Informazioni su ginoragnetti

Giornalista e scrittore

L’ammainabandiere

Che nella società Ac Milan stia succedendo qualcosa è fuori di dubbio. Si aspetta infatti da un momento all’altro l’annuncio del licenziamento di Zvone Boban perché non in sintonia – e l’ha detto chiaro e tondo con la sua consueta franchezza alla Gazzetta dello sport – e l’A.D. Ivan Gazidis. È probabile che al’uscita di Boban faccia seguito quella di Paolo Maldini. Il Milan ammaina insomma le sue bandiere.

Varrebbe la pena allora ricordare che l’ex cav. Silvio Berlusconi lasciando la società (con relativo introito di un bel pacco di soldi!) disse di avere lasciato il Milan in solide mani. Da allora abbiamo avuto prima il misterioso cinese Yonghong Li che di soldi ne aveva pochi, e poi il fondo speculativo americano Elliott, che avrà molti soldi ma poco sangue rossonero.

Che a Casa Milan stia succedendo qualcosa di grosso lo si evince anche dal sito ufficiale. Andando nella home e cliccando sul tasto Organigramma, esce infatti l’avviso che vediamo sotto.

In parole povere: non pervenuto! Perché la pagina è scomparsa? Cosa si aspetta a informare i milioni di tifosi rossoneri sparsi nel mondo – a cominciare dai sessantamila che ad ogni partita affollano il Meazza portando soldi nelle casse della società – su quello che sta bollendo in pentola?

Ennio, che cotta per il golfo!

Il primo a parlare del Portus Lunae fu un giovane soldato inquadrato in una formazione di alleati italici che operavano di supporto alle legioni dell’Urbe. Nato nel 239 a.C. a Rudiae, l’odierna località Rugge del comune di San Pietro in Lama, nei pressi di Lecce, si chiamava Quinto Ennio e nel suo futuro, malgrado indossasse allora elmo, corazza e schinieri, non c’era la gloria conquistata con la spada bensì quella portata in dono dalla penna: nel mezzo del cammin della sua vita fu infatti riconosciuto come il padre della letteratura latina.

Sul finire del 219 con la conquista di Sagunto da parte dei cartaginesi era infatti cominciata la seconda guerra punica e, stanche delle vessazioni dei pretori che imponevano tasse sempre più pesanti, le popolazioni sarde sobillate da Cartagine che soffiava sul fuoco dello scontento, avevano colto l’occasione per sollevarsi in armi contro gli occupanti romani riuscendo ad ottenere prime esaltanti vittorie sul campo. Alla loro testa c’era un ricco sardo punicizzato, tale Ampsicora (o Amsicora) che con un abile lavoro diplomatico era riuscito a portare sotto le sue bandiere anche le feroci tribù nuragiche delle montagne compresi gli irriducibili e temibili Pelliti.

Allarmato da quanto stava avvenendo sull’isola dove le guarnigioni se la stavano vedendo brutta, il Senato della repubblica nel 215 era corso ai ripari affidando a un condottiero collaudato – il pretore Tito Manlio Torquato, che al suo attivo aveva già due mandati consolari e uno di censore – il compito di riportare l’isola sotto il controllo di Roma. Nel 235, durante il suo secondo consolato, Manlio era già stato in Sardegna e con una serie di brillanti operazioni aveva sottomesso numerose tribù uccidendo migliaia di nemici, il che gli aveva fruttato i fasti trionfali decretati dal Senato. È probabile che già in quell’occasione avesse usato il Portus Lunae (quello che sarà poi chiamato golfo della Spezia) come base logistica di partenza e di arrivo.
Manlio aveva quindi una buona conoscenza del terreno e delle capacità di combattimento dei sardi, per cui non sottovalutò la missione preoccupandosi, al momento di effettuare la leva delle reclute, di scegliere gli elementi migliori e già esperti. Condusse così al Portus Lunae una legione composta di circa cinquemila uomini e il solito contingente fornito dagli alleati: altre quattro o cinquemila unità, oltre a seicento cavalieri, metà romani e metà alleati. Fra i fanti c’era anche il nostro amico Ennio, all’epoca ventiquattrenne.
Al momento della pugna l’esercito romano si schierava con i legionari disposti in linea come principale forza d’urto, e ai due lati si disponevano le alae sociorum, le forze alleate, con compiti di protezione e di rincalzo mentre la cavalleria restava in retroguardia pronta a intervenire sia per sostenere reparti in difficoltà, sia per cercare di sfondare là dove gli strateghi avevano individuato il punto debole del nemico.
Manlio non incontrò ostacoli nella sua marcia di trasferimento da Pisa fino a Luna perché i Liguri montani (Apuani, Friniates e Briniates) reduci da una pesantissima sconfitta inflitta loro nel 233 da Quinto Fabio Massimo detto il Verrucoso, se ne stavano ancora asserragliati nei loro castellari sulle montagne a leccarsi le ferite.

Quinto Ennio

Giunto in Sardegna, Manlio prese il comando anche delle tre legioni già stanziate nella regione e, messa insieme una forza di 25mila uomini, soffocò l’insurrezione battendo nella pianura di Cormus, le truppe guidate dal figlio di Ampsicora, il giovanissimo Hosta, che cadde in battaglia. Dal canto suo Ampsicora, a sua volta sconfitto nel tavoliere di Sanluri, si uccise per non cadere nelle mani del nemico.
Secondo Silio Italico fu proprio Ennio a indossare i panni del tragico giustiziere che di fatto pose fine alla rivolta di Ampsicora, perché sua sarebbe stata la lancia che uccise nel corso d’un duello in battaglia lo sventurato Hosta.

Nel 205, conclusa con la sconfitta cartaginese la seconda guerra punica che aveva visto Annibale scorrazzare su e giù per la penisola, Roma poté ritirare forti contingenti di truppe dalla Sardegna, e fra i soldati che tornarono ci furono anche il nostro Ennio e un legionario con il quale egli aveva stretto amicizia in Sardegna, tale Marco Porcio Catone, un personaggio che da lì a poco si troverà a svolgere un ruolo di grande risalto nella vita della repubblica e che da alcuni studiosi sarà anzi indicato come l’inventore del Portus Lunae.

