Informazioni su ginoragnetti

Giornalista e scrittore

Non ci resta che piangere!

Da qualche tempo ho maturato la convinzione che il degrado morale, sociale ed economico del nostro Paese sia ormai irreversibile.

Basta guardarsi intorno per capire.
Ogni giorno che passa qualcuno si compra un pezzo dell’economia italiana – o quel che ne resta, giacché c’è rimasto ben poco – e poi ne fa quello che gli torna più comodo (chiude, manda tutti a casa, se ne va portandosi via il marchio, e chi s’è visto s’è visto!); ogni anno mezzo milione di pensionati con un po’ di soldini se ne va a vivere all’estero dove trova certamente migliori condizioini sociali ed economiche; ogni anno decine di migliaia di giovani abbandonano l’Italia per trovare un lavoro che gratifichi le loro capacità; in compenso, ogni anno arrivano decine di migliaia di disperati che hanno bisogno di tutto, che bene che gli vada finiscono in mano a qualche caporale a raccogliere arance per cinque euro al giorno e che all’Italia non possono dare altro che le loro braccia e la volontà di rifarsi una vita.

Questa la realtà, e ciò significa che la qualità del Paese inevitabilmente è destinata ad abbassarsi arrivando presto al punto di non ritorno.

Mi sbaglierò, il Grande Spirito sa quanto vorrei sbagliarmi, ma il Bel Paese è finito!

Santi e peccatori

Mentre nei vari Stati andava avanti lo spoglio dei voti, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato: “Abbiamo vinto, ma c’è una frode in atto. Stanno cercando di rubarci le elezioni”.
“Una frode in atto!”.
Dunque, il capo del primo Paese del mondo, l’uomo che tiene in pugno la valigetta con i codici delle bombe nucleari, ammette che in America le elezioni (in virtù delle quali lui stesso è stato peraltro eletto presidente nel novembre 2016), sono taroccabili.
Per chi da sempre guarda all’America come simbolo della libertà non è certo una piacevole scoperta.
Comunque, per vedere le cose in modo pragmatico, se c’è un tarocco devono esserci anche dei taroccatori. È la solita storia, vecchia come il mondo, dei santi e dei peccatori.
Nella fattispecie, secondo Trump i peccatori sarebbero ovviamente i democratici e i santi, altrettanto ovviamente, sarebbero i repubblicani.
Ma davvero tutti i democratici sarebbero dei peccatori e tutti i repubblicani sarebbero dei santi? Difficile, anzi impossibile, mandarla giù. Manco lo stesso Trump lo crederebbe.
Pertanto, preso atto che ogni elezione di un presidente americano potrebbe essere stato il risultato di un colossale imbroglio, e considerato che non tutti i democratici sarebbero dei peccatori e non tutti i repubblicani sarebbero dei santi, ne deriva che pure tra i repubblicani ci sarebbero dei peccatori, gente in grado di manipolare, sino a falsarla, persino un’elezione presidenziale. E allora, quanti potrebbero essere, in percentuale, questi repubblicani falsari? Nessuno può dirlo, per cui l’unica strada buona da intraprendere è quella salomonica: fifty fifty, per dirla alla jankee.
Ebbene, anche se sarebbe lecito pensare che potrebbero essere di più, come di meno, anche “solo” un cinquanta per cento di potenziali taroccatori sarebbe in grado in via di pura ipotesi di fare pendere fraudolentemente la bilancia anche a favore di Trump. Come, s’intende, a parti invertite per Biden. Sta succedendo? È già successo?
Non posso certo saperlo. Ma in ogni caso, resta il fatto che è molto triste scoprire a quale livello di miseria morale sia scesa l’America!

Un codice d’onore

Quando tanti anni fa mi avvicinai al Ju-Jitsu (per abbandonarlo purtroppo troppo presto) lo feci non per sport, bensì per darmi delle arie con gli amici. Ora posso anche confessare questa debolezza, ma d’altronde avevo solo una quindicina d’anni, penso che sia comprensibile!

Però ci misi poco a imparare la lezione. Una delle prime cose che imparai era infatti che mai avrei dovuto abusare delle mie conoscenze del Ju-Jitsu per farmi bello o fare il bullo, e che anzi, nel caso in cui se ne fosse presentata la necessità, avrei sempre dovuto preoccuparmi di neutralizzare il mio avversario senza mai fargli del male.

Appresi così un codice d’onore importante: sarei sempre stato in grado di difendermi, però toccava a me decidere come farlo: se rendere inoffensivo l’avversario con un paio di semplici mosse, senza arrecargli alcun danno, se non nel suo amor proprio; ovvero metterlo fuori combattimento con qualche osso rotto, o peggio.

Chissà, forse il riferimento a vicende di questi giorni non è del tutto casuale.

Benvenuti nel Lago dei poeti!

Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro.
Siate affamati, siate folli, perché solo coloro che sono abbastanza folli
da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero.

