Il martirio e il silenzio

Nel nome di tutti gli ungheresi onesti ci appelliamo a tutti gli uomini onesti del mondo.

Dobbiamo ancora implorarvi?

Voi amate la libertà? Anche noi.

Voi avete moglie e figli? Anche noi.

Abbiamo dei feriti che hanno dato il loro sangue per la causa sacrosanta della libertà ma non abbiamo fasciature, non abbiamo medicinali. E che cosa potremo dare i nostri bambini che ci domandano pane? L’ultimo pezzo di pane è stato mangiato.

Il nome di tutto quanto vi è caro. Vi chiediamo di aiutarci… Coloro che sono morti per la libertà accusano voi, voi che potevate aiutarci e non ci avete aiutato.

Le nazioni Unite possono far cessare questo spargimento di sangue. O dovremo perdere ogni fiducia nella coscienza e nella dignità del mondo civile proprio mentre stiamo combattendo per la libertà del mondo?

Qui Radio Rakoczi dall’Ungheria.

Messaggio diffuso da Radio Rakoczi Libera alle 9,35 del 6 novembre 1956

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Il centro di Budapest in mano agli insorti: fatta a pezzi la gigantesca statua di Stalin

Chissà perché – oddio, si sa benissimo perché – ci sono eventi storici sui quali in una parte almeno del mondo occidentale, con l’Italia in primissima fila, addirittura nella veste del portabandiera che precede tutti, si cerca di parlare poco o niente. Un bel silenzio non fu mai scritto, si direbbe.

È così, da all’incirca settant’anni.

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Insorti ungheresi

Perciò se uno va in giro a chiedere qualcosa sul patto segreto firmato a Mosca il 23 agosto del 1939 sotto lo sguardo compiaciuto, sorridente e soddisfatto di Isosif Stalin, bene che gli vada lo guardano storto. Eppure quel giorno Joachim von Ribbentrop, ministro degli esteri di Hitler, e Viačeslav Molotov, ministro degli esteri dell’Unione Sovietica, firmarono l’atto in virtù del quale la Germania nazista e la Russia comunista poterono mandare un po’ di divisioni corazzate a occupare diversi paesi sovrani europei spedendo all’altro mondo senza tanti discorsi centinaia di migliaia di poveracci che non erano d’accordo: si presero ciascuno metà della Polonia, e in più l’Urss s’impadroniva dei Paesi Baltici, Lettonia, Estonia e Lituania, aggiungendovi poco dopo, già che c’era, la Finlandia.

Dunque, a distanza di dieci giorni gli uni dagli altri i nazisti di Hitler e i comunisti di Stalin dichiararono guerra, aggredirono e occuparono non pochi Paesi indipendenti massacrando senza andare troppo per il sottile militari e civili che avevano la sventura di capitargli tra i piedi.

Sì, vabbé, però, vuoi mettere quello che fecero poi i nazisti?, si è sentito rispondere qualcuno quando ha provato a fare quella famosa domanda sul Patto segreto.

Un’obiezione che, a mio modo di vedere, assomiglia a un’autoassoluzione di comodo, un po’ troppo di comodo. Come dire che se uno ne ammazza mille, quello che ne ha ammazzati soltanto cinquecento se non è un santo poco ci manca!

In ogni caso, del patto Molotov-Ribbentrop, che era poi un patto tra Hitler e Stalin, e quindi tra nazisti e comunisti, si è parlato sì, ma insomma, vediamo di non esagerare… va tenuto conto del contesto… bisogna considerare il momento… capire che…

Un contesto, un momento, nel quale si innestano anche le fosse di Katyń.

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Centinaia di cadaveri scoperti in una fossa comune nella foresta di Katyn

Chi ne ha mai sentito parlare? Quante cerimonie commemorative sono state promosse in Italia e in Europa dalle organizzazioni democratiche per fare sapere ai giovani cosa avvenne in quella terra polacca, poco distante da Smolensk, dal 3 aprile al 19 maggio 1940?

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Il logo della NKWD

A guerra finita nella foresta di Katyń si scoprirono fosse comuni con i corpi di ventiduemila – ventiduemila! – soldati e civili polacchi assassinati con un colpo di pistola alla testa: un massacro a sangue freddo! Lì per lì Stalin respinse sdegnato ogni accusa sostenendo che erano stati i nazisti, ma alla fine– lo stesso Boris Eltsin se ne scusò – la verità venne fuori: quei ventiduemila soldati e civili erano stati ammazzati proprio per ordine di Stalin dagli uomini della NKWD, una sorta di polizia segreta del governo sovietico. Ma che io sappia nessuno, in Italia, si è mai dichiarato responsabile morale, in quanto sodale politico dei colpevoli, di tale infamia.