Ebbene, giunto con le navi a Luna (nome etrusco del golfo della Spezia), affascinato dalla straordinaria bellezza del luogo Ennio inserì nella sua opera principale, Annales, un verso che è entrato di diritto nell’antologia della nostra terra: “Lunai portum, est operae, cognoscite, Cives!” (Uopo è veder di Luna il porto, amici).
Purtroppo, di Annales, un poema epico di trentamila versi in 18 libri, sono arrivati fino a noi solo alcuni frammenti, circa 600 versi, fra i quali non c’è quello che più ci interessa, quello sul Portus Lunae. Per nostra fortuna ci ha pensato però un altro poeta, un paio di secoli più tardi, a farcelo conoscere: lo riportò nella sua sesta satira Aulo Persio Flacco, forse nativo di Volterra, forse di Luna, ma che sulle rive del nostro golfo visse certamente alcuni dei momenti più belli del suo breve percorso terreno.

Aulo Persio Flacco

Dopo una vita vissuta sotto la protezione di Quinto Fulvio Nobiliore e della famiglia “degli ScIpioni”, il che gli valse la concessione della cittadinanza romana, sul declinare della sua esistenza Ennio, con la sola compagnia del poeta Cecilio Stazio e di una nutrice, sopportò con grande serenità e coraggio la povertà e la vecchiaia finché la morte, causata dalla gotta, non lo colse nel 169.
Se non mi sbaglio, al cantore di Luna, al poeta che per primo esaltò nel mondo la straordinaria bellezza del golfo dei poeti regalandogli uno slogan turistico da fare invidia ai guru del marketing turistico internazionale, la Spezia non ha intitolato neanche una via.

Credo che sarebbe il caso di farlo.

(Post pubblicato sul mio vecchio blog “Nella tela del Ragno” il 26 settembre 2009)

Bandiera gialla nel golfo

Gli eventi di questo inizio d’anno – anno bisestile, ma guarda un po’! – ci fanno capire quanto sia facile passare dalla serenità all’inquietudine. “La natura si difende dalle offese che ogni giorno gli facciamo patire”, ammonivano i vecchi. E allora la natura si difendeva seminando malacci vari dall’Asia all’Europa, a cominciare dalla peste per passare al colera senza dimenticarsi della lebbra o dello scorbuto o del vaiolo.
Ma come si difendevano le comunità da queste insidie? Con l’isolamento, le quarantene. Proprio come oggi.
Per quanto ci riguarda, ai primi del Settecento Genova si difese costruendo un grande lazzaretto… alla Spezia, e più precisamente al Varignano. Lì uomini e merci arrivati su navi provenienti da Paesi “a patente sospetta” dovevano essere ricoverati appunto per trascorrervi la quarantena. Ma siccome all’epoca la morte veniva soprattutto dal mare, la Repubblica pensò anche a stendere una sorta di cordone sanitario lungo tutta la coste. Una misura costosa, ma tutto sommato efficace. Vediamo com’era.

Il complesso del Varignano durante la degenza/prigionia di Garibaldi ferito a un piede

Osteggiato sin dall’inizio dalla popolazione, il lazzaretto del Varignano era stato costruito nel 1720 per fronteggiare un’epidemia di peste che stava imperversando in tutto il Mediterraneo e che già faceva stragi a Marsiglia e Tolone. In realtà, le aree destinate alla libera pratica erano due, due grandi edifici per l’isolamento uno dei viaggiatori e l’altro delle merci. C’erano poi due cappelle e un grandioso palazzo nel quale lavoravano e vivevano il commissario direttore e i dipendenti con le famiglie. Era costato la bellezza di quattro milioni di lire genovesi.
Gli abitanti dei paesi lo tenevano d’occhio con sospetto, perché temevano che da lì potesse sfuggire e propagarsi qualche terribile morbo, invece proprio il lazzaretto riuscì quell’anno almeno a preservare la città e il golfo da un’ecatombe. Il primo di giugno proveniente dal porto di Retino, nell’isola di Candia, arrivò al Varignano il brigantino N.S. di Loreto al comando del capitano Francesco Ferrando. La nave aveva appena dato fondo che dovette alzare la bandiera gialla perché a bordo si stavano manifestando alcuni casi di peste. Per fortuna il rigido regolamento imposto fin dal 18 settembre del 1722 dal magistrato di Sanità riuscì a evitare che il batterio debordasse dalle murate del brigantino infiltrandosi fra la gente a terra. E gli spezzini furono salvi.

Le casette della Dogana e della Sanità alla radice della banchina Revel (dipinto di Agostino Fossati)

Il cordone sanitario steso lungo le coste si basava su una serie di presìdi di miliziani alle dipendenze dei Commissariati di Sanità. Allorché Matteo Vinzoni nella prima metà del ’700 redasse la sua “Pianta delle due riviere” il litorale spezzino era così controllato: Commissariato di Moneglia fino alla spiaggia di Deva (Deiva Marina); Commissariato di Bonassola dalla spiaggia di Deva alla Valle Santa di Levanto; Commissariato di Levanto dalla Valle Santa de Torbiani, o de Molinassi, alla punta del Capo del Mesco; Commissariato di Monterosso, detto anche delle Cinque Terre, da punta di Capo del Mesco a dopo il Monte nero, dirimpetto allo scoglio Ferale; Commissariato di Portovenere dal Ferale fino a San Vito di Marola (con presidi all’Albana, Acquafredda, Pozolo (Pozzale) della Palmaria, San Pietro, Olivo, Casa de Lamorati, punta della Cala dei Corsi, Punta del Varignano, scalo di N.S. delle Grazie, S.Andrea o forte del Pezzino, Panigaglia, Fezzano, Cadamare, Punta di Marola, San Vito); Commissariato della Spezia da San Vito alla punta dell’Ocapelata, litorale pressoché tutto a spiaggia, guardato dai posti ubicati a: la Piastra o Nostra Signora del Porto in casetta di materiale con due guardie di giorno e quattro di notte, uomini forniti da Pegazzano e Fabiano con otto caporali e 230 soldati; del Sbarco (Ponte) antistante la città (attuale banchina Revel), casetta di materiale con due guardie di giorno e quattro di notte, uomini forniti dalla Spezia suddivisa in quattro Capitani di Quartieri, facendo in tutto 180 soldati; San Cotardo, in una bottega dei signori Federici per la quale la comunità di Marinasco pagava la pigione, due guardie di giorno e quattro di notte, otto caporali e 300 soldati messi a disposizione da Marinasco; dell’Isola, casetta di materiale quattro guardie (complessivamente sei caporali e 200 soldati) della Comunità di Isola; di San Venero agli Stagnoni o ai Pradazzi, in casetta di tavole sulla strada che passa a Sarzana vicino alle Profondare, quattro guardie di San Venero (due caporali e 160 soldati); alla Rossa due guardie di giorno e di notte; di Mussano (Muggiano) in casetta di materiale tre guardie di giorno e di notte; San Bartolomeo quattro guardie di giorno e di notte più un deputato e una ronda; del Cesino, in una grotta, tre guardie di giorno e di notte, quindici deputati a vicenda un giorno per ciascuno, uomini forniti da Arcola e Pitelli (otto caporali e 200 soldati).

