Portus lunae, mistero svelato: ecco dov’era!

L’8 maggio scorso, in occasione della mia nomina a socio accademico dell’Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini” – nomina della quale vado orgoglioso – nel corso della lectio magistralis di prammatica, intitolata Portus lunae – La commedia degli equivoci, ho rivelato per la prima volta quella che, secondo me, è la prova materiale, concreta, che il Portus lunae – lo scalo usato per quasi sessant’anni dai consoli romani impegnati nelle loro missioni belliche – non poteva essere nell’ambito della piana del Magra, ragione per la quale doveva essere giocoforza il golfo della Spezia, con ciò ponendo fine a una disputa che durava da almeno due secoli.

Orbene, rotto il ghiaccio, penso di poterne parlare adesso al cospetto di un uditorio più vasto qual è quello dei blog e dei social, ammesso che agli spezzini interessi sapere che la loro città avrebbe tutte le carte in regola per rivendicare, qualora lo volesse sul serio, una storia assai più profonda di quella canonica della sua erezione a podesteria (1343) a spese di Carpena. Si dovrebbe scendere come minimo al 237 a.C. allorché il console Lucio Cornelio Lentulo Caudino insediò un castra, dice Zonara[1], sulle rive di un grandissimo golfo nel territorio apuo-lunense.

Per cominciare, alla “Capellini” ho citato, e ne ripropongo alcune qua, le prove indiziarie che conducono in una sola direzione: il Portus lunae era il golfo della Spezia.

Quali sono queste prove indiziarie? Anzitutto una premessa: Tito Livio, il maggiore cantore della romanità, ci dice che esistevano un Portus lunae e una Luna. Questa Luna era la base navale installata, e così battezzata proprio dai romani, nel Portus lunae – il grande golfo appena strappato agli etruschi che l’avevano sottratto ai liguri – per garantire assistenza agli eserciti in transito verso (o da essi provenienti) i fronti di guerra oltremare, e in particolare la Spagna e la Sardegna, dove i filocartaginesi e gli indipendentisti stavano dando non poco filo da torcere ai consoli. Dunque, poiché ogni esercito romano si componeva di due legioni per complessivi diecimila legionari, e di un contingente di quindicimila uomini fornito dalle Nazioni alleate dei romani, quando si parla di Luna si intende per forza di cose una cittadella militare con sedi per i comandi, casermaggi per la guarnigione, attendamenti per i militari di passaggio, luoghi di culto, luoghi di svago, officine per la riparazione delle navi, delle armi, dei carriaggi, macchine belliche, stallaggi, cucine e mense, depositi, infermerie, ecc.. Dov’era tutto questo? Era a San Vito di Marola e in talune delle più ampie insenature della costa di ponente del golfo. Al Fezzano, per esempio, secondo Ubaldo Mazzini c’era un magazzino annonario per il rifornimento delle navi. Quasi tutto è andato purtroppo perduto a seguito del cannibalismo edilizio[2], degli scavi e degli sbancamenti effettuati per la costruzione dell’arsenale, e dei bombardamenti del ‘43. D’altronde, si è mai vista in ogni luogo e in ogni tempo una flotta da guerra priva di una base logistica a terra dove fare provviste di acqua, di derrate, di munizioni, per rinnovare l’equipaggio, o fare eventuali riparazioni alle navi?

Da notare che Livio cita espressamente due volte Luna, e a quel tempo (195 a.C.[3] e 186 a.C.[4]) c’era un unico soggetto chiamato Luna – la base navale, appunto – dal momento che alla Luna etrusca (nome che nella lingua dei Rasna significava “porto”) era stato cambiato il nome in Portus lunae, e la Luna-colonia non era stata ancora fondata. Altro punto fermo: il Portus lunae era un porto esclusivamente militare, attivo dal 237 al 180 a.C. circa, cioè sino al raffreddarsi dei conflitti in Spagna e in Sardegna, e allo spostamento più a settentrione del fronte delle guerre celtiche, dopo diche è scomparso dalle scene, salvo qualche occasionale comparsata di quando in quando. Cos’era e dov’era, dunque, se non nel golfo della Spezia, quel Luna citato da Livio?[5]