Steve Jobs

Il Jolly è impazzito! Lo dicevamo un tempo quando qualcuno cominciava a dare i numeri. Ecco, non vorrei che dopo questo articolo si finisse per dirlo anche di me. Il fatto è che da quasi vent’anni cerco di mettere in testa ai padroni del vapore che forse sarebbe il caso di cominciare a pensare un po’ seriamente a quello che potrebbe succedere alla Spezia se davvero – e sottolineo “se” – come da fine ‘900 vanno predicando gli scienziati di tutto il mondo, a causa dei cambiamenti climatici entro questo secolo il mare sarà più alto di un metro, forse qualcosa di meno, o forse qualcosa (tanto) di più. In ogni caso, la città finirebbe a mollo in modo permanente.
Non lo dico io, lo afferma l’Enea (ma basterebbe leggersi i rapporti periodici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change): “Il fenomeno dell’innalzamento riguarda praticamente tutte le regioni italiane bagnate dal mare per un totale di 40 aree costiere a rischio inondazione”. Tra queste… “La Spezia in Liguria”.

Ebbene, se succedesse?
Cosa si potrebbe fare per evitare il disastro?
Io butto lì un’idea

Foto da me scattata alcuni anni fa alla Revel: ancora un palmo, e il mare arrivava in Piazza Brin

Quando il mare si gonfia, e succede spesso dopo alcuni giorni di intensa pioggia, l’acqua dei canali che scorrono sotto la città innesta la marcia indietro e sotto la doppia pressione che grava a valle e a monte sale in superficie ed esce dai tombini inondando il centro storico. Un fenomeno piuttosto frequente, come dimostrano le numerose foto che popolano pubblicazioni varie e pagine del web. Frequente, ma momentaneo. Poi il livello del mare cala e tutto torna come prima, con qualche danno per i negozianti e qualche loro comprensibile moccolo. Non so se avete notato che alcuni commercianti di Corso Cavour hanno già sistemato delle paratie all’ingresso delle loro botteghe.

Soliti allagamenti in centro città

Le proiezioni di Ipcc ed Enea raccontano però un’altra storia: quella situazione – il mare alto – sarebbe permanente, per cui l’intera città resterebbe perennemente sott’acqua, un palmo e forse più, con tendenza a salire, naturalmente, perché la giostra è ormai partita e indietro non si torna.
Ma non solo la città andrebbe sott’acqua. Tutte le spiagge sparirebbero, e con esse il turismo balneare. Pensate a Marinella, Venere Azzurra, San Terenzo, Monterosso, Bonassola, Deiva!
Inoltre, il cuneo salino, che oggi dalla foce del Magra risale fino a pochi chilometri dai pozzi Acam di Fornola, spinto dalla pressione del mare in crescita risalirebbe ancora raggiungendo forse i pozzi, con il risultato che trecentomila persone resterebbero senza acqua potabile (se non si sarà corsi per tempo ai ripari scavando altri pozzi in zona più sicura). Inoltre, l’acqua salmastra si infiltrerebbe nei terreni della valle del Magra inaridendo la oggi fertilissima campagna.
E il porto? E l’arsenale? E i cantieri? E i paesi del golfo oggi a un palmo dalla superficie del mare (vedi Le Grazie, Fezzano, Cadimare)?

E allora, quale potrebbe essere la soluzione più idonea per salvare il salvabile?

Io non ne vedo altre che quella immaginata qui sopra, nel rudimentale abbozzo di cartina (A proposito, se qualcuno me ne facesse una decente che cogliesse l’idea sarei felice di sostituire questo obbrobrio).
Si tratterebbe di chiudere il golfo con una diga più foranea dell’attuale trasformandolo in un lago – il Lago dei poeti – nel quale il livello del mare sarebbe pari a quello attuale (più basso pertanto di quello esterno) mantenendo la configurazione esatta del golfo come lo vediamo oggi. Una barriera più piccola sigillerebbe il “lago” al varco di San Pietro di Porto Venere. L’accesso al bacino interno, limitato a imbarcazioni da diporto e a navi di modesto tonnellaggio – da carico e passeggeri (tipo le motonavi di Navigazione Golfo dei poeti) – sarebbe assicurato da un sistema di chiuse, mentre a un complesso di grandi pompe verrebbe demandato il compito di mantenere inalterato il livello del “lago” garantendo anche un adeguato “rimescolamento” dell’acqua dolce riversata dai canali della corona del golfo con quella salsa del mare, di modo che possa essere conservata almeno una parvenza del tradizionale ambiente marino. A tale scopo potrebbe rivelarsi utile, captando e derivando l’acqua di canali e sorgenti, il tunnel costruito negli anni Cinquanta che dai Buggi arriva a Monasteroli.
Di conseguenza dovrebbero trovare diverso utilizzo l’arsenale, il terminal Snam, il porto e i cantieri che lavorano con le grandi navi. E inevitabilmente, nell’ex… golfo cambierebbe tutto. In parole povere ci sarebbe un’intera economia da inventare. E qui, appunto, sarebbe il caso di richiamare alla mente la famosa esortazione di Steve Jobs: “Stay hungry, stay foolish!“.

Insomma, la fantasia al potere!

Una pazzia? Può darsi, ma quale sarebbe l’alternativa?

