Portus lunae, la storia… finita

Anzitutto desidero ringraziare l’Accademia Capellini per la bellissima opportunità che ci offre di seguire online, live o in streaming, quegli appuntamenti con la cultura: chi, per forza di cose, sta lontano, può seguire tutto come se fosse lì.

Aggiungo che per me è un onore essere preso in considerazione, per di più nella sua propria materia, da un professionista così autorevole come il dottor Paolo Sangriso. Segno che nei miei interventi sul tema ho toccato qualche argomento degno di attenzione.

A questo punto mi si pone l’obbligo di riassumere brevemente le due puntate precedenti, altrimenti non ci si capirebbe nulla.

La prima: l’8 maggio nel salone delle conferenze dell’Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, in occasione della mia nomina a socio accademico ho tenuto una lectio magistralis intitolata “Portus lunae, la commedia degli equivoci, dove spiegavo perché a mio modo di vedere il Portus lunae, il grande golfo nel quale all’inizio di ogni buona stagione al tempo dell’espansione romana confluivano centinaia di navi e decine di migliaia di armati, era il golfo della Spezia

La seconda: il 5 giugno, sempre alla Capellini, l’archeologo Paolo Sangriso, sostenitore dell’ipotesi Portus lunae/foce del Magra, ha tenuto una conferenza intitolata “L’eredità spezzata nel corso della quale, senza nominarmi, ha inteso confutare alcune mie affermazioni.

Quello che segue è pertanto il sunto del punto di vista di Sangriso e la mia replica.

Chiaramente non sono d’accordo con lui quando asserisce che il Portus lunae era la, o alla, foce del Magra; concordo invece quando dice che, insomma, ognuno deve fare la propria parte, e che quindi il lavoro dell’archeologo deve farlo l’archeologo. Giustissimo, così come, dico io, il lavoro del giornalista deve farlo il giornalista e il lavoro dello storico deve farlo lo storico. Il giornalista – dopo sessant’anni di mestiere credo di poterlo dire – non va a scavare nel terreno per cercare tracce dell’antichità, scava piuttosto nella storia quotidiana, la cronaca, in cerca di notizie. Ebbene, una volta lasciato per limiti di età il mestiere del giornalista e passato alla ricerca storica, e alla scrittura di libri, io ho scoperto che c’è molta affinità tra il lavoro del giornalista e quello dello storico. Entrambi scavano nel passato; nel passato più prossimo il cronista, in quello più lontano lo storico. Ma quando si scopre qualcosa di bello, di interessante, l’emozione è identica!

Quindi se merita rispetto il lavoro dell’archeologo, altrettanto rispetto meritano il lavoro del giornalista e quello dello storico. Per questo credo di poter dire che mi hanno sorpreso non poco certe lacune che ho ritenuto di ravvisare il 5 giugno nell’intervento del dottor Sangriso.

Su quanto abbiamo detto e cosa diciamo in replica in questo scambio di battute a distanza cito solo alcuni passaggi per non tediare chi volesse leggermi, ma spero siano utili per chiarire perlomeno certi avvenimenti storici.

Facendo riferimento al titolo della mia lectio magistralis, ossia Portus lunae: la commedia degli equivoci, Sangrisoha esordito dichiarando di ritenere fuori luogo parlare di equivoci a proposito del Portus lunae, perché quello è un problema scientifico, per cui con metodi scientifici va affrontato e gestito, come in effetti già avviene da molto tempo nei consoni ambiti scientifici.

Ne prendo atto, e condivido, il che, credo, mi legittima a chiedere al dottor Sangriso, come vanno giudicati, a proposito di metodo scientifico, determinati episodi riguardanti il caso del Portus lunae.

Questo lo domando perché nel corso degli anni al profano è capitato di leggere in taluni testi scientifici (per lui, oro colato) che “senza alcun dubbio” in epoca romana il Portus lunae era un grande golfo che arrivava più o meno altezza di Sarzana, dove sfociava il Magra. Il guaio è che non molto tempo dopo si è scoperto che in realtà lì non c’era alcun grande golfo, che tutto era già interrato da millenni. Tutt’al più c’era un lago connesso al mare nella località Senato di Lerici da un bassofondo guadabile anche a piedi, ma non superabile con un qualsivoglia natante (geologo Giovanni Raggi).

“Sì, però – si è obiettato allora nel mondo scientifico – c’erano la Seccagna e la Marinella, due insenature (fluviale l’una, marina l’altra) che potevano essere benissimo due bacini portuali facenti parte del sistema portuale del Portus lunae”.

Anche di questo il profano ha preso atto. Se lo dicono loro…

Qualche anno dopo, tuttavia, è venuto fuori che allo stato delle cose nemmeno quella era la situazione reale, perché in epoca romana sia la Seccagna che la Marinella erano già colmate dagli inerti del Magra. Quindi da quelle parti non poteva esserci alcun “bacino” appartenente a un sistema portuale del Portus lunae. Ce lo garantiva giusto la Scienza per il tramite del lavoro di diversi archeologi autori di saggi pubblicati nel 2010 e nel 2013.

La conferma che là fosse quasi tutto sepolto sotto i materiali trasportati dal fiume viene da altre due celebri archeologhe (Lucia Gervasini e Macella Mancusi): «È infatti ormai acquisito dalla letteratura scientifica che il porto di Luni si articolava in due bacini distinti, quello fluviale a ovest, nell’ambito dei traffici di modesto tonnellaggio, e uno a sud-est per le navi di maggiore portata, appunto le lapidarie. Le indagini geomorfologiche e archeologiche danno ora conto di questa affermazione»[1].

È utile ricordare che il traffico intenso dei marmi, e quindi delle navi lapidarie, ebbe inizio soltanto nella prima metà del primo secolo cristiano, dunque un paio di secoli dopo la cessazione delle sistematiche operazioni militari romane che avevano interessato il Portus lunae, cessazione avvenuta grossomodo in concomitanza con la deduzione della colonia (177 a.C.).

Rammentato che il Portus lunae nulla aveva a che vedere con il Porto di Luni (più corretto sarebbe chiamare quest’ultimo Porto di Avenza), solo militare l’uno, solo mercantile l’altro, è d’uopo precisare che i due “bacini distinti” citati da Gervasini e Mancusi vanno identificati non nella Seccagna o nella Marinella, interrate come detto da chissà quando, bensì il primo in una insenatura situata nei pressi di Bocca di Magra, caratterizzata da bassi fondali, usata per piccoli commerci locali, e il secondo in una fossa interna nella zona dell’Avenza, utilizzata soprattutto per il trasporto dei marmi a Roma, raccordata al mare da un canale che, a detta di Ludovico Antonio Muratori, una delle menti più fertili della cultura europea del Sette-Ottocento, era agibile a intermittenza, aperto cioè a seconda delle condizioni meteomarine. Vedasi qua sotto una carta del ‘500.

Orbene, tutte queste storie – prima c’era il grande golfo, poi non c’era più; prima c’erano la Seccagna e la Marinella e poi non c’erano più – sono state proposte dal mondo scientifico al solito profano, il quale le ha bevute come acqua fresca, con tutti i crismi della ricerca scientifica. È perciò evidente che qualcosa non ha girato per il verso giusto, che il sistema scientifico ha mostrato qualche falla. Ebbene, come vogliamo chiamarle queste falle, se non equivoci? Forse infortuni? Abbagli? Svarioni?

Beh, io non sono un professionista della materia, tuttavia mi piace studiare, mi piace ricercare, mi piace scoprire cose nuove, ed è mediante codesto modo di fare, leggendo moltissimo, cercando notizie come facevo quando ero un giovane cronista (ero bravo a scovare notizie!), che mi sono fatto l’idea che il Portus lunae fosse il Golfo della Spezia.

Ed è stato giustappunto facendo ricerca, che ho scoperto che nel corso dei secoli molti eruditi di chiarissima fama ritenevano, come lo ritengo io, che il Portus lunae fosse il golfo della Spezia. Posso citarne alcuni: Ugo di Fleury (vissuto nel 1100), Aimar de Ranconnet, Giacomo Bracelli, Joannis Georgiis Graevii, Nicolaus Reusner, Francesco Berlinghieri, Uberto Foglietta, Bonaventura Pecini, Gio Vincenzo Imperiale, Elisha Coles, Alexander Macbean, Ippolito Landinelli, Giovanni Battista Margaroli, Teodorico Rosati, Filippo Casoni, Raffaele Soprani, Matteo Vinzoni, Francesco Maria Accinelli, George Dennis, Thomas Dempster, Cristoforo Cellario, Bartolomeo Senarega, Tobias George Smollett, Abraham Rees, Girolamo Serra, Emanuele Celesia, Stanislao Bardetti, Gaetano De Sanctis, Luigi Schiapparelli, Compagnia di letterati inglesi, Carlo Promis, Leandro Alberti, Antonio Bertoloni, Filippo Ferrari, Tommaso Giuseppe Farselli, Gabriel Peignot, Charles B.Black, Gustavo Strafforello, Giovan Pietro Vieusseux, Carlo Mandosio, Silvio Pacini, Costantino Mini, Alexis François Artaud de Montor, Luigi Bossi, Francis Palgrave, Amato Amati, Luigi Hugues, Giovanni Berri, Emanuele Repetti, J.J.Chabrol de Volvic, Victor Duruy, Gaetano Moroni, Teodorico Rosati, Salvatore Muzzi, Attilio Zuccagni-Orlandini, Ubaldo Mazzini, William Smith, don Giovanni Bosco, Ubaldo Formentini, Romolo Formentini, Pier Maria Conti, Alfredo Poggiolini, Paolo Podestà, Pietro Alfonso Conti, Giovanni Oberziner, Carlo Caselli, Carlo Vitali, Nino Lamboglia, Mario Nicolò Conti, Renato Del Ponte, Istituto nazionale di studi etruschi, e via citando. Questo è per dire che io non conto niente, ma i signori succitati meriterebbero sicuramente una maggiore considerazione. Credo che avrebbero qualcosa da insegnare a molti!