Vigilavano inoltre sulla salute pubblica le Ronde di Spezia, sessanta uomini, due per ogni notte, che controllavano i vari posti di guardia, novanta Deputati, tre per ogni giorno, uno a San Cotardo, uno allo Scalo e l’altro per i posti di terra situati a Porta Genova dove vigilavano due guardie al giorno; in fondo alla Bottagna con due guardie e un Deputato di Vezzano; e all’Ospitaletto di Arcola, con due guardie e un Deputato arcolano.

Il Commissariato di Lerici andava dalla punta dell’Ocapelata a Tellaro con posti all’Ocapelata con un caporale e tre soldati di notte e un caporale e due soldati di giorno forniti da San Terenzo; Castello di San Terenzo con due caporali e 90 soldati a rotazione; al Cavo due caporali e 40 soldati forniti da Pugliola, Barcola, Solaro e Bagnola; a Botri (quattro guardie); a Spontone (quattro guardie di notte); alla Calata di Lerici, posto della sanità armato di quattro spingarde, con due deputati e due guardie di giorno e un caporale e sei guardie di notte; sotto il convento di Maralunga (quattro guardie di notte); alla Torretta di Maralunga (due guardie di giorno e quattro di notte). Qui operavano 44 ronde, ogni notte due per il Levante e due per il Ponente, con 64 Deputati. Altri posti di guardia: Maramozza, Fiascherino, Fregiano e Tellaro.

Posti di terra: Piazzale Guardie di San Terenzo, Porte di Carpeneto di Lerici, e Barcola.

Commissariato di Sarzana: da Tellaro al confine con Massa. Posti di guardia: Santa Croce con sei guardie di giorno e di notte; San Siro con quattro guardie giorno e notte; San Fedele idem; San Lorenzo idem; San Giovanni idem; San Bernardo idem; San Rocco idem; al termine di San Giorgio sulla strada Romana, “in baracone di tavole con barriera di rastelli rimpetto a quelli del Ducato di Massa”, cinque guardie giorno e notte. Questo posto di frontiera era «solamente soggetto all’Ill.mo sig.r Commissario di Sarzana, al quale è appoggiata l’incombenza della quarantena per le persone che s’introducono nello stato del deto rastello».

Alla Porta della città di Sarzana c’era una barriera guardata in due baracche di legno «da due Uomini Contadini di Sarzana di giorno e con l’assistenza di un Cittadino per Capo e due Artigiani; un Deputato per le bollette salariato dalla Città a L. 18 al mese che vi assisteva giorno e notte in Casa dirimpetto alla Porta della città situata dentro la Barriera, per cui la Città pagava L. 3,10 di piggione. Non era custodita da Guardie la notte detta Barriera perché si serrava».

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia,
Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, 2011.

Uno scempio intollerabile

Il Boschetto è uno dei gioielli più preziosi della città. Fu realizzato nel 1825, dunque compie 195 anni, sull’onda della grande stagione turistica iniziata con l’apertura (1823) della nuova strada per Genova, e il relativo abbattimento del diaframma del Bracco, voluta da re Carlo Felice. Il boschetto, impreziosito dal palco della musica e dalle statue che ornavano un tempo il Teatro Civico (inaugurato nel 1846), è stato uno dei luoghi più amati dai ragazzi della mia generazione: lì sbocciavano nuovi amori, lì ci si perdeva in infinite chiacchierate su Coppi e Bartali, sul Milan e la Juventus, su quella o sull’altra ragazza (o, immagino, sul tale ragazzo o il talaltro). Ma non ricordo di avere mai visto uno scempio simile. E poiché non si dica che ce l’ho con gli attuali amministratori comunali, riporto (qui), a futura memoria, quello che pubblicai dodici anni fa sulla Gazzetta della Spezia.
Ma è possibile che, con la tecnologia di cui disponiamo oggi, non si riesca a identificare e a punire duramente gli imbecilli che si divertono a distruggere un bene pubblico?

Colera, e Spezia tornò al Medioevo

Lo hanno chiamato Covid-19, e sta spaventando il mondo intero. È un coronavirus, sta colpendo duro in Cina, ma sta facendo capolino anche un po’ qua e un po’ la inquietando le genti di molti Paesi del pianeta. Proprio ieri, 14 febbraio, festa degli innamorati, è comparso anche in Africa, il continente forse più vulnerabile sotto il profilo sanitario, e dunque più esposto alle epidemie, comodo ponte di transito per i virus in Asia e in Europa. Che il mondo sia alle prese con la peste del secolo? Oggi, certo, le difese sono più robuste di un tempo, ma è anche vero che pure i virus si sono irrobustiti, con corazze che li rendono immuni dai vecchi medicinali, e quel che è peggio, hanno il brutto vizio di mutare un po’ troppo facilmente. Restando agli ultimi decenni, abbiamo avuto l’Aviaria, che si trasmetteva da animale a uomo; poi il virus della Sars, che aveva fatto sì il salto di qualità con la trasmissione da uomo a uomo, ma che aveva una contagiosità assai bassa. Oggi abbiamo appunto Covid-19, che minaccia di essere assai più contagioso provocando di conseguenza un maggior numero di morti.
E domani? che accadrà domani quando il virus si farà ancor più contagioso e ancor più cattivo?
Insomma, comincia a farsi largo la paura, la paura dell’ignoto, di un essere invisibile e sconosciuto che fra un mese o due potrebbe sparire così come è arrivato, come è accaduto con la Sars, o che potrebbe trascinare il mondo in tempi oscuri simili al Medioevo. Un’esperienza che Spezia ha già vissuto nella torrida estate del 1884. Ecco cosa accadde.