Clamoroso, ecco il nuovo Milan

Nel silenzio di tomba che da tempo avvolge le vicende milaniste, un uccellino mi ha spifferato quanto starebbe accadendo a Casa Milan. Informazioni clamorose, sulle quali al momento manca tuttavia l’ufficialità.
Questo sarebbe dunque lo “squadrone” societario e tecnico targato Elliot per il prossimo campionato.
Paul Singer, americano, proprietario del Fondo Elliot proprietario dell’Ac Milan.
Gordon Singer, americano, figlio di Paul, capo della sede Elliot di Londra e console plenipotenziario per il Milan.
Paolo Scaroni, italiano, presidente.
Ivan Gazidis, sudafricano di origini greche, Amministratore delegato e Direttore generale.
Ralf Rangnick, tedesco, Direttore generale dell’area tecnica.
Julian Nagelsmann, tedesco, allenatore.
Paul Mitchell, tedesco, secondo.
Lars Kornetka, tedesco, aiutante di campo.
Moritz Volz, tedesco, aiutante di campo.
Michael Emenalo, nigeriano, direttore sportivo.
Hendrick Almstad tedesco, budget per il mercato (braccio destro di Gazidis).
Casper Stylsvig, danese, chef reveue office.
Goffrey Moncada, francese, capo scout.
James Murray, inglese. capo dello staff.
Maikel Oettle, tedesco, Head of sponsorship sales.
Alex Rasmussen, danese, Global Sponsorship Manager.

In partenza i due Donnarumma, Calabria, Conti e Romagnoli, mentre a Bonaventura e a Ibrahimovic non sarà rinnovato il contratto.

La squadra: Begovic, Duarte, Hendandez, Laxalt, Gabbia, Bennacer, Biglia, Çalhanoğlu, Kessie, Krunic, Paquetà, Saelemaekers, Castillejo, Leao, Rebic.

Verrà probabilmente cambiato il nome in Milan cricket and football club

Completati l’organigramma e l’organico tecnico, sembra si stia infine svolgendo una selezione tra i tifosi. Si cercano sessantamila stranieri per riempire lo stadio.

1854, in fuga dal morbo

Nel 1800 almeno tre grandi epidemie di colera – il morbo che “andava di moda” a quel tempo – seminarono panico, disperazione e lutti fra gli spezzini.
Della ventata di morte che si abbatté sulla città nel 1884-1885 e dei settecento morti che causò sappiamo tutto, così come qualcosa sappiamo sull’infezione che nel 1866 mise in fuga gli operai impegnati nella costruzione dell’arsenale.
Meno nota, anzi poco, è invece la tragedia che si abbatté sulla nostra terra
nell’estate del 1854. Vediamo allora cosa accadde in quei drammatici giorni.

A Genova l’allarme risuonò il 23 luglio: colera! Attorno a quel morbo che da tempo serpeggiava lungo le coste del Mediterraneo c’era ancora molta incertezza; negli stessi ambienti medici ci si continuava perfino a chiedere se fosse contagioso oppure no; né se ne conosceva la causa, anche se i genovesi avevano già avuto a che farci in occasione dell’epidemia del 1835-36.
C’erano vaghe idee, lo chiamavano cholera morbus, si diceva che veniva da lontano, dall’India addirittura, ma qualcuno lo definiva morbo arabo. Fatto sta che il 23 di luglio un uomo morì in poche ore dopo avere accusato un malore i cui sintomi erano riconducibili, da quel poco che se ne sapeva, al cholera morbus. Si sospettò che fosse stato importato da marinai scesi a terra dalla nave Ville de Marseille e dalla corvetta L’Aquila, perché a Marsiglia il morbo infuriava da parecchi giorni. Poi l’Aquila fu scagionata, ma ormai aveva poca importanza: il 29 luglio già si contavano 266 morti su 705 casi segnalati.
Da quel momento, in quell’afosa estate l’angoscia dilagò per tutta la Liguria, con i bollettini medici che parlavano di un costante e crescente espandersi della malattia. La Gazzetta Medica Italiana – Stati Sardi cominciò a pubblicare le cifre ufficiali che davano il quadro clinico. Erano autentici bollettini di guerra.
Da quei comunicati sanitari sappiamo che da Genova il morbo aveva preso quasi subito a scendere nella riviera orientale, e che nella Provincia di Levante al 12 agosto si contavano 138 contagiati dei quali 79 poi morti, e che i comuni più colpiti erano quelli di Lerici e Monterosso. Intanto a Genova il bilancio aggiornato al 20 agosto era di 3.793 casi, di cui 1.958 con conseguenze letali.
Ma in quello stesso 20 agosto il quadro generale era già peggiorato di parecchio anche nel Levante, avendo il colera fatto la sua comparsa oltre che a Lerici e a Monterosso, dove si vivevano ore drammatiche, pure ad Ameglia, Arcola, Levanto, Portovenere, Spezia e Vezzano: i morti nella provincia erano diventati 152, su 266 casi segnalati. Una settimana dopo il contagio si era già esteso pure nell’interno, colpendo Borghetto e Carro, con un totale di 205 casi mortali su 370. A Genova e dintorni la tragedia si palesava frattanto con numeri spaventosi: 2.867 morti su 5.437 infettati.
I medici, impotenti, assistevano a un crescendo agghiacciante: al 2 settembre la provincia di Levante piangeva 250 morti su 439 contagiati, ma poi arrivarono i primi freddi, e l’epidemia iniziò a spegnersi: nel levante dal 3 al 9 settembre si segnalarono solo undici nuovi casi fra Lerici, Spezia e Portovenere sicché quando si poté stilare un bilancio finale si riscontrarono 282 morti su 499 ammalati, con una percentuale di decessi del 56,51 per cento. La sola città di Genova lamentava invece 2.694 morti su 5.067 contagiati.
Il colera si portò via, lontano dalla sua terra, anche un personaggio di primissimo piano, ben noto agli spezzini. Era in corso la guerra in Crimea, nella quale l’Italia era impegnata con un corpo di spedizione di quindicimila uomini, quando, assalito dal male, dopo una breve atroce agonia morì il generale Alessandro della Marmora, l’uomo che nel ’49 aveva evitato di usare il pugno di ferro in città, come pretendeva invece il governo di Torino, allorché Spezia pullulava di volontari “lombardi” in attesa di partire per andare a difendere la Repubblica Romana. La notizia suscitò costernazione e sincero cordoglio nel piccolo borgo.

