modo che la nostra politica nazionale andasse nella direzione a esse gradita; si va dai finanziamenti neanche tanto occulti dell’Urss al Pci, da certe scissioni dello stesso Pci pianificate e foraggiate dall’Urss medesima, a talune operazioni poco limpide dei servizi segreti di mezzo mondo, allo stragismo, alle bande armate, ai ricatti economici, al fuoco amico…

Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

A pensarci bene, però, da quel tempo a oggi molte cose sono in realtà cambiate. Oggi non è più necessario investire colossali risorse ed energie per indirizzare in un certo senso la politica di un partito o di un governo. Oggi è sufficiente tirare dalla propria parte (e i mezzi per farlo non mancano) qualche grosso papavero di Bruxelles e i giochi sono fatti: basta un provvedimento all’apparenza innocuo, e comunque non necessario, per mandare a gambe all’aria una nazione riducendola a uno stato di povertà e quindi di sudditanza.

Nino Galloni fu un personaggio di grosso spessore della Prima repubblica, uno che poteva vedere dall’interno certi ingranaggi e che per un certo periodo visse all’ombra dello stesso Andreotti, uno che di segreti maneggi sapeva tutto, e siccome m’è capitato casualmente sott’occhio questo post qui mi pare interessante farlo conoscere. Così, tanto per capire come andavano – e come vanno ancora – certe cose nel nostro Paese, dove ancora passiamo il tempo ad accapigliarci su Di Maio, Berlusconi o Salvini, quando non su Bartali e Coppi.

Indovina dove siamo

Giochetto un po’ scemo ma (forse) capace di strappare un sorriso. Qui sotto sono più o meno nascosti paesi, località, frazioni e quartieri della Spezia. Quali?

Chiappa CanalettoWhite Andalusian horse (Pura Raza Espanola) runs gallop in summer time

 

 

 

Foce

isola

 

 

 

 

 

Melara 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marola

limone

 

Mazzetta

 

 

 

 

 

 

 

Montalbano

Pianta

 

 

 

 

 

 

 

Prione

S.Agostino

 

 

 

 

 

 

tramontiiiii

Scorza

Uno spettacolo indimenticabile

In questi giorni si parla molto della luna. Come ho raccontato qui quest’anno si verifica un fenomeno che si ripete solo ogni diciannove anni: due mesi con doppio plenilunio.

È accaduto nelle notti di martedì 2 e di mercoledì 31 gennaio, e si ripeterà a marzo, nelle notti di venerdì 2 e di sabato 31.

E allora, ripensando a queste cose, m’è tornato alla mente un evento che era e resterà unico nella mia vita: l’eclisse di sole del 15 febbraio 1961: indimenticabile! Le foto, purtroppo ormai un po’ rovinate dal tempo, le ho scattate io dal tetto di una casa in costruzione alla Foce.

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Che rischio i giardini!

Giardini 4

A seguito della costruzione e inaugurazione del ciclopico arsenale della Marina del regno, l’Hotel de la Ville de Milan, stanziato nel 1863 nel Palazzo Doria di Via Chiodo con il trasferimento dalla vicina Palazzina Tori dell’insegna di Albergo Milano, ovverosia, com’era anche conosciuto dalla gente, l’Albergo Conti (oggi Ammiragliato), sul finire degli anni Sessanta aveva adeguato i suoi servizi alle mutate esigenze dei frequentatori occasionali della città.

Grazie allo sforzo finanziario del suo proprietario, Agostino Conti, spiegava il giornale La Spezia del 9 giugno del ’70, risultava alquanto migliorato rispetto a due anni prima, offrendo alla clientela «un servizio tra i più raffinati». Disponeva di appartamenti arredati con sfarzo, la sala da pranzo era un gioiello, e dai balconi delle camere che si affacciavano su Piazza Vittorio e dai terrazzi si godeva l’impareggiabile panorama del golfo e delle montagne. L’accenno ai terrazzi ci fa capire che l’albergo, o almeno parte di esso, era situato al primo piano dov’erano le ampie terrazze adorne di statue sovrastanti il portico. Il raffinato ristorante era invece al piano terreno, sotto i portici.

Come dicevo, nella primavera del ’63 l’Albergo Milano aveva lasciato la palazzina costruita da Pietro Tori, acquistata dalla Marina nel maggio del ’62, e si era trasferito nel vicino Palazzo Doria, dove aveva sede anche la sottoprefettura, inalberando giustappunto l’insegna di Hotel de la Ville de Milan. Era ospitato nel corpo di fabbrica che dava su Corso Cavour-Via Chiodo.

Tutto bene, dunque, ma c’era mancato poco che lì davanti al posto dei giardini non si costruissero invece due file di palazzi. Lo apprendiamo da una cronaca del Filomate del 22 maggio 1870 riguardante i lavori del consiglio comunale riunitosi il 17 sotto la direzione del sindaco marchese Giobatta De Nobili.