La tanto paventata epidemia di colera comparve sul finire di luglio. Il 28 cominciarono a segnalarsi una serie di repentini decessi. Se ne attribuì la responsabilità alle pessime condizioni igieniche in cui vivevano le maestranze venute a Spezia per costruire l’arsenale, una città nella quale mancava del tutto o quasi la rete fognaria, e dove l’acqua scarseggiava. Malgrado le ripetute proteste della gente e della stampa, con il sovraffollamento che c’era, versava in uno stato di estremo degrado, soprattutto nel quartiere popolare del Torretto, Così lo descriveva il Lavoro: «Catapecchie e tuguri che appena sarebbe permesso tenervi i suini e che pure sono destinati ad alloggiare operai che da mane a sera si tolgono la vita per guadagnare un tozzo di pane». E l’ufficiale sanitario comunale in una relazione scriveva: «Vi sono case che non meriterebbero neppure di portare questo nome tanto sono insalubri, sudice e fatiscenti».
Osservava il dottor Stefano Oldoini: «Condotti a buon punto i lavori dell’Arsenale, una famiglia progressivamente crescente di militari, di impiegati e d’operaj venne a bussare alle porte dell’addormentata città. Mentre il Governo non s’accorgeva, o fingeva di non accorgersi di tale specialissima situazione, mentre la rappresentanza comunale non aveva, né sapeva trovare i mezzi necessari per far fronte degnamente agli avvenimenti, le case cominciarono ad accogliere un numero di ospiti sproporzionato (…) molti proprietarj, cui si lasciò fare, vollero sovrapporre uno o due piani alla loro casetta, e ne divisero o suddivisero gli ambienti (…). Quando la Spezia si vide obbligata a rompere il guscio delle proprie mura, disgraziatamente, invece di informare i nuovi tracciati alle esigenze della moderna edilizia sanitaria, si rinnovarono e ricopiarono tutti i gravi difetti antichi. Strade strette, case accavallate tra loro e prive di spaziosi cortili interni, nessuna cura del sottosuolo»[1].

Eppure il colera non divampò lì: fu introdotto. Lì trovò invece facile esca. Il morbo era giunto da Marsiglia o da Tolone importato da alcuni operai di Riomaggiore e da marinai scappati da Marsiglia proprio per evitare il contagio e arrivati con la nave Città di Napoli. L’epidemia che imperversava nel Midì della Francia aveva indotto il governo italiano ad alzare il livello di guardia intensificando i controlli alla frontiera e nelle città di mare, aprendo nuove strutture per eventuali ricoveri di massa. Per questo nel golfo di Spezia i regi trasporti Cavour e Rondine erano stati attrezzati in fretta e furia per fungere da lazzaretti dove internare i viaggiatori provenienti dai due porti francesi, mentre le navi «di patente brutta e sospetta» venivano isolate in contumacia al Varignano.

Ma lo Zingaro, come lo ribattezzarono i giornali, riuscì comunque a infiltrarsi oltre le mura del vecchio borgo. Lo fece in maniera subdola, traendo in inganno i sanitari. Il primo campanello suonò il 22 luglio a Riomaggiore dove un operaio si era sentito male con diarrea e vomito. Lo stato d’allerta era prontamente scattato, ma era subito rientrato, perché un paio di giorni dopo l’uomo stava già meglio. «È tifo», dissero i medici tirando un sospiro di sollievo. Diagnosi abbastanza plausibile sia perché il tifo era una malattia non certo rara, sia perché un altro operaio del paese, egli pure rientrato dalla Francia con la stessa nave, aveva frattanto accusato i medesimi sintomi risoltisi pure in quel caso in pochi giorni. «È tifo», ripeterono i medici, rassicurati.
E invece era il preludio del dramma: un terzo operaio del gruppo rientrato dalla Francia non ebbe altrettanta fortuna: si ammalò, e un paio di giorni dopo morì.
Lo seguirono da lì a poco all’altro mondo un uomo della Palmaria che aveva raccolto un pagliericcio infetto nei pressi del lazzaretto del Varignano, e un marinaio della stessa Città di Napoli sceso a terra prima che la nave inalberasse la bandiera gialla per il manifestarsi a bordo di diversi casi del morbo. Come fu accertato più tardi, l’epidemia era partita proprio da quel bastimento. Veicolato dagli effetti personali che i marinai avevano portato in città alle lavandaie perché li lavassero e stirassero, il batterio si era rapidamente diffuso e l’acqua così inquinata aveva fatto il resto diffondendolo in tutta la città.

Le donne lavavano i panni nel Lagora, sicuramente non inquinato come oggi (Foto tratta dal gruppo Facebook Spezia nell’Ottocento)

Finalmente il 28 risuonò l’allarme e le autorità sanitarie isolarono Riomaggiore suscitando la protesta degli abitanti, ma ormai il veleno era entrato in circolo e i casi si moltiplicarono. Già il 12 agosto la Gazzetta Ufficiale faceva sapere che al Varignano erano state messe in quarantena 6.222 persone, 18 delle quali erano risultate colpite dalla malattia mentre otto erano morte. I cadaveri avrebbero dovuto essere inumati in fosse di almeno tre metri di profondità, ma non sempre questa misura sanitaria veniva rispettata. E intanto si moltiplicavano nel golfo le navi costrette a inalberare la bandiera gialla.

Commercio di biancheria infetta

La morte di una donna portò oltretutto alla luce l’esistenza di un traffico criminale: la poveretta aveva acquistato della biancheria al Varignano, panni contaminati che avrebbero dovuto essere subito bruciati e che invece gente ignorante o priva di scrupoli si era affrettata a vendere a basso prezzo.
Il colera aveva a quel punto infranto ogni barriera sicché focolai si accendevano un po’ in tutte le città e nei paesi, a Massa e a Carrara, a Genova e a Lucca, così come a Pegazzano e a Marola, a Cadimare e a Fabiano, a Riccò del Golfo e alle Grazie. Ovunque, insomma. Ma l’epicentro della tragedia era la città. Su di essa si stendeva l’ombra della morte, e intanto che le famiglie benestanti si barricavano nelle loro solitarie ville sulle colline (il Lavoro parlava di «trepido nobilume fuggito»), le autorità militari – cui erano stati dal governo attribuiti pieni poteri – disponevano l’immediato allontanamento della flotta dal golfo mentre una lancia a vapore prendeva a incrociare fra il Corvo e Portovenere per tenere alla larga qualsiasi bastimento provenisse dalla Francia.