È curioso come Sangriso quasi strapazzi alcuni autori del passato la cui “colpa” sarebbe quella di avere fornito elementi favorevoli all’opzione Portus lunae/Golfo della Spezia, quali Marco Anneo Lucano (Parla da poeta, non da scienziato); Tito Livio (Ha provocato un bel guaio), Strabone (Parla di cose che non ha mai visto), e ne ignori altri (Carlo Promis soprattutto, George Dennis, Rutilio Namaziano). Quanto a Livio, il guaio da lui cagionato sarebbe stato quello di avere citato (per ben due volte) una Luna collocata in anni in cui la colonia non esisteva ancora. Già, come si spiega?

Per me, piuttosto, il guaio vero è che nessun archeologo, nessuno studioso, si premuri di dirci cos’era e dov’era quel Luna.

Una doverosa considerazione meriterebbe appunto Lucano. Vissuto nel I secolo d.C.[2], Lucano a noi interessa per due brani della sua Pharsalia. Con la prima ci informa che alla metà del I secolo a.C. la colonia di Luni era deserta, notizia accolta con palese sufficienza dal dottor Sangriso. Vabbè, dai, è eccessivo parlare di una Luni abbandonata. In fondo Lucano era un poeta, libero di dare sfogo alla fantasia, tanto che discorreva di aruspici, mica era vincolato alle ferree leggi della scienza, per cui la notizia di una colonia deserta andrebbe presa con le molle. È una esplicita rappresentazione poetica. Mica detto che fosse vero! Anzi, probabilmente era una fake!

Beh, quanto a questo, a parte il fatto che lo stesso Omero era un poeta, il che non ha impedito che venisse considerato il fondatore della geografia, l’idea di una Luni deserta al tempo della guerra fra Cesare e Pompeo (49-45 a.C.), tutto considerato non mi sembra tanto campata in aria. Infatti, fin dall’insediamento (177 a.C.) la vita dei coloni era stata tutto tranne che rose e fiori. Nel 175 erano stati aggrediti da bande di liguri e di galli che avevano devastato la colonia; nel 142 una terribile epidemia li aveva decimati, tanto che, rivelava Ossequente, non si trovava nemmeno chi potesse seppellire i cadaveri sparsi qua e là nelle pubbliche strade[3], e addirittura i consoli non erano riusciti a completare la leva militare per mancanza di reclute. Nove anni dopo (133), un’inondazione aveva provocato gravi guasti alla colonia, cagionando una serie di carestie, e nei pantani dei dintorni proliferava la perfida anofele, micidiale portatrice della malaria. Nello stesso anno, nei pressi della città si era verificato un violento terremoto[4] che aveva causato un sommovimento nel sottosuolo con lo sprofondamento di un’area di quattro iugeri (all’incirca diecimila metri quadrati) e l’invaso creatosi era diventato ben presto un lago[5]. Una ventina di anni dopo avevano per di più ripreso addirittura a soffiare venti di guerra, con non pochi problemi per i coloni, prima con le guerre cimbriche, poi con la guerra sociale, quindi con la guerra civile. In quest’ultimo conflitto Luni sarebbe rimasta pesantemente coinvolta, tanto da essere costretta a pagarne il fio – lacrime e sangue – per essersi schierata con la parte risultata alla fine perdente. Per giunta, in quegli anni l’agricoltura italica, e a maggior ragione quella coloniale, era preda di una gravissima crisi causata dalle massicce importazioni di prodotti delle fertili pianure della Spagna appena soggiogata. A ben vedere, i pochi abitanti rimasti avevano più di un buon motivo per andarsene. Non direi, pertanto, che Lucano ci abbia rifilato una frottola. Il processo di un progressivo abbandono, suggerisce peraltro Giulio Ciampoltrini (Soprintendenza archeologica della Toscana), sarebbe indiziato anche dalla progressiva estinzione della classe dirigente originaria, come testimonierebbero profonde modificazioni nell’onomastica già assai prima dell’età augustea.

D’altro canto, se la colonia non fosse stata deserta, per quale ragione da lì a non pochi anni l’imperatore Augusto avrebbe sentito il bisogno di ripopolarla? Non a caso gli studiosi parlano di “seconda deduzione”!

Comunque, come dicevo prima, due sono le frasi di Lucano che ci interessano. La seconda, assai più importante, è questa: «Il Magra, che sfocia nel mare vicino a Luna, impedisce l’indugiare di navi o di barche. Infatti, è un fiume poco profondo con numerose secche e non navigabile»[6].

Questa frase è stata messa praticamente sotto embargo, manco fosse un segreto militare. Mi sembra che lo stesso dottor Sangriso l’abbia ignorata. Con tutto ciò, sarà pure stato un poeta, Lucano, nondimeno, essendo vissuto nel primo secolo cristiano, era un testimone oculare, avrà certo avuto gli occhi per vedere. Perché, allora, fare come se non fosse esistito? Perché secretare quella sua rivelazione?

Altro motivo di confronto è la spedizione di Catone allestita nel 195 a.C. nel Portus lunae per la Spagna. Sangriso ha detto che il console arrivò nel Portus lunae dove già aveva fatto convenire via terra il suo esercito consistente in due legioni, all’incirca diecimila uomini.

Tutto giusto, eccetto l’entità della truppa: oltre alle due legioni, il Senato aveva difatti consegnato a Catone anche un contingente di quindicimila fanti alleati di lingua latina, ottocento cavalieri, e venti navi da guerra[7]. A tanto consisteva in genere la truppa affidata ai consoli o ai pretori in tempo di repubblica. Si capirà perciò che un conto era imbarcare diecimila uomini, e un altro ventiseimila. Questo perché per trasferire degli eserciti nei fronti d’oltremare dalla Liguria alla Spagna o alla Sardegna, occorrevano oltre a un congruo numero di navi anche la disponibilità di molti approdi in modo da potere imbarcare simultaneamente decine di migliaia di uomini. La rapidità è sempre stata fattore strategico essenziale nelle operazioni belliche! Venendo a noi, qual era la situazione sul terreno? Grazie a Gervasini e Mancusi abbiamo visto che nella valle del Magra non c’era alcun approdo idoneo. Nel golfo, invece, per effettuare contemporaneamente quegli imbarchi si poteva disporre delle insenature di San Vito, Varicella (Marola), Cadimare, Fezzano, Panigaglia, Ria (Le Grazie), Varignano, Castagna, Olivo, Porto Venere, e il ridosso della Palmaria, tutte ampie, tutte profonde sino alla riva, tutte sicure, tutte al riparo da azioni ostili, tutte adatte alla bisogna. Pensi, dottor Sangriso, che il colonnello del Genio francese Pierre Hyacinthe Boucher de Morlaincourt, autore di un accurato studio sul golfo, accertò che prendendo in considerazione solamente le più ampie di quelle insenature, vi si potevano ancorare in tutta sicurezza almeno 500 vascelli! Una manna per gli ammiragli dell’Urbe!

Francamente non riesco a capire come si possa credere che tutto quel trambusto potesse avvenire alla foce del Magra.

Ma il dottor Sangriso ha una soluzione: l’uovo di Colombo. A che serviva un porto? Bastava un arenile nel quale spiaggiare le navi e, oplà, procedere agli imbarchi.

Chissà allora perché i romani lo chiamarono Portus lunae, e perché valorosi colleghi di Sangriso da decenni si affannano a cercare di dimostrare che senz’altro là c’era quel golfo descritto così bene da Strabone, uno spettacolo della natura che ha fatto esclamare a Ubaldo Fornelli: “Un porto che destava l’ammirazione di persone che altri porti avevano veduti”, un porto sul quale torreggiava – come da alcuni anni ci rammenta la passerella Salt – un fantasioso  ciclopico faro che illuminava le notti dei naviganti.

E dire che, secondo il dottor Sangriso, invece di fare tanti sforzi bastava spiaggiare qualche nave da guerra su un bagnasciuga – magari, tanto per cominciare, le venti affidate a Catone – per imbarcare ventiseimila armati con annessi e connessi!

Insomma, per dare assistenza alle flotte e agli eserciti romani in transito non occorrevano, come invece supponevo io, sedi per i comandi, casermaggi per la guarnigione, attendamenti per i militari di passaggio, luoghi di culto, luoghi di svago, officine per la riparazione delle navi, delle armi, dei carriaggi, stallaggi, cucine e mense, depositi, infermerie, ecc. Erano sufficienti una spiaggia e un po’ di olio di gomiti degli schiavi e degli uomini di equipaggio/rematori!

Tanto per capire di cosa stiamo parlando, c’è un dato: una nave da guerra romana (navis longa) oltre ai vogatori e alla truppa di bordo, poteva trasportare dai 150 ai 200 “passeggeri”, ovvero i legionari, quindi, occorrevano tra le 130 e le 170 navi per ciascun esercito. E non di rado nel Portus lunae di eserciti ne arrivavano anche tre, quattro o cinque. Facile fare un po’ di conti.

Comunque, geniale, come pensata, a patto che in quei giorni non capitasse qualche bella libecciata, perché altrimenti sarebbero stati sul serio grossi guai! Guardate cosa accadeva, per fare un solo esempio tra i tanti del genere, nel settembre 1282, da quelle parti, a una armata navale pisana reduce da un attacco a Genova: «Poi partendosi dal golfo della Spezia per tornare a Pisa, essendo in alto mare, come piacque a Dio, si levò una fortuna con vento Agherbino sì forte e impetuoso, che tutta isciarrò la detta armata, e parte di loro galee, intorno di ventitré, percosse, e ruppono alla piaggia del Viereggio e alla foce di Serchio, ma poche genti vi perirono, ma tornarono in Pisa chi ignudo e chi in camicia a modo di sconfitta»[8]..

E allora – tanto per andare sul sicuro – viene da chiedere: Quanti relitti di navi sono stati trovati sotto le pietre della piana del Magra? Nessuno? Perbacco, che fortuna!

E pensare che invece dalla piana di San Rossore di Pisa, a manco sessanta chilometri da Luni, in una situazione ambientale pressoché speculare, sono state dissepolte una trentina fra navi e barche di epoca romana.

Così, per curiosità, mi sono quindi imbarcato in una piccola ricerca sulle navi trovate qua e là. Dal bel sito Romano impero ricavo che relitti di una o più navi romane sono stagti trovati ad Alassio, Ponza, Gallura, Comacchio, Marsala, Napoli, Pisa, Osia, Fiumicino, Ventotene e Lago di Nemi. Come sappiamo una giace nel fondo del mare di Porto Venere. Salvo errori, niente, appunto, alla foce del Magra.   

