Clamoroso, ecco il nuovo Milan

Nel silenzio di tomba che da tempo avvolge le vicende milaniste, un uccellino mi ha spifferato quanto starebbe accadendo a Casa Milan. Informazioni clamorose, sulle quali al momento manca tuttavia l’ufficialità.
Questo sarebbe dunque lo “squadrone” societario e tecnico targato Elliot per il prossimo campionato.
Paul Singer, americano, proprietario del Fondo Elliot proprietario dell’Ac Milan.
Gordon Singer, americano, figlio di Paul, capo della sede Elliot di Londra e console plenipotenziario per il Milan.
Paolo Scaroni, italiano, presidente.
Ivan Gazidis, sudafricano di origini greche, Amministratore delegato e Direttore generale.
Ralf Rangnick, tedesco, Direttore generale dell’area tecnica.
Julian Nagelsmann, tedesco, allenatore.
Paul Mitchell, tedesco, secondo.
Lars Kornetka, tedesco, aiutante di campo.
Moritz Volz, tedesco, aiutante di campo.
Michael Emenalo, nigeriano, direttore sportivo.
Hendrick Almstad tedesco, budget per il mercato (braccio destro di Gazidis).
Casper Stylsvig, danese, chef reveue office.
Goffrey Moncada, francese, capo scout.
James Murray, inglese. capo dello staff.
Maikel Oettle, tedesco, Head of sponsorship sales.
Alex Rasmussen, danese, Global Sponsorship Manager.

In partenza i due Donnarumma, Calabria, Conti e Romagnoli, mentre a Bonaventura e a Ibrahimovic non sarà rinnovato il contratto.

La squadra: Begovic, Duarte, Hendandez, Laxalt, Gabbia, Bennacer, Biglia, Çalhanoğlu, Kessie, Krunic, Paquetà, Saelemaekers, Castillejo, Leao, Rebic.

Verrà probabilmente cambiato il nome in Milan cricket and football club

Completati l’organigramma e l’organico tecnico, sembra si stia infine svolgendo una selezione tra i tifosi. Si cercano sessantamila stranieri per riempire lo stadio.

1854, in fuga dal morbo

Nel 1800 almeno tre grandi epidemie di colera – il morbo che “andava di moda” a quel tempo – seminarono panico, disperazione e lutti fra gli spezzini.
Della ventata di morte che si abbatté sulla città nel 1884-1885 e dei settecento morti che causò sappiamo tutto, così come qualcosa sappiamo sull’infezione che nel 1866 mise in fuga gli operai impegnati nella costruzione dell’arsenale.
Meno nota, anzi poco, è invece la tragedia che si abbatté sulla nostra terra
nell’estate del 1854. Vediamo allora cosa accadde in quei drammatici giorni.

A Genova l’allarme risuonò il 23 luglio: colera! Attorno a quel morbo che da tempo serpeggiava lungo le coste del Mediterraneo c’era ancora molta incertezza; negli stessi ambienti medici ci si continuava perfino a chiedere se fosse contagioso oppure no; né se ne conosceva la causa, anche se i genovesi avevano già avuto a che farci in occasione dell’epidemia del 1835-36.
C’erano vaghe idee, lo chiamavano cholera morbus, si diceva che veniva da lontano, dall’India addirittura, ma qualcuno lo definiva morbo arabo. Fatto sta che il 23 di luglio un uomo morì in poche ore dopo avere accusato un malore i cui sintomi erano riconducibili, da quel poco che se ne sapeva, al cholera morbus. Si sospettò che fosse stato importato da marinai scesi a terra dalla nave Ville de Marseille e dalla corvetta L’Aquila, perché a Marsiglia il morbo infuriava da parecchi giorni. Poi l’Aquila fu scagionata, ma ormai aveva poca importanza: il 29 luglio già si contavano 266 morti su 705 casi segnalati.
Da quel momento, in quell’afosa estate l’angoscia dilagò per tutta la Liguria, con i bollettini medici che parlavano di un costante e crescente espandersi della malattia. La Gazzetta Medica Italiana – Stati Sardi cominciò a pubblicare le cifre ufficiali che davano il quadro clinico. Erano autentici bollettini di guerra.
Da quei comunicati sanitari sappiamo che da Genova il morbo aveva preso quasi subito a scendere nella riviera orientale, e che nella Provincia di Levante al 12 agosto si contavano 138 contagiati dei quali 79 poi morti, e che i comuni più colpiti erano quelli di Lerici e Monterosso. Intanto a Genova il bilancio aggiornato al 20 agosto era di 3.793 casi, di cui 1.958 con conseguenze letali.
Ma in quello stesso 20 agosto il quadro generale era già peggiorato di parecchio anche nel Levante, avendo il colera fatto la sua comparsa oltre che a Lerici e a Monterosso, dove si vivevano ore drammatiche, pure ad Ameglia, Arcola, Levanto, Portovenere, Spezia e Vezzano: i morti nella provincia erano diventati 152, su 266 casi segnalati. Una settimana dopo il contagio si era già esteso pure nell’interno, colpendo Borghetto e Carro, con un totale di 205 casi mortali su 370. A Genova e dintorni la tragedia si palesava frattanto con numeri spaventosi: 2.867 morti su 5.437 infettati.
I medici, impotenti, assistevano a un crescendo agghiacciante: al 2 settembre la provincia di Levante piangeva 250 morti su 439 contagiati, ma poi arrivarono i primi freddi, e l’epidemia iniziò a spegnersi: nel levante dal 3 al 9 settembre si segnalarono solo undici nuovi casi fra Lerici, Spezia e Portovenere sicché quando si poté stilare un bilancio finale si riscontrarono 282 morti su 499 ammalati, con una percentuale di decessi del 56,51 per cento. La sola città di Genova lamentava invece 2.694 morti su 5.067 contagiati.
Il colera si portò via, lontano dalla sua terra, anche un personaggio di primissimo piano, ben noto agli spezzini. Era in corso la guerra in Crimea, nella quale l’Italia era impegnata con un corpo di spedizione di quindicimila uomini, quando, assalito dal male, dopo una breve atroce agonia morì il generale Alessandro della Marmora, l’uomo che nel ’49 aveva evitato di usare il pugno di ferro in città, come pretendeva invece il governo di Torino, allorché Spezia pullulava di volontari “lombardi” in attesa di partire per andare a difendere la Repubblica Romana. La notizia suscitò costernazione e sincero cordoglio nel piccolo borgo.

