C’era una volta il mare

Un amico nel gruppo di Facebook Il golfo della Spezia nel Novecento ha chiesto com’è nato, e soprattutto com’è stato poi ampliato, il porto mercantile. Pensando di fare cosa utile per chi si è magari posto la stessa domanda, ma non frequenta Facebook, faccio qui un copia e incolla (con qualche aggiunta) della mia risposta.

La Spezia città non ha mai avuto un porto mercantile sino alla fine del 1800. Fino ad allora c’era un pontiletto (in via Diaz si vedono ancora i lastroni di pietra che fungevano da basamento), pontile che si chiamava “di sbarco”, perché all’epoca la città non produceva nulla per l’esportazione e quindi nulla aveva da imbarcare.
Fin dall’epoca romana c’era invece un approdo a San Vito (villaggio oggi scomparso: c’è l’arsenale). Da lì in epoca napoleonica partirono prima (1799) navi inglesi cariche dei famosi “dodici apostoli”, pregevoli colubrine di bronzo asportate dalla fortezza di Santa Maria e andate ad abbellire la Torre di Londra; e poi (1814) navi cariche di oggetti d’arte trafugati dai francesi in ritirata dopo la caduta di Napoleone. Inoltre lì si imbarcavano pietre e marmi di Biassa e di Coregna (con quelle pietre furono lastricati persino dei marciapiedi di Buenos Aires mentre altre furono portate pure a San Pietroburgo). Anche a Savona ci sono marciapiedi lastricati con quella che veniva chiamata Pietra di Spezia.
Un altro pontile di sbarco fino a circa il ‘700 era dove fu poi realizzato un mulino a vento, grossomodo nel punto in cui si trova oggi la capitaneria. Le mareggiate (ovviamente non c’era ancora la diga) fecero a pezzi quel pontile; rimasero alcuni scogli, il più grande dei quali era detto ‘a margonaa.
Durante la costruzione dell’arsenale, fu allestito qualcosa che assomigliava a un porto: un bacino perimetrato in parte dalla banchina Morin, dalla banchina Revel, da una diga parallela alla Morin, e aperto a levante. Doveva essere usato per le merci, per i bisogni della città, e invece era quasi sempre “popolato” dalla torpedinere delle Marina, del che si lagnavano gli abitanti.

Il vero primo porto (Molo Italia, Calata Paita, calata Malaspina e Molo Garbaldi) fu costruito tra fine ‘800 e primi ‘900. La prima pietra fu deposta domenica 21 settembre 1890 alla presenza del principe Tommaso di Savoia duca di Genova. Da lì, fino a San Bartolomeo c’erano i famosi stabilimenti balneari, Selene, Elios (foto sopra), Nettuno, ecc.., la spiaggia degli spezzini i quali, oltre a prendere la tintarella, a fare i bagni, e a divertirsi con i giochi d’acqua, scivoli, toboga e altalene, nei saloni degli stabilimenti avevano modo di svagarsi nelle sale lettura o con piacevolissime serate danzanti. Un servizio di battelli portava dal pontile della città alle spiagge.
Alla fine della seconda guerra mondiale, con un’economia da ricostruire, poiché l’industria era affamata di ferro e acciaio, fu giudicato conveniente ricavare tali materiali dalle navi abbandonate un po’ in tutte le spiagge del mondo dopo il cessate il fuoco. Il golfo divenne in tal modo una delle capitali mondiali delle demolizioni navali, a scapito ovviamente degli stabilimenti balneari, autentici simboli della dolce vita sprugolina. Questi sparirono progressivamente per fare posto ai cantieri. Tra le prime navi a essere smantellate nel dopoguerra nel golfo ci furono alcune delle più belle unità della nostra marina militare (foto sotto, nave Italia, già Littorio, durante la demolizione in arsenale, davanti a Marola).

