Morte di un anarchico

Carabiniere polveriera

Il carabiniere Leone Carmana mette in fuga da solo gli anarchici lanciati all’assalto della polveriera di Vallegrande. Gli sarà assegnata la medaglia d’oro al valor militare (Calendario dell’Arma del 2002)

«Un milite in lacrime gli disse: Coraggio Dante. Ed egli, col filo di voce che ancora gli rimaneva: Sono episodi della vita… non è niente… Datemi dell’acqua… muoio».

È cronaca di giorni lontani, giorni in cui sulle fabbriche spezzine occupate sventolava la bandiera rossa dei soviet, giorni in cui la polizia sparava sui dimostranti lasciandone qualcuno sul terreno, e giorni in cui qualcun altro, in nome di altri ideali, sparava a bruciapelo sui carabinieri stendendone un paio. E sullo sfondo, brividi rivoluzionari fra i marinai delle navi da guerra in rada, pronti a riunirsi agli insorti il giorno in cui la massa fosse davvero insorta, assalti alla polveriera militare, provocazioni, attentati, e scioperi contro il carovita. Quel tempo è passato alla storia come il “biennio rosso della Spezia”, un caso nazionale se non fosse convenuto affogarlo nel silenzio; ma è anche il tempo di un uomo singolare, un lupo solitario, un anarchico individualista di nome Dante Carnesecchi.

Dante era un tipo strano, senza dubbio straordinario; un bombarolo che amava suonare dolci melodie con la chitarra, un duro dal pugno di acciaio e il cuore di ghiaccio, uno che agli altri non dava niente, e nulla chiedeva. Un Barabba, a sentire i gendarmi, un compagno del quale andare fieri, per gli anarchici arcolani, una delle più belle figure dell’individualismo anarchico. Ma anche un uomo del quale gli spezzini non sanno più nulla.

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Lenin

Dante Carnesecchi era nato a Vezzano il 12 marzo 1892, e aveva 29 anni quando fu ucciso dai regi carabinieri, nella tarda serata della Pasqua del ’21, il 27 marzo, ad Arcola.

Era l’uomo del mistero, Dante. Perché di lui si raccontava che ne aveva combinate di cotte e di crude – in senso positivo dal punto di vista degli anarchici – ma nessuno lo aveva mai visto compiere una sola delle tante azioni che avevano contribuito a diffondergli attorno un alone di leggenda.

«Alto, atletico, volto energico, parco di parole, rapido nel gesto, tagliente lo sguardo: una giovinezza creata per l’azione, e nell’azione interamente spesa», così lo descriveva Tintino Persio Rasi (Auro d’Arcola), precisando appunto che «gran parte delle sue gesta rimarranno per sempre ignorate, poiché, solo a compierle, ne portò il segreto nella tomba».

Un duro, dicevamo: «Non aveva amici, non ne ricercava: non affetti, mollezze, piaceri. In seno alla famiglia viveva senza vincoli. Verso la madre, come verso le sorelle che lo adoravano, si comportava con la freddezza di un estraneo. Egli, a cui pure non difettavano i mezzi, coricava sul duro materasso, onde evitare di provare dell’attaccamento agli agi di casa. Un individuo simile non era fatto per essere amato. E dell’amore non conobbe né le estasi sublimi né le dedizioni mortificanti».

Dal punto di vista fisico doveva essere una specie di Rambo: «Era boxeur, lottatore, ciclista, automobilista, corridore, acrobata, tiratore impareggiabile», e in più, «suonatore e compositore di un virtuosismo piuttosto arido e cerebrale». Come se non bastasse, era anche un «ottimo poliglotta».

Dante sovietInsomma, un tipo interessante, senza dubbio, tanto che non era per nulla azzardato attribuirgli la colpa o il merito (dipende sempre dai punti di vista) dei disordini scoppiati nella città di Pueblo, nel Colorado (Usa) fra il 26 maggio del 1913 e il novembre del ’15, guarda caso proprio nel periodo in cui Dante Carnesecchi si trovava da quelle parti ospite di un amico che abitava con il fivizzanese Cesare Vegnuti morto, non si sa come, nell’ottobre del ’13 nella stessa Pueblo. La città fu al centro di una grande rivolta operaia con scioperi e scontri a fuoco fra minatori, in maggioranza ispanici e italiani e i vigilantes di alcune miniere sostenuti dalla Guardia Nazionale. È possibile che dietro quei tumulti ci fosse lo zampino di Dante l’anarchico?