Abitanti in fuga da Lerici

Sull’epidemia che mieté tante vittime nella Provincia di Levante c’è uno straordinario documento che ci racconta cosa accadde giorno per giorno da queste parti. È una relazione di un medico sarzanese, il dottor Giambattista Franchini, il quale riferisce d’essere stato testimone diretto degli effetti della pestilenza sia per avere cercato di curare otto malati a Lerici, uno a Bagnola, uno a Sarzana e uno nella campagna sarzanese, sia per avere potuto raccogliere informazioni di prima mano sul manifestarsi e il diffondersi del morbo nei paesi del golfo di Spezia e della restante parte della provincia.
Fino alla terza settimana di un luglio rovente, mentre a Genova il colera già infieriva da qualche tempo, a Spezia e circondario era ancora tutto tranquillo; non si segnalava alcun caso né fra gli abitanti né fra i molti genovesi che, fuggiti dalle loro case, avevano qui cercato riparo. C’era allarme, sì, il marchese Giuseppe De Nobili, nominato sindaco da appena un mese, e i suoi collaboratori erano in stato di allerta, però nulla lasciava presagire il peggio.
Ma proprio negli ultimi giorni del mese due persone venute da Genova si sentirono male, furono portate nell’ospedale allestito apposta per assistere i colerosi, e poco dopo resero l’anima. Così si entrò in pieno dramma, perché subito dopo morirono anche due spezzini “della classe povera”.
Il 28 sbarcò a Lerici da un bastimento proveniente da Genova un lericino, tale Felice Baracchini. Stava male, già a bordo aveva manifestato sintomi del colera, e qualcuno cercò di opporsi a che scendesse a terra, ma alla fine fu portato nella sua casa, e 12 ore dopo era già morto. Però, lamenta Franchini “non furono prese misure sanitarie di alcuna sorta”.
Poi il primo di agosto sempre da Genova arrivarono nel golfo altre persone piuttosto male in arnese: Giuseppe Natale Faridoni, lericino egli pure, due nuore di un certo Caranna, dentista spezzino, un non meglio identificato Bonatti di Marola e una Catti di Vezzano, e ognuno di loro raggiunse la propria abitazione o quelle di parenti.
«La sera del 3 agosto – rivela il dottor Franchini – si tenne in Lerici nella chiesa maggiore una lunga funzione, dove intervenne la massima parte degli abitanti: ivi il caldo fu tanto grande da far cadere in deliquio varie persone. Nel giorno seguente d’un tratto si manifestò il colera con tanta furia che di sedici colpiti ne erano già morti nove. Fra i colpiti v’era pure il Faridoni con sua moglie, che io stesso vidi agonizzanti nel giorno 5 agosto, ed altri della famiglia che morirono come fulminati nel giorno 4».
Fu il terrore, gli abitanti fuggirono nelle campagne, parecchi cercarono scampo alla Serra, e poco dopo pure lì si manifestò, senza però fare grandi progressi, il terribile male.
Scapparono da Lerici anche due donne, una di Sarzana e l’altra di Ponzanello (che all’epoca si trovava nel Ducato di Modena) venute nel golfo per fare i bagni. La prima, Giuseppina Vivarelli, tornò preoccupatissima a casa, ma poi dopo una notte tranquilla sentendosi bene si rinfrancò e di buon mattino si recò dalla madre che viveva in un casolare di campagna poco distante da Sarzana: alle 9 fu assalita dalla febbre, e alle otto di sera era morta.
Stessa sorte toccò alla donna di Ponzanello, che anzi contagiò l’intera famiglia che l’aveva ospitata: lo zio Andrea Bertagnini, la moglie e un figlio. Solo quest’ultimo la scampò.
A Spezia il colera fu introdotto dalle nuore del Caranna: si ammalarono, ma sopravvissero entrambe. Non altrettanto fortunati furono i due figli di una di loro, il vecchio suocero, sua moglie, una loro figlia, puerpera da pochi giorni, e un amico, tale Capellini, che era andato a trovarli. Anche la moglie del Capellini fu contagiata, ma guarì. Fu quello il focolaio principale dal quale partì l’epidemia che serpeggiò dentro la cinta murata dove «si ripeterono varii casi di questo male sugli abitanti, ma fortunatamente non ne fu grande il numero».
A Marola morì invece subito il Bonatti seguito poco dopo nell’Aldilà dal fratello, il quale a sua volta causò indirettamente il contagio di una lavandaia che aveva lavato e stirato le sue lenzuola. Franchini però non sapeva dire che fine avesse fatto la donna. Ma intanto il batterio aveva ormai rotto gli argini e «si sviluppò non solo a Marola, ma anche a Fezzano, Cadimare e le Grazie, paesetti o meglio borgate vicinissime le une alle altre». Alcuni casi furono denunciati a Portovenere, mentre a Vezzano la giovane Catti, giunta, come abbiamo visto, da Genova, morì poco dopo esservi arrivata, tuttavia prima di spirare aveva fatto in tempo a infettare il padre e alcuni vicini, che morirono a loro volta. Un contadino di Bagnola, sceso a Lerici per affari il 4 agosto, contrasse la malattia, ma si salvò, e a Bagnola non si segnalarono altri casi.

E un sarto salvò Sarzana

Diverso il discorso di Santerenzo. Sembrava un’isola felice, fino alla metà del mese non ci fu alcun allarme, ma l’imprudenza di due donne che ogni giorno si recavano a vendere pesci a Lerici, dove al contrario il morbo mieteva vittime, fece precipitare gli eventi. Le due donne morirono una dopo l’altra e ciò causò la fuga di tutti gli abitanti del paese nelle circostanti campagne il che consentì di ridurre a una decina soltanto i casi di colera nel giro di un paio di settimane.
Il maledetto vibrione vagava però instancabile alla ricerca di nuove prede, e senza l’intelligenza di un sarto avrebbe potuto causare una strage a Sarzana. Qui un mattino arrivò una pescivendola santerenzina, tale Catella, che aveva assistito le due colleghe poi defunte. Pareva stesse bene, ma giunta nella piazza maggiore di Sarzana «cadde colpita dal morbo – racconta il medico – e fu ospitalmente accolta in casa di un sartore, Giuseppe Bernardini, dove dalle 9 antimeridiane si trattenne sino alle 4 del pomeriggio, e le furono praticate sotto la mia direzione le cure che credei più convenienti. In seguito, fu trasportata al proprio paese per volere dei parenti, ed ivi nella notte morì. Il Bernardini mandò via con la malata i materassi e le lenzuola, bruciò il pagliericcio, profumò la camera, e la fece intonacare di nuovo». Precauzione opportuna perché «dopo questo fatto niun caso di colera avvenne in Sarzana».
Diversi decessi si registrarono viceversa sul monte Caprione in località Monti, dove un certo Tarabotto, scappato da Lerici, aveva trovato ospitalità presso la famiglia di carissimi amici. Purtroppo, dopo essere stato a Genova per affari, l’uomo aveva avuto la pessima idea di passare da Lerici prima di tornare a Monti; e qui cadde subito malato contagiando tutti i suoi amici che morirono nel giro di poche ore. Per contro lui, fatalità della vita, sopravvisse.
Il medico sarzanese analizzò con grande scrupolo tutti gli altri casi dei quali aveva avuto diretta o indiretta conoscenza, concludendo che «i paesi più maltrattati, ossia dove il cholera fece regolare invasione, furono Lerici, Cadimare e Le Grazie, luoghi poco puliti e insieme poco aerati, perché posti ciascuno in un seno di mare con un monte alle spalle e poco orizzonte davanti. Gli altri luoghi, invece, come Santerenzo, Vezzano, la Serra, Bagnola, Fezzano, Marola, la Spezia, Sarzana, dove il male poco o nulla si diffuse a onta dell’arrivo di persone infette, godono tutti di aria più libera, o, tolto Sarzana, la Spezia e Santerenzo, gli altri sono situati su colline».
In ogni caso, «a tutto questo si può ancora rimediare – ammetteva il dottor Franchini – con lo stabilire una volta per tutte se questo terribile malore sia o no contagioso»[1].
Insomma, i medici brancolavano nel buio.
Il cholera morbus tornò l’anno seguente, ma in forma molto più blanda.

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, pagg. 840, La Spezia, 2011.


[1]    Giambattista Franchini, Cenni storici e ragionati intorno al cholera morbus, memorie originali della Gazzetta Medica Italiana – Stati sardi, n. 46, 13 novembre 1854, pagg. 373-376, Tipografia Nazionale Editrice, Torino.

L’ammainabandiere

Che nella società Ac Milan stia succedendo qualcosa è fuori di dubbio. Si aspetta infatti da un momento all’altro l’annuncio del licenziamento di Zvone Boban perché non in sintonia – e l’ha detto chiaro e tondo con la sua consueta franchezza alla Gazzetta dello sport – e l’A.D. Ivan Gazidis. È probabile che al’uscita di Boban faccia seguito quella di Paolo Maldini. Il Milan ammaina insomma le sue bandiere.