Alla fine degli anni Sessanta l’industria siderurgica europea giunse però a saturazione con lo spegnimento di numerosi altoforni, al punto che gli industriali delle demolizioni non avendo più un mercato cui vendere il rottame, non cercarono più navi da fare a pezzi, manco se potevano averle gratis.
Nel frattempo – metà anni Settanta – cominciava tuttavia a profilarsi sui mercati dello shipping la rivoluzione dei containers che sveltiva di parecchio il lavoro in banchina con forti risparmi per gli operatori. Fu allora che gli enti locali spezzini approvarono il piano regolatore del nuovo porto.
Attorno al 1974-75 da cronista seguivo per La Nazione i lavori del consiglio provinciale e fu allora che ebbi il privilegio di assistere a un’autentica lezione del prof. Beppe Ricciardi (Dc) sui traffici containerizzati. Non potrò mai dimenticare una frase. “Il traffico dei containers – disse – necessita sempre di nuovi spazi. Se non ne trova, muore”.
Non è per caso, quindi, se da allora le banchine si sono sempre più spinte alla conquista del west, calata Artom, sporgente Fornelli, molo Ravano, terzo bacino, ecc.. Sono convinto che questo perverso processo si fermerà solo a San Bartolomeo.
Detto per inciso: anni fa proposero: “Dateci le marine del Canaletto e di Fossamastra e noi restituiamo calata Paita alla città”. Le marine le hanno prese, e sulla calata Paita – foto sotto – ci sono (e ci resteranno per chissà quanto) i containers.

I piani di ampliamento del porto risalgono al 1959, tuttavia solamente negli anni ’70, come abbiamo visto, è cominciata l’espansione delle banchine verso est con la costruzione della calata Artom (rubati al mare 27.000 mq di piazzale).
In quegli anni il Comune capoluogo aveva una popolazione che sfiorava i 130mila abitanti, e già allora i giovani erano costretti a emigrare per trovare un lavoro. Nel corso del tempo il porto si è dilatato con lo sporgente Fornelli (rubati al mare 196mila metri quadrati di piazzale) fino ad arrivare a Terminal Ravano (rubati al mare 40mila metri quadrati di piazzale). Tra non molto si metterà mano ai lavori di ampliamento che prevedono, tra porto, Fincantieri e cantieri navali, riempimenti per altri 340mila metri quadrati di mare. E in più ci sarà (forse) il nuovo molo del terminal crociere.
Nel frattempo l’economia provinciale è ai minimi storici, la popolazione spezzina è scesa a 94mila unità (compresi 14mila stranieri), ha perso cioè qualcosa come gli abitanti di Sarzana, Lerici e Levanto messi insieme, denunciando un tasso di invecchiamento tra i più alti d’Europa, e i nostri giovani devono ancora andare lontano se vogliono lavorare.
Non mi pare insomma che il modello di sviluppo scelto alle soglie degli anni Sessanta, e basato per di più su interventi irreversibili, abbia dato grandi risultati. Però noi continuiamo allegramente a fondare il nostro futuro su logiche di sessant’anni fa togliendo al popolo del golfo, ogni anno che passa, ciò che di più prezioso possiede: il mare.

Legittima difesa

Il parlamento ha approvato una nuova legge, targata Matteo Salvini – vicepresidente del consiglio (c’è chi assicura che in realtà sia il vero presidente del consiglio), ministro dell’interno, capo indiscusso della Lega non più Nord, già capo dei giovani comunisti lombardi – legge che consente al cittadino di difendersi pressoché come gli pare in caso di minaccia.
È la legge sulla legittima difesa.
Bene, benissimo. Allora, difendiamoci.
Vabbé, si fa presto a dire “difendiamoci”! Ma con che cosa?
Con un’arma, naturalmente. Sennò con cosa? I pugni, ma soprattutto l’intelligenza, non vanno più di moda. Quindi, giustappunto, ci vuole un’arma. Ma quale?
Vediamo un po’ attingendo dal Disc (Dizionario Sabatini Coletti): “Arma: qualsiasi strumento predisposto per ferire o uccidere: a. automatica, nucleare (beh, non esageriamo!)a. da taglio || a. bianca, che ferisce di punta o di taglio come il pugnale | armi da fuoco, quelle che utilizzano la polvere da sparo | a. non convenzionali, quelle chimiche, batteriologiche, nucleari, ecc.”. Insomma, ce n’è per tutti i gusti.
Poi però tutti coloro che hanno votato a favore di quella legge, Lega non più Nord, anzitutto, ma anche 5Stelle e, a ruota Fratelli d’Italia e Forza Italia, un po’ spaventati dall’idea di ritrovarsi con una sfida all’Ok corral tra i piedi, si sono affrettati a fare sapere che tale norma non era un’esortazione ad armarsi; anzi, non è che chiunque lo vorrà potrà comprarsi una pistola, un fucile o una Skorpion, o mettersi in salotto un carro armato dell’Oto Melara come fanno nel Texas. Non è che l’Italia si trasformerà da un giorno all’altro in un saloon da Far west!
Come dire – e qui c’è una gran puzza di incostituzionalità – che chi già possiede un’arma potrà sparare a piacer suo, mentre chi non ce l’ha, mai ne avrà una.
Ah no? E allora con che cosa potrei difendermi da un eventuale rapinatore che mi piombasse in casa? Io non l’ho mai chiesto, né chiederei mai il porto d’armi. Ma se lo chiedessi? Perché lui sì e io no, visto e considerato che la nuova legge mi autorizza a difendermi?