A proposito della dislocazione delle truppe nei vari approdi disponibili nell’arco del golfo della Spezia, della quale avevo parlato l’8 maggio, Sangriso ha giudicato inconcepibile dal punto di vista tattico fare accampare, in attesa di procedere all’imbarco, duemila legionari a Marola, mille a Cadimare, cinquemila al Fezzano, e via dicendo, e questo perché – ha spiegato – i liguri di Carpena avrebbero potuto stare lì appostati a guardarli passare e bersagliarli. “Fare il tiro a segno”, ha precisato l’oratore.

Qui però io mi rifiuto di pensare che il mio interlocutore dicesse su serio. Invero, ho il forte sospetto che questa di Carpena non fosse altro che una battuta di uno smaliziato conferenziere, buttata lì tanto per strappare un sorriso agli astanti. Ma ce li vedete i carpenesi acquattati fra gli alberi a scagliare i loro giavellotti contro i legionari? Che poi, dai! quanti potevano mai essere nel II secolo a.C. ‘sti carpenesi per fare paura a un esercito di ventiseimila uomini, tutti quanti armati fino ai denti, e veterani degli scontri più feroci con i guerrieri di mezzo mondo?

Tra l’altro, in tutti quegli anni – ecco a cosa serve la storia – i liguri si guardavano bene dall’infastidire i romani. Reduci da tre batoste consecutive subite da Tiberio Sempronio Gracco (238 a.C.), da Lucio Cornelio Lentulo Caudino, il generale che per primo insediò un presidio militare nel golfo (236); e infine da Quinto Fabio Massimo (233), scontri nei quali avevano perso il fior fiore dei loro guerrieri – migliaia di uomini, la meglio gioventù – gli apuani non avevano potuto fare altro che rintanarsi sulle loro montagne tenendosi alla larga dai quiriti per una quarantina d’anni, giusto il tempo necessario per ricostituire una forza armata, limitandosi semmai nel frattempo a qualche scorreria al piano ai danni dei malcapitati pisani e dei piccoli villaggi dei dintorni.

Sangriso ha affermato pure – anche questa mi sembra una battuta – che diecimila soldati (figuriamoci ventiseimila com’erano davvero!) non potevano stare a Marola. “Non ce li ho mai visti”, ha precisato.

Lo credo bene! Da marolino confermo! Non li ho mai visti nemmeno io. Osservo però che potevano benissimo accamparsi alla Canivella, alla Pianagrande e alla Piandarana, ovvero da San Vito al Rebocco, alla Chiappa e a… Via Chiodo, a meno di due chilometri da Marola, non certo una gran sfacchinata!

Per dimostrare che il Portus lunae non poteva essere il golfo della Spezia, Sangriso ha descritto quelle che a suo dire erano le peripezie che dovevano affrontare i legionari per raggiungere… la sprugola. Una volta arrivati con buona marcia da Pisa al Magra dovevano passare il fiume (che, sappiamo, al Senato di Lerici si attraversava comodamente a piedi) e, da lì, Arcola, salire e scendere il Termo, aggirare il piede del Monte Pertico, la piana di Migliarina, valicare il colle dei cappuccini, e così arrivare alla Spezia e raggiungere Marola. Tutta fatica sprecata, dal momento che potevano fermarsi al Magra! Sangriso dixit.

Capirai che ostacoli per gente adusa a farsi a piedi ottanta chilometri al giorno, con settanta chili di roba sulle spalle, e per di più reduce dalle gole della Garfagnana e della Lunigiana infestate dai feroci guerrieri apuani, friniati e boi.

Come dicevo, i liguri dovettero pazientare un po’ prima di potere cercare di cogliere l’agognata rivincita contro gli invasori. Le ostilità ripresero infatti alla grande solo nel 193, due anni dopo il passaggio di Catone nel Portus lunae – non nel 186, anno della disfatta del console Quinto Marcio Filippo in una foresta fra la Garfagnana e il Caprione, citato da Sangriso – allorché in seguito a una sacra assemblea delle tribù alpigiane una turba di ventimila guerrieri, apuani e friniati, rinforzati probabilmente da bande celtiche, calarono dalle montagne devastando l’agro lunense e ponendo d’assedio Pisa, assedio che si sarebbe protratto per tre anni!

In quel quarantennio di tregua, dal 233 (trionfo di Quinto Fabio Massimo) al 193 (attacco dei liguri a Pisa) i romani avevano potuto insediare e gestire in santa pace la loro base navale, da essi chiamata Luna, situata nel Portus lunae – dice Tito Livio – senza dover temere i giavellotti dei… carpenesi!

Poteva tutto questo avvenire, senza lasciare traccia, nella piana del Magra in epoca precoloniale?

In merito alle tracce, giustamente Sangriso ha ricordato il ponte romano di pietra situato sotto Via Biassa, alla Spezia, un ponte con una “luce” di dodici metri, il che significa che il corso d’acqua che scavalcava era piuttosto ampio, e non guadabile. La sua posizione a me sembra indicativa: sull’asse est-ovest, poteva indirizzare chi stava arrivando da un lato, a destra, su per il vallone di Biassa, quindi verso la riviera e la valle del Vara, e dall’altro lato, a sinistra, verso San Vito, ovvero Luna, la base navale romana. Purtroppo, il dottor Sangriso non si è posto la domanda che a me invece intriga assai: a che cosa serviva al tempo di Roma un ponte tanto imponente? Per farvi passare ogni tanto un carretto di un contadino, o per agevolare il transito dei legionari, delle mandrie, e delle salmerie?

A proposito di curiosità, ho scoperto che c’è un personaggio del quale il dottor Sangriso ed io siamo ammiratori: Giovanni Targioni-Tozzetti. L’archeologo spezzino si è profuso in grandi, meritati elogi nei confronti del settecentesco erudito livornese, mentre da parte mia ricordavo di avere fatto ricerche su di lui anni fa, quando raccoglievo materiale per scrivere Ottocento. Ebbene, in quel preciso momento, proprio mentre Sangriso lo lodava, a me è venuta in mente una cosa, che ho subito controllato, trovando conferma: nella sua opera più importante – “Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana” – Targioni-Tozzetti scriveva: “Il sin qui descritto Porto Lunense, ora detto Golfo della Spezia….”. Chissà se anche Sangriso si è rammentato di questo particolare!

Venendo a Strabone, bersaglio preferito degli strali del dottor Sangriso, sua imperdonabile (e irrimediabile) colpa è stata quella di non avere visto di persona i luoghi a nord di Populonia e che quindi nel suo lavoro si era rifatto a testi altrui. Il particolare che una sua descrizione fosse una fotografia perfetta del golfo della Spezia, e che tutto il resto (tranne la Sardegna al posto della Corsica) corrispondesse all’esatta realtà, contava poco o niente.

E allora veniamo al sodo.

Secondo quanto il dottor Sangriso ha detto il 5 giugno, nella sua Geografia Strabone avrebbe scritto: “Tra Luna e Roma ci sono 400 stadii”. Tanto basta per accusare Strabone, dinanzi al pubblico in sala, di avere preso una solenne cantonata. Sicuramente i conti non tornano, perché tra Luna e Roma (per Strabone il nome Luna apparteneva sia al Portus lunae che alla base navale romana posta all’interno del Portus lunae) non c’erano affatto 400 stadi, ce ne n’erano molti di più: 2.160!

Dunque, siamo alle prese con un errore, un errore madornale, non si discute!

Solo che l’errore non è di Strabone, bensì, ahi ahi, è dello stesso Sangriso. Difatti il Greco scrive: “Tra Pisa e Luna sono 400 stadi”, non “Tra Roma e Luna”. C’è una bella differenza!

Tanto per fugare ogni dubbio è sufficiente prendere un navigatore satellitare, o una semplice carta Michelin, per scoprire che tra Pisa e la Spezia (Luna) ci sono esattamente 75 chilometri, corrispondenti agli straboniani 400 stadi! Ne consegue che Luna era la Spezia golfo e la Spezia base navale!

Se poi vogliamo esagerare, possiamo aggiungere che fra Pisa e l’anfiteatro di Luni c’erano 296 stadi!

Intendiamoci, è chiaro come il sole che quello in cui è incorso il dottor Sangriso è un banale lapsus, su questo non ci piove, tant’è vero che parlando dei 400 stadi ha aggiunto sottovoce, come tra sé e sé, tanto che forse non si è nemmeno sentito in sala, un “mi sembra”. Resta nondimeno il problema delle molte persone presenti che se ne sono tornate a casa con il convincimento che Strabone avesse preso un grosso, grossissimo granchio, quando invece il povero geografo greco si meritava l’assoluzione con formula piena. per non avere commesso il fatto. In compenso, per noi c’è stata la conferma che, partendo da Pisa, percorsi 400 stadi verso nord, ci si ritrovava a Luna, ossia, appunto, alla Spezia.

Purtroppo, il nostro oratore ha ritenuto di non prendere in considerazione un’altra frase di Strabone, quella che, secondo me, ci rivela senza fallo dov’era il Portus lunae.

Diceva il geografo greco: «Tra Luna e Pisa è chorion Macra»[9]. Non mi interessa in questa sede trattare di quello che pensano altri. Semplicemente confermo che per Strabone (il quale usa cinque volte il termine etrusco Luna, e mai il termine latino Portus lunae), Luna era insieme il golfo della Spezia e la base navale, e che in greco antico la parola chorion aveva svariati significati tra i quali anche villaggio e coloria. Quindi la frase di Strabone suona esattamente così: “Tra Luna (golfo della Spezia) e Pisa, c’è la colonia sul Magra (chorion Macra). Perfetto, mi sembra che non possa esserci più alcun dubbio sull’ubicazione del Portus lunae e, di riflesso, di Luna.

Mi dispiace solo che il dottor Sangriso abbia ignorato questa frase, per me risolutiva: «Tra Spezia e Pisa è la colonia sul Magra»! Peccato!