Varrebbe la pena allora ricordare che l’ex cav. Silvio Berlusconi lasciando la società (con relativo introito di un bel pacco di soldi!) disse di avere lasciato il Milan in solide mani. Da allora abbiamo avuto prima il misterioso cinese Yonghong Li che di soldi ne aveva pochi, e poi il fondo speculativo americano Elliott, che avrà molti soldi ma poco sangue rossonero.

Che a Casa Milan stia succedendo qualcosa di grosso lo si evince anche dal sito ufficiale. Andando nella home e cliccando sul tasto Organigramma, esce infatti l’avviso che vediamo sotto.

In parole povere: non pervenuto! Perché la pagina è scomparsa? Cosa si aspetta a informare i milioni di tifosi rossoneri sparsi nel mondo – a cominciare dai sessantamila che ad ogni partita affollano il Meazza portando soldi nelle casse della società – su quello che sta bollendo in pentola?

Ennio, che cotta per il golfo!

Il primo a parlare del Portus Lunae fu un giovane soldato inquadrato in una formazione di alleati italici che operavano di supporto alle legioni dell’Urbe. Nato nel 239 a.C. a Rudiae, l’odierna località Rugge del comune di San Pietro in Lama, nei pressi di Lecce, si chiamava Quinto Ennio e nel suo futuro, malgrado indossasse allora elmo, corazza e schinieri, non c’era la gloria conquistata con la spada bensì quella portata in dono dalla penna: nel mezzo del cammin della sua vita fu infatti riconosciuto come il padre della letteratura latina.

Sul finire del 219 con la conquista di Sagunto da parte dei cartaginesi era infatti cominciata la seconda guerra punica e, stanche delle vessazioni dei pretori che imponevano tasse sempre più pesanti, le popolazioni sarde sobillate da Cartagine che soffiava sul fuoco dello scontento, avevano colto l’occasione per sollevarsi in armi contro gli occupanti romani riuscendo ad ottenere prime esaltanti vittorie sul campo. Alla loro testa c’era un ricco sardo punicizzato, tale Ampsicora (o Amsicora) che con un abile lavoro diplomatico era riuscito a portare sotto le sue bandiere anche le feroci tribù nuragiche delle montagne compresi gli irriducibili e temibili Pelliti.

Allarmato da quanto stava avvenendo sull’isola dove le guarnigioni se la stavano vedendo brutta, il Senato della repubblica nel 215 era corso ai ripari affidando a un condottiero collaudato – il pretore Tito Manlio Torquato, che al suo attivo aveva già due mandati consolari e uno di censore – il compito di riportare l’isola sotto il controllo di Roma. Nel 235, durante il suo secondo consolato, Manlio era già stato in Sardegna e con una serie di brillanti operazioni aveva sottomesso numerose tribù uccidendo migliaia di nemici, il che gli aveva fruttato i fasti trionfali decretati dal Senato. È probabile che già in quell’occasione avesse usato il Portus Lunae (quello che sarà poi chiamato golfo della Spezia) come base logistica di partenza e di arrivo.
Manlio aveva quindi una buona conoscenza del terreno e delle capacità di combattimento dei sardi, per cui non sottovalutò la missione preoccupandosi, al momento di effettuare la leva delle reclute, di scegliere gli elementi migliori e già esperti. Condusse così al Portus Lunae una legione composta di circa cinquemila uomini e il solito contingente fornito dagli alleati: altre quattro o cinquemila unità, oltre a seicento cavalieri, metà romani e metà alleati. Fra i fanti c’era anche il nostro amico Ennio, all’epoca ventiquattrenne.
Al momento della pugna l’esercito romano si schierava con i legionari disposti in linea come principale forza d’urto, e ai due lati si disponevano le alae sociorum, le forze alleate, con compiti di protezione e di rincalzo mentre la cavalleria restava in retroguardia pronta a intervenire sia per sostenere reparti in difficoltà, sia per cercare di sfondare là dove gli strateghi avevano individuato il punto debole del nemico.
Manlio non incontrò ostacoli nella sua marcia di trasferimento da Pisa fino a Luna perché i Liguri montani (Apuani, Friniates e Briniates) reduci da una pesantissima sconfitta inflitta loro nel 233 da Quinto Fabio Massimo detto il Verrucoso, se ne stavano ancora asserragliati nei loro castellari sulle montagne a leccarsi le ferite.

Quinto Ennio

Giunto in Sardegna, Manlio prese il comando anche delle tre legioni già stanziate nella regione e, messa insieme una forza di 25mila uomini, soffocò l’insurrezione battendo nella pianura di Cormus, le truppe guidate dal figlio di Ampsicora, il giovanissimo Hosta, che cadde in battaglia. Dal canto suo Ampsicora, a sua volta sconfitto nel tavoliere di Sanluri, si uccise per non cadere nelle mani del nemico.
Secondo Silio Italico fu proprio Ennio a indossare i panni del tragico giustiziere che di fatto pose fine alla rivolta di Ampsicora, perché sua sarebbe stata la lancia che uccise nel corso d’un duello in battaglia lo sventurato Hosta.

Nel 205, conclusa con la sconfitta cartaginese la seconda guerra punica che aveva visto Annibale scorrazzare su e giù per la penisola, Roma poté ritirare forti contingenti di truppe dalla Sardegna, e fra i soldati che tornarono ci furono anche il nostro Ennio e un legionario con il quale egli aveva stretto amicizia in Sardegna, tale Marco Porcio Catone, un personaggio che da lì a poco si troverà a svolgere un ruolo di grande risalto nella vita della repubblica e che da alcuni studiosi sarà anzi indicato come l’inventore del Portus Lunae.

Ebbene, giunto con le navi a Luna (nome etrusco del golfo della Spezia), affascinato dalla straordinaria bellezza del luogo Ennio inserì nella sua opera principale, Annales, un verso che è entrato di diritto nell’antologia della nostra terra: “Lunai portum, est operae, cognoscite, Cives!” (Uopo è veder di Luna il porto, amici).
Purtroppo, di Annales, un poema epico di trentamila versi in 18 libri, sono arrivati fino a noi solo alcuni frammenti, circa 600 versi, fra i quali non c’è quello che più ci interessa, quello sul Portus Lunae. Per nostra fortuna ci ha pensato però un altro poeta, un paio di secoli più tardi, a farcelo conoscere: lo riportò nella sua sesta satira Aulo Persio Flacco, forse nativo di Volterra, forse di Luna, ma che sulle rive del nostro golfo visse certamente alcuni dei momenti più belli del suo breve percorso terreno.

Aulo Persio Flacco

Dopo una vita vissuta sotto la protezione di Quinto Fulvio Nobiliore e della famiglia “degli ScIpioni”, il che gli valse la concessione della cittadinanza romana, sul declinare della sua esistenza Ennio, con la sola compagnia del poeta Cecilio Stazio e di una nutrice, sopportò con grande serenità e coraggio la povertà e la vecchiaia finché la morte, causata dalla gotta, non lo colse nel 169.
Se non mi sbaglio, al cantore di Luna, al poeta che per primo esaltò nel mondo la straordinaria bellezza del golfo dei poeti regalandogli uno slogan turistico da fare invidia ai guru del marketing turistico internazionale, la Spezia non ha intitolato neanche una via.

Credo che sarebbe il caso di farlo.

