La Costituzione imposta

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L’assemblea costituente

Ho ascoltato poco fa su Raiuno alcune frasi della signora Lidia Menapace, staffetta partigiana (quindi una “partigiana vera”), ex senatrice di Rifondazione comunista e quindi sostenitrice del no al referendum di domenica. Continua a leggere

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Il martirio e il silenzio

Nel nome di tutti gli ungheresi onesti ci appelliamo a tutti gli uomini onesti del mondo.

Dobbiamo ancora implorarvi?

Voi amate la libertà? Anche noi.

Voi avete moglie e figli? Anche noi.

Abbiamo dei feriti che hanno dato il loro sangue per la causa sacrosanta della libertà ma non abbiamo fasciature, non abbiamo medicinali. E che cosa potremo dare i nostri bambini che ci domandano pane? L’ultimo pezzo di pane è stato mangiato.

Il nome di tutto quanto vi è caro. Vi chiediamo di aiutarci… Coloro che sono morti per la libertà accusano voi, voi che potevate aiutarci e non ci avete aiutato.

Le nazioni Unite possono far cessare questo spargimento di sangue. O dovremo perdere ogni fiducia nella coscienza e nella dignità del mondo civile proprio mentre stiamo combattendo per la libertà del mondo?

Qui Radio Rakoczi dall’Ungheria.

Messaggio diffuso da Radio Rakoczi Libera alle 9,35 del 6 novembre 1956 Continua a leggere

Il crollo di un sistema

trump

Pensavamo che non esistessero, che fossero frutto di pura fantasia, è invece abbiamo avuto modo di vederli entrambi in carne, ossa e capelli. Per molti dì, e un po’ ad ogni ora del giorno  della notte, fino a martedì abbiamo infatti assistito agli show di Mister Hyde, mentre ieri abbiamo visto in azione il dottor Jekyll. E ovviamente – mica si può cambiare la storia di Stevenson – erano la stessa persona: Donald Trump.

Sino a martedì il mondo osservava allarmato un omone minaccioso che buttava fuoco dalle orecchie e fumo dal naso, ieri quello stesso omone era un bonaccione, nonno di otto nipoti, che giurava di volere andare d’amore e d’accordo con tutti, perfino – da autentico gentleman – con colei che solo il giorno innanzi bollava come corrotta fino al midollo minacciando di farla sbattere in galera.

Alcune settimane fa io ho detto e scritto di temere un Trump-Hyde che girasse sull’Air Force One con in mano la valigetta dei codici nucleari, oggi – tenendo sempre d’occhio con grande sospetto e paura quella valigetta – dico che la sua vittoria non mi ha sorpreso proprio per niente. Se mi avessero chiesto di scommettere, avrei puntato su di lui.

Perché bastava osservare i palchi sui quali salivano lui e la Clinton: accanto a lui, la famiglia, un paio di amici fedeli come Rudy Giuliani, e gente sconosciuta o quasi al pubblico d’oltreoceano; accanto alla ex first lady, la grande politica – addirittura un presidente in carica (Obama) con relativa consorte e un ex presidente (suo marito Bill) – il grande capitale, la grande finanza, i grandi industriali, i grandi editori (e quindi i grandi giornali e le grandi emittenti Tv), i grandi bloggers, e tante, tantissime star del jet set e dello spettacolo.

In un angolo del ring, dunque, un lonely man, inviso persino a suo stesso partito, tant’è vero che a metà corsa di fatto lo abbandonava invocando l’aiuto del cielo perché qualcuno facesse il miracolo di toglierlo di mezzo in qualche modo, e preso a cartate di quella roba in faccia da mezzo mondo, un improbabile presidente che combatteva come un leone mostrando forse il peggio di sé, ma dicendo quello che la gente distrutta dalla crisi e delusa da una Casa Bianca confusa e debole, voleva sentirsi sentire dire; e nell’altro angolo il potere, quel potere che quale responsabile primo della crisi economica mondiale invece di mostrarsi ancora lì, sorridente, soddisfatto e pasciuto sotto i riflettori della ribalta del probabilissimo nuovo presidente iuésèi, impegnato a tèssere nuove vecchie trame, avebbe dovuto essersi rinchiuso in un convento di clausura per indossare il cilicio e sottostare alla fustigazione serale.

Ecco perché non mi ha sorpreso l’elezione di Trump/Hyde.1110clinton

Semmai mi ha sorpreso un fenomeno sul quale durante la lunga giornata di ieri non ho sentito dire o letto granché (probabilmente è una mia lacuna).

Noi da tempo ci lamentiamo del fatto che in Italia i partiti sono morti, che ne restano ancora qualche brandello qua e là, un pezzo di Pd, una reliquia di Forza Italia, un pezzetto di Lega, un movimento che è ancora vivo e vegeto in quanto nuovo, come l’M5S, e poi manipoli di combattenti e reduci all’estrema destra e all’estrema sinistra, i soliti tenacissimi cespugli e cespuglietti dello zero virgola che sopravvivono proprio perché più incasinata di così la politica italiana non potrebbe essere.

repubblicani-democratici-simboliMa allora, cosa dire dei due mastodonti politici che da sempre si spartiscono il potere in America, vale a dire l’asinello dei democrats (quelli americani, non gli estinti prodiani) e l’elefantino simbolo del Gop, il Grand Old Party , cioè i repubblicani?

Entrambi, difficile negarlo, hanno clamorosamente toppato nella scelta del candidato.

La Clinton era senza alcun dubbio la pretendente più debole, logora e vulnerabile che il Partito democratico potesse trovare; credo che, tanto per fare un esempio, per Superdonald il vecchio Bernie Sanders sarebbe stato un osso assai più duro da rodere.

Dal canto suo, fin da subito lo stesso Trump si è trovato a dover fare i conti non solo che con l’impressionante apparato che sosteneva la Clinton, bensì anche con la più che evidente ostilità dei maggiorenti del suo stesso partito.

La Clinton è così arrivata alla nomination portata su un cocchio dorato trainato da splendidi, poderosi cavalli bianchi, mentre Trump ha dovuto guadagnarsela spalando guano e spintonando mezzo mondo che cercava di fagli lo sgambetto. Solo contro tutti, insomma, e capace anche di sopravvivere al fuoco amico. Ebbene, non era già questo un segnale che la diceva lunga sugli umori della gente che poi sarebbe andata a votare per fare scoccare l’ora della verità?

Dunque, nell’ottica iniziale dei due partiti, due scelte – sebbene in realtà quella di Trump fosse stata un’autoimposizione prima ancora che una scelta – che si sono rivelate totalmente sbagliate.

Questa, semmai, è la sconvolgente sorpresa della grande prova di democrazia data dagli americani: a fronte degli interi, compatti, potentissimi establishments schierati contro un solo candidato, il popolo ha preferito proprio quel candidato. La gente ha così sconfitto il sistema: se non è stata una rivoluzione, quella che abbiamo appena visto!

Adesso che i giochi sono fatti, io spero però ardentemente che il popolo americano, che la democrazia americana, non abbia a pentirsene, perché ad andarci di mezzo sarebbe il mondo intero.