Abitanti in fuga da Lerici

Sull’epidemia che mieté tante vittime nella Provincia di Levante c’è uno straordinario documento che ci racconta cosa accadde giorno per giorno da queste parti. È una relazione di un medico sarzanese, il dottor Giambattista Franchini, il quale riferisce d’essere stato testimone diretto degli effetti della pestilenza sia per avere cercato di curare otto malati a Lerici, uno a Bagnola, uno a Sarzana e uno nella campagna sarzanese, sia per avere potuto raccogliere informazioni di prima mano sul manifestarsi e il diffondersi del morbo nei paesi del golfo di Spezia e della restante parte della provincia.
Fino alla terza settimana di un luglio rovente, mentre a Genova il colera già infieriva da qualche tempo, a Spezia e circondario era ancora tutto tranquillo; non si segnalava alcun caso né fra gli abitanti né fra i molti genovesi che, fuggiti dalle loro case, avevano qui cercato riparo. C’era allarme, sì, il marchese Giuseppe De Nobili, nominato sindaco da appena un mese, e i suoi collaboratori erano in stato di allerta, però nulla lasciava presagire il peggio.
Ma proprio negli ultimi giorni del mese due persone venute da Genova si sentirono male, furono portate nell’ospedale allestito apposta per assistere i colerosi, e poco dopo resero l’anima. Così si entrò in pieno dramma, perché subito dopo morirono anche due spezzini “della classe povera”.
Il 28 sbarcò a Lerici da un bastimento proveniente da Genova un lericino, tale Felice Baracchini. Stava male, già a bordo aveva manifestato sintomi del colera, e qualcuno cercò di opporsi a che scendesse a terra, ma alla fine fu portato nella sua casa, e 12 ore dopo era già morto. Però, lamenta Franchini “non furono prese misure sanitarie di alcuna sorta”.
Poi il primo di agosto sempre da Genova arrivarono nel golfo altre persone piuttosto male in arnese: Giuseppe Natale Faridoni, lericino egli pure, due nuore di un certo Caranna, dentista spezzino, un non meglio identificato Bonatti di Marola e una Catti di Vezzano, e ognuno di loro raggiunse la propria abitazione o quelle di parenti.
«La sera del 3 agosto – rivela il dottor Franchini – si tenne in Lerici nella chiesa maggiore una lunga funzione, dove intervenne la massima parte degli abitanti: ivi il caldo fu tanto grande da far cadere in deliquio varie persone. Nel giorno seguente d’un tratto si manifestò il colera con tanta furia che di sedici colpiti ne erano già morti nove. Fra i colpiti v’era pure il Faridoni con sua moglie, che io stesso vidi agonizzanti nel giorno 5 agosto, ed altri della famiglia che morirono come fulminati nel giorno 4».
Fu il terrore, gli abitanti fuggirono nelle campagne, parecchi cercarono scampo alla Serra, e poco dopo pure lì si manifestò, senza però fare grandi progressi, il terribile male.
Scapparono da Lerici anche due donne, una di Sarzana e l’altra di Ponzanello (che all’epoca si trovava nel Ducato di Modena) venute nel golfo per fare i bagni. La prima, Giuseppina Vivarelli, tornò preoccupatissima a casa, ma poi dopo una notte tranquilla sentendosi bene si rinfrancò e di buon mattino si recò dalla madre che viveva in un casolare di campagna poco distante da Sarzana: alle 9 fu assalita dalla febbre, e alle otto di sera era morta.
Stessa sorte toccò alla donna di Ponzanello, che anzi contagiò l’intera famiglia che l’aveva ospitata: lo zio Andrea Bertagnini, la moglie e un figlio. Solo quest’ultimo la scampò.
A Spezia il colera fu introdotto dalle nuore del Caranna: si ammalarono, ma sopravvissero entrambe. Non altrettanto fortunati furono i due figli di una di loro, il vecchio suocero, sua moglie, una loro figlia, puerpera da pochi giorni, e un amico, tale Capellini, che era andato a trovarli. Anche la moglie del Capellini fu contagiata, ma guarì. Fu quello il focolaio principale dal quale partì l’epidemia che serpeggiò dentro la cinta murata dove «si ripeterono varii casi di questo male sugli abitanti, ma fortunatamente non ne fu grande il numero».
A Marola morì invece subito il Bonatti seguito poco dopo nell’Aldilà dal fratello, il quale a sua volta causò indirettamente il contagio di una lavandaia che aveva lavato e stirato le sue lenzuola. Franchini però non sapeva dire che fine avesse fatto la donna. Ma intanto il batterio aveva ormai rotto gli argini e «si sviluppò non solo a Marola, ma anche a Fezzano, Cadimare e le Grazie, paesetti o meglio borgate vicinissime le une alle altre». Alcuni casi furono denunciati a Portovenere, mentre a Vezzano la giovane Catti, giunta, come abbiamo visto, da Genova, morì poco dopo esservi arrivata, tuttavia prima di spirare aveva fatto in tempo a infettare il padre e alcuni vicini, che morirono a loro volta. Un contadino di Bagnola, sceso a Lerici per affari il 4 agosto, contrasse la malattia, ma si salvò, e a Bagnola non si segnalarono altri casi.