(Post pubblicato sul mio vecchio blog “Nella tela del Ragno” il 26 settembre 2009)

Bandiera gialla nel golfo

Gli eventi di questo inizio d’anno – anno bisestile, ma guarda un po’! – ci fanno capire quanto sia facile passare dalla serenità all’inquietudine. “La natura si difende dalle offese che ogni giorno gli facciamo patire”, ammonivano i vecchi. E allora la natura si difendeva seminando malacci vari dall’Asia all’Europa, a cominciare dalla peste per passare al colera senza dimenticarsi della lebbra o dello scorbuto o del vaiolo.
Ma come si difendevano le comunità da queste insidie? Con l’isolamento, le quarantene. Proprio come oggi.
Per quanto ci riguarda, ai primi del Settecento Genova si difese costruendo un grande lazzaretto… alla Spezia, e più precisamente al Varignano. Lì uomini e merci arrivati su navi provenienti da Paesi “a patente sospetta” dovevano essere ricoverati appunto per trascorrervi la quarantena. Ma siccome all’epoca la morte veniva soprattutto dal mare, la Repubblica pensò anche a stendere una sorta di cordone sanitario lungo tutta la coste. Una misura costosa, ma tutto sommato efficace. Vediamo com’era.

Il complesso del Varignano durante la degenza/prigionia di Garibaldi ferito a un piede

Osteggiato sin dall’inizio dalla popolazione, il lazzaretto del Varignano era stato costruito nel 1720 per fronteggiare un’epidemia di peste che stava imperversando in tutto il Mediterraneo e che già faceva stragi a Marsiglia e Tolone. In realtà, le aree destinate alla libera pratica erano due, due grandi edifici per l’isolamento uno dei viaggiatori e l’altro delle merci. C’erano poi due cappelle e un grandioso palazzo nel quale lavoravano e vivevano il commissario direttore e i dipendenti con le famiglie. Era costato la bellezza di quattro milioni di lire genovesi.
Gli abitanti dei paesi lo tenevano d’occhio con sospetto, perché temevano che da lì potesse sfuggire e propagarsi qualche terribile morbo, invece proprio il lazzaretto riuscì quell’anno almeno a preservare la città e il golfo da un’ecatombe. Il primo di giugno proveniente dal porto di Retino, nell’isola di Candia, arrivò al Varignano il brigantino N.S. di Loreto al comando del capitano Francesco Ferrando. La nave aveva appena dato fondo che dovette alzare la bandiera gialla perché a bordo si stavano manifestando alcuni casi di peste. Per fortuna il rigido regolamento imposto fin dal 18 settembre del 1722 dal magistrato di Sanità riuscì a evitare che il batterio debordasse dalle murate del brigantino infiltrandosi fra la gente a terra. E gli spezzini furono salvi.

Le casette della Dogana e della Sanità alla radice della banchina Revel (dipinto di Agostino Fossati)

Il cordone sanitario steso lungo le coste si basava su una serie di presìdi di miliziani alle dipendenze dei Commissariati di Sanità. Allorché Matteo Vinzoni nella prima metà del ’700 redasse la sua “Pianta delle due riviere” il litorale spezzino era così controllato: Commissariato di Moneglia fino alla spiaggia di Deva (Deiva Marina); Commissariato di Bonassola dalla spiaggia di Deva alla Valle Santa di Levanto; Commissariato di Levanto dalla Valle Santa de Torbiani, o de Molinassi, alla punta del Capo del Mesco; Commissariato di Monterosso, detto anche delle Cinque Terre, da punta di Capo del Mesco a dopo il Monte nero, dirimpetto allo scoglio Ferale; Commissariato di Portovenere dal Ferale fino a San Vito di Marola (con presidi all’Albana, Acquafredda, Pozolo (Pozzale) della Palmaria, San Pietro, Olivo, Casa de Lamorati, punta della Cala dei Corsi, Punta del Varignano, scalo di N.S. delle Grazie, S.Andrea o forte del Pezzino, Panigaglia, Fezzano, Cadamare, Punta di Marola, San Vito); Commissariato della Spezia da San Vito alla punta dell’Ocapelata, litorale pressoché tutto a spiaggia, guardato dai posti ubicati a: la Piastra o Nostra Signora del Porto in casetta di materiale con due guardie di giorno e quattro di notte, uomini forniti da Pegazzano e Fabiano con otto caporali e 230 soldati; del Sbarco (Ponte) antistante la città (attuale banchina Revel), casetta di materiale con due guardie di giorno e quattro di notte, uomini forniti dalla Spezia suddivisa in quattro Capitani di Quartieri, facendo in tutto 180 soldati; San Cotardo, in una bottega dei signori Federici per la quale la comunità di Marinasco pagava la pigione, due guardie di giorno e quattro di notte, otto caporali e 300 soldati messi a disposizione da Marinasco; dell’Isola, casetta di materiale quattro guardie (complessivamente sei caporali e 200 soldati) della Comunità di Isola; di San Venero agli Stagnoni o ai Pradazzi, in casetta di tavole sulla strada che passa a Sarzana vicino alle Profondare, quattro guardie di San Venero (due caporali e 160 soldati); alla Rossa due guardie di giorno e di notte; di Mussano (Muggiano) in casetta di materiale tre guardie di giorno e di notte; San Bartolomeo quattro guardie di giorno e di notte più un deputato e una ronda; del Cesino, in una grotta, tre guardie di giorno e di notte, quindici deputati a vicenda un giorno per ciascuno, uomini forniti da Arcola e Pitelli (otto caporali e 200 soldati).

Vigilavano inoltre sulla salute pubblica le Ronde di Spezia, sessanta uomini, due per ogni notte, che controllavano i vari posti di guardia, novanta Deputati, tre per ogni giorno, uno a San Cotardo, uno allo Scalo e l’altro per i posti di terra situati a Porta Genova dove vigilavano due guardie al giorno; in fondo alla Bottagna con due guardie e un Deputato di Vezzano; e all’Ospitaletto di Arcola, con due guardie e un Deputato arcolano.

Il Commissariato di Lerici andava dalla punta dell’Ocapelata a Tellaro con posti all’Ocapelata con un caporale e tre soldati di notte e un caporale e due soldati di giorno forniti da San Terenzo; Castello di San Terenzo con due caporali e 90 soldati a rotazione; al Cavo due caporali e 40 soldati forniti da Pugliola, Barcola, Solaro e Bagnola; a Botri (quattro guardie); a Spontone (quattro guardie di notte); alla Calata di Lerici, posto della sanità armato di quattro spingarde, con due deputati e due guardie di giorno e un caporale e sei guardie di notte; sotto il convento di Maralunga (quattro guardie di notte); alla Torretta di Maralunga (due guardie di giorno e quattro di notte). Qui operavano 44 ronde, ogni notte due per il Levante e due per il Ponente, con 64 Deputati. Altri posti di guardia: Maramozza, Fiascherino, Fregiano e Tellaro.

Posti di terra: Piazzale Guardie di San Terenzo, Porte di Carpeneto di Lerici, e Barcola.

Commissariato di Sarzana: da Tellaro al confine con Massa. Posti di guardia: Santa Croce con sei guardie di giorno e di notte; San Siro con quattro guardie giorno e notte; San Fedele idem; San Lorenzo idem; San Giovanni idem; San Bernardo idem; San Rocco idem; al termine di San Giorgio sulla strada Romana, “in baracone di tavole con barriera di rastelli rimpetto a quelli del Ducato di Massa”, cinque guardie giorno e notte. Questo posto di frontiera era «solamente soggetto all’Ill.mo sig.r Commissario di Sarzana, al quale è appoggiata l’incombenza della quarantena per le persone che s’introducono nello stato del deto rastello».

Alla Porta della città di Sarzana c’era una barriera guardata in due baracche di legno «da due Uomini Contadini di Sarzana di giorno e con l’assistenza di un Cittadino per Capo e due Artigiani; un Deputato per le bollette salariato dalla Città a L. 18 al mese che vi assisteva giorno e notte in Casa dirimpetto alla Porta della città situata dentro la Barriera, per cui la Città pagava L. 3,10 di piggione. Non era custodita da Guardie la notte detta Barriera perché si serrava».

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia,
Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, 2011.

