Il mercatino dell’usato

Nel sito del Demanio è stato pubblicato l’elenco di alcune centinaia di beni immobili che lo Stato mette in vendita (per fare cassa) in via straordinaria. Si tratta di appartamenti, ex conventi, terreni edificabili, ex caserme, villette, ex carceri, capannoni, ville, magazzini, ex batterie, boschi, vecchi caselli ferroviari, interi palazzi.

Considerato che il territorio della Spezia è gravato da servitù di tutti i generi, che lo Stato la fa da sempre da padrone, viene da pensare che qui ci siano anche numerosi beni non più utili allo Stato e quindi esposti nella vetrina del supermarket demaniale. Un’opportunità per qualche buon affare, insomma. E invece, ecco cosa offre il bazar spezzino:

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I poeti nel golfo dei poeti

Come la piccola Spezia, anche il suo golfo ha cambiato più volte nome nel corso dei secoli. Era Luna al tempo dell’invasione romana, poi Porto lunense, quindi Portus Veneris, Ericis portus, Gurfum Spezia e infine Golfo della Spezia. Ma da quando è noto anche come Golfo dei poeti?
In questo caso conosciamo l’esatto anno ufficiale di nascita: era il 1919, anche se a ben vedere quel soprannome sarebbe da datare all’estate del 1910, nel giorno cioè in cui il drammaturgo fiorentino Sem Benelli, tenendo l’orazione funebre alle esequie del suo amico scienziato e poeta Paolo Mantegazza, morto a San Terenzo il 28 agosto, declamò: «… Beato te, poeta della scienza, che riposi in pace nel golfo dei poeti!».
La prima volta che quel nomignolo fece la sua comparsa in un testo a stampa fu invece nel 1913 allorquando il poeta in vernacolo spezzino Alberto Faggioni pubblicò un poemetto intitolato A Sprugoa nel quale comparve un “Gorfo di’ Poeti”.
Tuttavia, a dare risonanza mondiale all’ormai oggi acquisito soprannome fu giustappunto il Benelli il quale nel ’19 in un volumetto curato della casa editrice l’Eroica dello spezzino Ettore Cozzani pubblicò una lirica intitolata Notte nel golfo dei poeti, che cominciava così: «Abbacinata luna / moderatrice della zitta notte / tu che stai qui sospesa / sopra il golfo di latte / da cui partì l’amante d’ogni amore / col dirmi di sua vita oltre la vita».

Così dunque, nei nomi di Benelli e di Percy Bysshe Shelley (l’amante d’ogni amore), nacque per tutti il Golfo dei poeti.

Ma chi consentì al golfo di fregiarsi del titolo di terra amata dai poeti? Per trovarne le tracce bisogna partire da lontano, da molto lontano.

Quinto Ennio, futuro padre della poesia latina: sua la prima ode al golfo.

Ove il Portus lunae citato da Tito Livio nella sua monumentale opera Ab Urbe condita fosse stato – come io sono arciconvinto che fosse – l’attuale golfo della Spezia, dovremmo difatti prendere atto che il primo poeta a (de)cantarlo fu Quinto Ennio (239-169 a.C.). Costui, riconosciuto più tardi come il padre della poesia latina, nel 205 avanti Cristo era un soldato romano impegnato in una campagna militare in Sardegna agli ordini del pretore Tito Manlio Torquato. Al ritorno in patria approdò con la nave da queste parti, e il luogo gli parve talmente bello che anni dopo, compilando i suoi Annales, scrisse un verso che non sfigurerebbe certo come slogan per i dépliant turistici da spedire alle agenzie di viaggi di tutto il mondo: “Il porto della luna è straordinario, dovreste vederlo, amici”.
In realtà quei versi andarono perduti, ma per nostra fortuna a evitare che finissero nel dimenticatoio ci pensò un altro aedo romano, Aulo Persio Flacco (34-62 d.C.), nato a Volterra secondo alcuni, nato nel Portus lunae secondo altri. Comunque sia, anche a Persio il luogo doveva piacere molto se nelle Satire scrisse: «Per me ora la costa ligure è calda / e il mio mare passa l’inverno / in un luogo dove le rocce offrono una grande scogliera / e il mare si ritira in molte vallate».

Percy Bysshe Shelley

Da allora numerosi altri poeti mostrarono ammirazione per questo golfo. Poeti come Silio Italico, forse Virgilio, Francesco Petrarca, Ursone da Vernazza, Dante Alighieri, Francesco Berlinghieri, Bonaventura Pecini… nondimeno dobbiamo arrivare ai primi dell’800 per trovare più ampi, più frequenti, ma soprattutto più documentati soggiorni di poeti nel golfo.
Limitandoci ai grossi calibri, e comunque non indigeni, possiamo cominciare con Percy Bysshe Shelley, uno dei più grandi alfieri del romanticismo inglese. Prima di sistemarsi a Villa Magni di San Terenzo con famiglia e amici per le vacanze estive del 1922, Shelley venne alla Spezia due volte per cercarvi casa senza però trovare niente che facesse al caso loro. La prima fu nell’autunno del ’21 con la moglie Mary, e la seconda a febbraio del ’22 con Edward Ellerker Williams, l’amico fraterno che pochi mesi dopo perirà con lui nel naufragio della Ariel, la barca che aveva ricevuto da un cantiere genovese solo poche settimane prima. Con William si fece portare da un barcaiolo a esplorare la riva di ponente del golfo, e forse visitò i vari paeselli della costa, Marola, Cadimare, Fezzano… ma senza trovarvi quello che voleva.
Provenienti da Pisa, Percy e Mary giunsero a Villa Magni il 26 aprile del ’22 insieme al figlioletto Percy Florence, la sorellastra di Mary, Mary Jane Clairmont detta Claire, uno stuolo di servitori e alcuni amici fra cui Williams con la moglie Jane, e Edward John Trelawny, una sorta di avventuriero dei mari del sud. Tra loro non c’era Byron, trasferitosi da Pisa a Livorno, ciò perché negli ultimi mesi l’amicizia tra i due grandi poeti inglesi si era alquanto raffreddata.
Finalmente avuta la barca, uno schooner a due alberi lungo sei metri, Shelley si divertì un modo a vagabondare nel golfo per impratichirsi nelle manovre. Per fare vedere quant’era bravo, giunse persino ad azzardare rischiose evoluzioni dirimpetto alla spiaggia di Spezia a uso e consumo dei divertiti residenti e villeggianti. Poi si spinse fino all’arcipelago davanti a Porto Venere, subendo il fascino del Tino, scoglio da lui ribattezzato “L’isola delle sirene”. E infine partì alla volta di Livorno con William e con Charles Vivian, il diciottenne mozzo inglese arrivato con la barca, che li seguiva come un’ombra, per il viaggio che l’8 di luglio, sulla via del ritorno a casa, doveva condurli tutti nell’immortalità.
Di quel soggiorno lericino, Shelly ci ha lasciato Lines written in the bay of Lerici e Triumph of life, poema rimasto purtroppo incompiuto, e numerose lettere.
Da queste, un brano a caso: «… e noi navighiamo in questa deliziosa baia nella brezza della sera e sotto la luna estiva finché la terra ci appare un altro mondo»

Villa Magni, jultima dimora terrena dell’immenso Percy Bysshe Shelley
Lord George Gordon Byron

E Byron? Che ne era di lord George Gordon Byron, lo stravagante poeta al quale in particolare il golfo della Spezia deve la sua poetica insegna?
Byron è una delle icone del turismo colto spezzino. Qua e là si legge che “nel 1822 visse per qualche tempo a Portovenere”, “fece a nuoto la traversata fra Portovenere e Lerici”, “qui scrisse il Corsaro”, “qui lui e Shelley facevano scorpacciate di zuppa di datteri di mare”. Insomma, da queste parti era di casa, tanto che nel 1877 a Porto Venere, per iniziativa del conte Ferdinando Pieri-Nerli, che possedeva una casa alla Palmaria, all’ingresso della Grotta Arpaia inchiodarono una targa marmorea nella quale si raccontavano queste belle cose. Cose che però ressero poco a un’analisi appena approfondita. Tanto per cominciare Byron scrisse il Corsaro nel 1814 durante il suo soggiorno londinese, mentre in Italia venne solo nell’autunno del ’16, e quanto alla storia della nuotata, beh, fu presto chiaro che si trattava di una invenzione pura e semplice, perché mai il vanitoso pari d’Inghilterra se n’era fatto vanto com’era solito invece fare quando compiva qualche impresa un po’ fuori dall’ordinario.
Cambiata la targa, sparito l’accenno al Corsaro, la fola della nuotata è però rimasta immarcescibile, come prova la frase in italiano e in inglese incisa sulla nuova lapide tuttora lì esistente: «Grotta Byron (Arpaia) – Questa grotta ispiratrice di lord Byron ricorda l’immortale poeta che, ardito nuotatore, sfidò le onde del mare da Portovenere a Lerici».
Si sarebbe fatto la bella traversata, raccontavano i bene informati, per trascorrere qualche ora in allegria con Shelley, moglie e soci che erano in vacanza a Casa Magni. Quindi tra fine aprile e fine giugno del ’22.