In discussione c’erano le modifiche da apportare al piano regolatore per stabilire la larghezza che avrebbero dovuto avere le nuove strade da realizzarsi entro il borgo antico, fra cui Corso Cavour lato mare. In un primo tempo questa strada doveva essere larga quindici metri, poi dodici e infine, a seguito delle lagnanze di un cittadino che voleva costruirvi un fabbricato, fu ridotta a dieci metri. Nel prosieguo dei lavori si prese anche atto della volontà di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, di trasformare in un parco da aprire al pubblico una o due volte alla settimana una sua proprietà fra il Torretto e il Colle dei Cappuccini. Quindi si passò a vagliare una richiesta avanzata dall’ingegner De Ferrari il quale proponeva di restringere Piazza Vittorio Emanuele (l’area oggi occupata dai giardini con il monumento a Garibaldi) e costruire due file di edifici, una dirimpetto ai palazzi Lardon, Tori e Massa con l’intermezzo di una larga via (la nostra Via Persio) e l’altra, partendo dall’estremità del palazzo Lardon, «parallelamente al palazzo della Marina e del marchese Doria prolungandosi lungo la tanto sospirata calata ancora in fìeri», quindi occupando la fascia dei giardini tra Via Persio e Via Diaz, ai margini dell’odierno Viale Italia. Piazza Vittorio Emanuele sarebbe stata perciò chiusa dai palazzi su due lati e aperta solo su Viale Alberto (via Diaz) e Via Chiodo di modo che continuasse ad esserci contiguità con il “boschetto”.

Superfluo dire che la proposta fu bocciata. Anzi, nella medesima seduta si decise di ridurre Piazza Vittorio Emanuele «a guisa di parterre con boschetti, aiuole, fontane, ecc.». Come curiosità possiamo aggiungere che verso la fine del secolo in Viale della Marina, o Viale Alberto, c’era un locale aperto solo d’estate. Si chiamava Caffè Eden e apparteneva al signor Vittorio Burlando.

(Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

 

Per un pugno di… lire

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Tutti sanno dove sono i Boschetti e cosa c’è là. Ma come mai quel vasto terreno, che era situato nel territorio comunale di Vezzano, ha finito per ospitare il camposanto più grande del comune della Spezia? C’è dietro una storia curiosa. Eccola.

Nel maggio del 1870 il Comune avviò le procedure per l’apertura del nuovo camposanto. Ma che fatica arrivare a concludere! I terreni scelti, situati in località Boschetti, indicata come Calabria in taluni documenti medievali, appartenevano al Comune di Vezzano Ligure il quale se li fece pagare a peso d’oro barando anche un po’ nella trattativa.

Le cose andarono così.

Vezzano aveva messo all’asta quei boschi al prezzo complessivo di seimila lire, prezzo che Spezia si dichiarò subito disposta a pagare. Cosa fecero allora i vezzanesi? Aumentarono le pretese a ottomila lire. Spezia rilanciò a settemila, Vezzano ribattè 7.500, e Spezia per ripicca annunciò che non sarebbe andata oltre le 7.350. Ma alla fine dovette arrendersi e il 24 maggio del ’70 il consiglio comunale deliberò l’acquisto per 7.500 lire destinando l’area a ultima dimora di tanti spezzini. La cinta bugnata del camposanto fu progettata dal maggiore Talete Calderai, il fedelissimo braccio destro di Domenico Chiodo, lo stesso che aveva progettato le mura di Porta principale dell’arsenale e il muraglione della stazione ferroviaria.

Il cimitero fu realizzato nel 1885. Fra gli spezzini era divenuta popolare l’espressione Andae da Bandéchi, come dire finire in una tomba: Bandechi era il nome del direttore del vecchio cimitero.

(Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, 2011)

E il tempo se ne va…

Ci sono piccoli momenti della vita che con cinica spietatezza si fanno largo nelle nostre giornate per darci il senso del tempo che passa degli anni che se ne vanno sempre più veloci.

Ad esempio:

Una volta dicevo: “Vado a lavarmi i capelli!”.

Oggi (da un po’, per la verità) dico: “Vado a lavarmi la testa!”.

 

calvizie

Ecco la 13ͣ luna, tra scienza e magia

luna piena

L’anno che verrà avrà qualcosa di speciale. Niente di straordinario, per carità, perché trattandosi di un fenomeno astronomico di nuovo non ci potrà essere proprio nulla. Sicuramente un déjà vu. Tuttavia non sarà roba di tutti i giorni: si verificherà difatti un evento che si ripete unicamente ogni diciannove anni, o giù di lì: avremo non soltanto una doppia lunazione – la tredicesima luna – bensì una doppia doppia lunazione, cioè a dire due mesi con due pleniluni ciascuno, e questo anche se nel corso dell’anno solare le lune saranno comunque tredici. In compenso non ci sarà la cosiddetta luna blu che, secondo gli amanti della cabala, preannuncia disastri, sciagure e accidenti vari. Continua a leggere

Un conto da saldare!

Da diversi giorni, diciamo dai referendum tenutisi in Veneto e in Lombardia volti a reclamare una maggiore autonomia di quelle regioni dalla rapacità fiscale di Roma, anche in Liguria la discussione su questo tema sta lievitando, tanto che sembra si stia abbozzando una forma di collaborazione con l’Emilia Romagna la quale, facendo leva su quanto contemplato dalla Costituzione, sulla questione ha già avviato una trattativa con il governo. Come è noto, cinque regioni italiane godono di uno statuto speciale in virtù di particolari situazioni storiche o geografiche. Insomma, ragioni di geopolitica, non tutte giustificate al giorno d’oggi. Sono Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige/Sud Tirolo (in realtà in questo caso si dovrebbe parlare di Province autonome: quella di Trento e quella di Bolzano). Tutte le altre regioni, Liguria compresa, sono a statuto ordinario. Continua a leggere