Percy, il poeta che amò il golfo

Shelley195 anni fa, esattamente come oggi, l’8 luglio del 1822, periva tragicamente nel mare della Versilia un gigante della poesia mondiale: Percy Bysshe Shelley. Lo “Spirito di Titano entro virginee forme”, come lo definì poi Giosuè Carducci, aveva trascorso gli ultimi suoi due mesi di vita nella casa bianca di San Terenzo, quella che chiamiamo Casa Magni, un luogo del quale era innamorato, così com’era innamorato del golfo intero tanto che sperava di riuscire a convincere la recalcitrante moglie Mary a fermarsi lì ancora un po’, almeno per tutta l’estate. Eppure, quando si parla dei grandi poeti nel golfo, a Spezia si ricorda soprattutto Byron, la cui presenza è invece limitata a quattro soli giorni, trascorsi per di più a letto perché ammalato in una brutta locanda di Lerici, e si tende quasi a ignorare Shelley e Mary, (autrice di Frankenstein).

Ricordo che durante i due mesi trascorsi a San Terenzo Shelley scrisse Lines written in the bay of Lerici e Triumph of life, opera rimasta incompiuta per la morte di Percy.

Oggi, dunque, ricorre il 195° anniversario di quel tragico evento e tornando con la mente al ragazzo che tanti anni fa si innamorò dell’Ode al vento dell’Ovest – “Se l’inverno viene, potrà la primavera essere lontana?” – ho pensato di ricordare quei giorni pubblicando qui il capitolo che a Shelley ho dedicato in “Ottocento”. Un piccolo regalo per i lettori di questo mio blog.

CAPITOLO SETTIMO

Storia d’amore e di morte

 

… una splendida piccola città
su un golfo
che reca il suo nome
Margaret Juliana Maria Dunbar

                                                                                                                                              

Villa Shelley (2)

Villa Magni nella seconda metà dell’800

Qualcuno pensa che la sua ombra aleggi ancora fra gli scogli, sull’acqua, nel cupo della macchia colata giù dal colle di Marigola a cingere l’abbacinata casa bianca; si dice che nei sovrumani silenzi della notte un’anima sensibile possa udirne i sospiri, il sussurro, e magari la voce stessa mentre rimanda a memoria i versi del Triumph of life.

Si dice che il Poeta, lui, il carducciano Titano entro virginee forme, sia ancora lì, che il suo spirito riemerso dall’inquieto mare della Versilia abbia infine trovato in quella casa la requie dell’infinito, spettro fra quegli spettri che con angoscia e indicibile spavento scorse una notte nella sua stanza, pochi giorni prima di spingersi verso le eterne elisèe sponde.

La casa è Casa Magni di San Terenzo, quello che dovrebbe essere un luogo sacro per chi ama la poesia, il luogo in cui l’amore, la libertà, i sogni non hanno catene, e che invece è ostaggio d’una cintura d’asfalto percorsa da ferraglie che eruttano gas e spandono puzzo d’olio lubrificante e di gomma bruciata.

In quella casa visse i suoi ultimi sogni, o deliri, Percy Bysshe Shelley[1], sommo eroe del Romanticismo inglese.

«Una casa antica, rozza, coi piedi nel mare, con le spalle difese da un monte sempre verde di pini e di lecci, con un terrazzo e un portichetto che conduce al mare. Più nave che casa», la descriveva Paolo Mantegazza.

All’epoca – primavera del ’22 – la strada fra Spezia e Lerici non c’era ancora, e la casa immersa nel bosco sporgeva il suo portico sulla scogliera offrendosi alle rudi carezze delle burrasche. Grazie ai disegni di artisti dell’800 quali, fra gli altri, Pasquale Domenico Cambiaso e Henry Roderick Newman, sappiamo che ai lati della casa c’erano due muraglie di cinta che proteggevano il parco dagli assalti del mare. Una fortezza, più che una casa. Ma una fortezza disarmata, docile ostaggio di una natura senza padroni.