Tutto bello, se non fosse che questa storia è una gigantesca bufala.

Quando si trasferiva da qualche parte, il lord si muoveva con una raffinata carrozza bianca napoleonica trainata da due pariglie con valletti assisi davanti e dietro l’imperiale, con sette servitori al seguito assieme a due fourgon con i mobili e pile di libri, un bulldog, due gatti, una scimmia, tre pavoni, due oche, alcune galline e nove cavalli. Non c’era nulla, a Porto Venere, un misero paese pressoché spopolato, dove per avere un po’ d’acqua dovevano aspettare la pioggia, che potesse essere di suo gradimento.
In realtà Byron non posò mai piede sul suolo di Porto Venere, né in nessun’altra riva del golfo, se non in quella di Lerici. La storia, documentata, racconta che il poeta lasciò Livorno in carrozza il 28 settembre 1822 per recarsi a Genova dopo avere spedito tutte le sue cose via mare. Giunse a Lerici la sera stessa – in precedenza mai aveva toccato il suolo ligure – e nella notte cadde ammalato, rimanendo ospite di una misera locanda nei giorni 29 e 30 settembre, 1 e 2 ottobre. Lo raccontò lui stesso in una lettera all’editore e amico John Murray, datata Genova 9 ottobre 1822: «Sono stato molto male; quattro giorni confinato nel mio letto nella peggiore stanza del peggiore albergo di Lerici, con un violento attacco reumatico e bilioso, costipazione e lo sa il diavolo cos’altro; nessun medico, tranne un giovane, che però fu gentile e cauto quanto basta».
Quindi la mattina del 3 ripartì con una feluca da Lerici verso Sestri Levante dove approdò al tramonto. Qui, senza por tempo in mezzo, noleggiò una vettura, viaggiò tutta la notte e all’alba era già ad Albaro, nella Villa Saluzzo. Di questo viaggio parlava il 7 febbraio del ’23 in una lettera a Lady Hardy. È grazie a questa missiva che sappiamo come andò l’ultimo tratto del cammino: «Arrivai a Sestri al tramonto e raggiunsi Genova per terra arrivandovi prima dell’alba e guarii durante, credo, quel viaggio anfibio». Nessun accenno a una sosta a Portovenere.

La favola del Byron spezzino era stata inventata e poi alimentata dai barcaioli, all’epoca fra i mestieri più diffusi a Spezia, i quali riuscivano in tal modo, raccontando anche di Shelley e della sua triste fine, a spillare un po’ di soldi in più ai loro clienti. Un commosso Giosuè Carducci, per esempio, allungò cinque lire di mancia e una stretta di mano al vogatore che lo portava insieme ad Annie Vivanti in giro per il golfo.

Un personaggio poco noto su queste rive, ma famoso in Europa, era August von Platen-Hallermünde, un poeta e drammaturgo tedesco soprannominato l’Orazio della Germania. Nel golfo Platen visse le sue giornate da turista in perfetta armonia con l’ambiente che lo circondava. Famosa è rimasta la sua epistola metrica all’amico Carl Friedrich von Rumohr nella quale descriveva la Palmaria, isola che gli era entrata nel cuore e sulla quale soggiornò a lungo. Suo è anche un epigramma sull’isola del Tino: «Cespi di mirto, degli elci, un chiostro caduto in rovina, un faro, un picciol seno e l’onde liete del mare».
Tra i visitatori illustri del tempo è da citare anche Aleardo Aleardi, poeta e politico veronese che scrisse: «Qual chi rapito navigava / di Spezia la marina / ver l’onda cara a Venere/ accanto a una collina / se della polla torbidi / vede bollire i nembi / ne tragga auspicio di venturi nembi». La polla era la sorgente sottomarina di Marola /Cadimare, un fenomeno della natura che i viaggiatori non mancavano di andare ad ammirare.
Un personaggio del tutto sconosciuto nel golfo, che ho scoperto per caso dandone conto in Quanto sei bella Spezia! (Edizioni Giacché, 2017), è tale Wallace B.Conant, un americano forse della  Pennsylvania il quale nel 1898 ha scritto una poesia intitolata, pensate un po’ Bella Spezia. Eccone un verso: «Oh Spezia, bella Spezia / dentro di me il mio cuore si rallegra / quando vedo la luce del sole spuntare / dalle marmoree colline di Carrara».

Le vecchie case del Torretto viste dall’odierna Piazza Verdi. In uno dei fondi c’era la cantina del Gigio. Oggi là ci sono il Palazzo Contesso e il Palazzo delle Poste.

Credo però che nell’inventarsi quel “Golfo dei poeti” Sem Benelli abbia tratto ispirazione soprattutto da quella che era nota come “la cantina del Gigio”, cronologicamente più vicina a lui. Il Gigio era Luigi Bonati, un intellettuale-imprenditore proprietario di cave di arenaria, a più riprese presidente della Cassa di risparmio della Spezia, appassionato di vini che curava personalmente in un ampio fondo situato in via del Torretto alle spalle dell’attuale Piazza Verdi, in un edificio che sorgeva nell’area oggi occupata dal Palazzo Contesso. In particolare, dedicava le sue attenzioni al famoso rinforzato delle Cinque Terre, ovvero lo sciachetrà, nettare che ai suoi ospiti piaceva molto. La cantina era in realtà un cenacolo di letterati; da lì transitarono anche Severino Ferrari, Giovanni Pascoli, Manara Valgimigli, Renato Fucini, Giosuè Carducci e la giovane Annie Vivanti, della quale parlerò più sotto.

Severino Ferrari

Severino Ferrari, un bel giovane emiliano, allievo prediletto del Carducci, giunse alla Spezia nell’estate del 1882. Nato nel 1856 in un paesino del Bolognese, è considerato uno spezzino di adozione non tanto per gli anni di permanenza sulle rive del golfo – insegnò dal 1882 al 1886 nel liceo spezzino divenendone anche direttore – e non solo per i molti fedeli amici che qui aveva, quanto per il fatto che a Spezia trovò l’amore, Ida Gini, una fanciulla bionda che i testimoni del tempo descrivevano “di forme superbe” e di “prospera e luminosa bellezza”.
I due si erano conosciuti nell’osteria La Confidenza, altro abituale ritrovo di una nutrita allegra brigata di intellettuali spezzini, compreso Bonati, che si apriva in Via Chiodo e che apparte­neva ai genitori della ragazza. Si unirono in matrimonio il 23 settembre del 1886 a Bologna, e nel giorno stesso per un curioso scherzo della sorte a Severino giunse la comunicazione del trasferimento a Reggio Calabria. Nel periodo del soggiorno spezzino Ferrari pubblicò il poemetto Il Mago – Arcane fantasie e i famosi Bordatini.
Al di là della sua Ida, un amore profondo unì per sempre Severino a Spezia come traspare dai suoi versi: «Riveggo ancora Spezia bella / e sento la dolce terra dove fui poeta». E: «Fu picciol borgo e dove ora giganti / palazzi aderge in lucidi colori / tendean le reti di mare stillanti / con gesti gravi un giorno i pescatori».
Dopo avere girovagato per l’Italia, da una scuola all’altra, Severino cominciò ad accusare i sintomi della malattia che poco dopo doveva condurlo alla tomba. Morì a soli 49 anni di età, alla vigilia di Natale del 1905, a Collegigliato, in provincia di Pistoia.

Renato Fucini, era un poeta grossetano che si firmava anche Neri Tanfucio. Venuto a Spezia nel 1898, ebbe occasione di conoscere il Carducci e di stringere solida amicizia con Agostino Fossati.

Manara Valgimigli

Manara Valgimigli, poeta, allievo di Carducci all’università di Bologna, e amico fraterno di Pascoli, era un filologo, grecista e scrittore originario di San Pietro in Bagno, in Romagna. Visse in due riprese alla Spezia dove fu insegnante di latino e greco dal 1908 al 1913 al Ginnasio e dal 1916 al 1923 al Liceo classico. In quei periodi fu assiduo frequentatore della cantina del Gigio. Nel 1948 tornò a Spezia per inaugurare la nuova Università popolare.

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli era legato da un’amicizia fraterna al Gigio il quale in risposta ad affettuose lettere gli mandava a Castelvecchio delle cassette di un ottimo suo vino. Il poeta toscano, che insegnava al liceo “Pellegrino Rossi” di Massa, fu più volte ospite della vecchia cantina del Torretto come si ricava dagli intensi scambi epistolari datati ai primi del ’900. Ma già nel 1895 al Bonati era capitata la ventura di dovere andare in soccorso dell’amico trovatosi in ristrettezze finanziarie. Il poeta si era infatti trovato a dovere provvedere sia alla dote della sorella Ida che stava per andare in sposa, sia al pagamento del primo appannaggio di 50 lire mensili pattuito con lo sposo, ma era a corto di soldi. Si era rivolto allora all’intellettuale-cantiniere spezzino chiedendogli un prestito di 2.500 lire e il Gigio non si era fatto pregare: senza discutere aveva avallato una cambiale di pari importo.