Uno scempio intollerabile

Il Boschetto è uno dei gioielli più preziosi della città. Fu realizzato nel 1825, dunque compie 195 anni, sull’onda della grande stagione turistica iniziata con l’apertura (1823) della nuova strada per Genova, e il relativo abbattimento del diaframma del Bracco, voluta da re Carlo Felice. Il boschetto, impreziosito dal palco della musica e dalle statue che ornavano un tempo il Teatro Civico (inaugurato nel 1846), è stato uno dei luoghi più amati dai ragazzi della mia generazione: lì sbocciavano nuovi amori, lì ci si perdeva in infinite chiacchierate su Coppi e Bartali, sul Milan e la Juventus, su quella o sull’altra ragazza (o, immagino, sul tale ragazzo o il talaltro). Ma non ricordo di avere mai visto uno scempio simile. E poiché non si dica che ce l’ho con gli attuali amministratori comunali, riporto (qui), a futura memoria, quello che pubblicai dodici anni fa sulla Gazzetta della Spezia.
Ma è possibile che, con la tecnologia di cui disponiamo oggi, non si riesca a identificare e a punire duramente gli imbecilli che si divertono a distruggere un bene pubblico?

Colera, e Spezia tornò al Medioevo

Lo hanno chiamato Covid-19, e sta spaventando il mondo intero. È un coronavirus, sta colpendo duro in Cina, ma sta facendo capolino anche un po’ qua e un po’ la inquietando le genti di molti Paesi del pianeta. Proprio ieri, 14 febbraio, festa degli innamorati, è comparso anche in Africa, il continente forse più vulnerabile sotto il profilo sanitario, e dunque più esposto alle epidemie, comodo ponte di transito per i virus in Asia e in Europa. Che il mondo sia alle prese con la peste del secolo? Oggi, certo, le difese sono più robuste di un tempo, ma è anche vero che pure i virus si sono irrobustiti, con corazze che li rendono immuni dai vecchi medicinali, e quel che è peggio, hanno il brutto vizio di mutare un po’ troppo facilmente. Restando agli ultimi decenni, abbiamo avuto l’Aviaria, che si trasmetteva da animale a uomo; poi il virus della Sars, che aveva fatto sì il salto di qualità con la trasmissione da uomo a uomo, ma che aveva una contagiosità assai bassa. Oggi abbiamo appunto Covid-19, che minaccia di essere assai più contagioso provocando di conseguenza un maggior numero di morti.
E domani? che accadrà domani quando il virus si farà ancor più contagioso e ancor più cattivo?
Insomma, comincia a farsi largo la paura, la paura dell’ignoto, di un essere invisibile e sconosciuto che fra un mese o due potrebbe sparire così come è arrivato, come è accaduto con la Sars, o che potrebbe trascinare il mondo in tempi oscuri simili al Medioevo. Un’esperienza che Spezia ha già vissuto nella torrida estate del 1884. Ecco cosa accadde.

La tanto paventata epidemia di colera comparve sul finire di luglio. Il 28 cominciarono a segnalarsi una serie di repentini decessi. Se ne attribuì la responsabilità alle pessime condizioni igieniche in cui vivevano le maestranze venute a Spezia per costruire l’arsenale, una città nella quale mancava del tutto o quasi la rete fognaria, e dove l’acqua scarseggiava. Malgrado le ripetute proteste della gente e della stampa, con il sovraffollamento che c’era, versava in uno stato di estremo degrado, soprattutto nel quartiere popolare del Torretto, Così lo descriveva il Lavoro: «Catapecchie e tuguri che appena sarebbe permesso tenervi i suini e che pure sono destinati ad alloggiare operai che da mane a sera si tolgono la vita per guadagnare un tozzo di pane». E l’ufficiale sanitario comunale in una relazione scriveva: «Vi sono case che non meriterebbero neppure di portare questo nome tanto sono insalubri, sudice e fatiscenti».
Osservava il dottor Stefano Oldoini: «Condotti a buon punto i lavori dell’Arsenale, una famiglia progressivamente crescente di militari, di impiegati e d’operaj venne a bussare alle porte dell’addormentata città. Mentre il Governo non s’accorgeva, o fingeva di non accorgersi di tale specialissima situazione, mentre la rappresentanza comunale non aveva, né sapeva trovare i mezzi necessari per far fronte degnamente agli avvenimenti, le case cominciarono ad accogliere un numero di ospiti sproporzionato (…) molti proprietarj, cui si lasciò fare, vollero sovrapporre uno o due piani alla loro casetta, e ne divisero o suddivisero gli ambienti (…). Quando la Spezia si vide obbligata a rompere il guscio delle proprie mura, disgraziatamente, invece di informare i nuovi tracciati alle esigenze della moderna edilizia sanitaria, si rinnovarono e ricopiarono tutti i gravi difetti antichi. Strade strette, case accavallate tra loro e prive di spaziosi cortili interni, nessuna cura del sottosuolo»[1].

Eppure il colera non divampò lì: fu introdotto. Lì trovò invece facile esca. Il morbo era giunto da Marsiglia o da Tolone importato da alcuni operai di Riomaggiore e da marinai scappati da Marsiglia proprio per evitare il contagio e arrivati con la nave Città di Napoli. L’epidemia che imperversava nel Midì della Francia aveva indotto il governo italiano ad alzare il livello di guardia intensificando i controlli alla frontiera e nelle città di mare, aprendo nuove strutture per eventuali ricoveri di massa. Per questo nel golfo di Spezia i regi trasporti Cavour e Rondine erano stati attrezzati in fretta e furia per fungere da lazzaretti dove internare i viaggiatori provenienti dai due porti francesi, mentre le navi «di patente brutta e sospetta» venivano isolate in contumacia al Varignano.

Ma lo Zingaro, come lo ribattezzarono i giornali, riuscì comunque a infiltrarsi oltre le mura del vecchio borgo. Lo fece in maniera subdola, traendo in inganno i sanitari. Il primo campanello suonò il 22 luglio a Riomaggiore dove un operaio si era sentito male con diarrea e vomito. Lo stato d’allerta era prontamente scattato, ma era subito rientrato, perché un paio di giorni dopo l’uomo stava già meglio. «È tifo», dissero i medici tirando un sospiro di sollievo. Diagnosi abbastanza plausibile sia perché il tifo era una malattia non certo rara, sia perché un altro operaio del paese, egli pure rientrato dalla Francia con la stessa nave, aveva frattanto accusato i medesimi sintomi risoltisi pure in quel caso in pochi giorni. «È tifo», ripeterono i medici, rassicurati.
E invece era il preludio del dramma: un terzo operaio del gruppo rientrato dalla Francia non ebbe altrettanta fortuna: si ammalò, e un paio di giorni dopo morì.
Lo seguirono da lì a poco all’altro mondo un uomo della Palmaria che aveva raccolto un pagliericcio infetto nei pressi del lazzaretto del Varignano, e un marinaio della stessa Città di Napoli sceso a terra prima che la nave inalberasse la bandiera gialla per il manifestarsi a bordo di diversi casi del morbo. Come fu accertato più tardi, l’epidemia era partita proprio da quel bastimento. Veicolato dagli effetti personali che i marinai avevano portato in città alle lavandaie perché li lavassero e stirassero, il batterio si era rapidamente diffuso e l’acqua così inquinata aveva fatto il resto diffondendolo in tutta la città.

Le donne lavavano i panni nel Lagora, sicuramente non inquinato come oggi (Foto tratta dal gruppo Facebook Spezia nell’Ottocento)

Finalmente il 28 risuonò l’allarme e le autorità sanitarie isolarono Riomaggiore suscitando la protesta degli abitanti, ma ormai il veleno era entrato in circolo e i casi si moltiplicarono. Già il 12 agosto la Gazzetta Ufficiale faceva sapere che al Varignano erano state messe in quarantena 6.222 persone, 18 delle quali erano risultate colpite dalla malattia mentre otto erano morte. I cadaveri avrebbero dovuto essere inumati in fosse di almeno tre metri di profondità, ma non sempre questa misura sanitaria veniva rispettata. E intanto si moltiplicavano nel golfo le navi costrette a inalberare la bandiera gialla.