Per quanto riguarda i resti romani cavati dal sottosuolo della località Piano Artiglié del Fezzano, ai quali Sangriso ha riservato una certa attenzione, mi limito a una curiosità. L’archeologo dice che quei reperti appartenevano a una villa signorile, una delle tante sparse nel golfo. Dal canto suo Ubaldo Mazzini, che il dottor Sangriso ha definito “uno dei miei angeli custodi”, supponeva invece che si trattasse di «magazzini annonari navali costrutti dai Romani presso la spiaggia del piccolo seno del Fezzano (Fundus Alfidianus) per il rifornimento delle flotte militari, che avevano nel Portus Lume la loro base. È noto infatti per numerosi ricordi classici che il golfo, ora detto della Spezia, il quale “contiene in sé tanti altri piccoli seni, tutti sicuri e profondi anche vicino alla riva” (Strabone, V. 222), servì come base di operazione (Ormeterion) alle armate romane particolarmente nei tempi della Repubblica, per le guerre contro i Liguri, e per quelle di Spagna (Livio, XXXIX)»[10].

Insomma, se posso permettermi di darle un consiglio, dottor Sangriso, conviene sempre dare retta agli angeli custodi! Difficilmente si sbagliano.

Infine, ecco il colpo di scena, la Grande Rivelazione, l’asso nella manica: “L’anno scorso abbiamo trovato le strutture del Portus lunae”, ha annunciato solennemente Sangriso. Accipicchia, questa sì che è una grande notizia, peccato che non ci siano le trombe. Adesso c’è unicamente da sperare in qualche ulteriore conferma scientifica, perché, come si dice, l’esperienza insegna.

Da un non lontanissimo passato, infatti, emergono storie che invitano ad andarci cauti con le clamorose scoperte in quel di Luni.

Prima si disse che in epoca romana la valle del Magra era un grande golfo. Poi venne fuori che il grande golfo non c‘era.

Prima si disse che la Seccagna e la Marinella erano due bacini parti del sistema portuale del Portus lunae. Poi si scoprì che i due “bacini” erano già interrati al tempo dei quiriti.

Prima fu trovato un grande frontone etrusco. Poi si appurò che etrusco non era.

Prima si disse che c’erano degli anelli conficcati nelle mura di Luni, di quelli usati per ormeggiare le navi. Poi si disse che non c’era mai stato alcun anello.

Prima fu individuato un pezzo di un molo sicuramente di un porto, dunque del Portus lunae. Poi si scoprì che un molo non era.

Prima si rimuginò per anni attorno a un “dente” presente nelle mura urbiche, cioè, si pensò, un adattamento alla linea di costa, il che lasciava presupporre che nella zona ci fosse un porto. Poi si accertò che la linea di costa era a ottocento metri dalle mura, come recitava un atto dell’imperatore Federico Barbarossa datato 29 luglio del 1185 nel quale si accennava alla presenza di una “plateam que est inter murum civitatis et mare”.

Insomma, che dire circa le nuove clamorose scoperte? Auguri!

Nel frattempo, già che ci siamo, inviterei a riflettere su qualcosa di già certificato:

MARCO ANNEO LUCANO (I secolo d.C.): «Il Magra, che sfocia nel mare vicino a Luna, impedisce l’indugiare di navi o di barche. Infatti, è un fiume poco profondo con numerose secche e non navigabile»[11].

CARLO PROMIS (archeologo inviato a Luni da re Carlo Alberto per sovrintendere alla prima campagna di scavi: «Io sono indotto a credere come cosa certissima, che Luni non abbia mai avuto un porto a se stessa unito, ma che la fama di città marittima solo dovesse al non lontano golfo della Spezia»[12].

GIOVANNI RAGGI, geologo: «La presenza di barre sabbiose e bassi fondali paludosi davanti alla città (di Luni) porta a escludere la possibilità di un’area portuale adeguata all’esportazione marittima dei marmi apuani nei pressi della città stessa»[13].

Qui giunti, devo esprimere tutto il mio stupore perché mi aspettavo che il dottor Sangriso parlasse anche della questione della secca che si trova davanti al golfo della Spezia, sull’asse tra la foce del Magra e l’isola del Tino della quale avevo parlato il 5 maggio.

In breve, la storia – che io considero la chiave di volta per risolvere il caso del Portus lunae – è questa: cinque milioni almeno di anni fa, quando l’attuale valle del Magra era un golfo le cui acque giungevano probabilmente sino a Ceparana, il Magra continuava ovviamente a strappare rocce, terra e materiali vari dalle vette delle montagne trascinando il tutto a valle, sinché, appunto nel giro di milioni di anni, quel materiale giorno dopo giorno ha riempito quel golfo trasformandolo nella pianura secca che vediamo oggi. Ciò era avvenuto perché gli inerti trasportati dal fiume, giunti al mare venivano spinti verso occidente dalle correnti che, salendo dal meridione, a causa del movimento rotatorio della terra volgevano verso quella direzione. Tale materiale non andava tuttavia lontano perché sulla sua strada trovava l’insormontabile barriera del promontorio del Caprione. Di conseguenza, giorno dopo giorno, per milioni di anni, ciottoli, pietre, terra, brecce, ramaglie, sabbia, limi, e chissà cos’altro erano andati accumulandosi lì contro fino a formare quella coltre alluvionale che oggi copre interamente quello che milioni di anni prima era il golfo del Magra. E qui entra in scena quello che non ti aspetti, l’elemento che ti fa vincere la partita!

Attorno al milione di anni fa, finalmente costipato per intero il bacino fino a spingere la linea di costa sulla linea ideale tesa tra la foce del Magra e la punta estrema del Caprione, ossia Punta Corvo, non più fermati dal promontorio quei materiali erano stati sospinti dalle correnti verso il mare aperto. Qui, però, avevano incontrato una dorsale sottomarina che ne aveva fermato la deriva, con conseguente accumulo fino a creare, nel corso dei millenni, appunto quella grande secca. Va da sé che un bassofondo del genere non si sarebbe mao potuto formare se prima non fosse stato interamente colmato dagli inerti del fiume l’invaso dell’ex grande golfo che oggi forma la piana del Magra. Il che significa che lì non poteva esserci alcuna insenatura. Che lì, pertanto, non poteva esserci il Portus lunae!

Mi sarebbe piaciuto conoscere su questo l’opinione del dottor Sangriso, ma è andata male. Peccato! Sarà per un’altra volta!


[1] Lucia Gervasini e Marcella Mancusi, Portus Lunae. Dati per la ricostruzione paleogeografica del paesaggio costiero dell’alto Tirreno: il progetto di ricerca archeo-geomorfologica, 2013.

[2] Tra l’altro Lucano, ci fa sapere il celebre dantista spezzino Mirco Manuguerra, era un “poeta latino tra i preferiti di Dante”.

[3] Giulio Ossequente, Prodigiorum Liber, 22.

[4] Il sisma è registrato nel Catalogo dei Forti Terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980‘ dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

[5] Giulio Ossequente, Prodigiorum Liber, paragrafo 27a (Lunae terra quattuor iugerum spatio in profundum abiit et mox de caverna lacuum reddidit).

[6] Petrus-Augustus Lemaire (1802-1887), M.Annaei Lucani Pharsalia, Libro II, pag. 183, stampato da A.Pihan Delaforest per l’editore della Collezione dei classici latini Nicolaus Eligius Lemaire, Parigi, 1830. Lemaire era un professore di latino.

[7] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIII, 43.

[8] Giovanni Villani, da Storia di messer Giovanni Villani cittadino fiorentino, libro VII, pag. 247, per Filippo, e Iacopo Giunti e fratelli, Firenze, 1587.

[9] Strabone, Geografia, libro V, 2, 5.

[10] Ubaldo Mazzini (La Spezia, 1868-Pontremoli, 1923), Storia del golfo della Spezia, pag. 150, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, La Spezia, 1981.

[11] Traduzione dalla Pharsalia di Petrus-Augustus Lemaire, professore di latino.

[12] Carlo Promis, (Torino, 1808-1873), Dell’antica città di Luni e del suo stato presente, pag. 165, Stamperia Reale, Torino, 1838.

Dell’antica città di Luni e del suo stato presente, pag. 14.

[13] Giovanni Raggi, La Bassa Val di Magra ed il sottosuolo della Piana Lunense, da Capellini ai giorni d’oggi., pag. 41.

Portus lunae, mistero svelato: ecco dov’era!

L’8 maggio scorso, in occasione della mia nomina a socio accademico dell’Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini” – nomina della quale vado orgoglioso – nel corso della lectio magistralis di prammatica, intitolata Portus lunae – La commedia degli equivoci, ho rivelato per la prima volta quella che, secondo me, è la prova materiale, concreta, che il Portus lunae – lo scalo usato per quasi sessant’anni dai consoli romani impegnati nelle loro missioni belliche – non poteva essere nell’ambito della piana del Magra, ragione per la quale doveva essere giocoforza il golfo della Spezia, con ciò ponendo fine a una disputa che durava da almeno due secoli.

Orbene, rotto il ghiaccio, penso di poterne parlare adesso al cospetto di un uditorio più vasto qual è quello dei blog e dei social, ammesso che agli spezzini interessi sapere che la loro città avrebbe tutte le carte in regola per rivendicare, qualora lo volesse sul serio, una storia assai più profonda di quella canonica della sua erezione a podesteria (1343) a spese di Carpena. Si dovrebbe scendere come minimo al 237 a.C. allorché il console Lucio Cornelio Lentulo Caudino insediò un castra, dice Zonara[1], sulle rive di un grandissimo golfo nel territorio apuo-lunense.

Per cominciare, alla “Capellini” ho citato, e ne ripropongo alcune qua, le prove indiziarie che conducono in una sola direzione: il Portus lunae era il golfo della Spezia.

