IL VERO BERSAGLIO? FRANCESCO

C’è chi si meraviglia dei toni alquanto duri che Draghi usa nei confronti di Putin, tanto che, si dice, lo zar ha inserito l’Italia nella lista dei “cattivi”.

Mi sbaglierò, ma secondo me in realtà Putin, come si diceva un tempo, parla alla nuora perché suocera intenda.

A parte il personaggio Draghi, sicuramente figura di rilievo, e dunque ascoltata, sulla scena europea, non credo che Putin tema davvero l’Italia. Semmai teme papa Francesco (ma non lo può confessare). Sebbene pochi (circa 140.000) rispetto alla popolazione della federazione russa, i cattolici reduci dalle persecuzioni dell’epoca sovietica, e pertanto in posizione moralmente “forte” nei riguardi del popolo russo, possono creare ulteriori non pochi problemi allo zar, il quale già deve ricorrere a metodi piuttosto autoritari (indice di debolezza) per mettere a tacere la dissidenza interna. Se i cattolici, forti degli anatemi del Santo padre, si schierassero contro di lui, e magari fossero seguiti da un po’ di cristiani ortodossi, l’opposizione “democratica” troverebbe altra benzina per riattizzare il fuoco della protesta. E chissà, la fiammella potrebbe diventare un incendio, soprattutto se nel frattempo l’avventura in Ucraina gli si ritorcesse contro.

Altro che Forrest Gump!

Affacciarsi al balcone di casa, e scoprire la vita, la vita vera!

È quello che si prova sfogliando (e leggendo) “Balcone con vista”, ultima opera d’arte – più che un semplice libro – di Riccardo Carnovalini, spezzino doc, un autentico giramondo che tuttavia un giorno ha deciso di andare a vivere in montagna, in una valle delle Alpi Graie, ad allevare capre e a produrre formaggi, in mezzo alla natura, in mezzo, appunto, alla vita.

Lo conosco da un’infinità di anni – quanti anni sono, Riccardo, quasi una cinquantina? – lo conosco cioè dal giorno in cui due ragazzini, lui e Cristina, la sua fidanzata di allora, si presentarono nella redazione della Nazione per parlarmi di un sogno: volevano fare a piedi l’Alta via dei monti liguri, da Ventimiglia a Ceparana, passando per il punto più alto, e io, con il giornale, avrei dovuto battere la grancassa per fargli un po’ di pubblicità. Lo feci più che volentieri, e il sogno divenne realtà.

Da allora Riccardo non si è più fermato. E io per diversi anni, con crescente stupore mi sono trovato a raccontare sul giornale le sue imprese: tutto l’Appennino da Reggio Calabria al Colle di Cadibona, sempre a piedi e per due volte, perché una sola non gli bastava; e poi l’intero arco delle Alpi, avanti e indietro per ben tre volte; quindi, la risalita dalla foce alle fonti del Po, del Piave, dell’Arno e del Tevere, con l’aggiunta dei domestici Magra e Vara quando aveva voglia di farsi una sgambata; e il periplo della penisola da Trieste a Ventimiglia; e l’Europa da Trieste alla Danimarca per Vienna, Praga e Berlino, e… Insomma, un’infinità di fantastiche imprese compiute nel nome della pace e dell’amicizia tra i popoli (quanto ce ne sarebbe bisogno, al giorno d’oggi!), culminate in un viaggio durato un anno, sempre a piedi, attraverso ventidue Paesi d’Europa. Altro che Forrest Gump!
Alla passione per le camminate, Riccardo unisce uno straordinario talento per la fotografia: basta appunto sfogliare “Balcone con vista” (Edizioni Magister, Matera) per rendersene conto.

La cosa sorprendente è che lui, uno che ha girato a piedi praticamente tutto il continente, è riuscito a fare un libro con 248 meravigliose fotografie – non perdetelo, è sul serio un’opera d’arte da custodire con cura – immortalando il mondo che lo circondava senza muoversi, visto giustappunto dal balcone di casa. Già la sola idea è a dir poco geniale.