Pertanto, preso atto che negli anni precoloniali Luna era un avamposto all’interno del Portus lunae diamo allora un’occhiata quelle famose prove indiziarie:

  1. Il greco Strabone, il più autorevole geografo dell’epoca disse: “Da Pisa a Luna sono 400 stadi”.  Ebbene, navigatore satellitare alla mano si scopre che tra Pisa e Luna (golfo della Spezia), ci sono 75 chilometri, giusto 400 stadi. Controprova: da Pisa all’Anfiteatro di Luni ci sono 55 chilometri, pari a 297 stadi.
  2. Strabone dice: “Tra Luna e Pisa c’è chorìon Macra”. Bene, in greco antico la parola chorìon aveva molteplici significati, fra i quali villaggio, fortino e colonia. Al tempo di Strabone la colonia di Luna (Luni) – appena ripopolata dall’imperatore Augusto dopo essere stata abbandonata dagli ultimi abitanti al principio del primo secolo a.C.[6] – era al presente un modesto villaggio, un chorìon, che doveva ancora conoscere i fasti indotti dal commercio dei marmi. Perciò, quella frase va letta così: “Fra Luna e Pisa, c’è la colonia (chorìon) sul Magra”. Il che conferma la presenza di un soggetto chiamato Luna (base navale) a settentrione della colonia.
  3. Secondo molti studiosi, in epoca romana il Portus lunae descritto da Strabone come “un porto grandissimo e bellissimo con tanti porti tutti profondi al suo interno, tutto circondato da alte montagne” era alla foce del Magra. Ciò significava che – giacché un golfo simile, quello della Spezia, sicuramente c’era – tra Porto Venere e l’Avenza dovevano esserci due porti grandissimi e bellissimi con tanti porti tutti profondi al loro interno. Ma come mai, in duemila anni, da Ennio, Livio, forse anche Virgilio, e compagnia bella fino ai giorni nostri, nessun autore parla di due golfi gemelli, citandone invece uno soltanto? Sarà mica che uno dei due era nient’altro che una bizzarra invenzione?
  4. Il Greco medesimo ci dice che da entrambi i lati di quel vasto golfo si vedeva una gran porzione di costa. Perciò prendiamo il golfo della Spezia, e, sempre fronte a mare, saliamo prima sulla Castellana guardiamo a destra, e poi a Montemarcello guardando a sinistra, e cosa vediamo? “Una gran porzione di costa”, ossia la costa delle Cinque Terre e della riviera da un lato, e la riviera apuoversiliese dall’altro. Ripetiamo la prova con il presunto grande golfo del Magra e, saliti sulle alture di Ortonovo, guardiamo a sinistra. Cosa vediamo?” Una gran porzione di costa”. Bene, facciamo allora l’ultima verifica, tanto per andare sul sicuro. Torniamo a Montemarcello e guardiamo stavolta a destra. Che cosa vediamo? Toh, non c’è quello che secondo Strabone dovrebbe esserci, e cioè “una gran porzione di costa”. C’è invece, e c’era allora, il grande golfo della Spezia. E adesso? Che fine ha fatto quel grande, magnifico, golfo?

Ci sarebbe dell’altro, ma lasciamo perdere. Se uno vuole capire capisce, sennò è inutile perdere del tempo!

Venendo dunque alla promessa “prova concreta”, è doverosa la consapevolezza che stiamo ragionando in termini di milioni di anni, non di millenni, come ci ammonisce il geologo professor Giovanni Raggi nel suo contributo alla redazione della Carta ittica della provincia della Spezia, edita nel 1990 dalla Provincia della Spezia.

Questa storia inizia infatti cinque milioni di anni fa, al tempo in cui il PaleoVara scaricava le sue acque nel golfo della Spezia, mentre il PaleoMagra scorreva nel letto del PaleoSerchio. Tre milioni di anni dopo – siamo nel Pliocene superiore – troviamo una situazione più complessa, esito di chissà quale cataclisma, con il Magra che approfittando della sella di Vezzano-Termo sfocia ora anch’esso nel golfo della Spezia contribuendo, insieme al Vara, alla formazione del materasso alluvionale che funge oggi da giaciglio per la città.