Quali sono queste prove indiziarie? Anzitutto una premessa: Tito Livio, il maggiore cantore della romanità, ci dice che esistevano un Portus lunae e una Luna. Questa Luna era la base navale installata, e così battezzata proprio dai romani, nel Portus lunae – il grande golfo appena strappato agli etruschi che l’avevano sottratto ai liguri – per garantire assistenza agli eserciti in transito verso (o da essi provenienti) i fronti di guerra oltremare, e in particolare la Spagna e la Sardegna, dove i filocartaginesi e gli indipendentisti stavano dando non poco filo da torcere ai consoli. Dunque, poiché ogni esercito romano si componeva di due legioni per complessivi diecimila legionari, e di un contingente di quindicimila uomini fornito dalle Nazioni alleate dei romani, quando si parla di Luna si intende per forza di cose una cittadella militare con sedi per i comandi, casermaggi per la guarnigione, attendamenti per i militari di passaggio, luoghi di culto, luoghi di svago, officine per la riparazione delle navi, delle armi, dei carriaggi, delle macchine belliche, stallaggi, cucine e mense, depositi, infermerie, ecc.. Dov’era tutto questo? Era a San Vito di Marola e in talune delle più ampie insenature della costa di ponente del golfo. Al Fezzano, per esempio, secondo Ubaldo Mazzini c’era un magazzino annonario per il rifornimento delle navi. Quasi tutto è andato purtroppo perduto a seguito del cannibalismo edilizio[2], degli scavi e degli sbancamenti effettuati per la costruzione dell’arsenale, e dei bombardamenti del ‘43. D’altronde, si è mai vista in ogni luogo e in ogni tempo una flotta da guerra priva di una base logistica a terra dove fare provviste di acqua, di derrate, di munizioni, per rinnovare l’equipaggio, o fare eventuali riparazioni alle navi?

Da notare che Livio cita espressamente due volte Luna, e a quel tempo (195 a.C.[3] e 186 a.C.[4]) c’era un unico soggetto chiamato Luna – la base navale, appunto – dal momento che alla Luna etrusca (nome che nella lingua dei Rasna significava “porto”) era stato cambiato il nome in Portus lunae, e la Luna-colonia non era stata ancora fondata. Altro punto fermo: il Portus lunae era un porto esclusivamente militare, attivo dal 237 al 180 a.C. circa, cioè sino al raffreddarsi dei conflitti in Spagna e in Sardegna, e allo spostamento più a settentrione del fronte delle guerre celtiche, dopo di che è scomparso dalle scene, salvo qualche occasionale comparsata di quando in quando. Cos’era e dov’era, dunque, se non nel golfo della Spezia, quel Luna citato da Livio?[5]

Pertanto, preso atto che negli anni precoloniali Luna era un avamposto all’interno del Portus lunae diamo allora un’occhiata quelle famose prove indiziarie:

  1. Il greco Strabone, il più autorevole geografo dell’epoca disse: “Da Pisa a Luna sono 400 stadi”.  Ebbene, navigatore satellitare alla mano si scopre che tra Pisa e Luna (golfo della Spezia), ci sono 75 chilometri, giusto 400 stadi. Controprova: da Pisa all’Anfiteatro di Luni ci sono 55 chilometri, pari a 297 stadi.
  2. Strabone dice: “Tra Luna e Pisa c’è chorìon Macra”. Bene, in greco antico la parola chorìon aveva molteplici significati, fra i quali villaggio, fortino e colonia. Al tempo di Strabone la colonia di Luna (Luni) – appena ripopolata dall’imperatore Augusto dopo essere stata abbandonata dagli ultimi abitanti al principio del primo secolo a.C.[6] – era al presente un modesto villaggio, un chorìon, che doveva ancora conoscere i fasti indotti dal commercio dei marmi. Perciò, quella frase va letta così: “Fra Luna e Pisa, c’è la colonia (chorìon) sul Magra”. Il che conferma la presenza di un soggetto chiamato Luna (base navale) a settentrione della colonia.
  3. Secondo molti studiosi, in epoca romana il Portus lunae descritto da Strabone come “un porto grandissimo e bellissimo con tanti porti tutti profondi al suo interno, tutto circondato da alte montagne” era alla foce del Magra. Ciò significava che – giacché un golfo simile, quello della Spezia, sicuramente c’era – tra Porto Venere e l’Avenza dovevano esserci due porti grandissimi e bellissimi con tanti porti tutti profondi al loro interno. Ma come mai, in duemila anni, da Ennio, Livio, Strabone, forse anche Virgilio, e compagnia bella fino ai giorni nostri, nessun autore parla di due golfi gemelli, citandone invece uno soltanto? Sarà mica che uno dei due era nient’altro che una bizzarra invenzione?
  4. Il Greco medesimo ci dice che da entrambi i lati di quel vasto golfo si vedeva una gran porzione di costa. Perciò prendiamo il golfo della Spezia, e, sempre fronte a mare, saliamo prima sulla Castellana guardiamo a destra, e poi a Montemarcello guardando a sinistra, e cosa vediamo? “Una gran porzione di costa”, ossia la costa delle Cinque Terre e della riviera da un lato, e la riviera apuoversiliese dall’altro. Ripetiamo la prova con il presunto grande golfo del Magra e, saliti sulle alture di Ortonovo, guardiamo a sinistra. Cosa vediamo?” Una gran porzione di costa”. Bene, facciamo allora l’ultima verifica, tanto per andare sul sicuro. Torniamo a Montemarcello e guardiamo stavolta a destra. Che cosa vediamo? Toh, non c’è quello che secondo Strabone dovrebbe esserci, e cioè “una gran porzione di costa”. C’è invece, e c’era allora, il grande golfo della Spezia. E adesso? Che fine ha fatto quel grande, magnifico, golfo?

Ci sarebbe dell’altro, ma lasciamo perdere. Se uno vuole capire capisce, sennò è inutile perdere del tempo!

Venendo dunque alla promessa “prova concreta”, è doverosa la consapevolezza che stiamo ragionando in termini di milioni di anni, non di millenni, come ci ammonisce il geologo professor Giovanni Raggi nel suo contributo alla redazione della Carta ittica della provincia della Spezia, edita nel 1990 dalla Provincia della Spezia.

Questa storia inizia infatti cinque milioni di anni fa, al tempo in cui il PaleoVara scaricava le sue acque nel golfo della Spezia, mentre il PaleoMagra scorreva nel letto del PaleoSerchio. Tre milioni di anni dopo – siamo nel Pliocene superiore – troviamo una situazione più complessa, esito di chissà quale cataclisma, con il Magra che approfittando della sella di Vezzano-Termo sfocia ora anch’esso nel golfo della Spezia contribuendo, insieme al Vara, alla formazione del materasso alluvionale che funge oggi da giaciglio per la città.

Trascorre altro tempo, e troviamo il Magra finalmente nell’alveo odierno, nel quale alcuni millenni più tardi sarà raggiunto dal Vara nella zona di Bottagna formando il tronco terminale del Magra, il quale, tuttavia, non sfociava nel mare, bensì in un vastissimo lago costiero detto “lago di Sarzana”. Poco più tardi – è ovviamente relativo quel “poco” – rotto il diaframma che lo separava dal mare quel lago diventa un immenso golfo, con l’acqua spinta forse fino a Ceparana.

Arriviamo infine fra gli 1,8 milioni e i 130mila anni, nel momento esatto in cui in virtù dell’apporto degli inerti dei due fiumi si completava l’interramento del “golfo del Magra”, ovvero il bacino dell’odierna valle, sino a farne una pianura secca, come la vediamo oggi.

Per decenni i propugnatori dell’idea del Portus lunae/foce del Magra – dopo avere finalmente accantonato la vecchia convinzione che l’intera valle del Magra nel tempo della repubblica fosse un golfo anche più ampio di quello della Spezia – hanno sostenuto la tesi secondo la quale nell’areale del Magra c’erano quantomeno due ampie insenature, denominate Seccagna e Marinella, le quali potevano essere benissimo due bacini portuali, parti del sistema del Portus lunae. Successivamente, però, con due saggi pubblicati nel 2010 e nel 2013, altri studiosi hanno smontato quella tesi asserendo che in epoca romana la Seccagna e la Marinella erano già pressoché interamente costipate dai materiali trascinati a valle dal fiume, per cui non potevano essere dei bacini portuali.

Nel 2013 questa lettura del quadro ambientale – niente Seccagna e niente Marinella – è stata indirettamente confermata dalle archeologhe Lucia Gervasini e Marcella Mancusi, entrambe con importanti trascorsi nella direzione dell’Area archeologica o del Museo archeologico di Luni, le quali scrivevano: «È infatti ormai acquisito dalla letteratura scientifica che il porto di Luni si articolava in due bacini distinti, quello fluviale a ovest, nel contesto dei traffici di modesto tonnellaggio, e uno a sud-est per le navi di maggiore portata, appunto le lapidarie. Le indagini geomorfologiche e archeologiche danno ora conto di questa affermazione»[7].

Chiarito che il Portus lunae nulla aveva a che vedere con il Porto di Luni (più corretto sarebbe chiamarlo Porto di Avenza), militare l’uno, commerciale l’altro, attivi in esclusiva a distanza di secoli l’uno dall’altro, è d’uopo precisare che i due “bacini distinti” vanno indentificati non con la Seccagna o la Marinella, interrate da chissà quando, bensì il primo in una insenatura situata nei pressi di Bocca di Magra, caratterizzata da bassi fondali, per piccoli commerci locali, e il secondo in una fossa interna nella zona dell’Avenza, usata soprattutto in epoca imperiale per il trasporto dei marmi a Roma, messa in comunicazione con il mare da un canale che, a detta di Ludovico Antonio Muratori, una delle menti più lucide della cultura europea del Sette-Ottocento, era agibile a intermittenza, aperto cioè a seconda delle condizioni meteomarine. C’è anche una carta del ’500 che propone una simile configurazione: un lago costiero, con un canale di collegamento con il mare (immagine sotto)..

Tutto questo ci avvicina sempre più al momento cruciale, l’ora della verità. Quella della prova decisiva per scoprire dov’era davvero, senza possibilità di dubbio, il Portus lunae!

Un grande passo avanti n questa direzione lo facciamo grazie a Carlo Promis, uno storico, archeologo e architetto mandato a Luni da re Carlo Alberto per sovrintendere alla prima campagna ufficiale di scavi nell’area archeologica.

Anzitutto, diceva il Promis: «Io sono indotto a credere come cosa certissima, che Luni non abbia mai avuto un porto a se stessa unito, ma che la fama di città marittima solo dovesse al non lontano golfo della Spezia»[8]. Niente male come incipit, vero?