Addio a un grande sindaco

Mentre scrivevo queste righe – avrei voluto esserci anch’io, ma mi è stato impossibile – gli spezzini salutavano per l’ultima volta un loro sindaco di tempi già lontani il cui nome resterà scolpito a lettere indelebili nella storia della nostra città. Parlo, l’avrete capito, di Aldo Giacché. A lui infatti si devono l’apertura della galleria Spallanzani (nella foto l’inaugurazione); il cavalcaferrovia, come lui lo chiamava, vale a dire il viadotto che sovrappassando i binari del porto mercantile consentiva di eliminare il passaggio a livello all’altezza di Via del Molo, un supplizio per chi transitava sulla strada per Lerici; la prima (e finora unica) restituzione alla città di un’area sottoposta a servitù militare, cioè l’attuale zona verde di Marola; l’unico, a tutt’oggi, parziale abbattimento del muro di cinta dell’arsenale, il tratto tra l’inizio di Via Giuliano Mori, a Marola, e la Costa di Cadimare; la prima (anch’essa rimasta unica) permuta di aree con il Comando in capo di Maridipart, accordo che ha smilitarizzato i terreni della ex Flage, a Montepertico, e quello di Piazza d’armi consentendo di costruire le sedi rispettivamente gli istituti scolastici Da Passano e liceo scientifico Pacinotti. E fu ancora lui ad avviare le procedure che portarono nel 1986 all’apertura della biblioteca Mario Beghi, al Canaletto. Infine, è ancora alla sindacatura di Giacché che si deve il famoso piano regolatore comunale che prevedeva la realizzazione di ventimila vani, un piano che ha esteso l’area urbana ben oltre i quartieri di Mazzetta e Migliarina.
Aldo Giacché era un marolino come me, la sede della locale sezione del Pci era a venti metri da casa mia, quindi capitava di incontrarci in paese, tuttavia la differenza di età prima, e la diversità dei ruoli poi – lui capo indiscusso di un grande partito, amministratore comunale, e poi addirittura primo cittadino, e io giornalista di una testata che oltretutto non era considerata “amica” dalla sinistra – facevano sì che fra noi non ci fosse, in quegli anni, un grande legame personale. C’era anzi un rapporto circoscritto alle formalità professionali dei ruoli, seppure improntato al massimo rispetto reciproco. Io gli riconoscevo una grande capacità di amministratore e un’indubbia serietà politica, e lui, mi veniva riferito, apprezzava la correttezza del mio lavoro. In privato era la persona più discreta del mondo, si sarebbe detto quasi timida, come il suo sorriso.