Commercio di biancheria infetta

La morte di una donna portò oltretutto alla luce l’esistenza di un traffico criminale: la poveretta aveva acquistato della biancheria al Varignano, panni contaminati che avrebbero dovuto essere subito bruciati e che invece gente ignorante o priva di scrupoli si era affrettata a vendere a basso prezzo.
Il colera aveva a quel punto infranto ogni barriera sicché focolai si accendevano un po’ in tutte le città e nei paesi, a Massa e a Carrara, a Genova e a Lucca, così come a Pegazzano e a Marola, a Cadimare e a Fabiano, a Riccò del Golfo e alle Grazie. Ovunque, insomma. Ma l’epicentro della tragedia era la città. Su di essa si stendeva l’ombra della morte, e intanto che le famiglie benestanti si barricavano nelle loro solitarie ville sulle colline (il Lavoro parlava di «trepido nobilume fuggito»), le autorità militari – cui erano stati dal governo attribuiti pieni poteri – disponevano l’immediato allontanamento della flotta dal golfo mentre una lancia a vapore prendeva a incrociare fra il Corvo e Portovenere per tenere alla larga qualsiasi bastimento provenisse dalla Francia.

Abitanti in fuga dalla città

Ma non soltanto i “signori” scappavano. Tagliarono la corda almeno diecimila persone. Funzionari statali e impiegati, negozianti, osti e albergatori abbandonavano le loro cose per cercare scampo chissà dove. Perfino un medico pensò bene di squagliarsela meritandosi le sdegnate rampogne del giornalista, il quale giornalista al tempo stesso additava l’esempio «del liquorista svizzero Binna rimasto al suo posto per incoraggiare i concittadini e senza aumentare di un solo centesimo i prezzi». Fino agli anni Settanta del ’900 l’emporio Binna era in Piazza del mercato, esattamente in via Raffaele De Nobili dirimpetto al Cinema Cozzani, oggi sala Bingo.
Di fronte a questo fuggi fuggi, con il rischio di un ulteriore diffondersi del morbo, frantumando le speranze di quanti ancora avrebbero voluto cercare scampo nella fuga il contrammiraglio Luigi Buglione di Monale[2] nel frattempo nominato dalla Corona commissario regio per l’emergenza decise di stendere tutt’attorno alla città, isolandola dal mondo, un cordone sanitario formato da carabinieri, fanti e marinai. La linea rossa partiva dal Muggiano percorreva la Val di Lochi, saliva a Corticola, quindi passava ai margini di Carozzo, la vetta del Buonviaggio, Valeriano, Montalbano, Castellazzo, Marinasco, Viseggi, la Foce, le pendici del Parodi, Biassa e Campiglia scendendo infine al canale del Neto di Cadimare. Al Muggiano squadre di volontari lericini guidati dal loro sindaco, armati di schioppi, forconi, lunghe pertiche, zappe e randelli vigilavano a loro volta per respingere eventuali fuggiaschi che avessero cercato di “evadere” via terra o via mare. Naturalmente quel provvedimento, che rimase in vigore per ben 47 settimane, non fece certo piacere alla popolazione per cui qualcuno cominciò a organizzare cortei per reclamare la rimozione del cordone. Senza esito, naturalmente. A posteriori i giornali giudicarono quella cintura «un capestro che ci strozzò come dentro una breve tomba».

I soldati vigilano lungo il cordone sanitario che circonda la città (Foto tratta dal gruppo Facebook Spezia nell’Ottocento)

Aspirante giornalista beffa il cordone

Qualcuno, però, riuscì a eludere il blocco, non per scappare, bensì per entrare nella città accerchiata. Si chiamava Attilio Valentini, era di Recanati, aveva 25 anni, e voleva fare a tutti i costi il giornalista. E a quanto pare ne aveva davvero la stoffa.
Forte di una lettera di raccomandazione di Filippo Turati il giovanotto si era presentato nell’ufficio di Dario Papa, direttore de l’Italia, a Milano, chiedendogli un posto di lavoro. Papa aveva tergiversato, avendo l’organico del giornale al completo, ma poi davanti alle insistenze del ragazzo aveva ceduto e lo aveva spedito dalle parti di Spezia, dove scorrazzava lo Zingaro, convinto che, essendo l’abitato cinto dal cordone sanitario, non sarebbe mai riuscito a entrare nell’area proibita. Non aveva però fatto i conti con l’intraprendenza e la faccia tosta del neofita. Spacciandosi per infermiere, Valentini raggiunse infatti la città da dove cominciò a inviare le sue corrispondenze, un lavoro oltretutto di ottima fattura, degno di un inviato speciale. Esaurita la missione, la coraggiosa “recluta” tornò a Milano nascondendosi su un carro merci.

Nel contempo, improvvisati giornalisti a parte, anche le comunicazioni erano interrotte. Le navi disertavano il golfo e i treni saltavano la stazione. Si fermavano soltanto per fare scendere chi, benché fosse stato avvertito del pericolo, insisteva per raggiungere la zona infetta, o per il tempo necessario per staccare i vagoni, agganciati in coda al convoglio, con i rifornimenti di generi alimentari per la città. Qui ormai scarseggiava tutto e i prezzi erano volati alle stelle; la carne di bue si vendeva a 2,60 lire al chilo, e quella di vitello addirittura a cinque lire.
Intanto la tensione saliva a livelli estremi. A far crescere l’angoscia fra gli abitanti erano le notizie frammentarie e contraddittorie sul numero dei contagiati e su quello dei morti che le autorità lasciavano trapelare. Finché si ebbe finalmente un dato che raggelò il sangue nelle vene agli spezzini: nel giro di sole 48 ore, fra il 21 e il 22 agosto, erano morte una sessantina di persone. Fu quello il picco dell’epidemia. A quel punto il Varignano e le due navi-ospedale non bastarono più per accogliere i potenziali ammalati, per cui si aprirono altri lazzaretti di fortuna nelle chiese, nei conventi e in baracche fuori dalle mura.

Lazzaretto di fortuna a Valdellora

Mentre dalle chiese venivano sommessi brusii di preghiere, e dalle case si levavano pianti e lamenti, e intanto che i monatti facevano la spola per portare i cadaveri al nuovo camposanto dei Boschetti, qua e là nelle contrade e nelle campagne si accendevano falò per incenerire indumenti infetti. A questo scopo si era formato un comitato di un’ottantina di cittadini che andavano a prendere i morti nelle case per seppellirli in buche molto profonde. Dal canto loro le guardie municipali giravano per la città versando del disinfettante nei pozzi neri e nelle poche fogne esistenti, o vi gettavano dello zolfo al quale davano poi fuoco; e altri agenti assolvevano all’ingrato compito di fare a pezzi e bruciare gli oggetti delle case dei morti di colera.
Ovunque c’erano pire che ardevano. Spezia era ripiombata nel Medio Evo.

