Per un pugno di… lire

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Tutti sanno dove sono i Boschetti e cosa c’è là. Ma come mai quel vasto terreno, che era situato nel territorio comunale di Vezzano, ha finito per ospitare il camposanto più grande del comune della Spezia? C’è dietro una storia curiosa. Eccola.

Nel maggio del 1870 il Comune avviò le procedure per l’apertura del nuovo camposanto. Ma che fatica arrivare a concludere! I terreni scelti, situati in località Boschetti, indicata come Calabria in taluni documenti medievali, appartenevano al Comune di Vezzano Ligure il quale se li fece pagare a peso d’oro barando anche un po’ nella trattativa.

Le cose andarono così.

Vezzano aveva messo all’asta quei boschi al prezzo complessivo di seimila lire, prezzo che Spezia si dichiarò subito disposta a pagare. Cosa fecero allora i vezzanesi? Aumentarono le pretese a ottomila lire. Spezia rilanciò a settemila, Vezzano ribattè 7.500, e Spezia per ripicca annunciò che non sarebbe andata oltre le 7.350. Ma alla fine dovette arrendersi e il 24 maggio del ’70 il consiglio comunale deliberò l’acquisto per 7.500 lire destinando l’area a ultima dimora di tanti spezzini. La cinta bugnata del camposanto fu progettata dal maggiore Talete Calderai, il fedelissimo braccio destro di Domenico Chiodo, lo stesso che aveva progettato le mura di Porta principale dell’arsenale e il muraglione della stazione ferroviaria.

Il cimitero fu realizzato nel 1885. Fra gli spezzini era divenuta popolare l’espressione Andae da Bandéchi, come dire finire in una tomba: Bandechi era il nome del direttore del vecchio cimitero.

(Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, 2011)

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E il tempo se ne va…

Ci sono piccoli momenti della vita che con cinica spietatezza si fanno largo nelle nostre giornate per darci il senso del tempo che passa degli anni che se ne vanno sempre più veloci.

Ad esempio:

Una volta dicevo: “Vado a lavarmi i capelli!”.

Oggi (da un po’, per la verità) dico: “Vado a lavarmi la testa!”.

 

calvizie

Ecco la 13ͣ luna, tra scienza e magia

luna piena

L’anno che verrà avrà qualcosa di speciale. Niente di straordinario, per carità, perché trattandosi di un fenomeno astronomico di nuovo non ci potrà essere proprio nulla. Sicuramente un déjà vu. Tuttavia non sarà roba di tutti i giorni: si verificherà difatti un evento che si ripete unicamente ogni diciannove anni, o giù di lì: avremo non soltanto una doppia lunazione – la tredicesima luna – bensì una doppia doppia lunazione, cioè a dire due mesi con due pleniluni ciascuno, e questo anche se nel corso dell’anno solare le lune saranno comunque tredici. In compenso non ci sarà la cosiddetta luna blu che, secondo gli amanti della cabala, preannuncia disastri, sciagure e accidenti vari. Continua a leggere

Un conto da saldare!

Da diversi giorni, diciamo dai referendum tenutisi in Veneto e in Lombardia volti a reclamare una maggiore autonomia di quelle regioni dalla rapacità fiscale di Roma, anche in Liguria la discussione su questo tema sta lievitando, tanto che sembra si stia abbozzando una forma di collaborazione con l’Emilia Romagna la quale, facendo leva su quanto contemplato dalla Costituzione, sulla questione ha già avviato una trattativa con il governo. Come è noto, cinque regioni italiane godono di uno statuto speciale in virtù di particolari situazioni storiche o geografiche. Insomma, ragioni di geopolitica, non tutte giustificate al giorno d’oggi. Sono Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige/Sud Tirolo (in realtà in questo caso si dovrebbe parlare di Province autonome: quella di Trento e quella di Bolzano). Tutte le altre regioni, Liguria compresa, sono a statuto ordinario. Continua a leggere

Una Piazza Tahrir sprugolina

verdi oggiNel numero 2 del Web Magazine, il mensile online della Gazzetta della Spezia, facevo alcune osservazioni che, a distanza di quasi quattro anni, mi sembrano ancora interessanti. Ecco cosa scrivevo il gennaio 2014:

 

Il concetto degli universi paralleli, l’idea secondo la quale diversi universi inconsapevoli della reciproca esistenza pulsino nel medesimo luogo e nel medesimo tempo senza mai incontrarsi salvo in alcuni punti di contatto che solo pochi iniziati possono intuire, più che vedere – tema caro alla fantascienza, ma fin dall’800 pure materia di studio per filosofi e scienziati – non è estraneo al vivere contemporaneo, al vivere della gente comune. Il discorso, a dimensione planetaria, vale com’è naturale anche per gli spezzini i quali pare abbiano nondimeno maturato una straordinaria facoltà in virtù della quale riescono a vedere, non solo a intuire, quei famosi punti di contatto fra le varie dimensioni. Questi universi – in larga parte soggetti crepuscolari, abbastanza bene strutturati nello spazio temporale, ma con tendenza ormai all’obsolescenza, e in altra parte invece magma indefiniti da big bang tuttora alla ricerca di una loro identità e di una stabile collocazione – formano un insieme composito di organizzazioni che in conseguenza della loro congenita tendenza all’espansione finiscono per moltiplicare quei punti di contatto generando una situazione conflittuale che rischia di degenerare in una guerra, tutti contro tutti, in cui non si fanno prigionieri.