Un’occasione di confronto (foto) erano i rituali incontri plenari di fine anno tra la giunta al completo e noi della stampa nel corso dei quali il sindaco illustrava l’attività svolta dalla giunta dando conto della caterva di miliardi investiti in opere pubbliche. Le domande non erano mai poche, le risposte sempre precise, puntuali, e qualche volta anche puntute.
Non intendo comunque, in questa sede, parlare dell’Aldo Giacché come persona né come dirigente politico, ché tantissimi l’hanno fatto in questi giorni dalla sua dipartita dipingendolo per quello che era: un galantuomo della politica. Giudizi che condivido in pieno. Vorrei invece ricordarlo raccontando un episodio che mi sembra possa dare chiaro il senso delle dimensioni di quanto l’uomo fosse attaccato alla sua città, di quanto di lui, delle sue idee, delle sue energie, della sua passione, egli sapesse a essa donare in ogni giornata della sua vita.
La storia si colloca in una torrida estate di quarant’anni fa, mi pare quella del 1978 o giù di lì. In quei giorni il capo della redazione, che era Eugenio Reggio, era in ferie, per cui toccava a me, in quanto vicecaposervizio, stare sul ponte di comando per “fare” le pagine di cronaca del giornale, La Nazione, la cui sede era in Via Chiodo, accanto al Banco di Napoli, dov’è oggi la Fondazione Cassa di risparmio della Spezia.
Era il pomeriggio della vigilia di Ferragosto e in città, come suol dirsi, non c’era un cane. Strade completamente deserte, aria infuocata, asfalto che fondeva, con il sole che, passato lo zenit, scendeva verso il Parodi infilandosi con le sue lame roventi proprio dentro il mio ufficio che aveva una finestra affacciata sullo slargo antistante la banca. Anche chiudere gli scurini, era servito a poco perché il calore riusciva a entrare dalle fessure dell’ottuagenaria finestra. Di aria condizionata manco a parlarne, ovviamente!
Ebbene, in redazione c’eravamo solo io e un paio di collaboratori – gli altri erano in ferie – e, piuttosto preoccupati, ci chiedevamo come avremmo fatto a riempire le pagine del giornale, visto che la mattinata aveva dato poco o niente. Nella settimana di Ferragosto, con la quasi totalità delle attività praticamente ferme, le fabbriche chiuse, gli uffici semideserti, le notizie arrivavano con il contagocce, e non c’erano, a darci una mano, quegli inesauribili serbatoi di informazioni quali sono oggi Facebook o Twitter o Instagram. Persino i malavitosi sembrava fossero andati in vacanza, lasciando intonso il mattinale della squadra mobile e delle volanti di ritorno dai loro pattuglioni notturni. Insomma, il piatto piangeva!
Non sapendo che pesci pigliare – anche dai “giri” di nera, ospedali, carabinieri, Questura, continuava a non arrivare niente – attorno alle 15 decisi di fare un salto in comune per spulciare le delibere affisse all’albo pretorio sperando di trovare qualcosa per farci un buon articolo, e siccome pure il cammello era in ferie, feci a piedi la traversata del deserto grondando sudore, trascinandomi da lì fino a Palazzo Civico con l’assoluta certezza di trovarlo del tutto abbandonato. Nella guardiola c’era l’usciere, il quale si stava godendo un pisolino: immaginavo la noia di stare lì senza vedere un cristiano per ore e ore in un pomeriggio di metà agosto!
Con sommo dispiacere dovetti svegliarlo per avere le chiavi delle bacheche delle delibere, e così, per scrupolo e con nulle speranze, gli dissi: “Non c’è nessuno nel palazzo, vero?”.
“Come no? – mi rispose – c’è il sindaco!”.
Il sindaco? Il sindaco è in ufficio?

Senza manco chiedergli il permesso, tanto mi conosceva bene, mi fiondai su per le scale arrivando col fiatone al piano nobile, e in un lampo ero davanti alla porta aperta dello studio del primo cittadino. Giacché (foto), seduto alla scrivania, assorto in mezzo a un mare di carte, stava studiando un documento.
Ebbene, abbiamo parlato per un’oretta di tante cose, di noi, delle famiglie, di Marola, naturalmente, poiché quel nostro paese ha da sempre una forte caratteristica identitaria. Posso insomma dire che ci siamo conosciuti per davvero proprio in tale circostanza. Perché in quel pezzetto di vigilia ferragostana lui non era più il sindaco, ma solo Aldo Giacché, un marolino, e io non ero più un cronista rompipalle, ma solo Gino Ragnetti, un marolino. Insomma, nonostante la differenza di età, nonostante le diverse idee politiche, nonostante lui continuasse a darmi dei tu e io (per rispetto) a dargli del lei, eravamo diventati amici.
Superfluo dire che potei correre contento in redazione con tanto di quel materiale da potere riempire di roba interessante non una pagina, ma due.
Non molto dopo, però, i nostri percorsi personali imboccarono strade diverse: io andai a Massa a dirigere l’edizione della Nazione di Massa-Carrara-Lunigiana, e Aldo entrò in Senato, sicché per diversi anni ci perdemmo di vista.
Curiosamente le cose cambiarono di nuovo quando ci ritrovammo entrambi esodati, Aldo dalla politica e io dalla cronaca di tutti i giorni. Capitò un mattino, quando avvenne di incontrarci casualmente nel salone dell’emeroteca della biblioteca Mazzini dove eravamo entrati io per una delle mie ricerche sulla storia di Spezia e lui non so per cosa, e così riprendemmo il filo mettendoci a chiacchierare all’inizio del più e del meno per passare ben presto – figuriamoci se potevamo esimerci – alla politica e alla situazione della città, a quel tempo, l’inizio del nuovo secolo, non certo rosea.
Fu allora che anch’io, nelle sempre più rare volte in cui ci si vedeva qua e là,
cominciai a dargli del tu. D’altronde, ormai eravamo due apprendisti pensionati incamminati lungo l’inesorabile viale del tramonto, per cui potevamo permetterci un po’ più di confidenza!
Poi gli incontri si sono fatti più radi, di lui avevo notizie da Irene, la figlia, sapevo che non stava bene, finché l’altra mattina, aprendo Facebook ho appreso di avere perso un altro amico. Lo so, è la vita, non puoi fermare il fiume che va, diceva una struggente canzone di Earl Grant, ciò però non toglie che faccia sempre male.
In ogni caso, di sicuro non dimenticherò mai quel bollente pomeriggio ferragostano di quarant’anni fa quando grazie a un sindaco che era al lavoro mentre gli altri erano a divertirsi sulle spiagge, potei fare arrivare il giorno dopo nelle edicole un giornale decente. La mia mission, direbbero oggi!
E così, con un ultimo saluto, si chiude un altro cassetto pieno di ricordi.
Ciao Aldo, e grazie per quel giorno. Grazie di tutto!