Il poeta sceglie San Terenzo

villa con barca da Daniel Roberts«Io, come la rondine di Anacreonte ho lasciato il mio Nilo e sono migrato qui per l’estate, in una casa isolata di fronte al mare e circondata dal soave e sublime scenario del Golfo della Spezia. Io abito ancora questa divina baia, leggendo drammi spagnoli, veleggiando e ascoltando la più incantevole musica», scriveva Shelley ammaliato dai luoghi.

La scapestrata brigata era giunta a fine aprile a Casa Magni, presa a pigione dai marchesi Ollandini. Percy e la moglie Mary[2] avevano lasciato Pisa il 26, ma giunti nel golfo si erano separati poiché la casa prescelta, peraltro l’unica disponibile, era vuota. Lei, incinta, aveva trovato sistemazione in un albergo di Spezia mentre lui a Lerici, accampatosi in una locanda, si preoccupava di arredare con la mobilia fatta arrivare con due barconi il loro nuovo alloggio, l’abitazione nella quale, scrisse Edward Ellerker Williams (1793-1822), ci si sentiva «come se fossimo a bordo di una nave, e il ruggito del mare ci portava questa idea fin dentro al letto».

Shelley era arrivato in compagnia della moglie, del figlioletto Percy Florence, della sorellastra di Mary, Mary Jane Clairmont (1798-1879) detta Claire, e di uno stuolo di servitori. L’indomani si unirono a loro gli amici Edward e Jane Williams, coppia di fatto (lei aveva abbandonato il marito), e il 13 di giugno furono raggiunti da Edward John Trelawny (1792-1881), rimasto ospite della casa bianca per cinque giorni. John, una specie di avventuriero da mari del sud descriveva il nido scoperto da Shelley come un rustico; sotto c’era una sorta di porticato con pavimento in terra battuta usato per il rimessaggio delle barche e quale ripostiglio per gli attrezzi da pesca, e sopra un unico piano, con la sala centrale e quattro stanze attorno; poi un caminetto per cucinare e una terrazza affacciata sul mare sopra il portico.

Alcuni strani hippies dell’Ottocento

E qui la comitiva si installò formando una specie di equivoca comune, alla quale di quando in quando si aggiungevano altri tipi stravaganti venuti da chissà dove, tutti dediti alla letteratura, alle gite in barca, alle chiassose scorribande lungo la spiaggia. Un po’ come gli hippies anni ’70 del ’900, e difatti anch’essi predicavano il libero amore, e poiché le loro non erano solo platoniche prediche, essi finirono per tirarsi addosso la manifesta riprovazione nella chiusa comunità locale.

Il modo di vivere di quella gente bizzarra, atteggiamenti che lasciavano intravedere il viluppo di equivoche relazioni fra il poeta, la sorellastra della moglie, Claire Clairmont, e Jane, moglie dell’amico Edward, creava scandalo fra i paesani, già turbati dal fatto che nella villa andavano e venivano ospiti che trascorrevano gran parte delle loro giornate nudi. E poi dormivano in terra, tutti assieme, su giacigli improvvisati e in un’unica stanza.

Non meno riprovevole appariva agli occhi dei santerenzini il comportamento della padrona di casa la quale, mentre il marito andava in giro per il paese o a Lerici cercando di reclutare dei domestici, trascorreva le sue giornate sdraiata in terrazza a leggere e scrivere.

L’antipatia degli indigeni nei confronti di quegli stravaganti personaggi appena arrivati era in verità ricambiata con gli interessi. Mary, per esempio, non le mandò certo a dire: «… la popolazione era selvaggia e odiosa…”; “… perfino il gergo di questi Genovesi era disgustoso…»; «I nativi erano ancora più selvatici del luogo. I nostri vicini di S.Terenzo erano più simili ai selvaggi che ogni altra popolazione tra le quali prima avevo vissuto. Essi trascorrevano più di una notte sulla spiaggia, cantando, o piuttosto urlando; le donne danzavano fra le onde che si infrangevano ai loro piedi, gli uomini si appoggiavano agli scogli associandosi ad esse con i loro forti cori selvaggi».

