Piove, guarda come piove…

Allagamento 1 1912

Il 9 ottobre del 1968 fu una giornata da segnare con il bollino rosso nel calendario della città. A futura memoria. Ma si vede che con il tempo quel “rosso” è sbiadito fino a scomparire del tutto se è vero che gli spezzini nella stragrande maggioranza non sanno nulla di ciò che accadde quel giorno.

Quel giorno l’acqua del Lagora tracimò e arrivò a sommergere i marciapiedi fino all’altezza del bar Peola, e quindi tutto il centro città, larga parte dei giardini, il boschetto e la pinetina.

Venivamo da due giorni di pioggia quasi interrotta, il golfo era gonfio da far paura, ingrossato dall’acqua che il Magra e i torrenti scaricavano con un’enorme pressione. Il primo a esondare fu come al solito il Fossa Mastra, poi via via toccò agli altri canali finché attorno alle 10 non fuoruscì il Lagora allagando Viale Amendola, poi Via Colombo, quindi Corso Cavour fino ad arrivare appunto a Via Da Passano. Un bello spirito ‒ il caro amico e Bonaticollega Luciano Bonati ‒ trovò anche modo di pagaiare in via Chiodo con un canottino di gomma (foto accanto), ma meno divertiti erano i commercianti del centro storico che si trovarono con i loro negozi sotto due palmi d’acqua lurida. In alcuni punti della città si arrivò anche a un metro, e io personalmente – a quel tempo lavoravo per il Secolo XIX che aveva la redazione in Via Chiodo, nel mezzanino proprio sopra il bar Peola – mi spinsi sino a piazza del mercato sguazzando fin quasi alle ginocchia. In Corso Cavour, davanti al negozio di Melley, la pressione dell’acqua del Canale dei mulini che scorre lì sotto aveva fatto saltare un pesante tombino di ghisa creando un fontanile alto due metri, e in via Chiodo, all’altezza dell’ammiragliato la pressione dello stesso canale, in quel punto costretto a virare a destra per andare a immettersi nel Lagora, aveva sfondato la soletta di cemento e la copertura d’asfalto aprendo una voragine nel bel mezzo della strada. A Rebocco esplose un deposito di carburo, e nel pomeriggio crollarono cinque campate del ponte di Romito Magra.

Non era la prima volta che capitava.

allagamEcco cosa accadeva nel 1893: “Spezia aspirava a diventare capoluogo, ma intanto doveva ancora risolvere problemi pratici di non poco conto. Quando pioveva un po’ forte, per esempio, Via del Carmine (via del Carmo, per gli spezzini di allora) si trasformava in un fiume vero e proprio per il rigurgito dei canali che non riuscivano a scaricare bene a causa della piena del nuovo Làgora del quale con la costruzione dell’arsenale erano diventati tributari. Addirittura l’acqua allagava i portoni e i negozi della Cittadella creando seri problemi agli abitanti e ai commercianti. Al contrario, la cosa faceva felici i monelli della zona che correvano ad armarsi di robuste tavole di legno organizzando giocose regate tipo surf lungo la strada. Addirittura, capitava che per andare da Via Maria Adelaide (Gramsci) alla Pretura si doveva camminare con l’acqua che arrivava alla cintola. Accadeva anche finissero sommersi perfino i banchi di vendita dei negozi, e dappertutto schizzavano via per non annegare i topi di fogna, sicché non si vedeva altro che un accorrere di gente armata di ramazze, bastoni e badili per dare la caccia ai ratti fin dentro i portoni, in mezzo all’acqua lurida” (Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento, quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, 2011).