E un sarto salvò Sarzana

Diverso il discorso di Santerenzo. Sembrava un’isola felice, fino alla metà del mese non ci fu alcun allarme, ma l’imprudenza di due donne che ogni giorno si recavano a vendere pesci a Lerici, dove al contrario il morbo mieteva vittime, fece precipitare gli eventi. Le due donne morirono una dopo l’altra e ciò causò la fuga di tutti gli abitanti del paese nelle circostanti campagne il che consentì di ridurre a una decina soltanto i casi di colera nel giro di un paio di settimane.
Il maledetto vibrione vagava però instancabile alla ricerca di nuove prede, e senza l’intelligenza di un sarto avrebbe potuto causare una strage a Sarzana. Qui un mattino arrivò una pescivendola santerenzina, tale Catella, che aveva assistito le due colleghe poi defunte. Pareva stesse bene, ma giunta nella piazza maggiore di Sarzana «cadde colpita dal morbo – racconta il medico – e fu ospitalmente accolta in casa di un sartore, Giuseppe Bernardini, dove dalle 9 antimeridiane si trattenne sino alle 4 del pomeriggio, e le furono praticate sotto la mia direzione le cure che credei più convenienti. In seguito, fu trasportata al proprio paese per volere dei parenti, ed ivi nella notte morì. Il Bernardini mandò via con la malata i materassi e le lenzuola, bruciò il pagliericcio, profumò la camera, e la fece intonacare di nuovo». Precauzione opportuna perché «dopo questo fatto niun caso di colera avvenne in Sarzana».
Diversi decessi si registrarono viceversa sul monte Caprione in località Monti, dove un certo Tarabotto, scappato da Lerici, aveva trovato ospitalità presso la famiglia di carissimi amici. Purtroppo, dopo essere stato a Genova per affari, l’uomo aveva avuto la pessima idea di passare da Lerici prima di tornare a Monti; e qui cadde subito malato contagiando tutti i suoi amici che morirono nel giro di poche ore. Per contro lui, fatalità della vita, sopravvisse.
Il medico sarzanese analizzò con grande scrupolo tutti gli altri casi dei quali aveva avuto diretta o indiretta conoscenza, concludendo che «i paesi più maltrattati, ossia dove il cholera fece regolare invasione, furono Lerici, Cadimare e Le Grazie, luoghi poco puliti e insieme poco aerati, perché posti ciascuno in un seno di mare con un monte alle spalle e poco orizzonte davanti. Gli altri luoghi, invece, come Santerenzo, Vezzano, la Serra, Bagnola, Fezzano, Marola, la Spezia, Sarzana, dove il male poco o nulla si diffuse a onta dell’arrivo di persone infette, godono tutti di aria più libera, o, tolto Sarzana, la Spezia e Santerenzo, gli altri sono situati su colline».
In ogni caso, «a tutto questo si può ancora rimediare – ammetteva il dottor Franchini – con lo stabilire una volta per tutte se questo terribile malore sia o no contagioso»[1].
Insomma, i medici brancolavano nel buio.
Il cholera morbus tornò l’anno seguente, ma in forma molto più blanda.

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, pagg. 840, La Spezia, 2011.


[1]    Giambattista Franchini, Cenni storici e ragionati intorno al cholera morbus, memorie originali della Gazzetta Medica Italiana – Stati sardi, n. 46, 13 novembre 1854, pagg. 373-376, Tipografia Nazionale Editrice, Torino.

L’ammainabandiere

Che nella società Ac Milan stia succedendo qualcosa è fuori di dubbio. Si aspetta infatti da un momento all’altro l’annuncio del licenziamento di Zvone Boban perché non in sintonia – e l’ha detto chiaro e tondo con la sua consueta franchezza alla Gazzetta dello sport – e l’A.D. Ivan Gazidis. È probabile che al’uscita di Boban faccia seguito quella di Paolo Maldini. Il Milan ammaina insomma le sue bandiere.

Varrebbe la pena allora ricordare che l’ex cav. Silvio Berlusconi lasciando la società (con relativo introito di un bel pacco di soldi!) disse di avere lasciato il Milan in solide mani. Da allora abbiamo avuto prima il misterioso cinese Yonghong Li che di soldi ne aveva pochi, e poi il fondo speculativo americano Elliott, che avrà molti soldi ma poco sangue rossonero.

Che a Casa Milan stia succedendo qualcosa di grosso lo si evince anche dal sito ufficiale. Andando nella home e cliccando sul tasto Organigramma, esce infatti l’avviso che vediamo sotto.

In parole povere: non pervenuto! Perché la pagina è scomparsa? Cosa si aspetta a informare i milioni di tifosi rossoneri sparsi nel mondo – a cominciare dai sessantamila che ad ogni partita affollano il Meazza portando soldi nelle casse della società – su quello che sta bollendo in pentola?

