L’estate torrida del ’99

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Siamo nell’agosto del 1799 e i francesi sono in difficoltà in tutti i fronti della penisola. Avendo ormai deciso il ritiro dalla Spezia, il Miollis aveva ordinato alla Municipalità di procurare al maggiore Desportes, comandante della guarnigione intanto asserragliatasi nel forte di Santa Maria, e al piccolo presidio della torre di Sant’Andrea del Pezzino tutto quanto necessario – carne, vino, foraggio e medicine – per resistere a un lungo assedio. Chiusi lì dentro c’erano 600 uomini e non pochi animali da sfamare. Troppi per una comunità che quasi non disponeva del denaro occorrente per la propria stessa sopravvivenza. E i suoi capi lo dissero al generale: “Qui la gente è povera, e non ha nemmeno di che vivere per sé”, si giustificarono. Ma il francese non si scompose, e con fare sprezzante chiuse la questione imponendo ai cittadini più facoltosi il pagamento di ottomila lire con le quali acquistare le vettovaglie. A sborsare il denaro furono le famiglie di Grimaldo Oldoini (tremila lire), Camillo Rapallini (tremila) e i fratelli Federici fu Giuseppe (estranei alla famiglia di Marco Federici) che versarono duemila lire.

L’indigenza causata dalla guerra e dalle carestie non era prerogativa esclusiva della Spezia e delle sue campagne. Il 20 novembre del ’99 il sindaco di Arzeno spiegava infatti alla Reggenza di Sestri Levante – che aveva giurisdizione fino a Levanto, Varese Ligure e Chiavari – di non avere potuto riscuotere la tassa di venti soldi per migliaio che gli era stata imposta perché “in questo paese, sono andati quasi tutti per il Mondo, stante la miseria, e sono sprovvisti di denari”. Il poveruomo aggiungeva che presto sarebbe partito anche lui per non fare la fine “di questi miserabili”.

Alla Spezia la tensione era ormai alle stelle, alimentata dalle colonne di fumo che si alzavano qua e là sulle alture di San Venerio, Carozzo, Vezzano e Arcola. La gente sapeva bene di cosa si trattava: erano ville e case coloniche di proprietà di giacobini o di semplici simpatizzanti saccheggiate e date alle fiamme dai “Vivamaria”. La Reazione era dunque davvero alle porte e il panico dilagava, al punto che la Commissione provvisoria, o almeno ciò che ne restava visto che altri tre suoi membri si erano a loro volta dileguati, si vide costretta a pubblicare in fretta e furia un manifesto nel quale invitava la popolazione alla calma perché «la sicurezza della patria, degli individui e delle sostanze dipende dalla quiete e dalla tranquillità del popolo stesso».

Si arrivò così all’alba del 2 agosto, giornata di grandi eventi. Al primo chiarore il generale Miollis, che nella notte aveva riunito il suo stato maggiore per organizzare il ripiegamento, varcò Porta Genova, raggiunse il suo esercito accampato nella Piandarana, e si avviò su per le erte della Foce. A coprirgli le spalle avrebbe dovuto pensare il Desportes con la guarnigione della fortezza di Santa Maria irrobustita da un manipolo di “veri patrioti”, volontari che avevano risposto all’invito del maggiore a seguirlo entro quei bastioni i quali, assicurava, egli era comunque determinato a difendere sino all’ultimo uomo contro gli imperiali.

Il cerchio insomma si stringeva, e anche alla Spezia gli eventi sembrarono precipitare nel dramma allorché alle tre di un torrido pomeriggio, mentre i francesi erano ancora lì che si affannavano a risalire le asperità dell’Aurelia, quattro dragoni a cavallo e tre a piedi, preceduti da un arcolano che faceva da guida, si avvicinarono a Porta Romana (foto in alto) subito accolti da una piccola folla che andò loro incontro, alcuni gridando “Viva l’imperatore”.

Giunti in Piazza di Corte, l’ufficiale che li comandava, il tenente Iohn Molnar, ordinò come prima cosa agli spauriti componenti della Commissione lì radunati di abbattere l’albero della libertà.

«Non spetta a noi farlo», replicarono però con uno scatto d’orgoglio i maggiorenti spezzini; se il tenente vuole che l’albero sia tagliato, «non manchi di servirsi dei mezzi più convenienti, senza compromettere la città».

Di fronte a una presa di posizione così dignitosa, Molnar evitò di insistere, fece buttare a terra l’albero dai suoi dragoni lo dette alle fiamme, e se ne andò.

Dopo questo episodio per qualche ora non successe più niente, ma in città l’attesa era spasmodica. Malgrado la canicola che opprimeva il golfo gli abitanti si erano rinserrati nelle case sbarrando porte e finestre, le strade erano deserte e silenziose, con le botteghe e le osterie tutte chiuse. Cosa faranno gli austro-russi? e gli Insorgenti? Si limiteranno a dare la caccia ai giacobini, o metteranno a ferro e fuoco la città colpevole di averli ospitati? si chiedevano inquieti i cittadini.

I timori della gente non erano del tutto ingiustificati, perché soprattutto nelle campagne, lontano da sguardi indiscreti, il modo di fare dei soldati francesi non era sempre stato irreprensibile nei confronti della popolazione civile. Anzi, in tutta la provincia e nella vicina Lunigiana era piuttosto fresco il ricordo di quanto accaduto nella primavera trascorsa dalle parti di Zeri quando gli ussari erano ancora lontani. Il 26 maggio trecento soldati del distaccamento di Borghetto guidati da un còrso, tale Graziani, si erano spinti fino allo Zerasco per spiare le mosse degli austriaci, e siccome di nemici intorno non se ne vedevano, avevano pensato bene di dedicarsi ad altra più piacevole incombenza: si erano messi a razziare pollai, conigliere, stalle e quant’altro per incrementare la dotazione delle dispense della caserma, e in più, già che c’erano, avevano trovato modo di svagarsi un po’ oltraggiando tutte le ragazze belle o brutte che avevano avuto la sventura di capitare loro a tiro.

La voce era corsa veloce di paese in paese suscitando la collera degli abitanti, sicché d’improvviso la campana d’una chiesa aveva cominciato a suonare a martello e…

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