Ad analizzarlo oggi, freddamente, appare schizofrenico il rapporto di Mary nei confronti del luogo; un rapporto conflittuale, d’amore e di odio. Ma se non le andavano molto a genio gli abitanti, neanche lo strazio per la perdita dell’amato bene le fece detestare il posto, che anzi le apparve forse più bello attraverso la lente del dolore.

Il 15 agosto, poco più di un mese dopo la morte di Shelley, scriveva a Maria Gisborne: «Il Golfo della Spezia è suddiviso in molte piccole baie delle quali la nostra era di gran lunga la più bella: i due estremi della baia essendo promontori ricoperti di boschi e coronati dai Castelli di Lerici e di San Terenzo, il verde ricopriva le colline che racchiudevano questa baia e bellissimi gruppi di alberi erano pittorescamente contrastati dalle rocce, dal castello e dal paese; il mare si stendeva di fronte mentre ad ovest si vedevano il promontorio e le isole che formavano uno degli estremi confini del Golfo. Vedere il sole che tramonta su questo scenario, le stelle splendenti e la luna che sale, era una vista di meravigliosa bellezza».

Così, in questo microcosmo, il gruppo trascorreva le sue spensierate giornate.

Che rabbia quel Byron…

Poi da Genova giunse la barca tanto attesa, uno schooner a due alberi lungo sei metri, il vascello che Shelley si era fatto costruire dal comandante Daniel Roberts, il legno che l’avrebbe condotto nell’Aldilà. Lo schooner era arrivato già bell’e battezzato come Don Juan, ma Shelley e Mary avevano in mente un altro nome: volevano chiamarlo Ariel, e su questa storia Shelley si stizzì parecchio, affannandosi anzi a raschiare via quasi con rabbia dalla chiglia e dalle vele quel “Don Juan” imposto da Byron. Un Byron con il quale negli ultimi tempi Shelley non legava più molto. D’altronde, l’impressione che si ricava leggendo le loro lettere a parenti vicini e lontani è che fra i due ci fosse stima, ma non amicizia; e semmai che Shelley fosse amico di Byron, ma che a Byron non importasse poi molto di Shelley. Per dirne una, scrivendo a un suo corrispondente Byron dette nelle prime righe sbrigativa notizia della morte di Shelley, nemmeno parlasse di un semplice conoscente comune, per passare subito dopo a trattare di affari, argomento che all’apparenza gli interessava di più. E pure davanti alla pira sulla quale ardeva il corpo del connazionale i suoi commenti furono tutto tranne che afflitti, anche se, forse per nascondere un attimo d’irrefrenabile commozione, malgrado non stesse bene, quasi in un impeto d’ira, vano gesto di protesta contro l’ineluttabilità del fato, si gettò poi in acqua nuotando con furia fino al suo schooner, il Bolivar, ancorato a un miglio e mezzo dalla riva.

I rapporti fra i due si erano deteriorati in quell’avvio di primavera. Nel pieno dell’inverno trascorso a Pisa erano invece andati d’amore e d’accordo tanto da progettare di trascorrere assieme l’estate a venire; e per questo già a febbraio Shelley e Williams avevano fatto un salto a Spezia alla ricerca di un alloggio abbastanza ampio da ospitarli tutti, ma senza trovarlo. Poi accaddero cose che delusero profondamente Shelley. Così la raccontava Guido Biagi, il letterato fiorentino che nell’agosto del 1890 ricostruì a Viareggio gli ultimi giorni del poeta: «Tutte queste bassezze (di Byron – N.d.A.) offendevano e ributtavano Shelley. Altro che villeggiare con lui! Non poteva vederlo, non sognava che d’esserne le mille miglia lontano»[3].