Ennio, che cotta per il golfo!

Il primo a parlare del Portus Lunae fu un giovane soldato inquadrato in una formazione di alleati italici che operavano di supporto alle legioni dell’Urbe. Nato nel 239 a.C. a Rudiae, l’odierna località Rugge del comune di San Pietro in Lama, nei pressi di Lecce, si chiamava Quinto Ennio e nel suo futuro, malgrado indossasse allora elmo, corazza e schinieri, non c’era la gloria conquistata con la spada bensì quella portata in dono dalla penna: nel mezzo del cammin della sua vita fu infatti riconosciuto come il padre della letteratura latina.

Sul finire del 219 con la conquista di Sagunto da parte dei cartaginesi era infatti cominciata la seconda guerra punica e, stanche delle vessazioni dei pretori che imponevano tasse sempre più pesanti, le popolazioni sarde sobillate da Cartagine che soffiava sul fuoco dello scontento, avevano colto l’occasione per sollevarsi in armi contro gli occupanti romani riuscendo ad ottenere prime esaltanti vittorie sul campo. Alla loro testa c’era un ricco sardo punicizzato, tale Ampsicora (o Amsicora) che con un abile lavoro diplomatico era riuscito a portare sotto le sue bandiere anche le feroci tribù nuragiche delle montagne compresi gli irriducibili e temibili Pelliti.

Allarmato da quanto stava avvenendo sull’isola dove le guarnigioni se la stavano vedendo brutta, il Senato della repubblica nel 215 era corso ai ripari affidando a un condottiero collaudato – il pretore Tito Manlio Torquato, che al suo attivo aveva già due mandati consolari e uno di censore – il compito di riportare l’isola sotto il controllo di Roma. Nel 235, durante il suo secondo consolato, Manlio era già stato in Sardegna e con una serie di brillanti operazioni aveva sottomesso numerose tribù uccidendo migliaia di nemici, il che gli aveva fruttato i fasti trionfali decretati dal Senato. È probabile che già in quell’occasione avesse usato il Portus Lunae (quello che sarà poi chiamato golfo della Spezia) come base logistica di partenza e di arrivo.
Manlio aveva quindi una buona conoscenza del terreno e delle capacità di combattimento dei sardi, per cui non sottovalutò la missione preoccupandosi, al momento di effettuare la leva delle reclute, di scegliere gli elementi migliori e già esperti. Condusse così al Portus Lunae una legione composta di circa cinquemila uomini e il solito contingente fornito dagli alleati: altre quattro o cinquemila unità, oltre a seicento cavalieri, metà romani e metà alleati. Fra i fanti c’era anche il nostro amico Ennio, all’epoca ventiquattrenne.
Al momento della pugna l’esercito romano si schierava con i legionari disposti in linea come principale forza d’urto, e ai due lati si disponevano le alae sociorum, le forze alleate, con compiti di protezione e di rincalzo mentre la cavalleria restava in retroguardia pronta a intervenire sia per sostenere reparti in difficoltà, sia per cercare di sfondare là dove gli strateghi avevano individuato il punto debole del nemico.
Manlio non incontrò ostacoli nella sua marcia di trasferimento da Pisa fino a Luna perché i Liguri montani (Apuani, Friniates e Briniates) reduci da una pesantissima sconfitta inflitta loro nel 233 da Quinto Fabio Massimo detto il Verrucoso, se ne stavano ancora asserragliati nei loro castellari sulle montagne a leccarsi le ferite.

Quinto Ennio

Giunto in Sardegna, Manlio prese il comando anche delle tre legioni già stanziate nella regione e, messa insieme una forza di 25mila uomini, soffocò l’insurrezione battendo nella pianura di Cormus, le truppe guidate dal figlio di Ampsicora, il giovanissimo Hosta, che cadde in battaglia. Dal canto suo Ampsicora, a sua volta sconfitto nel tavoliere di Sanluri, si uccise per non cadere nelle mani del nemico.
Secondo Silio Italico fu proprio Ennio a indossare i panni del tragico giustiziere che di fatto pose fine alla rivolta di Ampsicora, perché sua sarebbe stata la lancia che uccise nel corso d’un duello in battaglia lo sventurato Hosta.

Nel 205, conclusa con la sconfitta cartaginese la seconda guerra punica che aveva visto Annibale scorrazzare su e giù per la penisola, Roma poté ritirare forti contingenti di truppe dalla Sardegna, e fra i soldati che tornarono ci furono anche il nostro Ennio e un legionario con il quale egli aveva stretto amicizia in Sardegna, tale Marco Porcio Catone, un personaggio che da lì a poco si troverà a svolgere un ruolo di grande risalto nella vita della repubblica e che da alcuni studiosi sarà anzi indicato come l’inventore del Portus Lunae.

Ebbene, giunto con le navi a Luna (nome etrusco del golfo della Spezia), affascinato dalla straordinaria bellezza del luogo Ennio inserì nella sua opera principale, Annales, un verso che è entrato di diritto nell’antologia della nostra terra: “Lunai portum, est operae, cognoscite, Cives!” (Uopo è veder di Luna il porto, amici).
Purtroppo, di Annales, un poema epico di trentamila versi in 18 libri, sono arrivati fino a noi solo alcuni frammenti, circa 600 versi, fra i quali non c’è quello che più ci interessa, quello sul Portus Lunae. Per nostra fortuna ci ha pensato però un altro poeta, un paio di secoli più tardi, a farcelo conoscere: lo riportò nella sua sesta satira Aulo Persio Flacco, forse nativo di Volterra, forse di Luna, ma che sulle rive del nostro golfo visse certamente alcuni dei momenti più belli del suo breve percorso terreno.