Ben di peggio era accaduto l’11 settembre del 1721. In una lettera a un amico il marchese Gio Antonio De Nobili scriveva: «La Spezia non è più la Spetia: ella con tutto il suo territorio è divenuta un cadavere, uno scheletro spolpato, inondata da due oceani piovuti sopra di essa in due funestissime notti, la memoria delle quali sarà anche ai futuri secoli di spavento». Quelle che noi occhi chiamiamo bombe d’acqua colpirono soprattutto la regione della Canivella, dov’è oggi l’arsenale, con l’esondazione di tutti i canali che allora solcavano la pianura, scesi tumultuosi dalle vallette dei monti Coregna, Santa Croce e Parodi. Spiegava Franco Lena: «Alla Collina dei Cappuccini (già detta della Ferrara) l’acqua asportò un tratto, fronte a mare, delle mura che circondavano il convento dei frati. L’acqua precipitata dalle colline che fanno corona alla Spezia si divise in due rami, e fu una fortuna perché, se fosse precipitata unita e si fosse congiunta con quella del canale che lambiva le mura a ponente della città, “la Spetia, o almeno una gran parte di essa, rimaneva spianata”».

Ancora prima, in epoca ignota, secondo un’antichissima leggenda il finimondo si abbatté sul golfo provocando lo scoscendimento del versante a mare della collina di Coregna e il seppellimento di un paese di origine romana che si trovava a San Vito.

Un’altra grave inondazione si verificò l’8 giugno del 1903. Scrivevano i giornali: “Questa mattina causa la pioggia che cadeva a dirotto per parecchie ore, la città venne in buonissima parte inondata, specie nei punti più bassi di questa. In alcuni negozi, dove l’acqua aveva raggiunto la massima altezza arrecando danni, vi si trovano i pompieri civici e della R.Marina onde asportare l’acqua. Durante il nubifragio venne interrotto il servizio dei trams elettrici”.

E un altro ancora, altrettanto drammatico allagamento, avvenne nel 1913, poche settimane prima che fosse inaugurato il monumento a Garibaldi (1giugno).

Considerata la situazione, tenuto conto dei cambiamenti climatici e di parecchi altri fattori, quello del 9 ottobre 1968 rischia di diventare non più un ricordo sbiadito, bensì un incubo per quanti ancora meditino di costruire un parcheggio sotterraneo che ‒ l’esperienza insegna ‒ potrebbe un giorno o l’altro essere invaso dall’acqua.

Va difatti ricordato che il piano di bacino per la tutela dal rischio idrogeologico nell’interno del golfo è basato sul cosiddetto “tempo di ritorno”, viene cioè storicamente valutato il tempo in cui un determinato evento potrebbe ripetersi. Ebbene, per il rischio di esondazione del Lagora è stato calcolato un tempo di mezzo secolo, per cui si andrebbe al 2018.

È senz’altro vero che nel corso degli ultimi anni, soprattutto, sono state realizzate opere idrauliche per la messa i sicurezza di alcuni canali, soprattutto nei quartieri est della città, a ridosso del porto, ma nel frattempo la superficie marina del golfo è stata ridotta di parecchio (porto container, Porto Lotti, Porto Mirabello) per cui lo spazio occupato dal mare è più ridotto rispetto al 1968, e di conseguenza è maggiore la compressione in caso di forti e prolungate piogge con conseguente piena storica dei corsi d’acqua. Inoltre, considerate le ristrettezze finanziarie degli ultimi anni viene da dubitare che siano state fatte tutte le opportune manutenzioni e pulizie degli alvei sotterranei: basta guardare in quali condizioni sono, per esempio, i tratti scoperti del Dorgia e del Lagora. Senza contare che là sotto c’è anche la sprugola che borbotta. Non si vede ma c’è!

E come dicevano i vecchi ‒ bisognerebbe sempre dare un po’ più ascolto ai vecchi ‒ il fuoco lo puoi fermare, l’acqua no.

Insomma, secondo me quel 2018 sarebbe da prendere con le molle o da attendere con una certa apprensione. E comunque quello è un limite temporale teorico che non impedirebbe certo al Lagora e ai suoi fratelli di esondare domani mattina.

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