Abitanti in fuga dalla città

Ma non soltanto i “signori” scappavano. Tagliarono la corda almeno diecimila persone. Funzionari statali e impiegati, negozianti, osti e albergatori abbandonavano le loro cose per cercare scampo chissà dove. Perfino un medico pensò bene di squagliarsela meritandosi le sdegnate rampogne del giornalista, il quale giornalista al tempo stesso additava l’esempio «del liquorista svizzero Binna rimasto al suo posto per incoraggiare i concittadini e senza aumentare di un solo centesimo i prezzi». Fino agli anni Settanta del ’900 l’emporio Binna era in Piazza del mercato, esattamente in via Raffaele De Nobili dirimpetto al Cinema Cozzani, oggi sala Bingo.
Di fronte a questo fuggi fuggi, con il rischio di un ulteriore diffondersi del morbo, frantumando le speranze di quanti ancora avrebbero voluto cercare scampo nella fuga il contrammiraglio Luigi Buglione di Monale[2] nel frattempo nominato dalla Corona commissario regio per l’emergenza decise di stendere tutt’attorno alla città, isolandola dal mondo, un cordone sanitario formato da carabinieri, fanti e marinai. La linea rossa partiva dal Muggiano percorreva la Val di Lochi, saliva a Corticola, quindi passava ai margini di Carozzo, la vetta del Buonviaggio, Valeriano, Montalbano, Castellazzo, Marinasco, Viseggi, la Foce, le pendici del Parodi, Biassa e Campiglia scendendo infine al canale del Neto di Cadimare. Al Muggiano squadre di volontari lericini guidati dal loro sindaco, armati di schioppi, forconi, lunghe pertiche, zappe e randelli vigilavano a loro volta per respingere eventuali fuggiaschi che avessero cercato di “evadere” via terra o via mare. Naturalmente quel provvedimento, che rimase in vigore per ben 47 settimane, non fece certo piacere alla popolazione per cui qualcuno cominciò a organizzare cortei per reclamare la rimozione del cordone. Senza esito, naturalmente. A posteriori i giornali giudicarono quella cintura «un capestro che ci strozzò come dentro una breve tomba».

I soldati vigilano lungo il cordone sanitario che circonda la città (Foto tratta dal gruppo Facebook Spezia nell’Ottocento)

Aspirante giornalista beffa il cordone

Qualcuno, però, riuscì a eludere il blocco, non per scappare, bensì per entrare nella città accerchiata. Si chiamava Attilio Valentini, era di Recanati, aveva 25 anni, e voleva fare a tutti i costi il giornalista. E a quanto pare ne aveva davvero la stoffa.
Forte di una lettera di raccomandazione di Filippo Turati il giovanotto si era presentato nell’ufficio di Dario Papa, direttore de l’Italia, a Milano, chiedendogli un posto di lavoro. Papa aveva tergiversato, avendo l’organico del giornale al completo, ma poi davanti alle insistenze del ragazzo aveva ceduto e lo aveva spedito dalle parti di Spezia, dove scorrazzava lo Zingaro, convinto che, essendo l’abitato cinto dal cordone sanitario, non sarebbe mai riuscito a entrare nell’area proibita. Non aveva però fatto i conti con l’intraprendenza e la faccia tosta del neofita. Spacciandosi per infermiere, Valentini raggiunse infatti la città da dove cominciò a inviare le sue corrispondenze, un lavoro oltretutto di ottima fattura, degno di un inviato speciale. Esaurita la missione, la coraggiosa “recluta” tornò a Milano nascondendosi su un carro merci.

Nel contempo, improvvisati giornalisti a parte, anche le comunicazioni erano interrotte. Le navi disertavano il golfo e i treni saltavano la stazione. Si fermavano soltanto per fare scendere chi, benché fosse stato avvertito del pericolo, insisteva per raggiungere la zona infetta, o per il tempo necessario per staccare i vagoni, agganciati in coda al convoglio, con i rifornimenti di generi alimentari per la città. Qui ormai scarseggiava tutto e i prezzi erano volati alle stelle; la carne di bue si vendeva a 2,60 lire al chilo, e quella di vitello addirittura a cinque lire.
Intanto la tensione saliva a livelli estremi. A far crescere l’angoscia fra gli abitanti erano le notizie frammentarie e contraddittorie sul numero dei contagiati e su quello dei morti che le autorità lasciavano trapelare. Finché si ebbe finalmente un dato che raggelò il sangue nelle vene agli spezzini: nel giro di sole 48 ore, fra il 21 e il 22 agosto, erano morte una sessantina di persone. Fu quello il picco dell’epidemia. A quel punto il Varignano e le due navi-ospedale non bastarono più per accogliere i potenziali ammalati, per cui si aprirono altri lazzaretti di fortuna nelle chiese, nei conventi e in baracche fuori dalle mura.

Lazzaretto di fortuna a Valdellora

Mentre dalle chiese venivano sommessi brusii di preghiere, e dalle case si levavano pianti e lamenti, e intanto che i monatti facevano la spola per portare i cadaveri al nuovo camposanto dei Boschetti, qua e là nelle contrade e nelle campagne si accendevano falò per incenerire indumenti infetti. A questo scopo si era formato un comitato di un’ottantina di cittadini che andavano a prendere i morti nelle case per seppellirli in buche molto profonde. Dal canto loro le guardie municipali giravano per la città versando del disinfettante nei pozzi neri e nelle poche fogne esistenti, o vi gettavano dello zolfo al quale davano poi fuoco; e altri agenti assolvevano all’ingrato compito di fare a pezzi e bruciare gli oggetti delle case dei morti di colera.
Ovunque c’erano pire che ardevano. Spezia era ripiombata nel Medio Evo.

In preghiera davanti alla chiesa

Un mattino, come in risposta a un muto segnale, gli spezzini uscirono dalle case e si avviarono verso l’ex strada militare da un paio d’anni divenuta Viale Garibaldi e incuranti del rischio di contagio si radunarono, forse a migliaia, davanti alla chiesetta di Nostra Signora della Neve, e lì si raccolsero in preghiera.
Per fronteggiare l’emergenza i maggiorenti della città avevano formato un comitato di salute pubblica del quale facevano parte anche i fratelli Giovan Battista e Luigi D’Isengard, entrambi sacerdoti. Luigi, letterato e garibaldino, si rinchiuse addirittura nel lazzaretto. A denunciare l’incrudelire del morbo c’era anche l’arrivo di sempre più numerosi contingenti di soldati incaricati di rafforzare l’ordine pubblico e di soccorrere gli infermi: per primi vennero reparti del 1° reggimento fanteria “Re” e del 7° Bersaglieri (e presto fra loro si contarono una trentina di contagiati), seguiti non molto dopo da alcune compagnie della brigata Lombardia e del 7° Artiglieria.
L’ingresso nel golfo di altre navi che inalberavano la bandiera gialla accresceva intanto la rabbia nella popolazione già stremata: «Che vadano altrove», gridava impaurita la gente. E molti protestavano per la presenza del cordone sanitario che impediva loro di fuggire in cerca della salvezza.
Si faceva di tutto per portare sollievo agli afflitti; il comitato di salute pubblica organizzò perfino due “passeggiate di solidarietà”: alcune signore spezzine percorsero le vie della città a bordo di una carrozza raccogliendo indumenti, biancheria pulita, coperte, lenzuola, e oggetti d’oro da utilizzare in favore dei colerosi. A cassetta della carrozza c’era un marinaio-tromba che suonava a varie riprese per richiamare l’attenzione della popolazione, e dietro la vettura venivano due carri dell’artiglieria sui quali ufficiali, soldati e componenti del comitato caricavano il materiale donato.