Aulo Persio Flacco

Dopo una vita vissuta sotto la protezione di Quinto Fulvio Nobiliore e della famiglia “degli ScIpioni”, il che gli valse la concessione della cittadinanza romana, sul declinare della sua esistenza Ennio, con la sola compagnia del poeta Cecilio Stazio e di una nutrice, sopportò con grande serenità e coraggio la povertà e la vecchiaia finché la morte, causata dalla gotta, non lo colse nel 169.
Se non mi sbaglio, al cantore di Luna, al poeta che per primo esaltò nel mondo la straordinaria bellezza del golfo dei poeti regalandogli uno slogan turistico da fare invidia ai guru del marketing turistico internazionale, la Spezia non ha intitolato neanche una via.

Credo che sarebbe il caso di farlo.

(Post pubblicato sul mio vecchio blog “Nella tela del Ragno” il 26 settembre 2009)

Bandiera gialla nel golfo

Gli eventi di questo inizio d’anno – anno bisestile, ma guarda un po’! – ci fanno capire quanto sia facile passare dalla serenità all’inquietudine. “La natura si difende dalle offese che ogni giorno gli facciamo patire”, ammonivano i vecchi. E allora la natura si difendeva seminando malacci vari dall’Asia all’Europa, a cominciare dalla peste per passare al colera senza dimenticarsi della lebbra o dello scorbuto o del vaiolo.
Ma come si difendevano le comunità da queste insidie? Con l’isolamento, le quarantene. Proprio come oggi.
Per quanto ci riguarda, ai primi del Settecento Genova si difese costruendo un grande lazzaretto… alla Spezia, e più precisamente al Varignano. Lì uomini e merci arrivati su navi provenienti da Paesi “a patente sospetta” dovevano essere ricoverati appunto per trascorrervi la quarantena. Ma siccome all’epoca la morte veniva soprattutto dal mare, la Repubblica pensò anche a stendere una sorta di cordone sanitario lungo tutta la coste. Una misura costosa, ma tutto sommato efficace. Vediamo com’era.

Il complesso del Varignano durante la degenza/prigionia di Garibaldi ferito a un piede

Osteggiato sin dall’inizio dalla popolazione, il lazzaretto del Varignano era stato costruito nel 1720 per fronteggiare un’epidemia di peste che stava imperversando in tutto il Mediterraneo e che già faceva stragi a Marsiglia e Tolone. In realtà, le aree destinate alla libera pratica erano due, due grandi edifici per l’isolamento uno dei viaggiatori e l’altro delle merci. C’erano poi due cappelle e un grandioso palazzo nel quale lavoravano e vivevano il commissario direttore e i dipendenti con le famiglie. Era costato la bellezza di quattro milioni di lire genovesi.
Gli abitanti dei paesi lo tenevano d’occhio con sospetto, perché temevano che da lì potesse sfuggire e propagarsi qualche terribile morbo, invece proprio il lazzaretto riuscì quell’anno almeno a preservare la città e il golfo da un’ecatombe. Il primo di giugno proveniente dal porto di Retino, nell’isola di Candia, arrivò al Varignano il brigantino N.S. di Loreto al comando del capitano Francesco Ferrando. La nave aveva appena dato fondo che dovette alzare la bandiera gialla perché a bordo si stavano manifestando alcuni casi di peste. Per fortuna il rigido regolamento imposto fin dal 18 settembre del 1722 dal magistrato di Sanità riuscì a evitare che il batterio debordasse dalle murate del brigantino infiltrandosi fra la gente a terra. E gli spezzini furono salvi.

Le casette della Dogana e della Sanità alla radice della banchina Revel (dipinto di Agostino Fossati)