Un tipo così, il ragazzo e poi l’uomo degli spazi sconfinati, non poteva certo passare senza lasciare traccia se non nelle pagine di un quotidiano. Come leggo nella sua biografia, ha infatti al suo attivo una ventina di libri, centinaia di reportages su riviste di viaggio e natura, da Atlante ad Airone, da Epoca all’Europeo. È stato fotografo del Touring Club Italiano e dell’Istituto Geografico De Agostini; è autore dell’Agenzia internazionale “Getty Images”, e nel suo archivio personale ha catalogato mezzo milione di foto, molte in pellicola di medio formato.

Ecco chi è, in rapida sintesi, Riccardo Carnovalini (andate su Wikipedia per saperne di più), uno spezzino che non molti spezzini conoscono, e del quale mi onoro di essere amico, soprattutto per i valori umani ch’egli trasmette con le sue imprese e le sue opere, come “Balcone con vista”, che ci propongono sempre la simbiosi tra l’uomo e la natura quale protagonista. Come dovrebbe essere!

Un posto al sole

Due sindacati proclamano uno sciopero generale – in un momento drammatico come questo – quando non hanno aperto bocca al tempo in cui in Italia si faceva strame dello stato di diritto rubando soldi a persone ormai anziane che avevano servito con dignità e corettezza il Paese, si spianavano campi rom, si regalavano soldi pubblici per quattro voti, si votavano leggi liberticide, si seminava odio nei riguardi dei migranti!

Cosa non si fa per un posto al sole!

Grazie, eroiche penne nere!

Da diverso tempo mi chiedo come sarebbe stato il nostro 25 aprile se l’8 settembre del ’43 a fare fallire i piani di Hitler non fossero rimasti eroicamente in campo, armi in pugno, poche migliaia di soldati italiani che portavano la penna nera sul cappello.

Mentre tutti scappavano, furono infatti loro, gli alpini della divisione Alpi Graie, a decidere invece di restare a difesa della principale base navale del Paese e a salvare quel poco che restava dell’onore e del potenziale bellico dell’Italia.

Attestati sulle rive del Magra e del Vara agli ordini del generale Mario Gorlier, che aveva insediato il suo comando a Vezzano Ligure, per molte ore fronteggiarono coraggiosamente una preponderante forza armata nazista composta da due divisioni di  fanteria e una poderosa aliquota della 1ᵃ SS Leibstandarte-Adolf Hitler, le truppe di élite del führer dotate di dodici carri armati, che il generale Erwin Rommel aveva proditoriamente dispiegato sui passi montani, dal Bracco al Centocroci, alla Cisa, con lo scopo preminente – in attuazione del Piano Achse voluto dal duce di Berlino – di catturare la flotta dell’ammiraglio Bergamini agli ormeggi nel golfo.

Intanto che tutt’attorno l’esercito italiano si disfaceva, furono dunque loro, gli alpini della Alpi Graie, a resistere all’ondata nazista per dare alla flotta il tempo necessario per mollare gli ormeggi e prendere il largo sfuggendo così alla cattura.

Ebbene, come sarebbe stato il nostro 25 aprile del 1945 se le unità da battaglia italiane – fondamentale e ormai unica moneta di scambio per ottenere dagli Alleati delle Nazioni Unite meno pensanti condizioni armistiziali, in realtà una resa vera e propria – fossero finite nelle mani del führer?

E allora viene da chiedersi: per quale ragione oscura l’eroismo delle quindicimila penne nere di Gorlier è stato sempre e pressoché del tutto ignorato alla Spezia?

E ancora: non sarebbe l’ora di rimediare?

“Achse, catturate la flotta!”

Da alcuni giorni è nelle librerie e in numerose edicole della Spezia e provincia, pubblicato da Edizioni Giacché, il mio nuovo libro. È la storia, come non vi è mai stata narrata, della Spezia e del golfo nella seconda guerra mondiale, un racconto ricco di vicende, umane e belliche, in molti casi del tutto inedite, che si legge come un appassionante romanzo giallo di Agatha Christie.

L’Achse del titolo era la parola d’ordine lanciata nel tardo pomeriggio dell’8 settembre 1943 dalla “tana del lupo”, il Quartier generale di Adolf Hitler, che riguardava in particolare proprio la Spezia. Il messaggio in codice trasmesso ai comandanti di due divisioni di fanteria da montagna e a robuste unità della 1ª SS Leibstandarte, truppe di élite del führer munite anche di dodici carri armati, dislocate nei giorni precedenti in maniera alquanto truffaldina tutt’attorno alla provincia, dal Bracco al Centocroci alla Cisa, ordinava infatti di dare l’assalto alla città, occupare la Piazza militare, e – priorità assoluta – catturare la flotta.