Trascorre altro tempo, e troviamo il Magra finalmente nell’alveo odierno, nel quale alcuni millenni più tardi sarà raggiunto dal Vara nella zona di Bottagna formando il tronco terminale del Magra, il quale, tuttavia, non sfociava nel mare, bensì in un vastissimo lago costiero detto “lago di Sarzana”. Poco più tardi – è ovviamente relativo quel “poco” – rotto il diaframma che lo separava dal mare quel lago diventa un immenso golfo, con l’acqua spinta forse fino a Ceparana.

Arriviamo infine fra gli 1,8 milioni e i 130mila anni, nel momento esatto in cui in virtù dell’apporto degli inerti dei due fiumi si completava l’interramento del “golfo del Magra”, ovvero il bacino dell’odierna valle, sino a farne una pianura secca, come la vediamo oggi.

Per decenni i propugnatori dell’idea del Portus lunae/foce del Magra – dopo avere finalmenteaccantonato la vecchia convinzione che l’intera valle del Magra nel tempo della repubblica fosse un golfo anche più ampio di quello della Spezia – hanno sostenuto la tesi secondo la quale nell’areale del Magra c’erano quantomeno due ampie insenature, denominate Seccagna e Marinella, le quali potevano essere benissimo due bacini portuali, parti del sistema del Portus lunae. Successivamente, però, con due saggi pubblicati nel 2010 e nel 2013, altri studiosi hanno smontato quella tesi asserendo che in epoca romana la Seccagna e la Marinella erano già pressoché interamente costipate dai materiali trascinati a valle dal fiume, per cui non potevano essere dei bacini portuali.

Nel 2013 questa lettura del quadro ambientale – niente Seccagna e niente Marinella – è stata indirettamente confermata dalle archeologhe Lucia Gervasini e Marcella Mancusi, entrambe con importanti trascorsi nella direzione dell’Area archeologica o del Museo archeologico di Luni, le quali scrivevano: «È infatti ormai acquisito dalla letteratura scientifica che il porto di Luni si articolava in due bacini distinti, quello fluviale a ovest, nel contesto dei traffici di modesto tonnellaggio, e uno a sud-est per le navi di maggiore portata, appunto le lapidarie. Le indagini geomorfologiche e archeologiche danno ora conto di questa affermazione»[7].

Chiarito che il Portus lunae nulla aveva a che vedere con il Porto di Luni (più corretto sarebbe chiamarlo Porto di Avenza), militare l’uno, commerciale l’altro, attivi in esclusiva a distanza di secoli l’uno dall’altro, è d’uopo precisare che i due “bacini distinti” vanno indentificati non con la Seccagna o la Marinella, interrate da chissà quando, bensì il primo in una insenatura situata nei pressi di Bocca di Magra, caratterizzata da bassi fondali, per piccoli commerci locali, e il secondo in una fossa interna nella zona dell’Avenza, usata soprattutto in epoca imperiale per il trasporto dei marmi a Roma, messa in comunicazione con il mare da un canale che, a detta di Ludovico Antonio Muratori, una delle menti più lucide della cultura europea del Sette-Ottocento, era agibile a intermittenza, aperto cioè a seconda delle condizioni meteomarine. C’è anche una carta del ’500 che propone una simile configurazione: un lago costiero, con un canale di collegamento con il mare (immagine sotto)..

Tutto questo ci avvicina sempre più al momento cruciale, l’ora della verità. Quella della prova decisiva per scoprire dov’era davvero, senza possibilità di dubbio, il Portus lunae!

Un grande passo avanti n questa direzione lo facciamo grazie a Carlo Promis, uno storico, archeologo e architetto mandato a Luni da re Carlo Alberto per sovrintendere alla prima campagna ufficiale di scavi nell’area archeologica.

Anzitutto, diceva il Promis: «Io sono indotto a credere come cosa certissima, che Luni non abbia mai avuto un porto a se stessa unito, ma che la fama di città marittima solo dovesse al non lontano golfo della Spezia»[8]. Niente male come incipit, vero?