Ma cosa sarà mai!

In una chiacchierata tra amici su Facebook parlavamo di cambiamenti climatici e di cosa potrebbe accadere alla Spezia. Il tempo passa, tante situazioni cambiano, ma io quindici anni fa sulla Nazione la raccontavo così. Spero di essermi sbagliato, anche se i fatti sembrano darmi ragione. Chissà se, oggi, qualcuno ha voglia di (pre)occuparsene!

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Caccia al tesoro

tesoroLa caccia al tesoro? Un gioco da ragazzi. Ma non sempre è un gioco, e soprattutto non sempre la fortuna arride agli audaci.

Quando si parla di tesori si pensa subito a terre lontane, a isole, un tempo covo di pirati, sperdute nei mari del sud. E invece anche dalle nostre parti con un po’ di buona sorte si potrebbe fare fortuna, come capitò al conte Dantes, scopritore di un’immensa quantità di ori e gioielli nascosti dai corsari nell’isola di Montecristo.

Perché di leggende che parlano di tesori perduti è pieno il nostro passato: basta capire dove potevano essere, andare a frugare un po’, e il gioco è fatto.

Da dove cominciamo? Cominciamo da Volastra, molti anni fa. Continua a leggere

Andare… lontano…

Salvini… Savona… Di Maio… il Quirinale… Cottarelli… pure Di Battista è sceso dall’aereo… Non ce la faccio più, ormai sono giunto al limite della sopportazione.

Nel pomeriggio di ieri, dopo quell’infernale rincorrersi di notizie, indiscrezioni, smentite e conferme ho avuto persino la tentazione di correre alla prima agenzia di viaggi e prenotare una vacanza alle Hawaii. Ma alla fine ho dovuto ripiegare sullo Huawei. faccina

pippo

Si scalda la guerra fredda

carri armati

Checkpoint Charlie, il posto di blocco durante la guerra fredda situato tra i settori americano e sovietico di Berlino

Stati Uniti e Unione Europea espellono cento diplomatici russi (due quelli cacciati all’Italia), e Putin replica: “Reagiremo”. È una delle scosse di assestamento seguite al sisma diplomatico-politico provocato dall’avvelenamento di Sergei Skripal, l’ex agente del Gru, il servizio segreto militare russo, che nel 2004 fu arrestato e processato con l’accusa di fare il doppio gioco passando informazioni all’Mi6 britannico, attività alla quale si sarebbe dedicato, per soldi, fin dal tempo immediatamente successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Com’è noto, di quell’avvelenamento Londra accusa direttamente Putin, da qui la ritorsione odierna culminata nella cacciata in massa di quei diplomatici. È altresì da ricordare che da anni ormai Mosca è sottoposta a sanzioni da parte dei Paesi occidentali a causa della guerra in Ucraina, nella regione del Donetz.

Sembra dunque di essere tornati ai tempi della guerra fredda fra Stati Uniti (e alleati) e Unione Sovietica (e alleati); tra la Nato e il Patto di Varsavia. Brutta aria!