Questa storia è rimasta nel cassetto dei ricordi scomodi del mondo, e solo dopo la furiosa spallata dei popoli oppressi che abbatterono il muro, e con esso l’Urss, qualcuno – un regista polacco figlio di una delle vittime – ha deciso di farci un film. Scoprendo a sue spese che su certe cose è meglio lasciare perdere. In Italia forse più che altrove – Russia a parte, ovviamente – sono infatti scattati immediatamente gli anticorpi: il film fu distribuito nella bellezza di dodici copie – dicesi dodici – in altrettante città. Punto e basta. Pare che zitte zitte quatte quatte mani ignote acquistarono (per conto di…) le altre copie in circolazione e le fecero sparire. Solo più tardi il film Katyń fu riesumato; ma fu il minimo sindacale, tanto per tacitare la coscienza: festival del cinema di Venezia, un passaggio su Sky, uno su Raitre. Capirai!

Evidentemente ventiduemila ammazzati a sangue freddo non meritavano neanche una prece!

ungheMa anche dopo, anche in tempo di pace, davanti a certe vicende era opportuno voltarsi di là. È quanto accadde nel giugno del 1956 allorché nessuno mostrò di udire il grido “pane e libertà” con il quale insorsero gli operai di Poznan, in Polonia. Non vedendo soddisfatte le loro richiese economiche i lavoratori delle officine “Stalin” entrarono in sciopero e chiamarono tutti a sfilare per le vie della città. La tensione salì subito a livelli altissimi e la gente scese in piazza promuovendo assemblee in tutte le fabbriche del Paese. Naturalmente mentre il Comitato centrale sovietico si affrettava ad attribuire ogni responsabilità ai sobillatori americani infiltrati nelle organizzazioni operaie, gli scioperanti si scontravano con la polizia e al termine degli scontri si contarono cento morti, trecento feriti e altrettanti arresti.

In Italia, naturalmente, l’Unità si schierò dalla parte dei sovietici scrivendo: «La responsabilità del sangue versato ricade su un gruppo di spregevoli provocatori che hanno approfittato di una situazione temporanea di disagio in cui versano Poznan e la Polonia».

Perché mi sono avventurato in questo discorso così ancora tanto fastidioso per molta gente che a quel tempo c’era e che non stava propriamente dalla parte delle vittime, e che magari con il tempo si è anche costruita splendide carriere politiche?

u-rivolta_ungheresePerché ancora una volta, sebbene siano ormai trascorsi sessant’anni da quelle vicende, si continua a fare finta di niente. Eppure ciò che accadde nell’ottobre-novembre del 1956 fu uno dei più sconvolgenti avvenimenti che abbiano scosso il mondo nel secondo dopoguerra: la rivoluzione ungherese.

Vi è capitato di leggere o di vedere in Tv qualche rievocazione di un certo rilievo? A me no. Magari mi è sfuggito qualcosa, tuttavia a parte qualche giornale, e qualche riserva indiana dell’informazione, poco o nulla si è letto o si è visto sulle speranze di libertà di un popolo oppresso, speranze annegate nel sangue in quel drammatico autunno sotto i cingoli dei carri armati del Patto di Varsavia mandati da Nikita Sergeevič Chruščëv, primo segretario del partito comunista dell’Unione Sovietica, con la convinta benedizione di Palmiro Togliatti, segretario generale del Pci, e dei suoi più diretti collaboratori (pochi esclusi). Non dimentichiamo che il Pci era il più grande partito comunista dell’Occidente, quindi una certa voce in capitolo doveva pur averla anche al cospetto di un dittatore sanguinario come Iosif Vissarionovič Džugašvili più noto con il nome di Stalin. E invece i cattivi erano gli ungheresi che chiedevano pane, mentre i buoni erano i carristi dell’Armata rossa.

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Imre Nagy legge il suo messaggio al mondo

La rivoluzione magiara si protrasse dal 23 ottobre al 10-11 novembre 1956. E finì così, con questo messaggio trasmesso da Radio Budapest: «Qui parla il Primo Ministro Imre Nagy. Oggi all’alba le truppe sovietiche hanno aggredito la nostra capitale con l’evidente intento di rovesciare il governo legale e democratico di Ungheria. Le nostre truppe sono impegnate nel combattimento. Il governo è al suo posto. Comunico questo fatto al popolo del nostro Paese ed al mondo intero». Imre Nagy, il leader della primavera ungherese, e il maggiore generale Pàl Maléter, il comandante che schierò i suoi soldati dalla parte del popolo insorto, furono arrestati con l’inganno e impiccati due anni dopo, una volta restaurata sull’Ungheria la pace dei cimiteri.