Per esporsi in questa maniera, giocandosi la reputazione al cospetto del suo sovrano, il Piemontese doveva avere delle buone carte in mano, tanto è vero che non si limitava a esporre il proprio parere in merito, ma anzi lo motivava con ottime ragioni. «Si osservi – diceva – quali siano state in tempi antichissimi le vicende di questo aumento di spiaggia e vedrassi che essa deve essere cresciuta con prodigiosa celerità dal piede dei colli di Trebiano e di Sarzanello sino a che colla sua massa è arrivata ad una linea che potrebbe tirarsi dall’Avenza alla punta del Corvo, perché sino a tal momento essendo costante la rotazione delle torbide verso ponente, era il loro allargamento in mare impedito dal monte Caprione, o promontorio Lunense, che allora non poteva essere che una scogliera disposta a formare coi monti Apuani, del moderno Val di Magra inferiore, un secondo Golfo, per ampiezza, forma e giaciatura, similissimo a quello della Spezia. Ma allorché le brecce e le terre trascinate dai fiumi giunsero all’altezza della punta del Corvo, allora il movimento marino che tende a ponente, non più smorzato dal quel promontorio che già non più in mare sporgea, ma in terraferma, e congiunto al vento di maestro un terzo sopra ponente, radendo con continua ed estrema forza l’anzidetta linea, impedì quel regolare e celere allargamento di terreno, lasciando bensì che la spiaggia della Marinella si cangiasse in secca continuata, ma facendo pur anche che la superficie acquistata nel mare fosse d’allora in poi assolutamente minima, e che la sua progressiva estensione fosse di tal lentezza da poter quasi sfuggire all’occhio dell’osservatore»[9].

Stiamo parlando, ripeto, di qualcosa che risale a ritroso nel tempo dai centomila ai milioni di anni fa.

Il punto di vista del Promis era condiviso dal professor Giovanni Capellini, il quale precisava che all’incirca una decina di milioni di anni fa «i depositi miocenici si accumulavano nelle lagune le quali occupavano specialmente quella porzione che dalle vicinanze di Ponzano si avanzava fino alla foce attuale del fiume»[10]. Ne consegue che un milione di anni fa la linea di costa doveva essere simile a quella odierna e che da allora non abbia più subito mutamenti sostanziali, visto e considerato che a parere di molti esimi studiosi il preteso innalzamento del livello del mare, sostenuto da alcuni autori, a ridosso dell’epoca storica non ci fu.

“Vabbè, ma queste sono solo supposizioni”, dirà l’ultimo dei mohicani cercando uno specchio sul quale arrampicarsi.

Ok, e allora, a parte che pretendere di giudicare due scienziati quali il Promis e Capellini denota una dose di presunzione degna di migliore causa, passiamo alla prova concreta, materiale, non confutabile, della quale dicevo all’inizio.

Viene utile riprendere da dove il Promis ci aveva lasciati, cioè a dire dagli inerti rubati dal fiume alle montagne e trasportati fino al litorale apuo-lunense. Una volta riempito completamente – e sottolineo l’avverbio completamente – il bacino della valle del Magra, interrando quello che in tempi preistorici era l’amplissimo golfo evocato dal Promis, giunti alla linea di costa idealmente tracciata dalla foce del Magra al rostro del promontorio del Caprione, ovvero Punta Corvo, quei materiali lapidei, ciottoli, brecce, terra, limo e sabbia, in pratica, non trovando più contrasto potevano disperdersi nel mare aperto.

In realtà, però – ecco la grossa novità – non andavano lontano. Giusto da questa scoperta traiamo la prova provata che il Portus lunae non poteva essere nella valle del Magra, che fosse di ambiente fluviale o marino!

Io credo che pochi italiani abbiano letto il brano che riporterò qui sotto. E se qualcuno lo ha letto (una di questi pochi, pochissimi, è la geografa spezzina professoressa Luisa Rossi[11]), quel qualcuno di sicuro al mille per mille non lo ha collegato alla storia del Portus lunae. Sospetto, di conseguenza, di essere l’unico ad averlo fatto!

Dunque, si tratta di questo. Nella loro migrazione in mare, sotto la pressione delle correnti che spingevano verso ponente quei materiali si spargevano al largo, nondimeno il loro vagabondare dirimpetto alla riva era alquanto breve perché a causa di una dorsale sottomarina che ne frenava la deriva finivano per accumularvisi contro formando nelle centinaia di migliaia di anni una lunga secca stesa dall’estuario del Magra sino all’isola del Tino, frangendo l’onda e proteggendo dalle libecciate lo stesso golfo della Spezia.