A dire il vero, però, fra le tante accuse rovesciare sul giovanotto, non una è stata mai provata. Del resto lui sembra un fantasma. Se si eccettuano gli scritti anarchici, rari ritagli di giornali e il certificato di nascita, non c’è traccia del suo passaggio, né nel casellario centrale, né all’anagrafe di Vezzano. Perfino le sue ossa sono scomparse.

Si direbbe una leggenda metropolitana, il Dante. Eppure, di imputazioni gliene hanno appioppate un bel po’.

Durante il periodo dell’immediato dopoguerra, il territorio del circondario di Spezia fu particolare teatro d’una serie incessante di attentati anarchici contro le proprietà, le polveriere, le caserme, le autorità, le reti ferroviarie e telegrafiche. Ingenti patrimoni appartenenti allo Stato e ai privati andarono distrutti; numerosi carabinieri ed agenti della forza pubblica perirono sotto la folgore della rivolta; il prestigio dell’autorità affogava nel ridicolo; i rivoltosi rimanevano ignoti, malgrado i numerosi arresti a casaccio. Il sospetto dell’autorità cadeva sul gruppo d’audaci che scuoteva le basi dell’ordine e della sicurezza borghese. E più del sospetto avevano la certezza che il Carnesecchi fosse tra questi, se non l’anima, certamente il più temibile. Ma egli era un giovane senza precedenti giudiziari: un incensurato che non lasciava traccia delle sue colpe. Si tentò, tuttavia, più volte d’incolparlo. Invano. La polizia si accaniva ad arrestarlo. La magistratura mancava d’ogni prova perfino indiziaria per procedere. E non tardava a rilasciarlo in libertà.

Lo accusarono anche dell’assassinio di un carabiniere e del ferimento di un brigadiere durante un comizio vietato il 13 giugno del ’19 a Santo Stefano Magra, ma Dante se la cavò con l’assoluzione. È vero, si prese a parole con un brigadiere (“Ma chi è lei? un prefetto? un sottoprefetto? Lei non è nulla e poi autorità non ve ne sono più. Vada via che qui comandiamo noi, vogliamo fare quello che abbiamo fatto alla Spezia“). Ma materialmente a sparare furono altri.

carmana-1Infine lo accusarono di avere capitanato l’assalto alla polveriera di Vallegrande il 4 giugno del ’20, e per ciò fu arrestato tre mesi dopo, appena finita l’occupazione delle fabbriche. Ma non poterono provare alcunché.

Era nella lista nera – su questo non c’è dubbio – e in quella tragica serata di Pasqua gli saldarono il conto. I giornali allineati raccontarono che, fermato dai carabinieri, li aggredì con un coltello cercando poi di fuggire, cadendo infine sotto i colpi dei moschetti. Ma i compagni anarchici e la madre raccontarono una ben altra storia, storia avvalorata dalle condizioni in cui era il cadavere quando fu portato all’obitorio.

Il Libertario del 31 marzo ricostruì così la sua fine. Al Limone erano accasermati regi carabinieri che s’erano fatti una trista fama nei dintorni: gente che menava nerbate senza ragione, che provocava, che procedeva ad arresti immotivati. E quella sDante giornaleera del 27 marzo il branco uscì dalla caserma – racconta il Libertario – per una spedizione in quel di Arcola. Al loro arrivo, le strade si svuotarono e la gente si rinchiuse nelle case. Finché arrivarono davanti all’abitazione della madre di Carnesecchi. Dante era dentro con lo zio, e quando alle 23,30 uscì, fu affrontato dai carabinieri che gli chiesero le generalità. Quindi, saputo il nome, il brigadiere che comandava il gruppo lo colpì con uno schiaffo. Fu il segnale: gli altri carabinieri si avventarono su Dante colpendolo a loro volta con gli scudisci al punto che fracassarono la chitarra con la quale Dante cercava di ripararsi. Il giovane tentò allora la fuga, ma la sua corsa fu fermata da una pallottola nella schiena. Quindi i militi gli furono addosso lo colpirono con il calcio dei fucili, gli spararono con i moschetti e con le pistole; il povero corpo martoriato fu preso a calci, altri vi affondarono i pugnali e ne fecero scempio. Incredibile a dirsi, il giovane visse ancora, spirando però prima dell’arrivo all’ospedale della Spezia. Il giorno dei funerali, la città si fermò, le fabbriche si svuotarono, i negozianti abbassarono le saracinesche in segno di lutto.

«Sono episodi della vita… non è niente…».

(Gino Ragnetti, “Pasqua di sangue”, La Gazzetta della Spezia, 6 ottobre 2006)

 

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