Si configura di conseguenza un clima da separati in casa dove l’amore eterno ha dovuto arrendersi alla ruvidezza della vita, per cui i fisiologici contrasti di coppia con l’andare del tempo si sono trasformati in insofferenza, poi in astio, quindi in rancori, e infine spesso in odio. Senza arrivare alla guerra dei Roses, non è comunque un bel vivere. Nella dimensione spazio-tempo sprugolina molti universi hanno un nome mentre altri sono tuttora alla ricerca del riconoscimento di una ragione sociale mantenendosi in una sorta di stato brado. Dei primi, che in un modo o nell’altro pur con molta sofferenza hanno instaurato o cercano di instaurare fra loro un certo rapporto, fanno parte al momento Partito democratico, Forza Italia, Sel, Nuovo centro destra, Lega Nord, Rifondazione comunista, Per la nostra città con Giulio Guerri, Italia dei Valori, e organizzazioni varie più inclini al lobbying che non alla carità cristiana. Del ribollente gruppone dei secondi fanno parte invece Movimento 5 stelle, Comitato difesa piazza Verdi, Comitato SpeziaViaDalCarbone, Comitato difesa scalinata Cernaia, Comitato Montepertico, Italia Nostra, Legambiente, World Wildlife Fund, Cittadinanzattiva, Comitato contro ogni nocività, Comitato Spezzino Acqua Bene Comune, G.A.S. SP, Lipu, Medici per l’Ambiente SP (ISDE), Associazione culturale Posidonia, Progetto Uomo, RDA Mayday, e una miriade di altre associazioni dalle finalità più disparate, da quelle economiche a quelle sportive, da quelle sociali a quelle culturali.

verdi autobusE poi sodalizi blindati, nei quali è difficile penetrare; la vasta umanità agnostica, di volta in volta definita “maggioranza silenziosa” oppure dei “non allineati”, che a giudicare dal numero dei disertori dal voto è in tumultuosa crescita; enti e società divenuti nel corso degli anni centri di potere sovente personale che nel quasi totale disinteresse della città quatti quatti zitti zitti hanno saputo approfittare dell’eclisse della politica comunemente intesa per allargare e consolidare i propri spazi di autonomia; e infine ombre conosciute più alla Digos che alla società le quali vivono sottotraccia in ambiti ristretti – come in una riserva indiana discretamente sorvegliata dalle giacche blu – vagheggiando un’alternativa senza se e senza ma. L’impressione che un osservatore distaccato ricava è che i primi – gli “organizzati” o, se vogliamo, gli istituzionali – vivano ormai in una sorta di realtà virtuale, chiusi nei loro palazzi del potere ossessionati dall’esuberanza dei secondi e dal pericolo che tale esuberanza possa diventare virale moltiplicando le pulsioni protestatarie: una, cento, mille Piazza Verdi! Uomini, donne, vecchietti e bambini le cui manifestazioni di insofferenza non possono certo essere soffocate mandando plotoni di poliziotti e carabinieri in tenuta antisommossa.

Quali ragioni sono al fondo di quello che sembra un preludio alla rivoluzione? Da quali radici questi movimenti succhiano la linfa che come il ricostituente venduto in antiche farmacie rinvigorisce il fisico e la protesta? da un casus belli contingente, o dagli spazi vuoti lasciati dall’impaurito rattrappirsi delle artrosiche forze politiche costituzionali? Non è che si chiamerà invece, semplicemente, voglia di partecipare? Perché è probabilmente questo desiderio – o esigenza – che stimola la coagulazione del dissenso attorno a un determinato tema, divenuto casualmente, più che scaturito da un elaborato progetto, il totem attorno al quale celebrare gli antichi riti della contestazione. Quella linfa è l’andare contro, è l’adrenalina che scorre veloce nell’opporsi a una divisa che rappresenti il potere, fosse pure solo una per nulla bellicosa divisa da vigile urbano; in parole povere, nel dire “no” al tiranno. E tiranno è l’apparato che non fa quello che vogliamo noi, noi, “la gggente”, “il popolo”, o che quantomeno manco ci considera, manco ci interpella, manco ci ascolta.