Quell’ostacolo naturale è stato descritto nel dettaglio dal colonnello del Genio Pierre Hyacinthe Boucher de Morlaincourt, direttore delle fortificazioni della 18ª Divisione di Genova, e uomo di fiducia dell’imperatore Napoleone Bonaparte. Riferendosi al golfo della Spezia – ecco il brano al quale facevo cenno – scriveva: «La natura sembra avere appositamente creato una nuova barriera per preservarlo dagli effetti del vento che spira dalla sua direzione. C’è una secca che si estende davanti all’entrata del golfo e svolge in qualche modo la funzione di un molo contro il quale si smorzano le onde del mare quando c’è vento da sud-est, il che rende il movimento ondoso infinitamente minore nel golfo che al suo esterno. Questa barra comincia nei pressi dell’isola del Tino e si dirige pressoché in linea diritta verso la foce della Magra».[12]

Di essa faceva cenno l’ottocentesco capitano Luigi De Bartolomeis: «Questo banco (…) era pur noto agli uomini di mare sino dai tempi del Petrarca che lo cantò nella sua Africa»[13] [14].

La storia non finisce certo qui, perché ci sono almeno tre carte topografiche che, illustrando il golfo della Spezia, confermano la presenza di quella secca.

In tutte e tre c’è disegnata una forma ovale oblunga, collocata al centro dell’imboccatura del golfo, tra Lerici-Tellaro e il Tino, che rappresenta quel banco, con alcuni numeri che stanno a indicare la profondità dell’acqua stimata in braccia, secondo l’unità di misura usata dai marinai di quel tempo. Il corpo centrale del bassofondo, il più grosso e il più lungo, occupa quasi per intero la distanza tra il Tino e Tellaro, andando verosimilmente ad assottigliarsi alle due estremità, l’una spingendosi, come dice de Morlaincourt, fino alla bocca del Magra, dove infatti spesso e volentieri si formavano dei banchi di sabbia simili a degli isolotti, e l’altra che arrivava probabilmente a contatto con una secca più piccola, nota come Secca di Dante, che va dal Tino alla Palmaria. I marinai potranno dire se il vasto bassofondo di cui parlava de Morlaincourt esiste ancora oppure no.

Nella prima carta, datata 1730, opera dei cartografi-idrografi francesi Henry Michelot e Laurent Bremond, riservata all’archivio del re di Francia, di traverso alla silhouette della “secca”, insieme ai numerini che segnalano le “braccia”, c’è la scritta brasses (braccia, in francese) a indicare il livello del mare in corrispondenza dei vari fondali. Poco discosta, a caratteri più grandi, c’è la scritta Banc de sable sous l’eau.

Nella seconda carta, attribuita a Joseph Roux, e datata 1804, a fianco della sagoma della secca c’è in grande la scritta Brasses.

La terza è un lavoro di Joseph Maistre, datato 1863. Lì c’è solamente l’indicazione della secca (una forma geometrica ovale piuttosto allungata), senza alcuna scritta, a parte dei numerini, tanto piccoli da sembrare dei puntini, che evidenziano les brasses.

La secca dovrebbe poggiare su una piattaforma continentale subacquea esistente fra la Spezia e la Corsica nota con il nome di Terrazzo della Spezia[15], la quale fa sì che la pendenza del fondale sia più dolce favorendo di riflesso il deposito e la compattazione degli inerti sulla platea marina. È ovvio che qualora quello smisurato golfo del Magra fosse esistito ancora nel Mille, o addirittura nel 1500 come vorrebbe la Carta della Tuscia, la secca in questione – la quale, dopo la totale colmata della linea di costa, dal Parmignola al Corvo, aveva ragionevolmente impiegato oltre centomila anni per formarsi, non certo mille soltanto – non avrebbe potuto esserci, giacché le sabbie erranti avrebbero trovato all’interno di quel “golfo” lo spazio e il tempo per sedimentarsi prima di ultimare il riempimento a ridosso di Punta Corvo ed essere spinte infine dalle correnti verso il mare aperto. Il fatto che ne parlasse il Petrarca conferma invece che nel 1300 detta barriera era già conosciuta, che esisteva da tempi infiniti, e che, quindi, nell’antichità la linea di costa era suppergiù simile a quella attuale.