Per esporsi in questa maniera, giocandosi la reputazione al cospetto del suo sovrano, il Piemontese doveva avere delle buone carte in mano, tanto è vero che non si limitava a esporre il proprio parere in merito, ma anzi lo motivava con ottime ragioni. «Si osservi – diceva – quali siano state in tempi antichissimi le vicende di questo aumento di spiaggia e vedrassi che essa deve essere cresciuta con prodigiosa celerità dal piede dei colli di Trebiano e di Sarzanello sino a che colla sua massa è arrivata ad una linea che potrebbe tirarsi dall’Avenza alla punta del Corvo, perché sino a tal momento essendo costante la rotazione delle torbide verso ponente, era il loro allargamento in mare impedito dal monte Caprione, o promontorio Lunense, che allora non poteva essere che una scogliera disposta a formare coi monti Apuani, del moderno Val di Magra inferiore, un secondo Golfo, per ampiezza, forma e giaciatura, similissimo a quello della Spezia. Ma allorché le brecce e le terre trascinate dai fiumi giunsero all’altezza della punta del Corvo, allora il movimento marino che tende a ponente, non più smorzato dal quel promontorio che già non più in mare sporgea, ma in terraferma, e congiunto al vento di maestro un terzo sopra ponente, radendo con continua ed estrema forza l’anzidetta linea, impedì quel regolare e celere allargamento di terreno, lasciando bensì che la spiaggia della Marinella si cangiasse in secca continuata, ma facendo pur anche che la superficie acquistata nel mare fosse d’allora in poi assolutamente minima, e che la sua progressiva estensione fosse di tal lentezza da poter quasi sfuggire all’occhio dell’osservatore»[9].

Stiamo parlando, ripeto, di qualcosa che risale a ritroso nel tempo dai centomila ai milioni di anni fa.

Il punto di vista del Promis era condiviso dal professor Giovanni Capellini, il quale precisava che all’incirca una decina di milioni di anni fa «i depositi miocenici si accumulavano nelle lagune le quali occupavano specialmente quella porzione che dalle vicinanze di Ponzano si avanzava fino alla foce attuale del fiume»[10]. Ne consegue che un milione di anni fa la linea di costa doveva essere simile a quella odierna e che da allora non abbia più subito mutamenti sostanziali, visto e considerato che a parere di molti esimi studiosi il preteso innalzamento del livello del mare, sostenuto da alcuni autori, a ridosso dell’epoca storica non ci fu.

“Vabbè, ma queste sono solo supposizioni”, dirà l’ultimo dei mohicani cercando uno specchio sul quale arrampicarsi.

Ok, e allora, a parte che pretendere di giudicare due scienziati quali il Promis e Capellini denoterebbe una dose di presunzione degna di migliore causa, passiamo alla prova concreta, materiale, non confutabile, della quale dicevo all’inizio.

Viene utile riprendere da dove il Promis ci aveva lasciati, cioè a dire dagli inerti rubati dal fiume alle montagne e trasportati fino al litorale apuo-lunense. Una volta riempito completamente – e sottolineo l’avverbio completamente – il bacino della valle del Magra, interrando quello che in tempi preistorici era l’amplissimo golfo evocato dal Promis, giunti alla linea di costa idealmente tracciata dalla foce del Magra al rostro del promontorio del Caprione, ovvero Punta Corvo, quei materiali lapidei, ciottoli, brecce, terra, limo e sabbia, in pratica, non trovando più contrasto potevano disperdersi nel mare aperto.

In realtà, però – ecco la grossa novità – non andavano lontano. Giusto da questa scoperta traiamo la prova provata che il Portus lunae non poteva essere nella valle del Magra, che fosse di ambiente fluviale o marino!

Io credo che pochi italiani abbiano letto il brano che riporterò qui sotto. E se qualcuno lo ha letto (tra questi pochi ci sono la geografa spezzina professoressa Luisa Rossi [11]), e i lettori del sui bel libro) quel qualcuno di sicuro al mille per mille non lo ha collegato alla storia del Portus lunae. Sospetto, di conseguenza, di essere l’unico ad averlo fatto!

Dunque, si tratta di questo. Nella loro migrazione in mare, sotto la pressione delle correnti che spingevano verso ponente quei materiali si spargevano al largo, nondimeno il loro vagabondare dirimpetto alla riva era alquanto breve perché a causa di una dorsale sottomarina che ne frenava la deriva finivano per accumularvisi contro formando nelle centinaia di migliaia di anni una lunga secca stesa dall’estuario del Magra sino all’isola del Tino, frangendo l’onda e proteggendo dalle libecciate lo stesso golfo della Spezia.

Quell’ostacolo naturale è stato descritto nel dettaglio dal colonnello del Genio Pierre Hyacinthe Boucher de Morlaincourt, direttore delle fortificazioni della 18ª Divisione di Genova, e uomo di fiducia dell’imperatore Napoleone Bonaparte. Riferendosi al golfo della Spezia – ecco il brano al quale facevo cenno – scriveva: «La natura sembra avere appositamente creato una nuova barriera per preservarlo dagli effetti del vento che spira dalla sua direzione. C’è una secca che si estende davanti all’entrata del golfo e svolge in qualche modo la funzione di un molo contro il quale si smorzano le onde del mare quando c’è vento da sud-est, il che rende il movimento ondoso infinitamente minore nel golfo che al suo esterno. Questa barra comincia nei pressi dell’isola del Tino e si dirige pressoché in linea diritta verso la foce della Magra».[12]

Di essa faceva cenno l’ottocentesco capitano Luigi De Bartolomeis: «Questo banco (…) era pur noto agli uomini di mare sino dai tempi del Petrarca che lo cantò nella sua Africa»[13] [14].

La storia non finisce certo qui, perché ci sono almeno tre carte topografiche che, illustrando il golfo della Spezia, confermano la presenza di quella secca.

In tutte e tre c’è disegnata una forma ovale oblunga, collocata al centro dell’imboccatura del golfo, tra Lerici-Tellaro e il Tino, che rappresenta quel banco, con alcuni numeri che stanno a indicare la profondità dell’acqua stimata in braccia, secondo l’unità di misura usata dai marinai di quel tempo. Il corpo centrale del bassofondo, il più grosso e il più lungo, occupa quasi per intero la distanza tra il Tino e Tellaro, andando verosimilmente ad assottigliarsi alle due estremità, l’una spingendosi, come dice de Morlaincourt, fino alla bocca del Magra, dove infatti spesso e volentieri si formavano dei banchi di sabbia simili a degli isolotti, e l’altra che arrivava probabilmente a contatto con una secca più piccola, nota come Secca di Dante, che va dal Tino alla Palmaria. I marinai potranno dire se il vasto bassofondo di cui parlava de Morlaincourt esiste ancora oppure no.

Nella prima carta, datata 1730, opera dei cartografi-idrografi francesi Henry Michelot e Laurent Bremond, riservata all’archivio del re di Francia, di traverso alla silhouette della “secca”, insieme ai numerini che segnalano le “braccia”, c’è la scritta brasses (braccia, in francese) a indicare il livello del mare in corrispondenza dei vari fondali. Poco discosta, a caratteri più grandi, c’è la scritta Banc de sable sous l’eau.

Nella seconda carta, attribuita a Joseph Roux, e datata 1804, a fianco della sagoma della secca c’è in grande la scritta Brasses.

La terza è un lavoro di Joseph Maistre, datato 1863. Lì c’è solamente l’indicazione della secca (una forma geometrica ovale piuttosto allungata), senza alcuna scritta, a parte dei numerini, tanto piccoli da sembrare dei puntini, che evidenziano les brasses.

La secca dovrebbe poggiare su una piattaforma continentale subacquea esistente fra la Spezia e la Corsica nota con il nome di Terrazzo della Spezia[15], la quale fa sì che la pendenza del fondale sia più dolce favorendo di riflesso il deposito e la compattazione degli inerti sulla platea marina. È ovvio che qualora quello smisurato golfo del Magra fosse esistito ancora nel Mille, o addirittura nel 1500 come vorrebbe la Carta della Tuscia, la secca in questione – la quale, dopo la totale colmata della linea di costa, dal Parmignola al Corvo, aveva ragionevolmente impiegato oltre centomila anni per formarsi, non certo mille soltanto – non avrebbe potuto esserci, giacché le sabbie erranti avrebbero trovato all’interno di quel “golfo” lo spazio e il tempo per sedimentarsi prima di ultimare il riempimento a ridosso di Punta Corvo ed essere spinte infine dalle correnti verso il mare aperto. Il fatto che ne parlasse il Petrarca conferma invece che nel 1300 detta barriera era già conosciuta, che esisteva da tempi infiniti, e che, quindi, nell’antichità la linea di costa era suppergiù simile a quella attuale.

Siamo pertanto in presenza di un’ulteriore prova – credo di poter dire la prova definitiva, la prova SCIENTIFICA – dell’inesistenza, al tempo dei romani, di un golfo, grande o piccolo che fosse, nell’asta terminale del Magra. Sopravvivevano solamente il seno dai bassi fondali di Bocca di Magra e una buca precaria nell’ansa dell’Avenza, poi usata per il traffico dei marmi, presto però riempita essa pure dagli inerti del fiume.

In poche parole, fine della storia. Ora abbiamo l’assoluta certezza che il Portus lunae cantato da Livio, il porto descritto da Strabone, il golfo che a sentire Ennio meritava senz’altro una visita, non era lì, nel bacino del Magra! E se non era lì, dov’era?


[1] Giovanni Zonara (XII secolo), storico bizantino, Epitome delle storie o Annales, VIII 18, 7: «… e conquistò alcune fortezze».

[2] L’erudito secentesco Gasparo Massa spiegava che i materiali ricavati dalla demolizione «d’un ampio Arsenale di molti Archi, e volte, reliquie di fabbrica antica», furono usati per costruire le mura trecentesche dalla Spezia.

[3] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIV, 2, 8b: Giunto con le sue armate di terra e di mare “nel Portus lunae”, preparata che fu la spedizione, il console Marco Porcio Catone partì “da Luna” per recarsi in Spagna.