Gosuè Carducci

Una impronta non da poco conto ha lasciato sulle rive del golfo Giosuè Carducci futuro senatore del Regno (dicembre 1890), futuro Premio Nobel per la letteratura (1906), considerato il più grande poeta italiano vivente.
Personaggio chiave del romantico soggiorno carducciano nel golfo fu Annie Vivanti (24 anni) padre italiano, madre tedesca, nata però a Londra dove il padre, patriota garibaldino, aveva dovuto rifugiarsi. Era una ragazza disinibita, tanto che in seguito le furono attribuiti numerosi amori. Non eccelsa poetessa, era nondimeno un’ottima scrittrice di racconti e novelle – un elenco sconfinato – che riscossero un notevole successo internazionale di pubblico e di critica, venendo anche tradotte in tutte le lingue europee, e recensite da grandi nomi della cultura.
Nel dicembre del 1889 la ventitreenne Annie ebbe un incontro a Milano con l’editore Emilio Treves dal quale voleva farsi pubblicare delle liriche. Treves provò a dissuaderla, spiegandole che non era tanto facile, specialmente per una neofita. E forse per spingerla a rinunciare ai sogni di gloria le disse che magari, ove fosse riuscita a ottenere una prefazione da un grande intellettuale, metti un Carducci, allora avrebbe probabilmente avuto qualche probabilità in più. Una mission impossible, pareva.
La ragazza era però un tipetto tosto, non si arrendeva facilmente. Salita sul treno per Bologna, tanto brigò che riuscì a farsi ricevere dal Carducci strappandogli la sospirata prefazione, pubblicata poi nella raccolta Lirica.

Annie Vivanti

Finalmente in possesso del suo agognato contratto con la Fratelli Treves, a metà febbraio del 1890 Annie venne a vivere a Spezia trovandovi le condizioni più favorevoli per scrivere poesie e cominciando a frequentare la cantina del Gigio. E qui, a marzo, la raggiunse Carducci il quale conosceva bene il Bonati e Spezia essendoci già stato nel 1887 e nel 1888.
Vi arrivò “inatteso”, spiegava Il Lavoro dando notizia del soggiorno spezzino del “principe dei poeti”, nella mattinata di lunedì 24 marzo e vi si fermò una settimana. Fu allora che fra i due divampò la passione amorosa tradita dal famoso verso dell’elegia Ad Annie scritta al mattino di mercoledì 26: «Batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori / glauchi ed azzurri come i tuoi occhi, o Annie», strofa che si legge sulla lapide della poetessa al cimitero monumentale di Torino dove è morta nel 1942.
In quei giorni l’illustre ospite ricevette l’omaggio dell’assessore Pontremoli, visitò l’arsenale, poi il Ginnasio, il Liceo e l’Istituto tecnico, e si incontrò con i professori delle varie scuole nel ristorante dell’albergo Giappone (si trovava in Corso Cavour angolo Via Cavallotti; quando sul finire dell’800 fu venduto, cambiò nome in “Albergo Impero”).

Ma oltre a questi momenti ufficiali, Carducci riuscì a ritagliarsi felici spazi privati con Annie.
Nella mattinata del 26 i due passeggiando sulla spiaggia scorsero una barca col nome “Garibaldi” e con quella si fecero condurre dall’“assonnato barcaiolo” in giro per il golfo. Fu durante quella romantica gita che il poeta pronunciò la famosa frase su Shelley, “spirito di titano entro virginee forme”. Il barcaiolo raccontò allora che suo nonno era il barcaiolo di Shelley, e nel fare il nome dello sfortunato poeta inglese con fare teatrale si tolse il cappello. Quel gesto commosse il Carducci il quale tese la mano al marinaio, che gliela strinse, dicendogli «Io ti saluto, amico». E gli sganciò cinque lire di mancia.

Fra Giosuè e Annie era dunque sbocciato l’amore, magari anche la passione, però lei sembrava condurre tutto sul filo del gioco, più interessata alla carriera che non alle smancerie dell’attempato corteggiatore o amante. Nella circostanza però forse si rese conto che stava scherzando un po’ roppo con il fuoco, perché le voci di una relazione fra il maturo e famosissimo poeta e la ragazza libera, piuttosto disinvolta e indipendente cominciavano già a trapelare sui giornali scatenando illazioni e feroci polemiche, il che rischiava di trascinarla in un’avventura troppo pericolosa per lei.
Comunque sia non si sottrasse alla corte del cinquantacinquenne professore di Val di Castello con il quale si faceva vedere insieme partecipando anche a diverse gite a Lerici e a Portovenere. Nella sua agenda alla data 24 marzo (il giorno stesso del suo arrivo a Spezia) Carducci annotò in un taccuino il primo «amoroso incontro» con Annie e, due giorni dopo, quel 26 marzo in cui compose i versi Ad Annie vi si leggeva in greco la frase «Aspetta ad amare», un invito che il poeta rivolgeva a sé stesso. Nel taccuino venivano insomma registrate tutte le tappe di quella settimana d’amore trascorsa nel golfo.

E i giornali ci sguazzavano.

Conducendo quella relazione sul filo dell’equivoco, pencolante tra la passione e l’amore platonico, lei lo chiamava Orco, nomignolo che a lui piaceva molto perché rispecchiava il suo carattere, bonario e ombroso al tempo stesso.
Sulla natura del flirt fra Annie e Giosuè ci sono almeno un paio di documenti che danno da pensare. Il primo è una pagina del diario della stessa Vivanti: «(Spezia 26 marzo 1890). Da lunedì mattina (è mercoledì) è qui Carducci – per me, tutto e soltanto per me. La Giunta, il Sindaco, i professori lo vanno a visitare, ed egli viene da me, timidamente, la mattina, e aspetta fuori con un mazzo di fiori in mano. Giacinti rosei ed azzurri. – E stamani mi ha scritto dei versi. – Andammo oggi a Porto Venere. – Quante splendide e dolci cose egli mi dica non saprei riscrivere. Le serbo nell’anima chiuse come perle. – I primi due giorni mi annojò a morte. Ne ero ammalata! Oggi, col sole, no. – Si pranzò con lui, Eva e Jo e io allegramente. Disse sempre di me, e quante splendide lodi! – Aiutatemi, buon Dio, Dio pietoso e benedetto, aiutatemi a riuscire. – Amen».
Il 27 aggiungeva al diario «Ritorniamo da Porto Venere Carducci, Bonati, Eva, Jo ed io. Iddio, che splendore!».
Il secondo documento è una lettera scritta da Annie al poeta. Assecondando un forte impulso di vanità Carducci le aveva spedito da Bologna una sua fotografia ed ella gli rispondeva per ringraziarlo e per… tenerlo sulla corda. La lettera, datata La Spezia (sera) 25 aprile 1890, era indirizzata a Giosuè Carducci presso un conoscente romano.
«Vi rivedo dunque. Grazie. Siete bello, siete superbamente bello ed io Vi adoro. Come avete la bocca ostinata, che stuona colla ispirata serenità dello sguardo! Gli occhi guardano l’altezza conquistata, e la bocca dice: Ancora. Non basta, Giosuè Carducci? Perché dice ancora: Voglio la vostra bocca?Ed agli altri non volete lasciar nulla che l’ira di non poterVi seguire? O dite, Voi felice arrivato, o v’è posto anche per altri lassù, vicino alla Gloria? Non sono più triste, non sono più cattiva, ed è aperto a Voi il mio cuore, e Vi ama, Vi ama! EccoVi la mia bocca da baciare. Annie».

La sera di sabato 29 marzo cedendo forse alle insistenze dell’esuberante Annie, Carducci intervenne a una grande festa danzante organizzata al Teatro Civico per raccogliere fondi in favore della Società nazionale di tiro a segno della quale era presidente l’ammiraglio Turi. Patronessa del veglione era Isabella di Baviera Duchessa di Genova, accompagnata dal consorte principe Tommaso, due illustri ospiti che amavano Spezia: sposatisi il 14 aprile dell’83, avevano trascorso la luna di miele nell’incanto del golfo. Nell’occasione per la prima volta il teatro veniva illuminato con la luce elettrica.
Insieme all’ammiraglio Carlo Alberto Racchia, comandante della Marina a Spezia, al contrammiraglio Carlo Turi, al sindaco Giò Batta Paita, e al conte Giulio della Torre, Carducci raggiunse il palco d’onore per porgere il suo omaggio ai principi reali, e Tommaso gli confidò, sorridendo, di non avere dimenticato che un decennio prima egli aveva esaltato la figura di sua madre, la regina Margherita, in una delle sue famose Odi barbare, reminiscenza che inorgoglì molto il poeta.
La sera dopo, domenica, lasciò il golfo “con il diretto delle 9,25 pom.”, e il giorno seguente arrivato a Roma scrisse una lettera al Gigio per ringraziarlo dell’affettuosa accoglienza parlando di «vostra bellissima Spezia».

