
In un villino poco distante dalla città, nei pressi del mare, visse per sedici anni alla Spezia, svolgendo un ruolo di rilievo anche sul fronte diplomatico, un personaggio importante del mondo letterario internazionale.
Si trattava di Charles James Lever, uno scrittore nato a Dublino da genitori inglesi. Formatosi al celeberrimo Trinity College della capitale irlandese, si trasferì in Italia vivendo diverso tempo in Toscana. Stabilita nel ’51 la sua residenza a Spezia, in una casetta – precisava – ubicata sulle rive del golfo, da qui mosse per le sue visite alle più attraenti località dei dintorni. Dal 1858 al 1867 fu viceconsole britannico a Spezia, perciò doveva essere un uomo importante, un frequentatore dei salotti buoni della città proprio negli anni della Grande Trasformazione, periodo durante il quale perse il villino di San Vito (nella foto), spianato dai badilanti del maggiore Chiodo. “Sfrattato”, si trasferì forse alla Locanda Odessa.
Durante il periodo spezzino, Lever pubblicò numerose opere quali One of Them (1851), The Daltons (1852), The Dodd Family Abroad (1854), Maurice Tiernay: Soldier of Fortune (1855), Sir Jasper Carew, his Life and Times (1855), The Fortunes of Glencore (1857), Davenport Dunn, a May of our Day (1859), Barrington (1863), Luttrell of Aran (1865), Tony Butler (1865), A Rent in a Cloud (1865) e Sir Brooke Fossbrooke (1865).
In The Dodd family abroad, opera in forma epistolare in due volumi stampata a Londra, Lever fa scrivere una lettera da una delle protagoniste del romanzo, Caroline Dodd, datandola “Spezia, Croce di Malta”.
Anche quest’opera ci consente di “vedere” com’erano la città e il golfo a quei tempi, un golfo, ammette subito Caroline, che non ha uguali. «Mare, cielo, verde, aria balsamica, placide sensazioni di un’atmosfera profumata da mille aromi, tutto il respiro di questa splendida terra».
«Il giardino, una piccola passeggiata per la gente della città, che corre lungo la spiaggia, è un’esplosione di fiori cremisi, il fiore di San Giuseppe, non ne conosco il nome botanico. Il mare blu – e che blu! – rispecchia ogni scoglio, e la rupe e alti castelli in tutti i loro particolari. Veloci barche con vele latine scivolano silenziose avanti e indietro sull’acqua».
Detto di ritenere Spezia molto più bella di Como, Caroline/Lever si chiedeva come mai un posto del genere fosse così poco frequentato da quelle orde di randagi e disordinati inglesi che oziavano qua e là nel continente. Il fatto era che i viaggiatori che andavano via mare seguivano la rotta Genova-Livorno, e d’altra parte Spezia, che pure era una località balneare, quanto a divertimenti offriva poco agli stranieri.
«Non c’è nulla, nulla, di ciò che ci si aspetta di trovare in un posto sull’acqua. Non muli da affittare, non abbonamenti a concerti, e la musica della banda cittadina è, mi spiace dirlo – confessava Caroline – così terribilmente brutta che non richiamerebbe nemmeno una ventina di persone. Spezia è, d’altronde, au naturel, e io spero che possa restare sempre così».
E dal canto suo dopo avere raccontato del divertimento dei bagni, delle chiacchiere e del gossip, il capofamiglia, un militare, sospira: “Mi dispiace molto dover andare via da Spezia”.
In The Fortunes of Glencore pubblicato a Londra sempre da Chapman e Hall, nel terzo dei tre volumi di cui si compone Lever descrive (pag. 158) sia Spezia sia il problematico trasbordo sul Magra. Per la cronaca, secondo l’Handbook for Travellers in Northern Italy nel 1851 passare il Magra col traghetto costava 80 centesimi per una carrozza con due cavalli e dieci centesimi per ciascun passeggero.
Sul suo soggiorno spezzino lo scrittore dublinese ci ha lasciato anche questa simpatica testimonianza: «Fin dal mio arrivo qui, noi abbiamo vissuto sull’acqua, le deliziose onde blu del golfo. Di tutti i luoghi che mi è capitato di vedere, Spezia è il più bello».
Go raibh maith agat, mister Lever, mille grazie per le belle parole.
Testo tratto da Gino Ragnetti, “Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia”, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, La Spezia, 2011.