Così muore un sindaco eroe

In quelle tragiche giornate rifulsero atti di grande eroismo. Uno ebbe senz’altro quale sventurato protagonista Raffaele De Nobili, eletto sindaco solo pochi mesi prima (aprile) del divampare dell’epidemia.
De Nobili si trovava con la moglie Adele Federici a “passare le acque” a Montecatini Terme, ma allorché gli giunse la notizia di quanto stava accadendo in città, pur conscio dei rischi cui andava incontro non indugiò un solo istante nel prendere la carrozza e correre fra la sua gente. Si insediò in municipio e non si risparmiò nell’opera di assistenza adoperandosi in prima persone nella cura dei sofferenti. E fra le prime cose che fece, ci fu la fondazione della società di pronto soccorso Charitas. Finché, caduto a sua volta preda del morbo (cominciò a sentirsi male la notte del 3 settembre) dopo due giorni di agonia morì fra la costernazione dei suoi concittadini. Aveva 57 anni. Il 15 novembre il governo gli conferì la medaglia d’oro postuma riservata ai benemeriti della salute pubblica. Gli succedette l’assessore anziano Bartolomeo Ricco che resse la carica fino al settembre 1889 e che legò il suo nome alla edificazione del quartiere Umberto I.

Dal 22 agosto al 6 settembre si contarono altri 261 decessi. Poi, con l’arrivo dei primi freddi anche gli ultimi focolai si spensero lasciando nel dolore e nella disperazione centinaia di famiglie. Lo Zingarò, tornò nell’estate dell’85 facendo altri morti, e poi in forma meno feroce nell’86 per dare il suo ultimo lugubre saluto al golfo.
Ironia della sorte, il di Monale, scampato al colera, morì quello stesso anno, a dicembre, per un malore che lo fulminò mentre si trovava a Roma. La città, grata per l’impegno profuso nella lotta al morbo, dedicò a lui e a De Nobili due vie urbane. Sarebbe tuttavia ingiusto non ricordare le tante persone senza volto e senza nome – infermieri, medici, soldati, semplici cittadini – che sacrificarono la vita per soccorrere i malati. Ne rammento uno per tutti, emerso casualmente dal mare magnum di internet, e nel caso specifico dal sito cadutipolizia.it: Giò Batta Pelinghelli, 27 anni, guardia di pubblica sicurezza della delegazione di Spezia, ucciso dal colera il 24 agosto 1884.
Una menzione va anche a Suor Clotilde, un’esile sorella lombarda delle Figlie di Maria Ausiliatrice sacrificatasi per assistere gli ammalati. «Gracile d’aspetto ed instancabile fino alla temerarietà – scrisse Luigi D’Isengard – fu rinchiusa nel dormitorio perché potesse un poco riposare. Ah, mi serran l’uscio, esclamò e saltò dalla finestra per tornare al letto dei moribondi»[3].

Tragico il bilancio ultimo di quella folata di morte: 1.287 i contagiati, 610 i defunti. E forse furono di più perché come raccontava Il Caffaro nei mesi, ma anche negli anni seguenti a chi andava nei boschi a caccia o in cerca di funghi capitava non di rado di imbattersi in cadaveri o solo miseri resti umani sparsi qua e là «per ville e chiassuoli». Poveracci morti di colera e lì gettati da parenti che non volevano farsi bruciare le loro misere cose di casa.

Come se non bastasse, l’epidemia aveva portato allo scoperto l’esistenza di un problema la cui mancata soluzione avrebbe messo a rischio nientemeno che la sicurezza dello Stato: la vulnerabilità della base navale in presenza di eventi straordinari come quello appena vissuto dagli spezzini. Anche di questo i militari dovettero tenere conto in seguito. E nulla vieta di pensare che anche, se non soprattutto, per tale ragione il governo decise di impegnarsi nella costruzione del quartiere operaio.
In compenso le comunità locali ebbero partita vinta su un punto da tempo oggetto di contenzioso: le autorità decisero finalmente di chiudere il lazzaretto del Varignano, e lì furono trasferiti il Comando della Difesa e la Scuola per telegrafisti.

La giornalista labronico-spezzina Francesca D’Anna ha scovato una tenera storia d’amore sbocciata proprio nel momento più tragico dell’imperversare del morbo. «In una zona così devastata dalla paura e dalla disperazione per l’epidemia di colera – scrive – la vita comunque andava avanti. Si incontravano gli amici, si scambiavano opinioni, si facevano nuove conoscenze e, come per miracolo, a testimoniare che si era ancora vivi, ci si innamorava… come nei tempi normali. È quello che successe a un giovane ufficiale veneto dell’esercito, Andrea Squadroni, e alla sua affascinante Ada. Andrea era addetto al cordone sanitario poco fuori dalla città. Ada era con la sua famiglia, i Bassi, nella villa di Pitelli. Una sera in casa Bassi si tenne una cena a cui furono invitati un gruppo di ufficiali. Tra Andrea e Ada fu un colpo di fulmine: di lì a poco si sposarono e si trasferirono a Torino dove lui divenne attendente del Re d’Italia»[4].

Fra i morti di quel terribile 1884, ma non si sa se fu vittima dello Zingaro, ci fu anche l’abate di Santa Maria Domenico Battolla. Gli subentrò l’abate Nicolò Filippini il quale presto, passata la ventata epidemica, avviò radicali lavori di ristrutturazione del tempio tanto caro alla popolazione che viveva attorno alla Sprugola. Resistette ancora per alcuni decenni (sarà demolito nel 1935) il vecchio campanile risalente al ’500.


