Il lericino che fermò il cacique

Il 3 settembre del 1822 nacque a Lerici Francesco Bibolini il quale, come molti suoi concittadini partiti per le terre d’oltremare in cerca di lavoro, presto varcò a sua volta l’oceano. Egli però oltre alla valigia di cartone portava con sé la veste talare ottenuta nel ’47: divenne infatti un sacerdote famoso, storico pacificatore della pampa argentina.

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Alla guerra senza pallottole

Casa Ceretti

Il rudere di Casa Ceretti

I ruderi di un’antica magione abbandonata all’insulto del tempo e all’assalto dei rovi e dell’edera, e un ospedale da costruire: sono questi gli incolpevoli protagonisti di un nuovo tragicomico dramma che sta andando in scena sul palcoscenico della Spezia. Quanto ai colpevoli, se ce ne sono, spetterà ad altri individuarli. Ma qual è l’oggetto del contendere? Quel rudere è semplicemente un rudere o rappresenta qualcosa di più? Purtroppo, fra di noi è invalsa la brutta abitudine di sparare sentenze senza neppure sapere di che cosa si sta parlando, ragione per la quale per taluni di resti del Politeama riaffiorati in Piazza Verdi sono reliquie da preservare a tutti i costi, mentre per altri sono nient’altro che pezzi di mattoni e calce ai quali si può rinunciare senza rimorsi di coscienza. E il fabbricato di località Ceré? Che valore ha? È un ravatto, come diciamo a Spezia, o ha un suo intrinseco valore? Io posso solo raccontare una parte – probabilmente la più significativa – della sua storia, lasciando al lettore il piacere di farsi una sua opinione.

Il testo che segue è tratto – sunteggiato – dal mio libro Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia (a cura dell’Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, 2011). Continua a leggere

Terra di canali e di mulini

bente

Di Spezia si è detto spesso che era una città d’acqua, e in effetti tutt’attorno c’erano molti canali che solcavano la pianura, pianura che poi altro non era che un esteso materasso fluviale. Cinque erano di buona e torrentizia portata. Dentro la cinta il canale dei Mulini attraversava l’abitato da nord a sud, lungo la direttrice dell’attuale Corso Cavour, e fuori, andando verso ponente, via via si incontravano il canale del Fosso (sedime dell’odierna Via Colombo), il torrente Làgora che veniva dal vallone di Rebocco, il torrente Starolo che nasceva sulle alture di Biassa, e il torrente San Francesco (o di Coregna) che scendeva dal colle della Lizza e andava al mare aggirando il Convento omonimo. Ancora più in là, tra San Vito e Marola, c’era il Caporacca detto anche canale di San Vito il cui corso fu spostato più verso Marola quando furono costruite le grandi vasche d’immersione dei legnami dell’arsenale. Continua a leggere

La dolce vacanza dell’imperatrice triste

Loreley

L’anno (1899) e il secolo volgevano al termine quando nel golfo arrivò un’imperatrice triste. Era la principessa Vittoria Adelaide Maria, Vicky per i familiari – figlia primogenita della regina Vittoria d’Inghilterra e del principe consorte Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha – vedova dell’imperatore di Germania Federico III, scomparso nel 1888. In omaggio dell’amato coniuge Vittoria Adelaide Maria si faceva chiamare imperatrice Federico. Continua a leggere

Garibaldi rapito dagli spezzini

Garibaldi lapideAlle 16,25 del 4 novembre 1867 i reali carabinieri capitanati dal tenente colonnello Deodato Camosso, comandante della Divisione Carabinieri della capitale, che era Firenze, intercettarono Garibaldi, in fuga dopo la sconfitta di Mentana, mentre scendeva dal treno a Figline Valdarno e lo arrestarono. Dopo un tentativo di resistenza passiva il Generale desistette e salì con Camosso su un altro convoglio che subito partì alla volta di Spezia. Continua a leggere

Il golfo, i principi, la luna e i falò

La prima domenica di giugno del 1869, domenica 6, fu qualcosa di indimenticabile per chi ebbe la fortuna di viverla sulle rive del golfo. Quel giorno si celebrava la Festa dello Statuto, Cumberlandma soprattutto la popolazione e le autorità avevano voluto rendere uno straordinario omaggio ai principi Amedeo di Savoia e Maria Vittoria Del Pozzo della Cisterna. Continua a leggere

1816, l’anno senza estate

L’estate sta finendo… 14 settembre 2015: c’è un cielo nero, basso, carico d’acqua ponta a venire giù. C’era da prevederlo: dopo l’estate torrida, l’enorme umidità accumulata prima o poi doveva venire giù, e con i cambiamenti climatici provocati dall’idiozia dell’uomo, e soprattutto dall’uomo bianco, c’è da aspettarsi di tutto: tuoni, fulmini e saette, e… acqua. Tanta acqua. e tornadi. Proprio una bel futuro ci si prepara. Ma quanto a stagioni capricciose non è la prima né sarà l’ultima. Tanto per fare un esempio, l’anno venturo ricorrerà il bicentenario di un’estate tutta particolare: l’estate che non ci fu. 1816, l’anno senza estate. Ecco come racconto quella storia nel mio libro Ottocento:

Il 1816 è passato alla storia come l’“Anno senza estate” detto anchalluve, a seconda delle latitudini, l’“Anno della povertà” o l’“Anno morto di freddo”. Nei Paesi anglofoni suonava così: “Eighteen hundred and froze to death” (’800 e muori ghiacciato), tanto che su quell’evento lo storico John D.Post nel 1977 pubblicò a Baltimora un libro intitolato L’ultima grave crisi di sopravvivenza del mondo occidentale.

Un avvenimento epocale nella storia della meteorologia perché quell’anno, proprio mentre doveva avvampare la primavera con tutti i suoi colori e i suoi profumi, una cappa di ghiaccio scese sul mondo con neve a giugno e gelate in agosto, il che causò gravissimi danni all’agricoltura con conseguenti lunghe stagioni di carestia, di fame e di miseria. All’estate che non ci fu seguì un
rigidissimo inverno, con un alternarsi di nevicate e di venti gelidi. Erano del tutto sconvolti i bioritmi della natura; in Italia le campagne furono coperte da un’inquietante neve rossa, ma nessuno fu in grado di dire cosa stesse succedendo. Solo dopo più di un secolo, nel 1920, il climatologo americano William Humphreys riuscì a svelare l’arcano. Era accaduto che fra il 7 e il 12 aprile del 1815 una spettacolare eruzione del vulcano Tambora, nell’isola di Sumbawa, in Indonesia, aveva scagliato in cielo quasi duecento chilometri cubici di polvere e cenere. Questo materiale disseminatosi negli strati alti dell’atmosfera aveva creato attorno alla terra un velo, una corazza attraverso la quale i raggi del sole stentavano a filtrare con conseguente repentino raffreddamento dell’aria, dei mari e del terreno e ineluttabile paralisi del ciclo delle stagioni. La strana neve scesa anche su Spezia e sulle sue valli era dunque rossa perché colorata dalle polveri del Tambora.

La situazione era così drammatica che il 3 dicembre per cercare di alleviare le sofferenze della popolazione afflitta dalla carestia un Regio decreto concedeva un prestito di sei milioni di nuove lire del Piemonte per l’acquisto di grano all’estero e per l’apertura di alcuni cantieri per opere pubbliche in modo da dare lavoro a un certo numero di disoccupati. Questo intervento mirava anche a ridurre il fenomeno della criminalità, salito a livelli preoccupanti a causa della negativa congiuntura economica.

(Da Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)