In preghiera davanti alla chiesa

Un mattino, come in risposta a un muto segnale, gli spezzini uscirono dalle case e si avviarono verso l’ex strada militare da un paio d’anni divenuta Viale Garibaldi e incuranti del rischio di contagio si radunarono, forse a migliaia, davanti alla chiesetta di Nostra Signora della Neve, e lì si raccolsero in preghiera.
Per fronteggiare l’emergenza i maggiorenti della città avevano formato un comitato di salute pubblica del quale facevano parte anche i fratelli Giovan Battista e Luigi D’Isengard, entrambi sacerdoti. Luigi, letterato e garibaldino, si rinchiuse addirittura nel lazzaretto. A denunciare l’incrudelire del morbo c’era anche l’arrivo di sempre più numerosi contingenti di soldati incaricati di rafforzare l’ordine pubblico e di soccorrere gli infermi: per primi vennero reparti del 1° reggimento fanteria “Re” e del 7° Bersaglieri (e presto fra loro si contarono una trentina di contagiati), seguiti non molto dopo da alcune compagnie della brigata Lombardia e del 7° Artiglieria.
L’ingresso nel golfo di altre navi che inalberavano la bandiera gialla accresceva intanto la rabbia nella popolazione già stremata: «Che vadano altrove», gridava impaurita la gente. E molti protestavano per la presenza del cordone sanitario che impediva loro di fuggire in cerca della salvezza.
Si faceva di tutto per portare sollievo agli afflitti; il comitato di salute pubblica organizzò perfino due “passeggiate di solidarietà”: alcune signore spezzine percorsero le vie della città a bordo di una carrozza raccogliendo indumenti, biancheria pulita, coperte, lenzuola, e oggetti d’oro da utilizzare in favore dei colerosi. A cassetta della carrozza c’era un marinaio-tromba che suonava a varie riprese per richiamare l’attenzione della popolazione, e dietro la vettura venivano due carri dell’artiglieria sui quali ufficiali, soldati e componenti del comitato caricavano il materiale donato.

Così muore un sindaco eroe

In quelle tragiche giornate rifulsero atti di grande eroismo. Uno ebbe senz’altro quale sventurato protagonista Raffaele De Nobili, eletto sindaco solo pochi mesi prima (aprile) del divampare dell’epidemia.
De Nobili si trovava con la moglie Adele Federici a “passare le acque” a Montecatini Terme, ma allorché gli giunse la notizia di quanto stava accadendo in città, pur conscio dei rischi cui andava incontro non indugiò un solo istante nel prendere la carrozza e correre fra la sua gente. Si insediò in municipio e non si risparmiò nell’opera di assistenza adoperandosi in prima persone nella cura dei sofferenti. E fra le prime cose che fece, ci fu la fondazione della società di pronto soccorso Charitas. Finché, caduto a sua volta preda del morbo (cominciò a sentirsi male la notte del 3 settembre) dopo due giorni di agonia morì fra la costernazione dei suoi concittadini. Aveva 57 anni. Il 15 novembre il governo gli conferì la medaglia d’oro postuma riservata ai benemeriti della salute pubblica. Gli succedette l’assessore anziano Bartolomeo Ricco che resse la carica fino al settembre 1889 e che legò il suo nome alla edificazione del quartiere Umberto I.

Dal 22 agosto al 6 settembre si contarono altri 261 decessi. Poi, con l’arrivo dei primi freddi anche gli ultimi focolai si spensero lasciando nel dolore e nella disperazione centinaia di famiglie. Lo Zingarò, tornò nell’estate dell’85 facendo altri morti, e poi in forma meno feroce nell’86 per dare il suo ultimo lugubre saluto al golfo.
Ironia della sorte, il di Monale, scampato al colera, morì quello stesso anno, a dicembre, per un malore che lo fulminò mentre si trovava a Roma. La città, grata per l’impegno profuso nella lotta al morbo, dedicò a lui e a De Nobili due vie urbane. Sarebbe tuttavia ingiusto non ricordare le tante persone senza volto e senza nome – infermieri, medici, soldati, semplici cittadini – che sacrificarono la vita per soccorrere i malati. Ne rammento uno per tutti, emerso casualmente dal mare magnum di internet, e nel caso specifico dal sito cadutipolizia.it: Giò Batta Pelinghelli, 27 anni, guardia di pubblica sicurezza della delegazione di Spezia, ucciso dal colera il 24 agosto 1884.
Una menzione va anche a Suor Clotilde, un’esile sorella lombarda delle Figlie di Maria Ausiliatrice sacrificatasi per assistere gli ammalati. «Gracile d’aspetto ed instancabile fino alla temerarietà – scrisse Luigi D’Isengard – fu rinchiusa nel dormitorio perché potesse un poco riposare. Ah, mi serran l’uscio, esclamò e saltò dalla finestra per tornare al letto dei moribondi»[3].

Tragico il bilancio ultimo di quella folata di morte: 1.287 i contagiati, 610 i defunti. E forse furono di più perché come raccontava Il Caffaro nei mesi, ma anche negli anni seguenti a chi andava nei boschi a caccia o in cerca di funghi capitava non di rado di imbattersi in cadaveri o solo miseri resti umani sparsi qua e là «per ville e chiassuoli». Poveracci morti di colera e lì gettati da parenti che non volevano farsi bruciare le loro misere cose di casa.

Come se non bastasse, l’epidemia aveva portato allo scoperto l’esistenza di un problema la cui mancata soluzione avrebbe messo a rischio nientemeno che la sicurezza dello Stato: la vulnerabilità della base navale in presenza di eventi straordinari come quello appena vissuto dagli spezzini. Anche di questo i militari dovettero tenere conto in seguito. E nulla vieta di pensare che anche, se non soprattutto, per tale ragione il governo decise di impegnarsi nella costruzione del quartiere operaio.
In compenso le comunità locali ebbero partita vinta su un punto da tempo oggetto di contenzioso: le autorità decisero finalmente di chiudere il lazzaretto del Varignano, e lì furono trasferiti il Comando della Difesa e la Scuola per telegrafisti.

La giornalista labronico-spezzina Francesca D’Anna ha scovato una tenera storia d’amore sbocciata proprio nel momento più tragico dell’imperversare del morbo. «In una zona così devastata dalla paura e dalla disperazione per l’epidemia di colera – scrive – la vita comunque andava avanti. Si incontravano gli amici, si scambiavano opinioni, si facevano nuove conoscenze e, come per miracolo, a testimoniare che si era ancora vivi, ci si innamorava… come nei tempi normali. È quello che successe a un giovane ufficiale veneto dell’esercito, Andrea Squadroni, e alla sua affascinante Ada. Andrea era addetto al cordone sanitario poco fuori dalla città. Ada era con la sua famiglia, i Bassi, nella villa di Pitelli. Una sera in casa Bassi si tenne una cena a cui furono invitati un gruppo di ufficiali. Tra Andrea e Ada fu un colpo di fulmine: di lì a poco si sposarono e si trasferirono a Torino dove lui divenne attendente del Re d’Italia»[4].

Fra i morti di quel terribile 1884, ma non si sa se fu vittima dello Zingaro, ci fu anche l’abate di Santa Maria Domenico Battolla. Gli subentrò l’abate Nicolò Filippini il quale presto, passata la ventata epidemica, avviò radicali lavori di ristrutturazione del tempio tanto caro alla popolazione che viveva attorno alla Sprugola. Resistette ancora per alcuni decenni (sarà demolito nel 1935) il vecchio campanile risalente al ’500.


[1]    Stefano Oldoini, Storia delle epidemie di colera avvenute nel Comune di Spezia durante gli anni 1884, 1885 e 1886, pagg. 42-43, Fratelli Rechiedei Editori, Milano, 1887.
[2]     Luigi Buglione di Monale (1821-1884). Di lui come marinaio Vittorio Emanuele II aveva una grandissima considerazione. Disse un giorno: «Quando viaggio io comandi pure il legno un semplice timoniere, ma i miei figli li voglio con Monale».
[3]    Luigi D’Isengard, (1843-1915), Memorie autobiografiche pag. 68, Scuola Tipografica Salesiana, La Spezia, 1933.
[4]    Francesca D’Anna, La Gazzetta della Spezia & provincia, n. 29, 15 settembre 2006.

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, La Spezia, 2011.