Circa tre mesi dopo la vacanza spezzina Carducci venne coinvolto in un episodio boccaccesco che aveva avuto la solita Annie quale protagonista e che stava per concludersi con un duello.
Nella cantina del Gigio un giovane professore di filosofia del liceo spezzino, Giuseppe Caldi, aveva conosciuto la giovane poetessa innamorandosene perdutamente. Fu il classico colpo di fulmine!
Forse all’inizio Annie, già compiaciuta per le sentimentali premure da parte del Carducci, non si mostrò insensibile alle attenzioni del venticinquenne professore, ma poi lo respinse. («… perché – annotava nel suo diario il 29 giugno 1890 – co’ professori, anche a scuola, da bambina, non ho mai potuto andare d’accordo»). Tuttavia, secondo i giornali nazionali la conclusione della love story avrebbe avuto risvolti piccanti. Senza fare, almeno all’inizio, i nomi dei protagonisti, riferirono di un giovane fidanzato che recatosi in visita alla sua amata con una mezz’ora di anticipo sull’appuntamento con lei fissato, la sorprese in flagrante… reato con un giovane del posto. Possiamo immaginare il seguito. Sta di fatto che la storia attirò, come il miele le mosche, giornalisti da tutta Italia i quali versando per l’intera estate benzina sul fuoco delle passioni deluse del Caldi non fecero altro che esacerbare gli animi.
Irritato per il tono di una precisazione della Vivanti apparsa sul Caffaro di Genova, il professore ribatté con una lettera pubblicata dal quotidiano romano La Tribuna. A questo punto fu il dottor Italo Vivanti, fratello maggiore di Annie, medico condotto a Gavirate, a risentirsi per i giudizi espressi dal Caldi da lui ritenuti offensivi nei confronti della sorella. Da qui la sfida a duello – quantunque i duelli fossero vietati – con la nomina dei padrini, due ufficiali di Marina.
Il professore rifiutò di battersi, e anzi andò oltre denunciando il 20 luglio alla magistratura sia il Vivanti, sia i due padrini, sia il Carducci accusando quest’ultimo di avergli inviato un telegramma nel quale censurava il suo rifiuto a duellare, e lo esortava piuttosto ad accettare la sfida. Il magistrato rinviò a giudizio Vivanti e i suoi padrini, e al contempo sentenziò l’insussistenza del reato a carico di Carducci (del quale era fervente ammiratore) e lo prosciolse.
Davanti a «un pubblichetto di contadini e sfaccendati», annotava il cronista, il 7 dicembre con una decisione a sorpresa il pretore Ettore Vigliani mandò assolto il Vivanti infliggendo invece un’ammenda ai padrini.

Di Annie Vivanti possiamo ricordare questo verso di L’offerta, scritta alla Spezia nella primavera del 1890: “Sotto i forti impassibili / urtiam contro la riva / L’ombre dei colli spezzano / la gran luce estiva”.

Infine, in un golfo che già si era però guadagnato il nomignolo che lo ha reso famoso nel mondo, vennero altri poeti, quali i futuristi Filippo Tommaso Marinetti, vincitore nel 1935 del Premio nazionale di poesia Golfo della Spezia con Meriggio sul Golfo dei Poeti, lirica poi inserita nel celebre Aeropoema del Golfo della Spezia, Vittorio Osvaldo Tommasini (in arte Farfa), e Corrado Govoni, e un po’ più tardi ovviamente il grande Eugenio Montale (Premio Nobel nel ’75), e Pier Paolo Pasolini. E chissà quanti altri, nomi ancora non più custoditi da una personalissima memoria ram ormai stanca.

Finché la barca va

“Ci sono due tipi di sbarchi: gli sbarchi fantasma, di cui nessuno parla, poi arrivano le ong e si scatena il finimondo, si accendono i riflettori e tutti parlano di 43 persone non vedendo che nei giorni scorsi ne sono sbarcate duecento“.
Lo ha detto il sindaco di Lampedusa Totò Martello, uno che, non si potrà dire di no, di queste cose se ne intende.

Ecco, questa è la verità nuda e cruda, quella che tutti noi dovremmo sapere, e che invece nessuno ci dice.
Ogni giorno, dunque, gli scafisti, quei ributtanti trafficanti di esseri umani, usando piccole imbarcazioni fanno avanti e indietro portando migranti sulle coste siciliane, e in particolare a Lampedusa. Non so se lo fanno disturbati o indisturbati. Non lo so, perché nessuno, appunto, ne parla. Né si levano bellicosi strepiti dagli schermi delle Tv a reti unificate e accuratamente lottizzate.
Sebbene grazie al grande e generoso cuore degli italiani la maggioranza delle Ong abbia ormai da tempo lasciato al suo destino quanti cerchino di attraversare il Mediterraneo, succede ogni tanto che il capitano di una piccola nave – ovviamente un criminale, uno che deve essere arrestato subito, uno che deve marcire nelle patrie galere sino alla fine dei suoi giorni – cerchi di portare qualche decina di migranti, uomini, donne e bambini, qualcuno ammalato, in un luogo che si suppone ospitale puntando la prora sulle nostre coste, facendo in tal modo scoppiare un putiferio. Mica l’hanno ancora capito che l’Italia non è più un luogo ospitale per coloro che non hanno soldi da spendere in alberghi, ristoranti, pizzerie, concerti e divertimenti vari!
Insomma, gli scafisti veri fanno avanti e indietro sbarcando centinaia di persone, e non succede nulla, non vola una mosca, nessuno ricorda che i porti italiani sono chiusi, nessuno mostra panza e muscoli.
Se invece si profila all’orizzonte la sagoma di una barca con quaranta poveracci a bordo, ecco che entrano in funzione motovedette, pattugliatori, fregate missilistiche, elicotteri di tutte le forze possibii e immaginabili, forse persino incursori di Marina e parà della Folgore, carabinieri, polizia di frontiera, guardia di finanza, e probabilmente forestali, e nessuno mi leva dalla testa l’idea che là sotto ci sia anche almeno un sottomarino, se non due, a tenere d’occhio tutti con il periscopio, perché non si sa mai.
Insomma, tutti messi alla frusta dall’ira funesta del Viminale mobilitato al completo agli ordini dell’intrepido capitano in difesa dei sacri confini della patria minacciata da un’orda di clandestini selvaggi armati fino ai denti di smartphone e di cuffiette.
E gli scafisti, quelli veri? Eh, loro sono lì che contano i dollari, e se la ridono. Ridono di noi!
Nella foto: un poderoso mezzo da sbarco dell’esercito invasore.

Per un pugno di Bot

Oggi l’Italia si divide sui minibot, geniale idea dei cervelloni della Lega non più Nord per saldare il debito che le pubbliche amministrazioni – Stato, uffici periferici, ed enti locali – hanno nei confronti nei loro fornitori. A scanso di equivoci, è bene precisare subito che responsabili di questo debito sono tutti i governi succedutisi da almeno un decennio in qua. Quindi nessuno può chiamarsi fuori. E tanto per capire di cosa stiamo parlando, saremmo di fronte (manca una cifra ufficiale) a una voragine di circa sessanta miliardi di euro, non quattro palanche. Va aggiunto però che nel 2014 il governo stanziò quaranta miliardi per saldare buona parte di quel debito, che però poi ha ripreso a crescere.
Ebbene, ora la Lega vorrebbe tacitare i creditori pagandoli con dei Bot di piccolo taglio, uno strumento finanziario che tuttavia secondo alcuni avrebbe lo stesso valore dei soldi del Monopoli (cioè carta straccia) o di un assegno cabriolet (cioè scoperto), e che secondo altri si configurerebbe invece come una moneta parallela all’euro, divisa che – oltre a far crescere in misura proporzionale il debito pubblico – sarebbe emessa in violazione dei patti sottoscritti da tutti i Paesi aderenti all’Area euro, tra cui ovviamente l’Italia. Quindi, il minibot sarebbe o denaro fasullo sul tipo di quello della banda degli onesti (con riferimento a Totò, Peppino, ecc. che vediamo qui sotto, e non ai 5 Stelle, sia ben chiaro) ovvero una valuta illegale. In più sarebbe un grimaldello con il quale scrardinare porte e portoni e favorire l’uscita dell’Italia dall’Area euro. Va da sé che per i suoi sostenitori sarebbe invece uno strumento perfettamente legale; sarebbe anzi un toccasana per la nostra economia.

