
Per sessant’anni ho fatto il giornalista. Lavorando al Secolo XIX, alla Nazione, alla Gazzetta della Spezia, da corrispondente del Corriere mercantile, o da collaboratore di Radio golfo dei poeti, ho dato notizie che pensavo interessassero la gente, e per avere notizie stuzzicanti ho scarpinato spesso dalla mattina alla sera (e talvolta anche alla notte) per tutta la città; ho rischiato la salute (il giorno dopo la notte del cloro a Fossamastra sono finito in ospedale per intossicazione); ho visto scene che non auguro a nessuno di vedere (sapete com’è un bambino schiacciato da un trattore, o come sono due operai bruciati vivi, o un povero diavolo mangiucchiato dai pesci? O uno finito sotto un treno?); mi sono trovato a raccontare anche cosa si provava stando davanti alle bare di trentacinque ragazzi morti in un incidente stradale, una bara in fila all’altra. Ho avuto persino qualche problemino quando qualcuno mi ha fatto capire che forse le Br si interessavano pure a me, dal momento che scrivevo di industria armiera. E poi tante altre cosette, come uscire di casa il lunedì mattina e tornarvi il martedì sera, tutta una tirata a lavorare, naturalmente senza notturni o straordinari pagati; oppure non avere oggi alcuna difficoltà nel ricordare dov’ero il Capodanno del 1985, o il giorno di Santo Stefano nel 1973, o la Pasquetta del 1990 (o tutti questi giorni festivi di un anno qualunque)… Nessuna difficoltà perché so bene dov’ero e cosa facevo: ero a lavorare. Come a lavorare ero in ciascuna delle domeniche dell’anno (salvo un paio in periodo di ferie). Ero insomma a lavorare affinché il giorno dopo i lettori fossero informati.
Ma se non ci fossero i giornalisti? Lo chiedo, perché a quanto si sente dire in giro quella del giornalista è una razza in via di estinzione, ormai roba anch’essa da WWF!

Certo, volendo, un giornale oggi come oggi puoi farlo lo stesso, soprattutto grazie al copia e incolla, a Internet, ai social e, da poco, dai primi assaggi dell’Intelligenza artificiale (tanto per essere chiari, per me è Stupidità artificiale), tuttavia lo fai online e senza i cronisti, senza qualcuno, cioè, che pioggia o solleone, vento o grandine, rischiando magari l’incolumità personale va a vedere per poi riferire cosa ha visto e sentito.
Vabbè, si dirà, ma tanto via email o Whatsapp o Instagram arrivano copiosi i comunicati del sindaco, dell’assessore, del presidente della tale associazione, degli uffici stampa, e uno che li impagina senza quasi manco ritoccarli basta e avanza. E nemmeno devi uscire dalla redazione, così con il caldo stai al fresco, e con il fresco stai al caldo. E questo durerà finché la sorte degli ultimi giornalisti superstiti non… farà più né caldo né freddo a nessuno. Tanto, a informare l’ignaro cittadino ci penserà l’Intelligenza artificiale, o, meglio, quei pochi che disporranno dei codici per governare l’Intelligenza artificiale. E pazienza se alla fine nessuno potrà esclamare come fece uno straordinario Humphrey Bogart: “È la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente!”.
Già, non puoi farci niente!
E io penserò con nostalgia a quella notte in cui a Fossamastra, con la nuvola di cloro che usciva dal vagone…