E in aprile, quando con Mary tornò a Spezia per cercare una sistemazione per l’estate, Shelley prese l’unica casa disponibile – Casa Magni, già adocchiata a febbraio – che andasse bene per sé e per la sua famiglia, e non certo per uno spocchioso pari d’Inghilterra con i suoi mobili, i suoi pavoni, i suoi cavalli, i suoi servi, le sue scimmie e le sue galline. Lo stesso Byron del resto mai e poi mai avrebbe acconsentito di vivere lì, senza tutte le sue comodità.

In ogni caso con quella barca Percy girò in lungo e in largo davanti alla costa e nel golfo. «Navighiamo in questa baia deliziosa nel vento della sera – scrisse – sotto la luna estiva, finché la terra sembra un altro mondo».

pira shelley

La tragica pira sulla spiaggia di Viareggio

Prima di osare troppo Shelley e Williams fecero delle prove, anche per impratichirsi delle manovre, allargando via via il loro raggio di azione. Martedì 14 maggio si spinsero fin davanti alla spiaggia di Spezia regalando alla gente che passeggiava sulla riva spericolate quanto vanesie esibizioni di dilettantesca abilità nautica. Al ritorno a Lerici trovarono ad aspettarli un servitore di un certo conte S., ministro del governo dell’imperatore d’Austria, il quale confidò loro che il suo padrone avrebbe gradito moltissimo fare un giro nel golfo con l’Ariel. Shelley naturalmente accondiscese, ma d’improvviso il vento cadde rendendo impossibile per il resto della giornata qualsiasi movimento dell’imbarcazione.

Il mattino seguente, con un bel sereno e una fresca brezza Shelley e Williams, dopo avere convinto Mary e Jane ad andare con loro, e con Charles Vivian, il diciottenne mozzo inglese arrivato con la barca, che li seguiva come un’ombra, puntarono la prora su Portovenere attraversando il golfo in tutta la sua larghezza per tornare poi subito indietro, giusto in tempo per mettersi a tavola.

Ecco la magica isola delle sirene

Altra puntata da quelle parti, ma con un azzardo maggiore, nella giornata di sabato 18 maggio. Obiettivo della gita era infatti un’uscita in mare aperto, il giro della Palmaria, e fu così che poterono vedere da vicino lo scoglio del Tinetto, che a essi piacque molto e che ribattezzarono lì per lì l’Isola delle sirene.

Una bella esperienza, quanto bastava per farli correre ancora più in là, a Massa, come inesorabilmente attratti – quasi un demoniaco richiamo – verso quella Versilia che li perderà.

Ma con l’andare dei giorni, fra l’ostile curiosità dei santerenzini, l’allegra brigata cresceva di numero. Il 13 giugno a loro si aggiunsero infatti Trelawny e Roberts, arrivati a Lerici con il Bolivar costruito da Roberts per conto di Byron. Rimasero a Casa Magni fino al 18, poi Trelawny partì con lo schooner per Livorno e Roberts rimase a Lerici per alcuni aggiustamenti da fare al Don Juan-Ariel.

Shelley, che intanto aveva composto “Lines written in the bay of Lerici”, andava dunque prendendo confidenza con il suo giocattolo, e lì, sull’Ariel, ascoltando il fruscìo delle vele e il sibilo del vento che sferzava il sartiame, scrisse il “Triumph of life”, poema rimasto incompiuto, spezzato dalla burrasca che si portò via quel carducciano “spirito di Titano entro virginee forme”, troncato proprio sulla domanda – fatalità della vita. O della morte? – che a ben vedere da sempre insegue il genere umano: Then, what is life?

Già, che cos’è, in fondo, la vita?

Mary, che aveva solo 25 anni, aveva trascorso quelle settimane con una crescente inquietudine nel cuore, convivendo con la sgradevole sensazione che una tragedia stesse lì lì per travolgerli tutti.