Per sorridere un po’!

Vediamo allora chi sono gli alfieri e chi i detrattori dei minibot.

SONO A FAVORE

Matteo Salvini

Titolo di studio: maturità classica.
Professione: giornalista di Radio Padania, ma dal 1990, dall’età di 17 anni, svolge attività politica.
Stato attuale: segretario della Lega (ex Nord), vicepresidente del consiglio e ministro dell’interno.

Luigi Di Maio

Titolo di studio: maturità classica.
Professione: nessuna, ma ha svolto alcune attività come giornalista pubblicista (quindi occasionale), lavoro di web commerce, manovale, lo steward allo stadio San Paolo di Napoli.
Stato attuale: capo politico del Movimento 5 stelle, vicepresidente del consiglio e ministro del lavoro e delle politiche economiche.                                               

Giorgia Meloni

Diploma: liceo linguistico.
Professione: da tutte le biografie risulta giornalista professionista (è regolarmente iscritta all’Ordine e all’Inpgi), ma non sono riuscito a trovare per quale testata giornalistica abbia svolto il praticantato e quindi sia stata assunta come redattrice, e per chi, pertanto, abbia lavorato. Svolge comunque attività politica dall’età di 15 anni.
Stato attuale: presidente del partito Fratelli d’Italia.

SONO CONTRARI

Giuseppe Conte

Titolo di studio: laurea in giurisprudenza.
Professione: avvocato e docente universitario.
Stato attuale: presidente del consiglio dei ministri.              

Giovanni Tria

Titolo di studio: laurea in giurisprudenza.
Professione: docente di Economia, Macroeconomia, Storia del pensiero economico alle Università di Perugia e La Sapienza di Roma. Dal 2017 è preside della facoltà di Economia di Tor Vergata.
Stato attuale: ministro dell’economia.

Mario Draghi

Titolo di studio: laurea in economia all’università la Sapienza di Roma e specializzazione al Massachusetts Institut of Technology.
Professione: professore universitario, negli anni Novanta diventa alto funzionario del ministero del tesoro. Nel 2005 viene nominato Governatore della Banca d’Italia entrando per tale ruolo nel consiglio direttivo e nel consiglio generale della Banca centrale europea, e nel C.d.A. della Banca dei Regolamenti internazionali. È stato inoltre presidente del Financial Stability Board. È stato direttore esecutivo per l’Italia della Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo.
Stato attuale: presidente della Banca centrale europea

Ecco, secondo voi, a chi conviene credere? E sempre secondo voi, chi sta cercando di prenderci per i fondelli?

Ma perché ce l’hanno con noi?

Su Facebook è in corso un interessante dibattito sui motivi per i quali, conti alla mano, l’Europa tratta l’Italia in modo diverso rispetto a Francia e Germania. Con noi pugno di ferro, e con loro guanto di velluto, come se quelli fossero i bravi e noi i cattivi. E ci si lamenta perché la Francia, per esempio, ha saputo salvare i suoi gioielli (vedi il caso attuale di Fca-Renault) mentre noi siamo stati capaci di dilapidare un autentico tesoro di imprenditoria pubblica svenduta al primo offerente.
Ma era tutto oro quel che luccicava? A prendere come esempio Alitalia, al di là degli aspetti patriottici, non direi proprio. Altro esempio: un secolo fa sono andato in Corsica con un traghetto della Corsica Ferries (francese, con una gamba in Italia, privata). L’anno dopo sono andato in Sardegna con la Tirrenia (società italiana di Stato). Non sto a dirvi la differenza – dalla cortesia del personale alla pulizia dei servizi igienici e delle cabine – ve la potete immaginare.

Ecco, io penso che ci siano non una, ma mille ragioni che possono spiegare la severità, dovuta anche a una non ingiustificata diffidenza, che gli Stati europei mostrano nei nostri confronti. Siamo noi che facciamo finta di non vederle.

Noi facciamo finta di non sapere che un terzo dell’Italia, se non la metà, è in mano alla criminalità organizzata (mafia in Sicilia, ‘ndrangheta in Calabria, camorra in Campania e dintorni, Sacra corona unita in Puglia, mafia nigeriana al nord), come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.

Facciamo finta di non sapere che in Italia costruire un chilometro di autostrada costa tre volte di più che nel resto del mondo.

Facciamo finta di non sapere che lo Stato italiano è debitore cronico verso le imprese fornitrici di qualcosa come 60 miliardi di euro. Altrove le fatture vengono pagate a 30 o a 60 giorni, da noi a… due o a tre anni (quando va bene).

Facciamo finta di non sapere che lo Stato italiano è debitore verso i contribuenti di trenta miliardi di euro per rimborsi fiscali mai effettuati.

Facciamo finta di non sapere che in una piccola città di provincia c’era una azienda pubblica di pubblica utilità che aveva duecento dipendenti (stipendi) in più di quelli che occorrevano: quante aziende del genere ci sono in Italia?

Facciamo finta di non sapere che in Italia c’è gente che lavora, ma che non paga un euro di tasse (lavoro nero) per un ammontare annuo di cento miliardi di euro.

Facciamo finta di non sapere che in ogni ora del giorno migliaia di persone pagate da noi per servire il cittadino invece di essere al lavoro stanno facendo gli affari propri.

Facciamo finta di non sapere che quanto riguarda i cittadini in età da lavoro in possesso di laurea, i dati Eurostat pongono l’Italia al penultimo posto in Europa.

Facciamo finta di non sapere che l’Italia è sui gradini più alti del podio mondiale per il tasso di corruzione.

Facciamo finta di non sapere che in Italia è scomparsa una classe imprenditoriale capace di aprire fabbriche con centinaia di dipendenti.

Facciamo finta di non sapere che ogni settimana, se non ogni giorno, un pezzo dell’economia più pregiata italiana finisce in mani straniere.

Facciamo finta di non sapere che, pur avendo una disoccupazione giovanile che supera il trenta per cento, le aziende italiane non riescono a trovare la manodopera specializzata che gli occorre.

Facciamo finta di non sapere che centinaia di famiglie di pensionati che con il loro assegno mensile erano costrette a tirare la cinghia, hanno fatto le valigie e sono emigrate in Paesi nei quali, con la stessa pensione, ora vivono bene e senza problemi né economici né di sicurezza.

Facciamo finta di non sapere che ogni giorno uno, due, cento giovani laureati lasciano l’Italia per trovare un’occupazione confacente alla loro carriera scolastica.

Facciamo finta di non sapere che il cittadino italiano deve chiedere per favore allo Stato quello che gli spetta di diritto.

Facciamo finta di non sapere che il nostro Paese sta scivolando nemmeno troppo lentamente verso un regime autoritario nel quale si discrimina la gente per ragioni di religione, di etnia e di nazionalità.

Facciamo finta di non sapere che ogni giorno degli esseri umani annegano nel Mediterraneo perché non c’è più quasi nessuno che possa salvarli.

Facciamo finta di non sapere che da qualche tempo a questa parte nel nostro Paese le manifestazioni di dissenso politico più pacifiche di questo mondo, come l’esposizione di lenzuola alle finestre, vengono interrotte dall’intervento delle forze dell’ordine nelle case della gente.

Facciamo finta di non sapere che mentre le ruspe spianano i campi rom o i campi di immigrati, ci si dimentica invece di intervenire per sgomberare edifici pubblici occupati da organizzazioni di estrema destra.

Facciamo finta di non sapere che un ministro dell’interno ha detto di avere dato ordine ai suoi uffici di fare un censimento dei rom (in aperta violazione del dettato costituzionale).

Facciamo finta di non sapere che gli stipendi e le pensioni dei dipendenti pubblici sono pagati anche con i soldi di cittadini europei i quali, bontà loro, continuano a farci credito (ovviamente a tassi di interesse sempre in crescendo).

Tutto ciò considerato, per quale ragione gli europei dovrebbero fidarsi di noi?

Perché – ecco un’altra cosa che facciamo finta di non sapere – noi ci portiamo dietro la nomea di essere dei grandissimi puffaioli. Chi ci vuole male dice infatti che piuttosto che saldare i creditori noi preferiamo prendere altri soldi a prestito per continuare a fare la bella vita, con la speranza che, alla fine, qualcuno in Europa sia così gentile da decidersi a pagare al posto nostro il conto delle vacanze alle Maldive.

Sembra tuttavia che almeno su quest’ultimo punto gli europei, a cominciare da quelli del gruppo di Visegard – tanto amici del vicepremier Salvini quando si tratta di parlare di immigrazione – abbiano già dato in coro una risposta chiara. Non è stata una “letterina”, bensì un sonoro pernacchione seguito da una brevissima frase in verità alquanto scurrile, ma che rende bene l’idea: una frase che comincia con “col” e che finisce con “…zzo”.

C’eravamo tanto amati!