Achse era stato appena lanciato, e già i soldati hitleriani erano in marcia per mettere le mani sulla preda agognata: le navi da battaglia dell’ammiraglio Carlo Bergamini, sempre agli ancoraggi nel golfo in attesa di ordini. Ma mentre dalle Alpi alla Calabria sull’onda emotiva dell’annuncio dell’armistizio dato alla radio dal generale Badoglio l’esercito si sbandava – il famoso “Tutti a casa!” – alla Spezia qualcuno scelse di restare e di opporsi in armi all’invasore, perlomeno fino a quando le navi non avessero preso il largo mettendosi in salvo.
Fu così che divampò la battaglia della Spezia, con i germanici inchiodati per tutta una notte e diverse ore della mattinata sulla linea del Magra da un pugno di eroici soldati italiani ben decisi a tenere alta la bandiera. E la flotta fu salva.

Quando Spezia si connetteva

In questi giorni si parla molto di imprese ciclopiche nelle quali sono da qualche tempo impegnati alcuni giganti del web (come Google e Facebook) e delle telecomunicazioni: la posa di milioni di chilometri di cavi sul fondo degli oceani per connettere alla rete il mondo intero. Quei cavi di fibra ottica e di grafite già consentono e ancor più consentiranno in futuro il trasporto di grandi quantità di terabyte al secondo.
Impresa un tempo impensabile? Mica tanto! Qualcosa del genere avvenne anche a metà dell’Ottocento quando, dopo la posa sul fondo dell’Atlantico di un cavo (lo chiamavano corda) per le trasmissioni telegrafiche che collegava gli Stati Uniti all’Irlanda, si passò all’altra fase: il collegamento con il Mediterraneo per arrivare infine all’Australia.

Fu allora – anni Cinquanta – che la nostra Spezia si trovò a essere uno degli snodi principali del colossale progetto.

Ecco come racconto questa storia in Ottocento.

Nei primi anni Cinquanta Spezia fu al centro dell’attenzione mondiale per un progetto che stava molto a cuore a numerosi governi. Doveva diventare uno snodo strategico di una linea telegrafica da stendere in buona parte sul fondo del mare per collegare il continente alla Corsica e alla Sardegna e da lì all’Africa. Il 19 marzo del ’53 re Vittorio Emanuele II approvava una convenzione stipulata fra il Ministro Segretario di Stato per i Lavori Pubblici ed il signor John Watkins Brett. Si trattava di una straordinaria operazione finanziata con un capitale di 300.000 sterline inglesi per la posa della linea telegrafica sottomarina più lunga al mondo dopo quella transatlantica: un cavo speciale affondato tra punta Corvo (La Spezia) e Capo Corso (Corsica).

Fra i primi ad interessarsi alla cosa fu il Morning Post. «Il governo sardo – spiegava il quotidiano inglese – ha promesso di compiere la linea da Genova alla Spezia entro il prossimo maggio, per connettere in tal modo in una sola catena di comunicazione telegrafica il punto più settentrionale della Sardegna col più meridionale del Piemonte»[1].
Veniamo così a sapere che Spezia fu allacciata alla rete telegrafica internazionale nella primavera del ’54, anno in cui il telegrafo elettrico sostituì quello aereo installato nel ’49 nel giardino del convento dei Cappuccini.

«Dugento uomini, robusti e gagliardi lavoratori – proseguiva il giornale londinese – sono venuti scavando e vangando il terreno per i pali nelle isole di Corsica e Sardegna fin dal principio di dicembre 1853 cosicché quando la corda consistente in 10 fili di ferro e di rame siasi fatta passare sotto il mare, essa si potrà connettere immediatamente coi fili di terra».

Il 24 aprile del 1856, al meeting della American Geographical and Statistical Society, Marshall Lefferts presentò il saggio intitolato The Electric Telegraph; its Influence and Geographical Distribution. Lefferts, all’epoca presidente della New York and New England Telegraph Company, era considerato un’autorità di livello mondiale in materia e secondo lui il progetto avviato dal Regno di Sardegna era di vitale importanza perché il segmento Spezia-Corsica-Sardegna “chiudeva” una rete di telegrafia estesa su scala planetaria.