«Per il tempo della nostra permanenza a Lerici – confessò – l’intenso presentimento di una disgrazia vicina incombeva sulla mia mente, e copriva quel bellissimo luogo e quella splendida estate con l’ombra di un’imminente infelicità».

In effetti per poco non toccò a lei morire, e ciò le fece sulle prime pensare che fosse per l’appunto quella la temuta sventura. Mary il 16 giugno abortì, e l’aborto le causò un’emorragia che la ridusse in pericolo di vita. La salvò Shelley, lesto a immergerla nella vasca da bagno colma di acqua ghiacciata sì da rallentare il flusso del sangue. Ma come Mary scopri una manciata di giorni dopo, non era quello lo straziante evento che sovrastava le loro esistenze.

Una tragica pira sulla spiaggia

Shelley ariel

La Ariel

Cosa accadde si sa. In poco più di un mese dall’arrivo della barca tutto precipitò. Recatosi il primo luglio a Livorno in compagnia dell’amico Williams, di Roberts e del giovane Vivian per incontrarsi poi a Pisa con lord Byron e con l’amico Leigh Hunt, appena giunto dall’Inghilterra per discutere con loro di un giornale da fare, il Liberal, l’8 luglio, sorpreso da una buriana sulla via del ritorno Shelley naufragò con l’Ariel una decina di miglia al largo delle bocche del Serchio. Aveva 29 anni. I resti dei tre – con lui c’erano Williams e Vivian, mentre Roberts era rimasto a Livorno – furono ritrovati quindici giorni dopo, “straccati”[4] sulla spiaggia all’incirca quattro miglia l’uno dall’altro, e per ragioni di regolamenti sanitari, al fine di evitare pestilenze, vennero trattenuti in quarantena, coperti di calcina forte e sepolti nella sabbia. Infine, il 15 di agosto alla presenza di Mary, Hunt, Trelawny e Byron, e di alcuni gendarmi e funzionari di polizia, il corpo di Shelley fu dissotterrato e arso su una pira di rami di pino eretta sulla spiaggia di Viareggio in località alle due fosse. Solo il cuore non bruciò, e Trelawny allora lo raccolse e dopo averlo riposto in un recipiente sotto aceto di vino lo porse a Mary la quale lo collocò in un cofanetto che divenne suo inseparabile compagno fino alla morte. Durante il viaggio in carrozza che doveva riportarla in patria, tenne la macabra reliquia sulle ginocchia, racchiusa fra le mani, come a proteggerla con il suo amore. Lì c’era lo spirito immortale di Shelley.

shelley spiaggia

La spiaggia in cui fu trovato il corpo del poeta

Mary morì il primo di febbraio del 1851 a Londra e fu inumata nel cimitero di Saint Peter a Bournemouth, nella contea inglese del Dorset, accanto alle tombe di Mary Wollstonecraft, William Godwin e al cuore di Shelley.

Le ceneri del poeta raccolte dallo stesso Trelawny furono invece deposte il 21 gennaio del 1823 nella parte alta del Cimitero acattolico di Roma, davanti alla Piramide di Caio Cestio. Sulla lapide sono scolpiti tre versi del canto di Ariele, dalla “Tempesta” di Shakespeare: «Niente in lui che perire possa / che il mare non lo vada convertendo / in qualcosa di ricco e di stupendo».

(Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, novembre 2011)

[1] Percy Bysshe Shelley nacque a Field Place (Sussex, Inghilterra) il 4 agosto 1792 e morì nel mare di Viareggio l’8 luglio 1822.

[2] Mary Wollstonecraft Godwin (1797-1851), scrittrice, autrice di Frankenstein.

[3] Guido Biagi (1855-1925), Gli ultimi giorni di Percy Bysshe Shelley, pag. 22, Mauro Baroni editore & C., Viareggio, 1992.

[4] Termine, che sta per l’odierno spiaggiamento, usato nel rapporto di polizia sul ritrovamento dei tre cadaveri.

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