[1]    Stefano Oldoini, Storia delle epidemie di colera avvenute nel Comune di Spezia durante gli anni 1884, 1885 e 1886, pagg. 42-43, Fratelli Rechiedei Editori, Milano, 1887.
[2]     Luigi Buglione di Monale (1821-1884). Di lui come marinaio Vittorio Emanuele II aveva una grandissima considerazione. Disse un giorno: «Quando viaggio io comandi pure il legno un semplice timoniere, ma i miei figli li voglio con Monale».
[3]    Luigi D’Isengard, (1843-1915), Memorie autobiografiche pag. 68, Scuola Tipografica Salesiana, La Spezia, 1933.
[4]    Francesca D’Anna, La Gazzetta della Spezia & provincia, n. 29, 15 settembre 2006.

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, La Spezia, 2011.

Quel bambino sotto le bombe

Da diversi anni ogni sabato compro all’edicola La Lettura, splendido supplemento culturale del Corriere della sera (quello uscito oggi è il numero 420), un settimanale davvero ricco di contenuti molto interessanti. Di solito è la prima cosa che leggo appena tornato a casa, ma sabato 30 novembre è accaduto qualcosa che mi ha distolto dal solito rito. Ricordo soltanto che in quei giorni avevo un sacco di lavoro da fare, impegni che si affastellavano l’uno sull’altro, roba da scrivere, email da mandare e da leggere, bozze da correggere… insomma quel sabato quasi senza pensarci m’è capitato di mettere La Lettura (numero 418) in un angolo della mia incasinatissima scrivania ripromettendomi di leggerla appena possibile.

Morale della favola, stamane rincasato dopo la quotidiana puntata all’edicola mi è tornato alla mente quel numero 418 dimenticato da qualche parte. Lo scovo in un cassetto, lo sfoglio e… ecco la sorpresa. Alle due pagine della rubrica Percorsi (biografie, inchieste, reportage, racconti) c’è una graphic novel di Giancarlo Caligaris intitolata Le mani dell’uomo delle mani, e una delle bellissime tavole (tratta da una ben conosciuta fotografia) mi balza subito agli occhi: la nostra Spezia, il golfo, sotto le bombe!

Ma non è una storia di guerra. È invece la storia di un bambino – Renzo – il quale nella primavera del ‘43, uscito da scuola, ebbe l’avventura di finire sotto un bombardamento degli apparecchi della Raf. Soltanto per un miracolo fu salvato senza un graffio da sotto le macerie di un palazzo che gli era appena crollato addosso, ma quanto la polvere si posò, attorno a sé trovò solamente rovine e corpi straziati. Fu allora, davanti a quelle scene, che il bambino giurò a se stesso che avrebbe dedicato la sua vita a rimettere insieme pezzi di esseri umani. “Voglio aggiustare i corpi rotti”, rispose al nonno che gli chiedeva cosa volesse fare da grande.

Quel ragazzino era Renzo Mantero, futuro chirurgo, l’uomo che diventerà famoso in tutto il mondo come il mago delle mani.

«Diceva il chirurgo Mantero (1930-2012) – racconta La Lettura – che “la mano è uno strumento più perfetto di quanto l’uomo non si meriti”. A quell’arto dedicò la vita: “Può fare 40 milioni di movimenti. Serve ai ciechi per vedere, ai muti per parlare. E non ha senso riparare una mano se non si conosce a chi appartiene”».

La sindrome del Napoleone

Matteo Salvini (o la Bestia?) ne ha pensata un’altra. Siccome a suo parere la situazione del Paese è gravissima, forse immalinconito dalla sindrome del Napoleone esiliato a Sant’Elena (sarebbe il Papeete, ma ormai è inverno!) ha invocato la formazione di un comitato di salvezza nazionale, senza pensare che in tal caso dovrebbe vedersela attorno a a un tavolo con i detestati Di Maio, Renzi, Conte, Zingaretti, Speranza…
Evidentemente il Capitano (capitano di cosa, poi?) non si è accorto che un comitato del genere in Italia è già stato costituito e da alcuni mesi opera: è il comitato nazionale di salvezza… da lui!

Brexit, il profumo dei soldi

Negli anni Sessanta e primi Settanta il Regno Unito attraversava una grave crisi economica e sociale, grave a un punto tale che personaggi autorevoli della politica preconizzavano un imminente colpo di Stato, o comunque una svolta autoritaria nella conduzione della cosa pubblica. Insomma, i sudditi di Sua Maestà britannica non se la stavano passando affatto bene.
“La Gran Bretagna negli anni ’60 e soprattutto negli anni ’70 – scrive Sandro Trento, docente di economia all’Università di Trento – aveva sperimentato un lento e grave declino. Il concetto stesso di “declino” per gran parte del novecento è stato legato proprio alla Gran Bretagna, paese che aveva avuto una leadership tecnologica ed economica per un secolo, un vasto impero, un grande peso nella politica internazionale. Negli anni ’60 e ’70 tuttavia si era avuta una perdita forte di competitività. Mentre i paesi dell’Europa continentale (Germania, Italia e Francia) avevano sperimentato un rapido processo di catching up nei confronti degli Stati Uniti, la Gran Bretagna era rimasta indietro e anzi aveva perduto parte rilevante del proprio vantaggio relativo”.
Il prezzo delle materie prime e delle derrate alimentari – aggiunge il prof. Trento – era in forte crescita. Il Club di Roma nel 1972 aveva pubblicato un Rapporto sui Limiti della crescita nel quale si preannunciava l’imminente esaurimento del petrolio e delle principali materie prime. I tassi d’inflazione erano a due cifre e in crescita. Il sistema dei cambi fissi che aveva regolato il commercio mondiale per tutto il dopoguerra si era disfatto ad agosto del 1971. La produttività era in calo. Il prodotto per ora lavorata si era dimezzato tra il 1973 e il 1979. Aspro, continuo, profondo era il conflitto nelle fabbriche tra operai e imprenditori. La domanda intanto era caduta anch’essa, con una spirale di caduta della produzione, conseguente caduta dell’occupazione e aumento del conflitto tra sindacato e padronato.
La spesa pubblica, soprattutto per fini di welfare, era cresciuta molto. Dalla fine degli anni ’60, si era avuto un forte aumento delle assunzioni pubbliche: insegnanti, medici, lavoratori sociali. Vasti settori erano di proprietà dello Stato. Il partito laburista aveva ripetutamente prospettato piani di nazionalizzazioni di vasti settori produttivi per contrastare la crisi. Lo spettro dell’iper-inflazione, alimentata dall’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e dal conflitto tra capitale e lavoro, stava provocando un impoverimento dei ceti medi con lavoro dipendente. Nel 1979 l’inflazione in Gran Bretagna era del 18 per cento (in Italia del 21 per cento)”.