Dunque, ci avviciniamo alle elezioni. Domenica prossima andremo a votare per rinnovare il parlamento europeo a conclusione di una campagna elettorale che da tempo, in Italia, non vedevamo tanto stupida, tanto vuota, una campagna nel corso della quale si è discusso di tutto tranne che di Europa. Abbiamo sentito parlare persino di pannolini dei bambini, assorbenti e latte in polvere… Sono mancati i lecca lecca e i preservativi, ma forse se li sono tenuti da parte per la prossima volta. Fanno sempre un certo effetto!
Insomma, abbiamo assistito a grandi manfrine dei soliti noti in una sorta di politica fantasiosa, più che creativa, una contesa fra chi la vuole calda, chi la vuole fredda, chi la vuole tiepida.
A ben vedere, però, qualcosa di nuovo c’è stato. Mi riferisco ai continui litigi fra quelli che all’inizio – ecco la grande novità – non perdevano un’occasione per definirsi grandi amici; tanto amici, tanto corretti, tanto fedeli, che per stare insieme avevano sentito persino il bisogno di firmare un contratto. Per la verità un contratto con gli italiani lo aveva già stipulato anche Silvio Berlusconi, ma tutti a quel tempo si erano messi a ridere, giudicandolo una grande macchiettata. Per questi no! Chissà perché, per costoro – malgrado il nume tutelare, quindi, è da presumere, l’ispiratore politico, fosse un comico – quel contratto era invece un’altra cosa, una cosa seria.
Ebbene, vedremo dopo domenica se davvero sono persone serie.
Dicevo infatti che mai come in questa campagna elettorale non gli avversari, il che sarebbe assolutamente normale, bensì gli alleati, non hanno fatto altro che litigare dicendosene di tutti i colori.
Ecco, appunto: un litigio continuo.
Ma un litigio vero, o, come sospettano molti osservatori della politica, una commedia messa in scena tanto per nascondere la polvere sotto i tappeti, tanto fumo negli occhi per nascondere agli elettori italiani questioni ben più serie, come l’infantile e ridicola spedizione del vice presidente del consiglio Luigi Di Maio in Francia per omaggiare alcuni capetti dei gilet juanes (Parigi, ricordo, ha immediatamente richiamato in patria il suo ambasciatore a Roma, evento che non accadeva dal 10 giugno 1940, quando Mussolini dichiarò guerra alla Francia); o l’esilarante “scoperta” che in una vasta area francofona africana aveva corso legale – da sessant’anni – il franco francese Cfa, (Comunità Finanziaria Africana); o il tunnel del Brenero; o il voto salvavita grillino (onestà! onestà! onestà!) per evitare al signor Matteo Salvini di doversi presentare davanti ai giudici a rispondere del reato di sequestro di persona per il caso Diciotti; o l’inchiesta per corruzione a carico del sottosegretario leghista alle infrastrutture e trasporti Armando Siri; o lo spread che torna a volare; o lo strazio di Roma; o una situazione economica ormai allo sbando; o i flop del reddito di cittadinanza e della flat tax. Per non parlare dei conati fascisti che hanno preso a disgustare gli italiani, e non per colpa dei partiti di opposizione.
Insomma, vai con le cortine fumogene dei continui litigi su questioni più o meno futili, affinché agli italiani non saltasse il ticchio di andare per davvero a vedere le carte in mano ai due presunti contendenti.
Ma ecco che dai e dai, anche le campagne elettorali prima o poi finiscono, e arriva l’ora della resa dei conti.
Dopo il voto di domenica, sapremo infatti se quei continui litigi fra “quasi” fratelli – “Com’è bravo Giggino“… “Com’è corretto Matteo” – erano veri o erano fasulli.
Lo sapremo perché nel primo caso “Giggino” e “Matteo” continueranno a baccagliare come o più di prima, mentre nel secondo, dopo avere continuato per un paio di settimane a mandarsi a quel paese tanto per salvare la faccia, faranno finta di fare pace, magari firmando un altro contratto.
A quel punto tuttavia gli italiani finalmente sapranno.
Sapranno cioè se durante questa lunga campagna elettorale che è ormai quasi alle spalle i due compari li avranno presi o no per i fondelli.
Perché ove i litigi fossero stati seri, beh, difficilmente i due contrattisti potrebbero continuare a vivere insieme avvinti come l’edera. Una crisi di governo sarebbe inevitabile.
Se invece quei litigi cessassero di botto, rivelandosi di conseguenza come una messinscena a puri scopi elettorali, allora persino i pasdaran grilloleghisti non potranno che riconoscere di essere stati presi bellamente per i fondelli! E magari qualcuno si pentirà della fiducia malriposta.
Basta aspettare, il tempo è galantuomo!

Il bimbo, il re nudo, e noi

In un Paese lonttano lontano lontano c’era una volta un re piuttosto vanitoso che amava indossare dei bei vestiti.
Ebbene, era un radioso mattino, si racconta, quando in città arrivarono due stranieri che dicevano di essere dei sarti molto abili e che affermavano di saper tessere la stoffa più bella e originale che mai si potesse immaginare. Non solo i colori e i disegni erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano la magica particolarità di diventare invisibili agli uomini che non erano all’altezza del loro ruolo, e a quelli molto stupidi.
I due si misero allora al lavoro fingendo di passare al telaio dei tessuti che però in realtà nessuno vedeva, e benché la cosa suscitasse parecchie intime perplessità, nessuno osava tuttavia denunciare l’inganno per il timore di essere considerato un incapace o uno stupido.
La notizia delle meraviglie che in apparenza quei due sapevano fare arrivò anche al re, il quale volle a tutti i costi sfoggiare dei vestiti confezionati con quelle fantastiche stoffe delle quali tutti parlavano, stoffe che c’erano, bellissime, si asseriva, ma che a dire il vero nessuno riusciva a vedere. Poteva il re dimostrarsi uno sciocco svelando l’inganno?
E così, indossati gli splendidi abiti, il sovrano uscì gongolante dalla reggia e aprì il corteo sotto il suo sfarzoso baldacchino, e la gente che lo omaggiava per strada o alle finestre si lasciava andare a entusiastiche esclamazioni: «Che meraviglia i nuovi vestiti del re! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene addosso!».
I cittadini non volevano insomma lasciare intendere che, secondo loro, non c’era proprio niente da vedere, perché altrimenti avrebbero dimostrato di essere stupidi o di non essere all’altezza dell’incarico ricevuto o del ruolo che era stato loro assegnato dalla Corte nella società.
Poi, però, d’un tratto l’incanto si ruppe.
«Ma non ha niente addosso, il re è nudo!» esclamò improvvisamente un bambino che con il papà stava assistendo al passaggio del corteo reale.
«Signore, sentite la voce dell’innocenza!» replicò allora il padre. E ognuno dando di gomito al vicino sussurrava che quel bambino aveva detto che il re non aveva niente addosso, che era nudo!
«C’è un bambino che dice che il re non ha niente addosso, dice che il re è nudo!», mormorò allora il vicino a un suo vicino. E il mormorio divenne un coro.
«È vero – gridò allora all’unisono la folla – non ha proprio niente addosso! Il re è nudo!».
E il sovrano rabbrividì, perché comprese che erano nel vero, che lui era effettivamente nudo. Nondimeno, in fretta rifletté: «Ormai devo restare fino alla fine, devo fare finta di niente».
E così si raddrizzò ancora più fiero, e i ciambellani e i servi lo seguirono reggendo uno strascico che non c’era.

Morale della favola: vai avanti, Greta, non dare ascolto a tutti noi adulti colpevoli di avere rovinato il “vostro” pianeta, e che per l’ottusa incapacità di riconoscere il nostro errore continuiamo imperterriti a marciare su una strada che, lo sappiamo, ci porta dritti dritti al disastro! (vedi qui)

Dunque, avanti, Greta, andate avanti, tutte le Grete del mondo. Non date ascolto agli idioti, ignorate i servi e i giullari e, se vi dovesse capitare, non risparmiate una bella pedata nel sedere ai ciambellani. La Terra, Gaia, ve ne sarà grata.

C’era una volta il mare

Un amico nel gruppo di Facebook Il golfo della Spezia nel Novecento ha chiesto com’è nato, e soprattutto com’è stato poi ampliato, il porto mercantile. Pensando di fare cosa utile per chi si è magari posto la stessa domanda, ma non frequenta Facebook, faccio qui un copia e incolla (con qualche aggiunta) della mia risposta.