[4] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIX, 21, 6: Il pretore Caio Calpurnio Pisone si trovava nel Portus lunae quando il Senato gli mandò un messaggero con l’ordine di affrettare la partenza per la Spagna. Arrivato a Luna, il corriere scoprì però che Calpurnio era già partito.

[5] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIV, 2, 8b e XXXIX, 21, 6.

[6] Aruns incoluit desertae moenia Lunae», diceva Marco Anneo Lucano in Pharsalia.

[7] Lucia Gervasini e Marcella Mancusi, Portus Lunae. Dati per la ricostruzione paleogeografica del paesaggio costiero dell’alto Tirreno: il progetto di ricerca archeo-geomorfologica.

[8] Carlo Promis (Torino, 1808-1873), Dell’antica città di Luni e del suo stato presente, pag. 25, Stamperia Reale, Torino, 1838.

[9] Carlo Promis, Dell’antica città di Luni e del suo stato presente, pagg. 26-27.

[10] Giovanni Capellini (La Spezia, 1833-Bologna, 1922), Descrizione geologica dei dintorni del golfo della Spezia e Val di Magra inferiore, destinata alla illustrazione della carta pubblicata nel 1863 dal cav. Giovanni Capellini, pagg. 80-81, per i tipi Gamberini e Parmeggiani, Bologna, 1864. Promotore e fondatore della Società Geologica Italiana, fu a lungo rettore dell’Università di Bologna. A lui è intestata l’Accademia lunigianese di scienze.

[11] Luisa Rossi, Lo Specchio del golfo, pag. 94, Agorà Edizioni, Sarzana, 2003.

[12] Pierre Hyacinthe Boucher de Morlaincourt (Bar-Le-Duc, Marna, 1783-1852), Memoire sur le golphe de la Spezzia, sa position ses avantages maritimes, et sur les moyens de le defendre per terre et par mer, Mantova, 1° luglio 1807.

[13] Luigi De Bartolomeis, Notizie topografiche e statistiche sugli Stati sardi, lib. II, vol. IV, parte II, pag. 1.587, Tipografia Chirio e Mina, Torino, 1847. De Bartolomeis era archivista e bibliotecario della Regia Accademia Militare dello Stato maggiore generale di Torino.

[14] Francesco Petrarca (Arezzo, 1304-Aequà, Padova, 1374), L’Africa: «… e freme l’onda sui sassi guadabili», VI, pag. 167, G.C. Sensoni, Firenze, 1926. Oppure anche: «Noto fra i marinai e le schiene annerite, i mari si infrangono e le onde rocciose ruggiscono nelle secche», da Giovanni Sforza, Gli studi archeologici sulla Lunigiana, in Atti della Regia Deputazione di storia patria per le provincie modenesi, volume VII della seie IV, pag. 93, per i tipi di G.T. Vincenzi e Nipoti, Modena, 1895.

[15] Atlante generale metodico De Agostini, pag. 30, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1984.

È Intelligenza artificiale, bellezza!

Per sessant’anni ho fatto il giornalista. Lavorando al Secolo XIX, alla Nazione, alla Gazzetta della Spezia, da corrispondente del Corriere mercantile, o da collaboratore di Radio golfo dei poeti, ho dato notizie che pensavo interessassero la gente, e per avere notizie stuzzicanti ho scarpinato spesso dalla mattina alla sera (e talvolta anche alla notte) per tutta la città; ho rischiato la salute (il giorno dopo la notte del cloro a Fossamastra sono finito in ospedale per intossicazione); ho visto scene che non auguro a nessuno di vedere (sapete com’è un bambino schiacciato da un trattore, o come sono due operai bruciati vivi, o un povero diavolo mangiucchiato dai pesci? O uno finito sotto un treno?); mi sono trovato a raccontare anche cosa si provava stando davanti alle bare di trentacinque ragazzi morti in un incidente stradale, una bara in fila all’altra. Ho avuto persino qualche problemino quando qualcuno mi ha fatto capire che forse le Br si interessavano pure a me, dal momento che scrivevo di industria armiera. E poi tante altre cosette, come uscire di casa il lunedì mattina e tornarvi il martedì sera, tutta una tirata a lavorare, naturalmente senza notturni o straordinari pagati; oppure non avere oggi alcuna difficoltà nel ricordare dov’ero il Capodanno del 1985, o il giorno di Santo Stefano nel 1973, o la Pasquetta del 1990 (o tutti questi giorni festivi di un anno qualunque)… Nessuna difficoltà perché so bene dov’ero e cosa facevo: ero a lavorare. Come a lavorare ero in ciascuna delle domeniche dell’anno (salvo un paio in periodo di ferie). Ero insomma a lavorare affinché il giorno dopo i lettori fossero informati.

Ma se non ci fossero i giornalisti? Lo chiedo, perché a quanto si sente dire in giro quella del giornalista è una razza in via di estinzione, ormai roba anch’essa da WWF!

Certo, volendo, un giornale oggi come oggi puoi farlo lo stesso, soprattutto grazie al copia e incolla, a Internet, ai social e, da poco, dai primi assaggi dell’Intelligenza artificiale (tanto per essere chiari, per me è Stupidità artificiale), tuttavia lo fai online e senza i cronisti, senza qualcuno, cioè, che pioggia o solleone, vento o grandine, rischiando magari l’incolumità personale va a vedere per poi riferire cosa ha visto e sentito.

Vabbè, si dirà, ma tanto via email o Whatsapp o Instagram arrivano copiosi i comunicati del sindaco, dell’assessore, del presidente della tale associazione, degli uffici stampa, e uno che li impagina senza quasi manco ritoccarli basta e avanza. E nemmeno devi uscire dalla redazione, così con il caldo stai al fresco, e con il fresco stai al caldo. E questo durerà finché la sorte degli ultimi giornalisti superstiti non… farà più né caldo né freddo a nessuno. Tanto, a informare l’ignaro cittadino ci penserà l’Intelligenza artificiale, o, meglio, quei pochi che disporranno dei codici per governare l’Intelligenza artificiale. E pazienza se alla fine nessuno potrà esclamare come fece uno straordinario Humphrey Bogart: “È la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente!”.

Già, non puoi farci niente!

E io penserò con nostalgia a quella notte in cui a Fossamastra, con la nuvola di cloro che usciva dal vagone…

L’irlandese innamorato

In un villino poco distante dalla città, nei pressi del mare, visse per sedici anni alla Spezia, svolgendo un ruolo di rilievo anche sul fronte diplomatico, un personaggio importante del mondo letterario internazionale.
Si trattava di Charles James Lever, uno scrittore nato a Dublino da genitori inglesi. Formatosi al celeberrimo Trinity College della capitale irlandese, si trasferì in Italia vivendo diverso tempo in Toscana. Stabilita nel ’51 la sua residenza a Spezia, in una casetta – precisava – ubicata sulle rive del golfo, da qui mosse per le sue visite alle più attraenti località dei dintorni. Dal 1858 al 1867 fu viceconsole britannico a Spezia, perciò doveva essere un uomo importante, un frequentatore dei salotti buoni della città proprio negli anni della Grande Trasformazione, periodo durante il quale perse il villino di San Vito (nella foto), spianato dai badilanti del maggiore Chiodo. “Sfrattato”, si trasferì forse alla Locanda Odessa.
Durante il periodo spezzino, Lever pubblicò numerose opere quali One of Them (1851), The Daltons (1852), The Dodd Family Abroad (1854), Maurice Tiernay: Soldier of Fortune (1855), Sir Jasper Carew, his Life and Times (1855), The Fortunes of Glencore (1857), Davenport Dunn, a May of our Day (1859), Barrington (1863), Luttrell of Aran (1865), Tony Butler (1865), A Rent in a Cloud (1865) e Sir Brooke Fossbrooke (1865).
In The Dodd family abroad, opera in forma epistolare in due volumi stampata a Londra, Lever fa scrivere una lettera da una delle protagoniste del romanzo, Caroline Dodd, datandola “Spezia, Croce di Malta”.
Anche quest’opera ci consente di “vedere” com’erano la città e il golfo a quei tempi, un golfo, ammette subito Caroline, che non ha uguali. «Mare, cielo, verde, aria balsamica, placide sensazioni di un’atmosfera profumata da mille aromi, tutto il respiro di questa splendida terra».
«Il giardino, una piccola passeggiata per la gente della città, che corre lungo la spiaggia, è un’esplosione di fiori cremisi, il fiore di San Giuseppe, non ne conosco il nome botanico. Il mare blu – e che blu! – rispecchia ogni scoglio, e la rupe e alti castelli in tutti i loro particolari. Veloci barche con vele latine scivolano silenziose avanti e indietro sull’acqua».
Detto di ritenere Spezia molto più bella di Como, Caroline/Lever si chiedeva come mai un posto del genere fosse così poco frequentato da quelle orde di randagi e disordinati inglesi che oziavano qua e là nel continente. Il fatto era che i viaggiatori che andavano via mare seguivano la rotta Genova-Livorno, e d’altra parte Spezia, che pure era una località balneare, quanto a divertimenti offriva poco agli stranieri.
«Non c’è nulla, nulla, di ciò che ci si aspetta di trovare in un posto sull’acqua. Non muli da affittare, non abbonamenti a concerti, e la musica della banda cittadina è, mi spiace dirlo – confessava Caroline – così terribilmente brutta che non richiamerebbe nemmeno una ventina di persone. Spezia è, d’altronde, au naturel, e io spero che possa restare sempre così».
E dal canto suo dopo avere raccontato del divertimento dei bagni, delle chiacchiere e del gossip, il capofamiglia, un militare, sospira: “Mi dispiace molto dover andare via da Spezia”.
In The Fortunes of Glencore pubblicato a Londra sempre da Chapman e Hall, nel terzo dei tre volumi di cui si compone Lever descrive (pag. 158) sia Spezia sia il problematico trasbordo sul Magra. Per la cronaca, secondo l’Handbook for Travellers in Northern Italy nel 1851 passare il Magra col traghetto costava 80 centesimi per una carrozza con due cavalli e dieci centesimi per ciascun passeggero.
Sul suo soggiorno spezzino lo scrittore dublinese ci ha lasciato anche questa simpatica testimonianza: «Fin dal mio arrivo qui, noi abbiamo vissuto sull’acqua, le deliziose onde blu del golfo. Di tutti i luoghi che mi è capitato di vedere, Spezia è il più bello».
Go raibh maith agat, mister Lever, mille grazie per le belle parole.