Ecco spiegato perché nel 1961 prima e nel 1967 poi gli inglesi arrivarono a supplicare Germania, Italia e Francia di essere ammessi nella Comunità Economica Europea (della quale l’Italia era Paese fondatore) futura “madre” dell’Unione Europea. L’istanza britannica venne però entrambe le volte respinta in conseguenza del veto opposto dal presidente della Repubblica francese, il generale Charles De Gaulle. La cosa curiosa è che a propugnare l’ingresso nella Cee erano i conservatori (odierni accaniti sostenitori della Brexit), mentre i laburisti si mostravano piuttosto freddini.
Comunque, solo nel 1973, con l’economia inglese ai limiti dell’asfissia, l’ennesima richiesta di ammissione fu alfine accettata, con l riconoscimento per di più a Londra di non pochi privilegi.

Passarono gli anni, grazie alla Lady di ferro Margaret Thatcher, eletta nel 1979 primo ministro, il Paese si avviò sulla strada della ripresa, e anche grazie all’Europa finì per entrare in una nuova era di prosperità. Il Pil che nel 1999 era di un miliardo e 290 milioni di dollari, nel 2017 era salito già a quasi tre miliardi, e oggi tutti gli indicatori economici recano il segno più. Soltanto per il turismo si contano 24 milioni di presenze all’anno. Quindi, che farsene a questo punto di quel vecchio catorcio che si chiama Europa Unita? E allora… vai con la Brexit.
Naturalmente nel nome della democrazia e dell’autodeterninazione dei popoli.

Ma che cosa accadrebbe se passando dalle parole ai fatti gli scozzesi rivendicassero un giorno o l’altro la loro autonomia scegliendo di restare nell’Unione Europea? E cosa accadrà, una volta attuata la Brexit, sulla rovente frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del nord, dove ormai la gente e le merci possono fare avanti e indietro senza problemi?

So long… ingrata Albione!

Conte-Salvini, ritorno al passato

Naufraghi a bordo della nave militare italiana Diciotti.

“Io non ho l’immunità, lui sì, e ne ha già approfittato per il caso Diciotti”. Così ha detto quest’oggi, parola per parola, il premier Giuseppe Conte riferendosi a Matteo Salvini con la minaccia di querelarlo per calunnia in relazione alla diatriba sul Fondo Salva-Stati.
Ma chi all’epoca evitò al leader della Lega non più Nord il rischio di finire sotto processo per sequestro di persona, giustappunto per la vicenda di nave Diciotti, impedendo alla magistratura di procedere nei suoi confronti?
Chi affermò che nella sua collegialità il governo (del quale lui, Conte, era il capo) aveva condiviso politicamente l’operato di Salvini?
Chi negò agli italiani il diritto di sapere se il loro ministro dell’interno aveva o no sequestrato i naufraghi da lui bloccati per giorni e giorni a bordo della nave militare italiana Diciotti?
Il divino Giulio Andreotti soléva dire che a pensare male si fa peccato, però qualche volta ci si azzecca. E allora, siccome anch’io purtroppo sono incline a cedere facilmente alle umane debolezze – come ammetteva Oscar Wilde “posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni” – vorrei con tutto il cuore che il premier Conte mostrasse finalmente agli italiani il verbale della seduta del consiglio dei ministri nel corso della quale il governo Salvimaio espresse condivisione nei riguardi dell’operato del ministro Salvini sul caso Diciotti.
Non posso infatti credere che sia prassi consolidata non fare i verbali delle sedute del consiglio dei ministri! Figuriamoci, li fanno persino le associazioni degli appassionati del gioco delle biglie…
Mi sbaglierò, ma mi sa che l’avvocato Conti – passato un anno fa da avvocato del popolo, come si era definito, ad avvocato di Salvini – si sia già pentito della decisione di allora, ci fosse o non ci fosse stata quella famosa (o famigerata) condivisione!

Questione di feeling…

Si chiama arredo urbano e secondo me a chi, venendo da fuori, capita più o meno casualmente in un certo luogo, dovrebbe dare subito l’idea dell’indole degli abitanti e di chi li amministra. Si può capire cioè se amano il bello, se ci tengono alla considerazione altrui, se hanno buongusto, e in definitiva se amano il loro paese, la loro città.
Per una comunità che per scelta o per necessità ha deciso di campare dell’industria dell’ospitalità, quello che nell’Ottocento era chiamato “ornato” e poi è diventato decoro, è addirittura elemento essenziale per fornire di primo acchito al visitatore un’immagine educata, cordiale e piacevole del luogo.

Uno dei posti più belli, in questo senso, è il Trentino dove da oltre trent’anni, anche se non tutti gli anni, trascorro una breve vacanza. Io amo le Dolomiti, e in particolare le valli Fiemme e Fassa con le loro montagne, le loro foreste, i loro fiumi, i loro torrenti, e le loro cittadine quali Cavalese, Moena, Canazei, Predazzo, Campitello, Vigo e via discorrendo. Ecco, passeggiando nelle vie di questi splendidi borghi si capisce immediatamente quanto la gente di lassù ami la propria terra, quante attenzioni a essa dedichi, quanto amore. Posso immaginare – e per tale ragione questo colgo l’occasione di questo post per esprimere loro tutta la mia solidarietà – il dispiacere che hanno provato esattamente un anno fa, il 29 ottobre 2018, quando la tempesta Vaia ha falciato milioni di alberi di quelle montagne distruggendo intere foreste. Un disastro immane dal quale quelle comunità – già provate dalla tragedia dell’alluvione di Stava e da quella del Cermis – stanno ora cercando faticosamente di uscire.
Ebbene, tornando al tema del post – l’arredo urbano – credo che in questo senso a Cavalese, Moena, Canazei e via discorrendo potrebbero dare lezioni a tutti.

E noi? Noi spezzini, intendo, come ce la caviamo a proposito di arredo urbano? Vediamo un po’!

COSÌ IN TRENTINO

COSÌ ALLA SPEZIA

L’arredo qui sopra “abbellisce” il parco pubblico della città, realizzato 194 anni or sono.