La Spezia città non ha mai avuto un porto mercantile sino alla fine del 1800. Fino ad allora c’era un pontiletto (in via Diaz si vedono ancora i lastroni di pietra che fungevano da basamento), pontile che si chiamava “di sbarco”, perché all’epoca la città non produceva nulla per l’esportazione e quindi nulla aveva da imbarcare.
Fin dall’epoca romana c’era invece un approdo a San Vito (villaggio oggi scomparso: c’è l’arsenale). Da lì in epoca napoleonica partirono prima (1799) navi inglesi cariche dei famosi “dodici apostoli”, pregevoli colubrine di bronzo asportate dalla fortezza di Santa Maria e andate ad abbellire la Torre di Londra; e poi (1814) navi cariche di oggetti d’arte trafugati dai francesi in ritirata dopo la caduta di Napoleone. Inoltre lì si imbarcavano pietre e marmi di Biassa e di Coregna (con quelle pietre furono lastricati persino dei marciapiedi di Buenos Aires mentre altre furono portate pure a San Pietroburgo). Anche a Savona ci sono marciapiedi lastricati con quella che veniva chiamata Pietra di Spezia.
Un altro pontile di sbarco fino a circa il ‘700 era dove fu poi realizzato un mulino a vento, grossomodo nel punto in cui si trova oggi la capitaneria. Le mareggiate (ovviamente non c’era ancora la diga) fecero a pezzi quel pontile; rimasero alcuni scogli, il più grande dei quali era detto ‘a margonaa.
Durante la costruzione dell’arsenale, fu allestito qualcosa che assomigliava a un porto: un bacino perimetrato in parte dalla banchina Morin, dalla banchina Revel, da una diga parallela alla Morin, e aperto a levante. Doveva essere usato per le merci, per i bisogni della città, e invece era quasi sempre “popolato” dalla torpedinere delle Marina, del che si lagnavano gli abitanti.

Il vero primo porto (Molo Italia, Calata Paita, calata Malaspina e Molo Garbaldi) fu costruito tra fine ‘800 e primi ‘900. La prima pietra fu deposta domenica 21 settembre 1890 alla presenza del principe Tommaso di Savoia duca di Genova. Da lì, fino a San Bartolomeo c’erano i famosi stabilimenti balneari, Selene, Elios (foto sopra), Nettuno, ecc.., la spiaggia degli spezzini i quali, oltre a prendere la tintarella, a fare i bagni, e a divertirsi con i giochi d’acqua, scivoli, toboga e altalene, nei saloni degli stabilimenti avevano modo di svagarsi nelle sale lettura o con piacevolissime serate danzanti. Un servizio di battelli portava dal pontile della città alle spiagge.
Alla fine della seconda guerra mondiale, con un’economia da ricostruire, poiché l’industria era affamata di ferro e acciaio, fu giudicato conveniente ricavare tali materiali dalle navi abbandonate un po’ in tutte le spiagge del mondo dopo il cessate il fuoco. Il golfo divenne in tal modo una delle capitali mondiali delle demolizioni navali, a scapito ovviamente degli stabilimenti balneari, autentici simboli della dolce vita sprugolina. Questi sparirono progressivamente per fare posto ai cantieri. Tra le prime navi a essere smantellate nel dopoguerra nel golfo ci furono alcune delle più belle unità della nostra marina militare (foto sotto, nave Italia, già Littorio, durante la demolizione in arsenale, davanti a Marola).

Alla fine degli anni Sessanta l’industria siderurgica europea giunse però a saturazione con lo spegnimento di numerosi altoforni, al punto che gli industriali delle demolizioni non avendo più un mercato cui vendere il rottame, non cercarono più navi da fare a pezzi, manco se potevano averle gratis.
Nel frattempo – metà anni Settanta – cominciava tuttavia a profilarsi sui mercati dello shipping la rivoluzione dei containers che sveltiva di parecchio il lavoro in banchina con forti risparmi per gli operatori. Fu allora che gli enti locali spezzini approvarono il piano regolatore del nuovo porto.
Attorno al 1974-75 da cronista seguivo per La Nazione i lavori del consiglio provinciale e fu allora che ebbi il privilegio di assistere a un’autentica lezione del prof. Beppe Ricciardi (Dc) sui traffici containerizzati. Non potrò mai dimenticare una frase. “Il traffico dei containers – disse – necessita sempre di nuovi spazi. Se non ne trova, muore”.
Non è per caso, quindi, se da allora le banchine si sono sempre più spinte alla conquista del west, calata Artom, sporgente Fornelli, molo Ravano, terzo bacino, ecc.. Sono convinto che questo perverso processo si fermerà solo a San Bartolomeo.
Detto per inciso: anni fa proposero: “Dateci le marine del Canaletto e di Fossamastra e noi restituiamo calata Paita alla città”. Le marine le hanno prese, e sulla calata Paita – foto sotto – ci sono (e ci resteranno per chissà quanto) i containers.

I piani di ampliamento del porto risalgono al 1959, tuttavia solamente negli anni ’70, come abbiamo visto, è cominciata l’espansione delle banchine verso est con la costruzione della calata Artom (rubati al mare 27.000 mq di piazzale).
In quegli anni il Comune capoluogo aveva una popolazione che sfiorava i 130mila abitanti, e già allora i giovani erano costretti a emigrare per trovare un lavoro. Nel corso del tempo il porto si è dilatato con lo sporgente Fornelli (rubati al mare 196mila metri quadrati di piazzale) fino ad arrivare a Terminal Ravano (rubati al mare 40mila metri quadrati di piazzale). Tra non molto si metterà mano ai lavori di ampliamento che prevedono, tra porto, Fincantieri e cantieri navali, riempimenti per altri 340mila metri quadrati di mare. E in più ci sarà (forse) il nuovo molo del terminal crociere.
Nel frattempo l’economia provinciale è ai minimi storici, la popolazione spezzina è scesa a 94mila unità (compresi 14mila stranieri), ha perso cioè qualcosa come gli abitanti di Sarzana, Lerici e Levanto messi insieme, denunciando un tasso di invecchiamento tra i più alti d’Europa, e i nostri giovani devono ancora andare lontano se vogliono lavorare.
Non mi pare insomma che il modello di sviluppo scelto alle soglie degli anni Sessanta, e basato per di più su interventi irreversibili, abbia dato grandi risultati. Però noi continuiamo allegramente a fondare il nostro futuro su logiche di sessant’anni fa togliendo al popolo del golfo, ogni anno che passa, ciò che di più prezioso possiede: il mare.

Legittima difesa

Il parlamento ha approvato una nuova legge, targata Matteo Salvini – vicepresidente del consiglio (c’è chi assicura che in realtà sia il vero presidente del consiglio), ministro dell’interno, capo indiscusso della Lega non più Nord, già capo dei giovani comunisti lombardi – legge che consente al cittadino di difendersi pressoché come gli pare in caso di minaccia.
È la legge sulla legittima difesa.
Bene, benissimo. Allora, difendiamoci.
Vabbé, si fa presto a dire “difendiamoci”! Ma con che cosa?
Con un’arma, naturalmente. Sennò con cosa? I pugni, ma soprattutto l’intelligenza, non vanno più di moda. Quindi, giustappunto, ci vuole un’arma. Ma quale?
Vediamo un po’ attingendo dal Disc (Dizionario Sabatini Coletti): “Arma: qualsiasi strumento predisposto per ferire o uccidere: a. automatica, nucleare (beh, non esageriamo!)a. da taglio || a. bianca, che ferisce di punta o di taglio come il pugnale | armi da fuoco, quelle che utilizzano la polvere da sparo | a. non convenzionali, quelle chimiche, batteriologiche, nucleari, ecc.”. Insomma, ce n’è per tutti i gusti.
Poi però tutti coloro che hanno votato a favore di quella legge, Lega non più Nord, anzitutto, ma anche 5Stelle e, a ruota Fratelli d’Italia e Forza Italia, un po’ spaventati dall’idea di ritrovarsi con una sfida all’Ok corral tra i piedi, si sono affrettati a fare sapere che tale norma non era un’esortazione ad armarsi; anzi, non è che chiunque lo vorrà potrà comprarsi una pistola, un fucile o una Skorpion, o mettersi in salotto un carro armato dell’Oto Melara come fanno nel Texas. Non è che l’Italia si trasformerà da un giorno all’altro in un saloon da Far west!
Come dire – e qui c’è una gran puzza di incostituzionalità – che chi già possiede un’arma potrà sparare a piacer suo, mentre chi non ce l’ha, mai ne avrà una.
Ah no? E allora con che cosa potrei difendermi da un eventuale rapinatore che mi piombasse in casa? Io non l’ho mai chiesto, né chiederei mai il porto d’armi. Ma se lo chiedessi? Perché lui sì e io no, visto e considerato che la nuova legge mi autorizza a difendermi?