Testo tratto da Gino Ragnetti, “Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia”, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, La Spezia, 2011. 

Benvenuti nel Lago dei poeti!

Il vostro tempo è limitato, quindi non sprecatelo vivendo la vita di qualcun altro.
Siate affamati, siate folli, perché solo coloro che sono abbastanza folli
da pensare di poter cambiare il mondo lo cambiano davvero.

Steve Jobs

Il Jolly è impazzito! Lo dicevamo un tempo quando qualcuno cominciava a dare i numeri. Ecco, non vorrei che dopo questo articolo si finisse per dirlo anche di me. Il fatto è che da quasi vent’anni cerco di mettere in testa ai padroni del vapore che forse sarebbe il caso di cominciare a pensare un po’ seriamente a quello che potrebbe succedere alla Spezia se davvero – e sottolineo “se” – come da fine ‘900 vanno predicando gli scienziati di tutto il mondo, a causa dei cambiamenti climatici entro questo secolo il mare sarà più alto di un metro, forse qualcosa di meno, o forse qualcosa (tanto) di più. In ogni caso, la città finirebbe a mollo in modo permanente.
Non lo dico io, lo afferma l’Enea (ma basterebbe leggersi i rapporti periodici dell’Intergovernmental Panel on Climate Change): “Il fenomeno dell’innalzamento riguarda praticamente tutte le regioni italiane bagnate dal mare per un totale di 40 aree costiere a rischio inondazione”. Tra queste… “La Spezia in Liguria”.

Ebbene, se succedesse?
Cosa si potrebbe fare per evitare il disastro?
Io butto lì un’idea

Foto da me scattata alcuni anni fa alla Revel: ancora un palmo, e il mare arrivava in Piazza Brin

Quando il mare si gonfia, e succede spesso dopo alcuni giorni di intensa pioggia, l’acqua dei canali che scorrono sotto la città innesta la marcia indietro e sotto la doppia pressione che grava a valle e a monte sale in superficie ed esce dai tombini inondando il centro storico. Un fenomeno piuttosto frequente, come dimostrano le numerose foto che popolano pubblicazioni varie e pagine del web. Frequente, ma momentaneo. Poi il livello del mare cala e tutto torna come prima, con qualche danno per i negozianti e qualche loro comprensibile moccolo. Non so se avete notato che alcuni commercianti di Corso Cavour hanno già sistemato delle paratie all’ingresso delle loro botteghe.

Soliti allagamenti in centro città

Le proiezioni di Ipcc ed Enea raccontano però un’altra storia: quella situazione – il mare alto – sarebbe permanente, per cui l’intera città resterebbe perennemente sott’acqua, un palmo e forse più, con tendenza a salire, naturalmente, perché la giostra è ormai partita e indietro non si torna.
Ma non solo la città andrebbe sott’acqua. Tutte le spiagge sparirebbero, e con esse il turismo balneare. Pensate a Marinella, Venere Azzurra, San Terenzo, Monterosso, Bonassola, Deiva!
Inoltre, il cuneo salino, che oggi dalla foce del Magra risale fino a pochi chilometri dai pozzi Acam di Fornola, spinto dalla pressione del mare in crescita risalirebbe ancora raggiungendo forse i pozzi, con il risultato che trecentomila persone resterebbero senza acqua potabile (se non si sarà corsi per tempo ai ripari scavando altri pozzi in zona più sicura). Inoltre, l’acqua salmastra si infiltrerebbe nei terreni della valle del Magra inaridendo la oggi fertilissima campagna.
E il porto? E l’arsenale? E i cantieri? E i paesi del golfo oggi a un palmo dalla superficie del mare (vedi Le Grazie, Fezzano, Cadimare)?

E allora, quale potrebbe essere la soluzione più idonea per salvare il salvabile?

Io non ne vedo altre che quella immaginata qui sopra, nel rudimentale abbozzo di cartina (A proposito, se qualcuno me ne facesse una decente che cogliesse l’idea sarei felice di sostituire questo obbrobrio).
Si tratterebbe di chiudere il golfo con una diga più foranea dell’attuale trasformandolo in un lago – il Lago dei poeti – nel quale il livello del mare sarebbe pari a quello attuale (più basso pertanto di quello esterno) mantenendo la configurazione esatta del golfo come lo vediamo oggi. Una barriera più piccola sigillerebbe il “lago” al varco di San Pietro di Porto Venere. L’accesso al bacino interno, limitato a imbarcazioni da diporto e a navi di modesto tonnellaggio – da carico e passeggeri (tipo le motonavi di Navigazione Golfo dei poeti) – sarebbe assicurato da un sistema di chiuse, mentre a un complesso di grandi pompe verrebbe demandato il compito di mantenere inalterato il livello del “lago” garantendo anche un adeguato “rimescolamento” dell’acqua dolce riversata dai canali della corona del golfo con quella salsa del mare, di modo che possa essere conservata almeno una parvenza del tradizionale ambiente marino. A tale scopo potrebbe rivelarsi utile, captando e derivando l’acqua di canali e sorgenti, il tunnel costruito negli anni Cinquanta che dai Buggi arriva a Monasteroli.
Di conseguenza dovrebbero trovare diverso utilizzo l’arsenale, il terminal Snam, il porto e i cantieri che lavorano con le grandi navi. E inevitabilmente, nell’ex… golfo cambierebbe tutto. In parole povere ci sarebbe un’intera economia da inventare. E qui, appunto, sarebbe il caso di richiamare alla mente la famosa esortazione di Steve Jobs: “Stay hungry, stay foolish!“.

Insomma, la fantasia al potere!

Una pazzia? Può darsi, ma quale sarebbe l’alternativa?

Due stelle nate a Spèza

lyda borelliPer un curioso gioco della casualità La Nazione è uscita oggi con due pagine della sezione nazionale culturale dedicate ad altrettante grandissime attrici del passato la cui storia, per una ragione o per l’altra, affonda le loro radici – naturali l’una, artistiche l’altra – in terra spezzina: Lyda Borelli ed Eleonora Duse. Per chi non lo sapesse, ecco il perché. Continua a leggere

Un americano sulla sprugola

Racconti Kafka

Traduzione di Henry Furst

Nascere a Spezia e morire a New York può essere non molto frequente e purtuttavia non troppo sorprendente; meno facile, direi, mi sembra il nascere a New York e il morire a Spezia, a patto che ciò non abbia una causa traumatica come una guerra, tragico destino che nel marzo del ’44 toccò per esempio ai quindici soldati americani della Operazione Ginny sbarcati nottetempo sulla riva di Framura, catturati dai tedeschi e fatti fucilare, nonostante indossassero le uniformi, dal generale Dostler (a sua volta poi giustiziato per quel crimine di guerra). Chissà, magari uno di quei ragazzi, quasi tutti italo-americani, era nativo di New York.

Ebbene, a quanto ne so uno dei pochi – l’unico? – a nascere a New York (11 ottobre 1893) e morire a Spezia fu Henry Furst, un giornalista, scrittore e regista teatrale. Continua a leggere

Tutti pazzi per la ragazza

bubeDa vecchio guardone di scaffali delle librerie – un vizio che mi porto dietro da quando ho imparato a distinguere le lettere dell’alfabeto – ho notato che da qualche tempo a questa parte sulle scansie compaiono con una certa baldanza titoli che cominciano con un “La ragazza…”: La ragazza del treno, La ragazza italiana, La ragazza del lago, La ragazza tedesca… Ci ho fatto caso… per caso, perché non è che la narrativa contemporanea mi attiri in modo particolare; di solito in libreria perlustro con lo sguardo i settori riservati alla storia o alla narrativa nel primo Novecento, Steinbeck, Fitzgerald, Joyce, Calvino, Kerouac… In più, già che ci è offerta l’opportunità, caccia aperta nei siti librari online alla ricerca di chicche dei secoli passati. Capita di trovare davvero autentici gioielli, come sulle bancarelle dell’usato. Continua a leggere

Tsunami, fuga dal centro di Spezia

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Il terremoto e il maremoto che hanno devastato l’altra notte l’isola di Kos, perla del Dodecaneso, ha innescato anche in Italia, che in materia si è fatta purtroppo una robusta tragica esperienza, la solita discussione sui pericoli che in caso di sisma possono correre le località costiere. È possibile, ci si chiede, che anche da noi il mare possa sollevarsi di livello fino a provocare danni di là dalle rive? Stando agli esperti, a correre qualche rischio per i maremoti possono essere gli abitati costieri della Sicilia e del Mare Adriatico fino a Rimini. E Spezia? I sommovimenti della terra possono mettere a repentaglio Spezia? Stando ai soliti esperti parrebbe di no, dovremmo essere al sicuro. In realtà, qualcosa in passato è invece accaduto: niente di particolarmente grave, ma chi ci si è trovato di mezzo si è preso un bello spavento.

Cosa avvenne? Eccolo. Continua a leggere

Percy, il poeta che amò il golfo

Shelley195 anni fa, esattamente come oggi, l’8 luglio del 1822, periva tragicamente nel mare della Versilia un gigante della poesia mondiale: Percy Bysshe Shelley. Lo “Spirito di Titano entro virginee forme”, come lo definì poi Giosuè Carducci, aveva trascorso gli ultimi suoi due mesi di vita nella casa bianca di San Terenzo, quella che chiamiamo Casa Magni, un luogo del quale era innamorato, così com’era innamorato del golfo intero tanto che sperava di riuscire a convincere la recalcitrante moglie Mary a fermarsi lì ancora un po’, almeno per tutta l’estate. Eppure, quando si parla dei grandi poeti nel golfo, a Spezia si ricorda soprattutto Byron, la cui presenza è invece limitata a quattro soli giorni, trascorsi per di più a letto perché ammalato in una brutta locanda di Lerici, e si tende quasi a ignorare Shelley e Mary, (autrice di Frankenstein).

Ricordo che durante i due mesi trascorsi a San Terenzo Shelley scrisse Lines written in the bay of Lerici e Triumph of life, opera rimasta incompiuta.