verdi ieri 1Secondo me il problema è ormai storico. Viene da molto lontano. Io credo infatti che, eccetto le leggendarie Stalingrado italiane, non siano poi molte le città, capoluogo di provincia, che siano governate quasi ininterrottamente dal dopoguerra a oggi dalla stessa forza politica. Stessa, giacché non è sufficiente andare all’anagrafe a cambiarsi il nome per diventare un’altra persona. In politica o si fa una rivoluzione o ci si rassegna a una lenta metamorfosi. Salvo che per una dozzina d’anni (1957-1969) a conduzione del centrosinistra della Prima repubblica – quello formato da democristiani, socialisti, repubblicani, socialdemocratici e liberali – il capoluogo, seconda città della Liguria, è sempre stato amministrato dalla sinistra con egemonia prima del Pci, poi Pds, quindi Ds e ora colonna portante del Pd. A esso vanno pertanto riconosciute (o imputate) le scelte economiche, sociali, e soprattutto urbanistiche operate dal 1945 al 1957 e dal 1971 al… 2014. È questo il brodo di coltura nel quale nasce e si sviluppa il virus della protesta. Protesta rincuorata dalla convinzione che la quasi sessantennale tirannide si stia indebolendo e che forse in Italia oggidì si possa finalmente parlare male anche di Garibaldi senza correre troppi rischi.

Sarà un caso che oggi le folle si mobilitino per quattro pini mezzo rinsecchiti mentre per uno scandalo mondiale quale fu quello di Pitelli nemmeno un fremito pervase allora le piazze, tanto che il successivo responso delle urne arrivò perfino a premiare l’imputato politico principale – se non altro per responsabilità oggettiva – di quello scempio ambientale? Per questo, facendo le debite proporzioni, Piazza Verdi pare essere diventata una sorta di Piazza Tahrir[1] sprugolina, un pretesto per dire che il re è nudo. Non per tentare di dare la famosa spallata, ma almeno per obbligare il tiranno, indebolito dagli errori dei suoi spocchiosi generali e dagli intrighi di corte, a concedere lo Statuto, a ritirare i reparti armati dalle piazze, e ad aprirsi alla partecipazione popolare. Con la speranza che questa non faccia la fine dell’altra, anni Settanta. Una partecipazione popolare spontanea (e gratuita), quella di allora, strutturata in comitati (proprio come oggi) che fu però ben presto corrotta dal moloch partitico il quale in quattro e quattr’otto la devitalizzò come un dente cariato, e perciò fastidioso, e la impastò nelle Circoscrizioni, novelli costosi pretoriani del tiranno cui era affidato il compito di assorbire il dissenso di modo che le voci della protesta non arrivassero a disturbare i palazzi del potere costituito e soprattutto che non prendessero forza in occasione del ricorso alle urne.

Ecco, forse sottopelle di larghi strati della popolazione spezzina vibra ora la sensazione che se non altro qui non sia più del tutto condivisibile la famosa battuta di Giulio Andreotti secondo la quale “il potere logora chi non ce l’ha”, e che probabilmente stiano maturando le condizioni per una radiosa primavera sprugolina. Sognare, in fondo, non costa nulla. Occasionale bersaglio della protesta – che sia per il carbone dell’Enel o per i pini di Piazza Verdi o per i platani di Viale Amendola o per le sofore japoniche di Scalinata Cernaia, o per le buche nei marciapiedi non importa – è il sindaco Massimo Federici. Occasionale, perché oggi c’è lui, ma io credo che chiunque ci fosse al suo posto poco cambierebbe: Piazza Tahrir se la prende con l’individuo, messo in difficoltà dalla storia dell’età dei pini, ma in realtà è con il sistema che ce l’ha, un sistema che voler volare si porta sulla coscienza vicende come quelle di Pitelli, del Parco delle Cinque terre, e dell’Acam, per dirne solo alcune, brutte storie che qualche segno sulla pelle alla fine lo lasciano sempre.

L’aspetto divertente è che accanto alla voglia di cambiare manifestata dalla Piazza Tahrir sprugolina c’è la voglia di cambiare di buona parte della nomenklatura del dispotico sistema manifestatasi con l’entusiastico sostegno accordato al “rottamatore” Matteo Renzi il cui credo si può appunto sintetizzare in una sola parola: “Cambiare!”. E cambiare cominciando, guarda caso, proprio dal Pd, cioè il partito qui considerato, in quanto erede soprattutto di Pci, Pds, Ds, il simbolo della “tirannide” sprugolina. Scriveva Shelley: “Se l’inverno viene, può la primavera essere lontana?”. Chissà, forse il disgelo è davvero vicino.