Addio a un grande sindaco

Mentre scrivevo queste righe – avrei voluto esserci anch’io, ma mi è stato impossibile – gli spezzini salutavano per l’ultima volta un loro sindaco di tempi già lontani il cui nome resterà scolpito a lettere indelebili nella storia della nostra città. Parlo, l’avrete capito, di Aldo Giacché. A lui infatti si devono l’apertura della galleria Spallanzani (nella foto l’inaugurazione); il cavalcaferrovia, come lui lo chiamava, vale a dire il viadotto che sovrappassando i binari del porto mercantile consentiva di eliminare il passaggio a livello all’altezza di Via del Molo, un supplizio per chi transitava sulla strada per Lerici; la prima (e finora unica) restituzione alla città di un’area sottoposta a servitù militare, cioè l’attuale zona verde di Marola; l’unico, a tutt’oggi, parziale abbattimento del muro di cinta dell’arsenale, il tratto tra l’inizio di Via Giuliano Mori, a Marola, e la Costa di Cadimare; la prima (anch’essa rimasta unica) permuta di aree con il Comando in capo di Maridipart, accordo che ha smilitarizzato i terreni della ex Flage, a Montepertico, e quello di Piazza d’armi consentendo di costruire le sedi rispettivamente gli istituti scolastici Da Passano e liceo scientifico Pacinotti. E fu ancora lui ad avviare le procedure che portarono nel 1986 all’apertura della biblioteca Mario Beghi, al Canaletto. Infine, è ancora alla sindacatura di Giacché che si deve il famoso piano regolatore comunale che prevedeva la realizzazione di ventimila vani, un piano che ha esteso l’area urbana ben oltre i quartieri di Mazzetta e Migliarina.
Aldo Giacché era un marolino come me, la sede della locale sezione del Pci era a venti metri da casa mia, quindi capitava di incontrarci in paese, tuttavia la differenza di età prima, e la diversità dei ruoli poi – lui capo indiscusso di un grande partito, amministratore comunale, e poi addirittura primo cittadino, e io giornalista di una testata che oltretutto non era considerata “amica” dalla sinistra – facevano sì che fra noi non ci fosse, in quegli anni, un grande legame personale. C’era anzi un rapporto circoscritto alle formalità professionali dei ruoli, seppure improntato al massimo rispetto reciproco. Io gli riconoscevo una grande capacità di amministratore e un’indubbia serietà politica, e lui, mi veniva riferito, apprezzava la correttezza del mio lavoro. In privato era la persona più discreta del mondo, si sarebbe detto quasi timida, come il suo sorriso.

Un’occasione di confronto (foto) erano i rituali incontri plenari di fine anno tra la giunta al completo e noi della stampa nel corso dei quali il sindaco illustrava l’attività svolta dalla giunta dando conto della caterva di miliardi investiti in opere pubbliche. Le domande non erano mai poche, le risposte sempre precise, puntuali, e qualche volta anche puntute.
Non intendo comunque, in questa sede, parlare dell’Aldo Giacché come persona né come dirigente politico, ché tantissimi l’hanno fatto in questi giorni dalla sua dipartita dipingendolo per quello che era: un galantuomo della politica. Giudizi che condivido in pieno. Vorrei invece ricordarlo raccontando un episodio che mi sembra possa dare chiaro il senso delle dimensioni di quanto l’uomo fosse attaccato alla sua città, di quanto di lui, delle sue idee, delle sue energie, della sua passione, egli sapesse a essa donare in ogni giornata della sua vita.
La storia si colloca in una torrida estate di quarant’anni fa, mi pare quella del 1978 o giù di lì. In quei giorni il capo della redazione, che era Eugenio Reggio, era in ferie, per cui toccava a me, in quanto vicecaposervizio, stare sul ponte di comando per “fare” le pagine di cronaca del giornale, La Nazione, la cui sede era in Via Chiodo, accanto al Banco di Napoli, dov’è oggi la Fondazione Cassa di risparmio della Spezia.
Era il pomeriggio della vigilia di Ferragosto e in città, come suol dirsi, non c’era un cane. Strade completamente deserte, aria infuocata, asfalto che fondeva, con il sole che, passato lo zenit, scendeva verso il Parodi infilandosi con le sue lame roventi proprio dentro il mio ufficio che aveva una finestra affacciata sullo slargo antistante la banca. Anche chiudere gli scurini, era servito a poco perché il calore riusciva a entrare dalle fessure dell’ottuagenaria finestra. Di aria condizionata manco a parlarne, ovviamente!
Ebbene, in redazione c’eravamo solo io e un paio di collaboratori – gli altri erano in ferie – e, piuttosto preoccupati, ci chiedevamo come avremmo fatto a riempire le pagine del giornale, visto che la mattinata aveva dato poco o niente. Nella settimana di Ferragosto, con la quasi totalità delle attività praticamente ferme, le fabbriche chiuse, gli uffici semideserti, le notizie arrivavano con il contagocce, e non c’erano, a darci una mano, quegli inesauribili serbatoi di informazioni quali sono oggi Facebook o Twitter o Instagram. Persino i malavitosi sembrava fossero andati in vacanza, lasciando intonso il mattinale della squadra mobile e delle volanti di ritorno dai loro pattuglioni notturni. Insomma, il piatto piangeva!
Non sapendo che pesci pigliare – anche dai “giri” di nera, ospedali, carabinieri, Questura, continuava a non arrivare niente – attorno alle 15 decisi di fare un salto in comune per spulciare le delibere affisse all’albo pretorio sperando di trovare qualcosa per farci un buon articolo, e siccome pure il cammello era in ferie, feci a piedi la traversata del deserto grondando sudore, trascinandomi da lì fino a Palazzo Civico con l’assoluta certezza di trovarlo del tutto abbandonato. Nella guardiola c’era l’usciere, il quale si stava godendo un pisolino: immaginavo la noia di stare lì senza vedere un cristiano per ore e ore in un pomeriggio di metà agosto!
Con sommo dispiacere dovetti svegliarlo per avere le chiavi delle bacheche delle delibere, e così, per scrupolo e con nulle speranze, gli dissi: “Non c’è nessuno nel palazzo, vero?”.
“Come no? – mi rispose – c’è il sindaco!”.
Il sindaco? Il sindaco è in ufficio?

Senza manco chiedergli il permesso, tanto mi conosceva bene, mi fiondai su per le scale arrivando col fiatone al piano nobile, e in un lampo ero davanti alla porta aperta dello studio del primo cittadino. Giacché (foto), seduto alla scrivania, assorto in mezzo a un mare di carte, stava studiando un documento.
Ebbene, abbiamo parlato per un’oretta di tante cose, di noi, delle famiglie, di Marola, naturalmente, poiché quel nostro paese ha da sempre una forte caratteristica identitaria. Posso insomma dire che ci siamo conosciuti per davvero proprio in tale circostanza. Perché in quel pezzetto di vigilia ferragostana lui non era più il sindaco, ma solo Aldo Giacché, un marolino, e io non ero più un cronista rompipalle, ma solo Gino Ragnetti, un marolino. Insomma, nonostante la differenza di età, nonostante le diverse idee politiche, nonostante lui continuasse a darmi dei tu e io (per rispetto) a dargli del lei, eravamo diventati amici.
Superfluo dire che potei correre contento in redazione con tanto di quel materiale da potere riempire di roba interessante non una pagina, ma due.
Non molto dopo, però, i nostri percorsi personali imboccarono strade diverse: io andai a Massa a dirigere l’edizione della Nazione di Massa-Carrara-Lunigiana, e Aldo entrò in Senato, sicché per diversi anni ci perdemmo di vista.
Curiosamente le cose cambiarono di nuovo quando ci ritrovammo entrambi esodati, Aldo dalla politica e io dalla cronaca di tutti i giorni. Capitò un mattino, quando avvenne di incontrarci casualmente nel salone dell’emeroteca della biblioteca Mazzini dove eravamo entrati io per una delle mie ricerche sulla storia di Spezia e lui non so per cosa, e così riprendemmo il filo mettendoci a chiacchierare all’inizio del più e del meno per passare ben presto – figuriamoci se potevamo esimerci – alla politica e alla situazione della città, a quel tempo, l’inizio del nuovo secolo, non certo rosea.
Fu allora che anch’io, nelle sempre più rare volte in cui ci si vedeva qua e là,
cominciai a dargli del tu. D’altronde, ormai eravamo due apprendisti pensionati incamminati lungo l’inesorabile viale del tramonto, per cui potevamo permetterci un po’ più di confidenza!
Poi gli incontri si sono fatti più radi, di lui avevo notizie da Irene, la figlia, sapevo che non stava bene, finché l’altra mattina, aprendo Facebook ho appreso di avere perso un altro amico. Lo so, è la vita, non puoi fermare il fiume che va, diceva una struggente canzone di Earl Grant, ciò però non toglie che faccia sempre male.
In ogni caso, di sicuro non dimenticherò mai quel bollente pomeriggio ferragostano di quarant’anni fa quando grazie a un sindaco che era al lavoro mentre gli altri erano a divertirsi sulle spiagge, potei fare arrivare il giorno dopo nelle edicole un giornale decente. La mia mission, direbbero oggi!
E così, con un ultimo saluto, si chiude un altro cassetto pieno di ricordi.
Ciao Aldo, e grazie per quel giorno. Grazie di tutto!