Una volta posati questi cavi sul fondo del mare, in abissi di 180-200 piedi, «noi potremo partire da New Orleans – spiegava – e seguendo la linea delle città costiere dell’Unione arrivare a Halifax; quindi, con un cavo sottomarino, a Galway; quindi a Dublino, quindi a Holyhead; quindi per via di Liverpool, Manchester e Londra a Dover; quindi via cavo sottomarino a Calais; quindi a Parigi, Marsiglia, Genova, Spezia; quindi via cavo sottomarino in Corsica, Sardegna e Secalia nella costa africana; quindi a Alessandria, Suez, Damasco, Bagdad, Bassra, lungo il litorale della Persia; e quindi a Bombay, Madras, Calcutta; e quindi a Singapore, Batavia, arcipelaghi e Australia. Noi avremo in tal modo un’ininterrotta linea telegrafica lunga oltre ventimila miglia».

Nel 1859 riprendeva l’argomento, approfondendone gli aspetti tecnici, Preston Shaffner’s Tagliaferro in The Telegraph Manual, capitolo intitolato “Le linee sottomarine telegrafiche del Mediterraneo”. Egli rivelava di essere stato presente all’imbarco dei cavi nel 1854. Erano cavi speciali, a sei fili conduttori, prodotti dalla Kuper & Co. in uno stabilimento allo scopo costruito a Greenwich, nei pressi di Londra. Durante la posa fra Spezia e Capo Corso, la nave incontrò una tremenda tempesta che fece a lungo temere la perdita dei cavi. Invece, per fortuna, essi tennero bene il fondo.

Ulteriori dettagli ce li fornisce il Nuovo dizionario universale tecnologico di arti e mestieri e dell’economia industriale e commerciale, che tuttavia subito smentisce quanto asserito da Tagliaferro in merito alla tempesta. Il Dizionario afferma all’opposto che il tempo fu favorevolissimo “essendovi quasi perfetta calma”. Non tutto era però filato liscio, essendosi rotto un tratto delle spirali di ferro che serravano l’involucro della fune, per cui la nave, Il Persiano, era stata costretta a una lunga sosta. Era giunta comunque a Capo Corso alle 18,30 del 24 luglio.

Oltre a fornire una minuziosa descrizione tecnica del cavo, il Dizionario spiegava che esso fu confezionato dalla fabbrica in un unico pezzo, della lunghezza corrispondente alle due sezioni da Spezia alla Corsica e fra questa e la Sardegna. L’ingegner Brett aveva calcolato esattamente la lunghezza, tenendo conto della profondità del Mediterraneo e degli avvallamenti del fondale. «Ė questa – assicurava il Dizionario – la più lunga delle funi sottomarine che sino al presente sia stata confezionata, e anche la grossezza dei fili di ferro dell’involucro esterno, il diametro e il passo della fune eccedono quanto si è finora veduto sulle altre linee». Il suo peso complessivo ammontava a 800 tonnellate.

«Il piroscafo inglese ad eliche Il Persiano – aggiungeva la pubblicazione – fu destinato a portare alla Spezia la detta fune e a sommergerla lungo la linea prestabilita nelle acque del Mediterraneo. La caricazione sul naviglio richiese più settimane e il piroscafo giunse a Genova il 19 luglio del 1854. Il giorno successivo partì per il golfo della Spezia insieme alla fregata a vapore sarda Costituzione, alla quale si aggiunsero nel golfo i due vapori da guerra Malfatano e Tripoli per assistere all’operazione. Erasi destinato come prima stazione del telegrafo sottomarino un piccolo forte, detto batteria di Santa Croce, situato alla foce del fiume Magra, ed a questo scopo si portò prima in terra sino a quel sito un capo della fune per la lunghezza di 300 metri, lavoro che durò tre ore; dopo di che Il Persiano prese il largo dirigendosi in Corsica»[2].
Comandante del Malfatano era il capitano Boyl, e quello del Tripoli il capitano Trovano. Coordinò l’operazione il marchese Ricci, aiutante generale della Marina da guerra sarda.

A contribuire a rendere meno ardua l’impresa fu presumibilmente l’esistenza fra la Spezia e la Corsica di una piattaforma continentale sottomarina nota con il nome di Terrazzo della Spezia[3], la quale fa sì che la pendenza del fondale sia più dolce. Anche questo, mister Brett, aveva esattamente calcolato.