Quel bambino sotto le bombe

Da diversi anni ogni sabato compro all’edicola La Lettura, splendido supplemento culturale del Corriere della sera (quello uscito oggi è il numero 420), un settimanale davvero ricco di contenuti molto interessanti. Di solito è la prima cosa che leggo appena tornato a casa, ma sabato 30 novembre è accaduto qualcosa che mi ha distolto dal solito rito. Ricordo soltanto che in quei giorni avevo un sacco di lavoro da fare, impegni che si affastellavano l’uno sull’altro, roba da scrivere, email da mandare e da leggere, bozze da correggere… insomma quel sabato quasi senza pensarci m’è capitato di mettere La Lettura (numero 418) in un angolo della mia incasinatissima scrivania ripromettendomi di leggerla appena possibile.

Morale della favola, stamane rincasato dopo la quotidiana puntata all’edicola mi è tornato alla mente quel numero 418 dimenticato da qualche parte. Lo scovo in un cassetto, lo sfoglio e… ecco la sorpresa. Alle due pagine della rubrica Percorsi (biografie, inchieste, reportage, racconti) c’è una graphic novel di Giancarlo Caligaris intitolata Le mani dell’uomo delle mani, e una delle bellissime tavole (tratta da una ben conosciuta fotografia) mi balza subito agli occhi: la nostra Spezia, il golfo, sotto le bombe!

Ma non è una storia di guerra. È invece la storia di un bambino – Renzo – il quale nella primavera del ‘43, uscito da scuola, ebbe l’avventura di finire sotto un bombardamento degli apparecchi della Raf. Soltanto per un miracolo fu salvato senza un graffio da sotto le macerie di un palazzo che gli era appena crollato addosso, ma quanto la polvere si posò, attorno a sé trovò solamente rovine e corpi straziati. Fu allora, davanti a quelle scene, che il bambino giurò a se stesso che avrebbe dedicato la sua vita a rimettere insieme pezzi di esseri umani. “Voglio aggiustare i corpi rotti”, rispose al nonno che gli chiedeva cosa volesse fare da grande.

Quel ragazzino era Renzo Mantero, futuro chirurgo, l’uomo che diventerà famoso in tutto il mondo come il mago delle mani.

«Diceva il chirurgo Mantero (1930-2012) – racconta La Lettura – che “la mano è uno strumento più perfetto di quanto l’uomo non si meriti”. A quell’arto dedicò la vita: “Può fare 40 milioni di movimenti. Serve ai ciechi per vedere, ai muti per parlare. E non ha senso riparare una mano se non si conosce a chi appartiene”».

La sindrome del Napoleone

Matteo Salvini (o la Bestia?) ne ha pensata un’altra. Siccome a suo parere la situazione del Paese è gravissima, forse immalinconito dalla sindrome del Napoleone esiliato a Sant’Elena (sarebbe il Papeete, ma ormai è inverno!) ha invocato la formazione di un comitato di salvezza nazionale, senza pensare che in tal caso dovrebbe vedersela attorno a a un tavolo con i detestati Di Maio, Renzi, Conte, Zingaretti, Speranza…
Evidentemente il Capitano (capitano di cosa, poi?) non si è accorto che un comitato del genere in Italia è già stato costituito e da alcuni mesi opera: è il comitato nazionale di salvezza… da lui!

Brexit, il profumo dei soldi

Negli anni Sessanta e primi Settanta il Regno Unito attraversava una grave crisi economica e sociale, grave a un punto tale che personaggi autorevoli della politica preconizzavano un imminente colpo di Stato, o comunque una svolta autoritaria nella conduzione della cosa pubblica. Insomma, i sudditi di Sua Maestà britannica non se la stavano passando affatto bene.
“La Gran Bretagna negli anni ’60 e soprattutto negli anni ’70 – scrive Sandro Trento, docente di economia all’Università di Trento – aveva sperimentato un lento e grave declino. Il concetto stesso di “declino” per gran parte del novecento è stato legato proprio alla Gran Bretagna, paese che aveva avuto una leadership tecnologica ed economica per un secolo, un vasto impero, un grande peso nella politica internazionale. Negli anni ’60 e ’70 tuttavia si era avuta una perdita forte di competitività. Mentre i paesi dell’Europa continentale (Germania, Italia e Francia) avevano sperimentato un rapido processo di catching up nei confronti degli Stati Uniti, la Gran Bretagna era rimasta indietro e anzi aveva perduto parte rilevante del proprio vantaggio relativo”.
Il prezzo delle materie prime e delle derrate alimentari – aggiunge il prof. Trento – era in forte crescita. Il Club di Roma nel 1972 aveva pubblicato un Rapporto sui Limiti della crescita nel quale si preannunciava l’imminente esaurimento del petrolio e delle principali materie prime. I tassi d’inflazione erano a due cifre e in crescita. Il sistema dei cambi fissi che aveva regolato il commercio mondiale per tutto il dopoguerra si era disfatto ad agosto del 1971. La produttività era in calo. Il prodotto per ora lavorata si era dimezzato tra il 1973 e il 1979. Aspro, continuo, profondo era il conflitto nelle fabbriche tra operai e imprenditori. La domanda intanto era caduta anch’essa, con una spirale di caduta della produzione, conseguente caduta dell’occupazione e aumento del conflitto tra sindacato e padronato.
La spesa pubblica, soprattutto per fini di welfare, era cresciuta molto. Dalla fine degli anni ’60, si era avuto un forte aumento delle assunzioni pubbliche: insegnanti, medici, lavoratori sociali. Vasti settori erano di proprietà dello Stato. Il partito laburista aveva ripetutamente prospettato piani di nazionalizzazioni di vasti settori produttivi per contrastare la crisi. Lo spettro dell’iper-inflazione, alimentata dall’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e dal conflitto tra capitale e lavoro, stava provocando un impoverimento dei ceti medi con lavoro dipendente. Nel 1979 l’inflazione in Gran Bretagna era del 18 per cento (in Italia del 21 per cento)”.

Ecco spiegato perché nel 1961 prima e nel 1967 poi gli inglesi arrivarono a supplicare Germania, Italia e Francia di essere ammessi nella Comunità Economica Europea (della quale l’Italia era Paese fondatore) futura “madre” dell’Unione Europea. L’istanza britannica venne però entrambe le volte respinta in conseguenza del veto opposto dal presidente della Repubblica francese, il generale Charles De Gaulle. La cosa curiosa è che a propugnare l’ingresso nella Cee erano i conservatori (odierni accaniti sostenitori della Brexit), mentre i laburisti si mostravano piuttosto freddini.
Comunque, solo nel 1973, con l’economia inglese ai limiti dell’asfissia, l’ennesima richiesta di ammissione fu alfine accettata, con l riconoscimento per di più a Londra di non pochi privilegi.

Passarono gli anni, grazie alla Lady di ferro Margaret Thatcher, eletta nel 1979 primo ministro, il Paese si avviò sulla strada della ripresa, e anche grazie all’Europa finì per entrare in una nuova era di prosperità. Il Pil che nel 1999 era di un miliardo e 290 milioni di dollari, nel 2017 era salito già a quasi tre miliardi, e oggi tutti gli indicatori economici recano il segno più. Soltanto per il turismo si contano 24 milioni di presenze all’anno. Quindi, che farsene a questo punto di quel vecchio catorcio che si chiama Europa Unita? E allora… vai con la Brexit.
Naturalmente nel nome della democrazia e dell’autodeterninazione dei popoli.

Ma che cosa accadrebbe se passando dalle parole ai fatti gli scozzesi rivendicassero un giorno o l’altro la loro autonomia scegliendo di restare nell’Unione Europea? E cosa accadrà, una volta attuata la Brexit, sulla rovente frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del nord, dove ormai la gente e le merci possono fare avanti e indietro senza problemi?

So long… ingrata Albione!