Siamo pertanto in presenza di un’ulteriore prova – credo di poter dire la prova definitiva, la prova SCIENTIFICA – dell’inesistenza, al tempo dei romani, di un golfo, grande o piccolo che fosse, nell’asta terminale del Magra. Sopravvivevano solamente il seno dai bassi fondali di Bocca di Magra e una buca precaria nell’ansa dell’Avenza, poi usata per il traffico dei marmi, presto però riempita essa pure dagli inerti del fiume.

In poche parole, fine della storia. Ora abbiamo l’assoluta certezza che il Portus lunae cantato da Livio, il porto descritto da Strabone, il golfo che a sentire Ennio meritava senz’altro una visita, non era lì! E se non era lì, dov’era?


[1] Giovanni Zonara (XII secolo), storico bizantino, Epitome delle storie o Annales, VIII 18, 7: «… e conquistò alcune fortezze».

[2] L’erudito secentesco Gasparo Massa spiegava che i materiali ricavati dalla demolizione «d’un ampio Arsenale di molti Archi, e volte, reliquie di fabbrica antica», furono usati per costruire le mura trecentesche dalla Spezia.

[3] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIV, 2, 8b: Giunto con le sue armate di terra e di mare “nel Portus lunae”, preparata che fu la spedizione, il console Marco Porcio Catone partì “da Luna” per recarsi in Spagna.

[4] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIX, 21, 6: Il pretore Caio Calpurnio Pisone si trovava nel Portus lunae quando il Senato gli mandò un messaggero con l’ordine di affrettare la partenza per la Spagna. Arrivato a Luna, il corriere scoprì però che Calpurnio era già partito.

[5] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIV, 2, 8b e XXXIX, 21, 6.

[6] Aruns incoluit desertae moenia Lunae», diceva Marco Anneo Lucano in Pharsalia.

[7] Lucia Gervasini e Marcella Mancusi, Portus Lunae. Dati per la ricostruzione paleogeografica del paesaggio costiero dell’alto Tirreno: il progetto di ricerca archeo-geomorfologica.

[8] Carlo Promis (Torino, 1808-1873), Dell’antica città di Luni e del suo stato presente, pag. 25, Stamperia Reale, Torino, 1838.

[9] Carlo Promis, Dell’antica città di Luni e del suo stato presente, pagg. 26-27.

[10] Giovanni Capellini (La Spezia, 1833-Bologna, 1922), Descrizione geologica dei dintorni del golfo della Spezia e Val di Magra inferiore, destinata alla illustrazione della carta pubblicata nel 1863 dal cav. Giovanni Capellini, pagg. 80-81, per i tipi Gamberini e Parmeggiani, Bologna, 1864. Promotore e fondatore della Società Geologica Italiana, fu a lungo rettore dell’Università di Bologna.

[11] Luisa Rossi, Lo Specchio del golfo, pag. 94, Agorà Edizioni, Sarzana, 2003.

[12] Pierre Hyacinthe Boucher de Morlaincourt (Bar-Le-Duc, Marna, 1783-1852), Memoire sur le golphe de la Spezzia, sa position ses avantages maritimes, et sur les moyens de le defendre per terre et par mer, Mantova, 1° luglio 1807.

[13] Luigi De Bartolomeis, Notizie topografiche e statistiche sugli Stati sardi, lib. II, vol. IV, parte II, pag. 1.587, Tipografia Chirio e Mina, Torino, 1847. De Bartolomeis era archivista e bibliotecario della Regia Accademia Militare dello Stato maggiore generale di Torino.

[14] Francesco Petrarca (Arezzo, 1304-Aequà, Padova, 1374), L’Africa: «… e freme l’onda sui sassi guadabili», VI, pag. 167, G.C. Sensoni, Firenze, 1926. Oppure anche: «Noto fra i marinai e le schiene annerite, i mari si infrangono e le onde rocciose ruggiscono nelle secche», da Giovanni Sforza, Gli studi archeologici sulla Lunigiana, in Atti della Regia Deputazione di storia patria per le provincie modenesi, volume VII della seie IV, pag. 93, per i tipi di G.T. Vincenzi e Nipoti, Modena, 1895.

[15] Atlante generale metodico De Agostini, pag. 30, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1984.