Lo spezzino, la cinesina, l’antico apuano

romani

Era malato di leucemia, e purtroppo per lui non c’erano molte speranze. Come estrema risorsa, pur sapendo che era come cercare un ago in un pagliaio, i medici avevano lanciato un appello per trovare un donatore di midollo. D’altronde la tecnica dei trapianti era agli albori e il sistema informativo era ancora molto artigianale per cui appariva un’autentica impresa trovare cellule compatibili con quelle del malato.

Tuttavia il ragazzo, un adolescente che secondo alcuni siti internet era della Spezia, alla fine scampò alla morte. Fu quasi un miracolo, perché a salvarlo fu… un guerriero apuano, un legionario romano vissuto prima ancora che nascesse Gesù Cristo. Probabilmente quel soldato nacque dalle nostre parti forse sulle Apuane, forse sul Gottero, comunque, era un ligure. E visse i suoi ultimi anni, pensate un po’, in Cina. Ebbene il Dna da lui tramandato, dopo un viaggio durato due millenni è arrivato fino ai nostri tempi quasi avesse da compiere una missione divina: salvare una giovane vita residente proprio nel luogo in cui lui aveva avuto i natali duemila anni prima. È davvero una storia ai confini della realtà, e come sempre accade in questo genere di cose, si stenta a credere, però così è stata ricostruita sulla base di ricerche scientifiche condotte dagli antropologi increduli a loro volta, ma a un certo punto disposti ad accettare la realtà, e così ve la propongo.

Per seguire fin dall’inizio questa straordinaria vicenda dobbiamo risalire fino al 53 avanti Cristo quando alcune legioni della Roma repubblicana agli ordini del governatore della Siria Marco Licinio Crasso, triumviro con Pompeo Magno e Giulio Cesare, furono sbaragliate nella battaglia di Carre, nella Turchia orientale, dall’esercito dei Parti guidato da Iran Spahbod Surena. Accade così, come racconta Plutarco, che cinquemila soldati romani, impossibilitati a tornare verso occidente, avendo la strada sbarrata dai Parti, cercassero la salvezza marciando verso oriente aprendosi spesso la strada combattendo contro i nemici sconosciuti.

La voce della presenza di una banda di armati mai visti, guerrieri forti e abilissimi, quasi invincibili, si sparse rapida in quelle lontanissime contrade suscitando a un tempo curiosità mista a ostilità. Le fonti raccontano che essi combattevano “stretti a vicenda come le squame del pesce”, e questo particolare agli studiosi nostri contemporanei ha subito fatto pensare allo schieramento alla “testudo”, tipico delle legioni romane.

Quegli strani soldati trovarono molti e valorosi avversari sulla loro strada, ma andarono avanti, e tanto camminarono fino ad arrivare addirittura nella Cina orientale dove subito trovarono, per così dire, una sistemazione: furono arruolati come mercenari da un capo guerriero, il generale Izh-Izh della dinastia Hun, che li impiegò nella guerra contro la nemica dinastia Han. Dopo una serie di vistosi successi i legionari romani sopravvissuti a tante battaglie – erano ormai rimasti solo in 150 – furono infine sconfitti dall’esercito degli Han e deportati nella provincia di Gansu dove, insieme a un migliaio di abitanti delle campagne circostanti, furono messi al lavoro per costruire la piccola città di Liqian.

A questo punto occorre fare un altro passo indietro per capire come avesse fatto un ligure – forse un apuano, o un briniate, o un sengauno, appartenuto cioè a una delle tante tribù stanziate nella Lunigiana storica, nell’area cioè compresa grossomodo tra il Serchio e il Bracco – a finire in Cina con addosso l’armamentario dei legionari.

Nel primo secolo prima di Cristo Roma aveva ormai sotto tutti i popoli che vivevano nella terra ligure. I primi a fare le spese della potenza dell’Urbe erano stati gli Apuani, seguiti quindi nella malasorte da Frignati, Veleiati, Briniati (questi ultimi vivevano nella zona in cui oggi sorge Brugnato), Sengauni, Tigulli e via via tutte le altre genti stanziate tra Genova e le Alpi Marittime. In seguito, di conseguenza, ormai amalgamatisi con gli invasori molti giovani liguri attratti dal fascino delle legioni e dell’avventura avevano finito per arruolarsi andando a combattere sotto le insegne della Repubblica, accettati più che volentieri dai consoli e dai generali trattandosi di guerrieri di prim’ordine. Non per nulla avevano tenuto testa per quasi un secolo alle armate che marciavano sotto insegne dell’S.P.Q.R. (Senatus PopulusQue Romanus) facendole penare non poco. Spinte sempre più in là dalla politica espansiva dei governanti romani, le legioni erano arrivate a guerreggiare in Spagna come in Africa, in Gallia come in Siria per cui è assai probabile che un bel giorno uno o più liguri si trovassero a combattere, e a uscirne sconfitti, a Carre (oggi Harran, in Turchia).