Il cordone sanitario steso lungo le coste si basava su una serie di presìdi di miliziani alle dipendenze dei Commissariati di Sanità. Allorché Matteo Vinzoni nella prima metà del ’700 redasse la sua “Pianta delle due riviere” il litorale spezzino era così controllato: Commissariato di Moneglia fino alla spiaggia di Deva (Deiva Marina); Commissariato di Bonassola dalla spiaggia di Deva alla Valle Santa di Levanto; Commissariato di Levanto dalla Valle Santa de Torbiani, o de Molinassi, alla punta del Capo del Mesco; Commissariato di Monterosso, detto anche delle Cinque Terre, da punta di Capo del Mesco a dopo il Monte nero, dirimpetto allo scoglio Ferale; Commissariato di Portovenere dal Ferale fino a San Vito di Marola (con presidi all’Albana, Acquafredda, Pozolo (Pozzale) della Palmaria, San Pietro, Olivo, Casa de Lamorati, punta della Cala dei Corsi, Punta del Varignano, scalo di N.S. delle Grazie, S.Andrea o forte del Pezzino, Panigaglia, Fezzano, Cadamare, Punta di Marola, San Vito); Commissariato della Spezia da San Vito alla punta dell’Ocapelata, litorale pressoché tutto a spiaggia, guardato dai posti ubicati a: la Piastra o Nostra Signora del Porto in casetta di materiale con due guardie di giorno e quattro di notte, uomini forniti da Pegazzano e Fabiano con otto caporali e 230 soldati; del Sbarco (Ponte) antistante la città (attuale banchina Revel), casetta di materiale con due guardie di giorno e quattro di notte, uomini forniti dalla Spezia suddivisa in quattro Capitani di Quartieri, facendo in tutto 180 soldati; San Cotardo, in una bottega dei signori Federici per la quale la comunità di Marinasco pagava la pigione, due guardie di giorno e quattro di notte, otto caporali e 300 soldati messi a disposizione da Marinasco; dell’Isola, casetta di materiale quattro guardie (complessivamente sei caporali e 200 soldati) della Comunità di Isola; di San Venero agli Stagnoni o ai Pradazzi, in casetta di tavole sulla strada che passa a Sarzana vicino alle Profondare, quattro guardie di San Venero (due caporali e 160 soldati); alla Rossa due guardie di giorno e di notte; di Mussano (Muggiano) in casetta di materiale tre guardie di giorno e di notte; San Bartolomeo quattro guardie di giorno e di notte più un deputato e una ronda; del Cesino, in una grotta, tre guardie di giorno e di notte, quindici deputati a vicenda un giorno per ciascuno, uomini forniti da Arcola e Pitelli (otto caporali e 200 soldati).

Vigilavano inoltre sulla salute pubblica le Ronde di Spezia, sessanta uomini, due per ogni notte, che controllavano i vari posti di guardia, novanta Deputati, tre per ogni giorno, uno a San Cotardo, uno allo Scalo e l’altro per i posti di terra situati a Porta Genova dove vigilavano due guardie al giorno; in fondo alla Bottagna con due guardie e un Deputato di Vezzano; e all’Ospitaletto di Arcola, con due guardie e un Deputato arcolano.

Il Commissariato di Lerici andava dalla punta dell’Ocapelata a Tellaro con posti all’Ocapelata con un caporale e tre soldati di notte e un caporale e due soldati di giorno forniti da San Terenzo; Castello di San Terenzo con due caporali e 90 soldati a rotazione; al Cavo due caporali e 40 soldati forniti da Pugliola, Barcola, Solaro e Bagnola; a Botri (quattro guardie); a Spontone (quattro guardie di notte); alla Calata di Lerici, posto della sanità armato di quattro spingarde, con due deputati e due guardie di giorno e un caporale e sei guardie di notte; sotto il convento di Maralunga (quattro guardie di notte); alla Torretta di Maralunga (due guardie di giorno e quattro di notte). Qui operavano 44 ronde, ogni notte due per il Levante e due per il Ponente, con 64 Deputati. Altri posti di guardia: Maramozza, Fiascherino, Fregiano e Tellaro.

Posti di terra: Piazzale Guardie di San Terenzo, Porte di Carpeneto di Lerici, e Barcola.

Commissariato di Sarzana: da Tellaro al confine con Massa. Posti di guardia: Santa Croce con sei guardie di giorno e di notte; San Siro con quattro guardie giorno e notte; San Fedele idem; San Lorenzo idem; San Giovanni idem; San Bernardo idem; San Rocco idem; al termine di San Giorgio sulla strada Romana, “in baracone di tavole con barriera di rastelli rimpetto a quelli del Ducato di Massa”, cinque guardie giorno e notte. Questo posto di frontiera era «solamente soggetto all’Ill.mo sig.r Commissario di Sarzana, al quale è appoggiata l’incombenza della quarantena per le persone che s’introducono nello stato del deto rastello».

Alla Porta della città di Sarzana c’era una barriera guardata in due baracche di legno «da due Uomini Contadini di Sarzana di giorno e con l’assistenza di un Cittadino per Capo e due Artigiani; un Deputato per le bollette salariato dalla Città a L. 18 al mese che vi assisteva giorno e notte in Casa dirimpetto alla Porta della città situata dentro la Barriera, per cui la Città pagava L. 3,10 di piggione. Non era custodita da Guardie la notte detta Barriera perché si serrava».

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia,
Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, 2011.

Uno scempio intollerabile

Il Boschetto è uno dei gioielli più preziosi della città. Fu realizzato nel 1825, dunque compie 195 anni, sull’onda della grande stagione turistica iniziata con l’apertura (1823) della nuova strada per Genova, e il relativo abbattimento del diaframma del Bracco, voluta da re Carlo Felice. Il boschetto, impreziosito dal palco della musica e dalle statue che ornavano un tempo il Teatro Civico (inaugurato nel 1846), è stato uno dei luoghi più amati dai ragazzi della mia generazione: lì sbocciavano nuovi amori, lì ci si perdeva in infinite chiacchierate su Coppi e Bartali, sul Milan e la Juventus, su quella o sull’altra ragazza (o, immagino, sul tale ragazzo o il talaltro). Ma non ricordo di avere mai visto uno scempio simile. E poiché non si dica che ce l’ho con gli attuali amministratori comunali, riporto (qui), a futura memoria, quello che pubblicai dodici anni fa sulla Gazzetta della Spezia.
Ma è possibile che, con la tecnologia di cui disponiamo oggi, non si riesca a identificare e a punire duramente gli imbecilli che si divertono a distruggere un bene pubblico?