[1] Piazza Tahrir fu l’epicentro delle manifestazioni di protesta della cosiddetta Primavera egiziana, nel 2011.

Due stelle nate a Spèza

lyda borelliPer un curioso gioco della casualità La Nazione è uscita oggi con due pagine della sezione nazionale culturale dedicate ad altrettante grandissime attrici del passato la cui storia, per una ragione o per l’altra, affonda le loro radici – naturali l’una, artistiche l’altra – in terra spezzina: Lyda Borelli ed Eleonora Duse. Per chi non lo sapesse, ecco il perché. Continua a leggere

Le guardie contro il colera

 

Casa sanità 2

La Casa della sanità al ponte di sbarco nella Spezia di fine Ottocento

Osteggiato sin dall’inizio dalla popolazione, il lazzaretto del Varignano era stato costruito nel 1720 per fronteggiare un’epidemia di peste che stava imperversando in tutto il Mediterraneo e che già faceva stragi a Marsiglia e Tolone. In realtà, le aree destinate alla libera pratica erano due, due grandi edifici per l’isolamento uno dei viaggiatori e l’altro delle merci. C’erano poi due cappelle e un grandioso palazzo nel quale lavoravano e vivevano il commissario direttore e i dipendenti con le famiglie. Era costato la bellezza di quattro milioni di lire genovesi. Continua a leggere

Un americano sulla sprugola

Racconti Kafka

Traduzione di Henry Furst

Nascere a Spezia e morire a New York può essere non molto frequente e purtuttavia non troppo sorprendente; meno facile, direi, mi sembra il nascere a New York e il morire a Spezia, a patto che ciò non abbia una causa traumatica come una guerra, tragico destino che nel marzo del ’44 toccò per esempio ai quindici soldati americani della Operazione Ginny sbarcati nottetempo sulla riva di Framura, catturati dai tedeschi e fatti fucilare, nonostante indossassero le uniformi, dal generale Dostler (a sua volta poi giustiziato per quel crimine di guerra). Chissà, magari uno di quei ragazzi, quasi tutti italo-americani, era nativo di New York.

Ebbene, a quanto ne so uno dei pochi – l’unico? – a nascere a New York (11 ottobre 1893) e morire a Spezia fu Henry Furst, un giornalista, scrittore e regista teatrale. Continua a leggere

Cambiamenti climatici

naufragio

Il giorno di Natale del 1822 – poco meno di due secoli fa – la Liguria litoranea fu investita da un uragano d’inusitata violenza, una violenza mai vista da queste parti. “Non v’è memoria di più orrenda tempesta”, scrivevano i giornali per rendere l’idea dell’apocalisse che si era abbattuta sulla regione. Nel porto di Genova andarono perduti 45 bastimenti oltre a molti battelli, ma ce n’erano perlomeno un’altra quindicina che si disperava potessero tornare a navigare.

A Spezia erano affondati un pinco con carico di salacche, una filuca e un navicello con merci diverse provenienti da Livorno; al Cervo erano naufragati 16 bastimenti; nella rada di Arma un brigantino francese carico d’olio si era infranto sugli scogli, e nel disastro avevano perso la vita tutti gli uomini d’equipaggio, a cominciare dal comandante capitano Dupuy; a San Remo era colato a picco un brick francese mentre altri tredici bastimenti, due filuche, un liuto, un bovo, una tartana, due sciabecchi e sei battelli erano finiti a fondo ad Alassio, e undici altri legni erano stati distrutti a Porto Maurizio. Spaventose devastazioni lamentavano pure le popolazioni dell’interno.

Ma il ciclone aveva imperversato su un’area assai più vasta. Corrispondenze giornalistiche da Le Havre riferivano che «da tre giorni tutta la spiaggia fino a Fecamp è coperta di legnami e di mercanzie provenienti da navi che hanno fatto naufragio».

(Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, La Spezia, 2011)

Tutti pazzi per la ragazza

bubeDa vecchio guardone di scaffali delle librerie – un vizio che mi porto dietro da quando ho imparato a distinguere le lettere dell’alfabeto – ho notato che da qualche tempo a questa parte sulle scansie compaiono con una certa baldanza titoli che cominciano con un “La ragazza…”: La ragazza del treno, La ragazza italiana, La ragazza del lago, La ragazza tedesca… Ci ho fatto caso… per caso, perché non è che la narrativa contemporanea mi attiri in modo particolare; di solito in libreria perlustro con lo sguardo i settori riservati alla storia o alla narrativa nel primo Novecento, Steinbeck, Fitzgerald, Joyce, Calvino, Kerouac… In più, già che ci è offerta l’opportunità, caccia aperta nei siti librari online alla ricerca di chicche dei secoli passati. Capita di trovare davvero autentici gioielli, come sulle bancarelle dell’usato. Continua a leggere