A tale ciclopica opera accennò nel 1858 pure Thomas Forester nel libro Escursione nelle isole di Corsica e Sardegna. Lo scrittore inglese aggiungeva il particolare che la compagine azionaria della società titolare dei diritti, rappresentata da Brett, ideatore del progetto, era composta principalmente da investitori italiani.

Dal canto suo la North British Review di agosto-novembre 1858, volume 29, precisava che mentre mister Brett aveva dovuto depositare una somma di diecimila lire a garanzia della buona riuscita dell’operazione, numerosi speculatori stranieri giudicando troppo forte il rischio di un fallimento dell’impresa erano rimasti alla finestra per cui era toccato al governo del Regno di Sardegna farsi carico della maggior parte del finanziamento.

Da quanto raccontava ancora la North British Review in occasione del mirabile avvenimento della posa della “fune” sul fondo del mare numerose personalità, fra le quali Sua Altezza Reale il principe Eugenio di Savoia Carignano, vennero a Spezia. La rivista spiegava che all’arrivo a Genova il Persiano trovò ad aspettarlo proprio il principe, molti ministri del Regno, e gli ambasciatori di Inghilterra e Francia. «Costoro, tutti insieme, salparono poi nella notte con le navi dirigendosi verso il porto della Spezia dove un capo del cavo doveva essere fissato. Il posto che mister Brett aveva scelto era una scogliera antistante il fabbricato nel quale l’immortale Dante Alighieri compose un brano dell’Inferno».

«Qui – aggiunse il giornale – un capo del cavo sarà attaccato, e una salva di 60 cannoni, una scena in stridente contrasto con la solitaria passeggiata di Dante, saluterà il momento in cui il cavo teso fra un continente e l’altro sarà affondato»[4].

Alla cerimonia erano certamente presenti l’intendente avvocato Giuseppe Deferrari, che tenne l’incarico fino al ’57, e il sindaco di Spezia Luigi Cozzani.

Il 16 maggio, dunque un paio di mesi dopo avere dato l’ok all’avveniristico progetto, il re da Stupinigi ordinava anche che fossero stabilite quattro linee telegrafiche elettromagnetiche interne: una di queste doveva stendersi da Genova al confine del Modenese passando per Chiavari, Spezia e Sarzana e doveva essere completata con una diramazione da Spezia a Porto Venere «all’oggetto di porla in comunicazione col telegrafo sottomarino di Sardegna, quando questo venga attuato». Provvedimento chiaramente funzionale al trasloco della Marina al Varignano. Il collegamento fra la terraferma e la Sardegna fu inaugurato con un messaggio di saluti trasmesso dal presidente del consiglio cui subito si rispose dalla stazione telegrafica di Sassari.


[1]             Articolo riportato da Annali universali di statistica, economia politica, legislazione, storia e commercio, pagg. 216-218, Milano, maggio 1854.

[2]             Nuovo Dizionario universale tecnologico di arti e mestieri e dell’economia industriale e commerciale, pagg. 148-149, Ed. Giuseppe Antonelli, Venezia, 1856.

[3]    Atlante generale metodico De Agostini, pag. 30, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1984.

[4]    The North British Review, agosto-novembre 1858, pag. 525, W.P.Kennedy, Edinburgo, 1858.

Il testo è tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, 836 pagine, 2011. Aggiungo questa citazione come doveroso riconoscimento dell’impegno, anche finanziario, assunto dall’Accademia Capellini con la pubblicazione di questo libro. Chi ne volesse una copia (ormai ne sono rimaste poche) può rivolgersi all’Accademia, tel 0187 736944, Via XX Settembre 148, alla Spezia.

Nella stampa sotto il titolo: l’attacco del cavo alla stazione di Punta Bianca alla presenza delle autorità del Regno.

Non ci resta che piangere!

Da qualche tempo ho maturato la convinzione che il degrado morale, sociale ed economico del nostro Paese sia ormai irreversibile.