Ebbene, sarà un caso, ma questa sera (lunedì 26 marzo 2018), fra poco, alle 21, su Iris andrà di nuovo in onda Thirteen Days, un film – tra l’altro già proposto nel febbraio del 2016 dalla stessa Iris, come riferii su questo mio blog (qui), e poche sere fa da un’altra emittente – che racconta i drammatici giorni della crisi di Cuba, nell’ottobre del 1962, quando gli americani reagirono con fermezza dopo avere scoperto che i sovietici avevano installato missili nucleari a Cuba, sulla porta di casa degli Usa. Messo alle strette dalla determinazione di Kennedy, il capo dei sovietici Chruščëv rinunciò a quell’azzardo e ritirò i missili.

Viene da chiedersi allora se oggi abbia davvero tanto torto, Putin, quando protesta perché gli americani installano missili nucleari in Polonia, sulla porta di casa della Russia, esattamente come in quel terribile ottobre, ma a ruoli invertiti.

Sembra insomma che la storia voglia metterci di nuovo alla prova. Perché quel che avvenne nel 1962 potrebbe ripetersi, con il rischio di un finale – Dio non voglia – ben diverso da quello di 56 anni fa, un finale simile a questo qui.  Ma le folle non sembrano scomporsi, anzi, il ballo continua. Come sul Titanic.

Stavamo tanto bene!

boom

Mi sono sempre chiesto che cosa accadde ad un certo punto in Italia. Come mai, un brutto giorno, di punto in bianco ci trovammo da grande potenza industriale, dall’Italia del boom (foto), a un Paese depresso, in braghe di tela. Ciò avvenne prima della cosiddetta globalizzazione, prima dell’euro, e quindi mi veniva da concludere che la causa di cotanto guaio fossimo stati noi italiani: evidentemente avevamo fatto qualcosa che ci aveva portato dritti dritti alla rovina.

Ma intanto avevo scoperto una frase di Andreotti, e la cosa mi aveva aperto scenari ai quali non avevo pensato. “Io amo la Germania – disse il divino Giulio – la amo così tanto che ne preferivo due”. Illuminante, direi. Almeno con il senno di poi.

in questi giorni i giornali, le tv, gli opinion makers sguazzano nella storia degli account di Facebook che una società inglese  avrebbe utilizzato per pilotare democratiche elezioni qua e là nel globo. Ma non è certo una novità, la storia italiana è piena di manipolazioni da parte delle potenze interessate a fare in modo che la nostra politica nazionale andasse nella direzione a esse gradita; si va dai finanziamenti neanche tanto occulti dell’Urss al Pci, da certe scissioni dello stesso Pci pianificate e foraggiate dall’Urss medesima, a talune operazioni poco limpide dei servizi segreti di mezzo mondo, allo stragismo, alle bande armate, ai ricatti economici, al fuoco amico…

Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

A pensarci bene, però, da quel tempo a oggi molte cose sono in realtà cambiate. Oggi non è più necessario investire colossali risorse ed energie per indirizzare in un certo senso la politica di un partito o di un governo. Oggi è sufficiente tirare dalla propria parte (e i mezzi per farlo non mancano) qualche grosso papavero di Bruxelles e i giochi sono fatti: basta un provvedimento all’apparenza innocuo, e comunque non necessario, per mandare a gambe all’aria una nazione riducendola a uno stato di povertà e quindi di sudditanza.

Nino Galloni fu un personaggio di grosso spessore della Prima repubblica, uno che poteva vedere dall’interno certi ingranaggi e che per un certo periodo visse all’ombra dello stesso Andreotti, uno che di segreti maneggi sapeva tutto, e siccome m’è capitato casualmente sott’occhio questo post qui mi pare interessante farlo conoscere. Così, tanto per capire come andavano – e come vanno ancora – certe cose nel nostro Paese, dove ancora passiamo il tempo ad accapigliarci su Di Maio, Berlusconi o Salvini, quando non su Bartali e Coppi.

Indovina dove siamo

Giochetto un po’ scemo ma (forse) capace di strappare un sorriso. Qui sotto sono più o meno nascosti paesi, località, frazioni e quartieri della Spezia. Quali?

Chiappa CanalettoWhite Andalusian horse (Pura Raza Espanola) runs gallop in summer time

 

 

 

Foce

isola

 

 

 

 

 

Melara 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marola

limone

 

Mazzetta

 

 

 

 

 

 

 

Montalbano

Pianta

 

 

 

 

 

 

 

Prione

S.Agostino

 

 

 

 

 

 

tramontiiiii

Scorza