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Erika, un’ insorta

Alle 12 di domenica 4 novembre 1956 Radio Dunapentele Libera dette all’Europa e al

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Pàl Maléter

mondo nelle lingue ungherese, italiano, francese e tedesco, questo annuncio: «Attenzione! Attenzione! Attenzione! Questa è l’ultima stazione libera ungherese! Questa mattina alle 1,30 le forze sovietiche hanno scatenato un attacco generale contro la nazione ungherese. Chiediamo alle Nazione Unite di inviare aiuti immediati. Può darsi che le nostre trasmissioni cessino presto e che non possiate più udirci. Noi comunque taceremo soltanto quando ci avranno uccisi. Non sappiamo quando saremo tutti massacrati!».

E radio Rajk Libera: «Compagni, il posto di ogni comunista ungherese onesto è sulle barricate!».

Alle 13,30 di quella stessa giornata Radio Gyor Libera lanciò questo disperato messaggio: «Appello alle nazioni dell’Occidente! Sos! Sos! Sos! La nazione ungherese sanguina a morte. Aiutateci, aiutateci! Sos! Sos!».

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Carri armati sovietici occupano uno snodo strategico della viabilità di Budapest

Deludendo le speranze di Nagy e degli insorti che combattevano sulle barricate, il mondo se ne fregò, e rimase inerte a guardare il sangue dei patrioti magiari scorrere per le strade di Budapest. E in Italia, mentre l’Avanti!, il giornale dei socialisti all’epoca alleati con i comunisti, titolava «Tutta l’Ungheria occupata militarmente dall’Urss» (e quella fu la causa della rottura fra Psi e Pci), l’Unità, organo ufficiale del partito comunista italiano, pubblicava questo epitaffio: «Le bande controrivoluzionarie vengono costrette alla resa dopo i loro sanguinosi attacchi contro il potere socialista».

Capite adesso perché, sebbene siano ormai trascorsi sessant’anni da quegli eventi, ancora di certe cose nel nostro Paese è meglio non parlare? Perché altrimenti qualcuno potrebbe finalmente essere chiamato a fare sul serio i conti con la storia. E non ne uscirebbe bene!

I resoconti degli appelli lanciati al mondo dalle radio libere magiare nei giorni della rivolta sono tratti da La rivoluzione ungherese (Una documentata cronologia degli avvenimenti attraverso le trasmissioni delle stazioni radio ungheresi), Arnoldo Mondadori Editore, giugno 1957.

2 pensieri su “Il martirio e il silenzio

  1. I successivi accordi di Yalta definirono il quadro geopolitico di influenza del dopo guerra con implicite condizioni di non ingerenza da parte dei due blocchi è così che le democrazie occidentali hanno venduto la libertà di alcune nazioni dell’ est Europa.
    In quegli anni ero bambino ma in casa ascoltavamo in continuazione le trasmissioni radiofoniche sulle vicende della rivoluzione ungherese sino alla sua fine.
    Mio fratello che allora aveva circa 22 anni nello spiegarmi i fatti e perché nessuno fosse intervenuto mi disse anche che ex partigiani e ex combattenti repubblicani della guerra di Spagna non hanno più rinnovato la tessera dell’allora PCI e qualcuno tentò di raggiungere l’Ungheria.
    Gli ungheresi come polacchi e, piu tardi, cecoslovacchi sono stati sacrificati dalle democrazie occidentali che si erano spartite il mondo con URSS.
    Quello che si diceva che vi furono influenze straniere (America) ha una possibilita di essere vero, la CIA infatti tramite anche il Vaticano ha fatto avere fondi all’ opposizione di alcuni paesi dell’est come del resto la Russia ha finanziato i partiti comunisti del resto del mondo libero.
    I conrei dei responsabili sono tanti e sarebbe indispensabile raccontare la storia in modo critico e non celebrare un fatto senza valutare il contesto, purtroppo oggi certi accadimenti non interessano più ai giovani che non conoscono neanche quella dei testi scolastici scritta dai vincitori.

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  2. Verissimo, io avevo 14 anni e seguivo con molta attenzione quegli eventi. Ho anche conservato da allora il libro di Mondadori nel quale sono riportati tutti i messaggi che in quei giorni si scambiavano le radio libere nate ovunque dopo il primo intervento dell’armata rossa. Va aggiunto che a distogliere l’attenzione del mondo da Budapest fu la concomitante crisi di Suez con l’intervento di inglesi, francesi e israeliani per il possesso del canale appena nazionalizzato da Nasser, altro focolaio – uno era pure nell’estremo oriente con la guerra fra Cina comunista e Cina nazionalista (Taiwan) – che fece rapidamente salire la “febbre” in tutto il pianeta. La concomitanza dei due eventi – Ungheria e Suez – indusse Usa e Urss (alleata di Nasser) a cercare un accordo, sicché gli americani fecero forti pressioni sui loro alleati affinché si ritirassero al canale, e questo accordo Usa-Urss portò al “sacrificio” dell’Ungheria, anche perché i sovietici avevano minacciato serie ritorsioni (bomba atomica) su Londra e Parigi in caso di intervento americano.

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