Plausibile quindi tutto il resto della storia: la ritirata verso oriente, gli scontri, la fondazione di Liqian.

Non è probabilmente un caso se dopo mille anni di totale anonimato Liqian è diventata da qualche tempo oggetto d’attenzione degli studiosi grazie al racconto di alcuni viaggiatori secondo i quali in un villaggio sperduto della Cina occidentale più della metà della popolazione presenta caratteri somatici caucasici piuttosto che asiatici.

All’inizio molti considerarono questa storia come una delle tante leggende metropolitane fiorite attorno a località fuorimano, se non addirittura difficilmente raggiungibili. Ma quando la notizia comparve sull’autorevole rivista Beijing Review, il mondo scientifico alzò le antenne, con il risultato che quotidiani e rotocalchi si gettarono sulla vicenda facendola girare per tutto il pianeta. Gli abitanti di Liqian, o almeno una buona parte di essi, venivano descritti così: occhi azzurri, capelli biondi o rossi, naso aquilino, carattere aperto, dotati di un irresistibile senso dell’humour, amanti della musica del vivere. Erano parecchio più alti degli Han (l’etnia cinese) e l’esame del Dna li rivelava, seppure con risultati contraddittori, più affini alle popolazioni indoeuropee che non a quelle cinesi.

L’attenzione attorno a questa comunità naturalmente crebbe, e gli studiosi cominciarono analizzare i vari aspetti della loro vita, scoprendo per esempio che invece del riso coltivavano il frumento. Insomma la storia di questa piccola Roma posta lungo la via della seta fece ben presto il giro del mondo, tanto che con il beneplacito del governo, sempre più sensibile al profumo della valuta pregiata portata da turisti stranieri, a Liqian non cominciarono a costruire monumenti che assomigliavano a templi romani con contorno di statue raffiguranti senatori romani, centurioni e legionari.

Bene, ma che c’entra Spezia direte voi con questa storia? C’entra perché alcuni anni orsono come dicevo all’inizio prese a diffondersi e a prendere corpo una notizia straordinaria: alcuni medici si trovavano a dover affrontare una battaglia in apparenza disperata: salvare la vita a un ragazzo, un ragazzo spezzino, ammalato di leucemia.

La situazione era resa ancora più drammatica dal fatto che da quanto si era appurato con le analisi non era affatto facile individuare un donatore il cui midollo fosse compatibile con quello del paziente; nondimeno la famiglia e i sanitari non si dettero per vinti.

Chi mostra di conoscere bene questa storia racconta che un giorno, un giorno radioso per il ragazzo, per i suoi familiari, ma anche per medici e infermieri che lo avevano in cura, giunse la splendida notizia che forse si era trovato un donatore giusto, anzi una donatrice: era una ragazza cinese residente a Hong Kong (all’epoca protettorato britannico quindi non ancora parte dello sconfinato impero rosso). Ma le sorprese non erano finite lì: gli esami clinici effettuati e ripetuti certificavano che le cellule del midollo della ragazza cinese non solo erano compatibili con quelle del giovanetto, ma che erano addirittura identiche. Come era possibile? Che cosa poteva accomunare due giovani nati e vissuti a decine di migliaia di chilometri l’uno dall’altra?

“L’unica possibilità – risposero i clinici – è che i due avessero un antenato comune”. Vale a dire un familiare del famoso ligure andato a combattere con le legioni dell’Urbe.

Ecco così che salta fuori l’incredibile storia di Liqian e dei suoi strani abitanti, di un guerriero apuano che forse duemila e passa anni fa si arruolò nell’esercito romano, che si trovò a combattere sotto le insegne di Marco Licinio Crasso e che, sconfitto, finì in una sperduta località della Cina orientale situata lungo la via della seta dove si costruì un’altra vita mettendo al mondo figli… i quali ebbero figli… i quali ebbero figli… e ciò per duemila anni, fino a quando una giovane discendente di quel legionario non ebbe l’occasione di donare una piccola preziosa parte di sé per strappare alla morte un suo sconosciuto… parente spezzino.

Sì, siamo davvero ai confini della realtà.

(Mio articolo pubblicato nel n. 100 del settimanale free press cartaceo La Gazzetta della Spezia – fu un numero speciale di cento pagine, un numero da collezione – uscito il 22 febbraio 2008).

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