Basta guardarsi intorno per capire.
Ogni giorno che passa qualcuno si compra un pezzo dell’economia italiana – o quel che ne resta, giacché c’è rimasto ben poco – e poi ne fa quello che gli torna più comodo (chiude, manda tutti a casa, se ne va portandosi via il marchio, e chi s’è visto s’è visto!); ogni anno mezzo milione di pensionati con un po’ di soldini se ne va a vivere all’estero dove trova certamente migliori condizioini sociali ed economiche; ogni anno decine di migliaia di giovani abbandonano l’Italia per trovare un lavoro che gratifichi le loro capacità; in compenso, ogni anno arrivano decine di migliaia di disperati che hanno bisogno di tutto, che bene che gli vada finiscono in mano a qualche caporale a raccogliere arance per cinque euro al giorno e che all’Italia non possono dare altro che le loro braccia e la volontà di rifarsi una vita.

Questa la realtà, e ciò significa che la qualità del Paese inevitabilmente è destinata ad abbassarsi arrivando presto al punto di non ritorno.

Mi sbaglierò, il Grande Spirito sa quanto vorrei sbagliarmi, ma il Bel Paese è finito!

Santi e peccatori

Mentre nei vari Stati andava avanti lo spoglio dei voti, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato: “Abbiamo vinto, ma c’è una frode in atto. Stanno cercando di rubarci le elezioni”.
“Una frode in atto!”.
Dunque, il capo del primo Paese del mondo, l’uomo che tiene in pugno la valigetta con i codici delle bombe nucleari, ammette che in America le elezioni (in virtù delle quali lui stesso è stato peraltro eletto presidente nel novembre 2016), sono taroccabili.
Per chi da sempre guarda all’America come simbolo della libertà non è certo una piacevole scoperta.
Comunque, per vedere le cose in modo pragmatico, se c’è un tarocco devono esserci anche dei taroccatori. È la solita storia, vecchia come il mondo, dei santi e dei peccatori.
Nella fattispecie, secondo Trump i peccatori sarebbero ovviamente i democratici e i santi, altrettanto ovviamente, sarebbero i repubblicani.
Ma davvero tutti i democratici sarebbero dei peccatori e tutti i repubblicani sarebbero dei santi? Difficile, anzi impossibile, mandarla giù. Manco lo stesso Trump lo crederebbe.
Pertanto, preso atto che ogni elezione di un presidente americano potrebbe essere stato il risultato di un colossale imbroglio, e considerato che non tutti i democratici sarebbero dei peccatori e non tutti i repubblicani sarebbero dei santi, ne deriva che pure tra i repubblicani ci sarebbero dei peccatori, gente in grado di manipolare, sino a falsarla, persino un’elezione presidenziale. E allora, quanti potrebbero essere, in percentuale, questi repubblicani falsari? Nessuno può dirlo, per cui l’unica strada buona da intraprendere è quella salomonica: fifty fifty, per dirla alla jankee.
Ebbene, anche se sarebbe lecito pensare che potrebbero essere di più, come di meno, anche “solo” un cinquanta per cento di potenziali taroccatori sarebbe in grado in via di pura ipotesi di fare pendere fraudolentemente la bilancia anche a favore di Trump. Come, s’intende, a parti invertite per Biden. Sta succedendo? È già successo?
Non posso certo saperlo. Ma in ogni caso, resta il fatto che è molto triste scoprire a quale livello di miseria morale sia scesa l’America!

Un codice d’onore

Quando tanti anni fa mi avvicinai al Ju-Jitsu (per abbandonarlo purtroppo troppo presto) lo feci non per sport, bensì per darmi delle arie con gli amici. Ora posso anche confessare questa debolezza, ma d’altronde avevo solo una quindicina d’anni, penso che sia comprensibile!

Però ci misi poco a imparare la lezione. Una delle prime cose che imparai era infatti che mai avrei dovuto abusare delle mie conoscenze del Ju-Jitsu per farmi bello o fare il bullo, e che anzi, nel caso in cui se ne fosse presentata la necessità, avrei sempre dovuto preoccuparmi di neutralizzare il mio avversario senza mai fargli del male.

Appresi così un codice d’onore importante: sarei sempre stato in grado di difendermi, però toccava a me decidere come farlo: se rendere inoffensivo l’avversario con un paio di semplici mosse, senza arrecargli alcun danno, se non nel suo amor proprio; ovvero metterlo fuori combattimento con qualche osso rotto, o peggio.

Chissà, forse il riferimento a vicende di questi giorni non è del tutto casuale.