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Giornalista e scrittore

Riposa in pace, Sergio!

Non dirò, come tanti diranno oggi, Io lo conoscevo bene. Dirò semplicemente di avere avuto l’onore di conoscerlo e di apprezzarne le qualità di grande spezzino. Secondo me Sergio Melley, scomparso ieri, è infatti entrato a pieno titolo nella non ampia galleria dei personaggi che hanno lasciato un segno profondo nella vita e nella storia della nostra città. Non ho mai avuto modo di entrare in confidenza con lui, e d’altronde i nostri mondi erano troppo distanti, se non altro per ragioni anagrafiche, per favorire una certa frequentazione.

Da giornalista ho avuto però modo di ammirare l’imprenditore e il dirigente di associazione, nella sua veste di presidente dell’Unione commercianti prima e della Camera di commercio poi. Ma soprattutto ho potuto osservare a lungo l’uomo politico: io al tavolo della stampa e lui ai banchi del consiglio comunale, uno di fronte all’altro per serate e nottate sovente interminabili. Al tempo in cui seguivo per il giornale l’attività dell’assemblea civica la conformazione del salone era diversa: il banco dei consiglieri era a forma di ferro di cavallo e in mezzo c’erano il tavolo della segreteria e, appunto, quello dei giornalisti. E io dalla mia posizione potevo agevolmente osservare quello che oggi si definirebbe centrodestra: dalla sinistra socialisti, socialdemocratici, repubblicani, e via via democristiani, liberali, monarchici e missini. E allora dirimpetto a me mi trovavo giustappunto Sergio Melley.

Con il sindaco Varese Antoni venutosi a sedere al tavolo della stampa durante una seduta del consiglio comunale negli anni 70

Con il sindaco Varese Antoni venutosi a sedere al tavolo della stampa durante una seduta del consiglio comunale negli anni 70

Ebbene, in anni e anni di questa singolare vicinanza non ho mai notato in lui un atteggiamento sopra le righe; contrariato sì, qualche volta, ma mai l’ho visto trascendere. Eppure di momenti incandescenti, al limite del furore politico, il consiglio ne visse in quei tempi. Ma Melley, senza mai alzare la voce, riusciva sempre a mantenere un invidiabile equilibrio placando la collera dei compagni di cordata e riportando la calma tra i fronti contrapposti. Non dobbiamo dimenticare che quelli erano gli anni della guerra fredda, per cui gli animi facevano presto ad accendersi come zolfanelli.

Di Melley mi colpiva un’altra cosa. In certe notti di calma piatta, quando dovendo smaltire una consistente mole di noiosissime pratiche i consiglieri dovevano fare le ore piccole, lo guardavo – come dicevo lo avevo proprio davanti, non potevo fare a meno di incontrarlo con lo sguardo – e mi chiedevo: ma chi glielo fa fare? Chi lo fa fare a una delle persone più influenti della provincia (e non solo), uno che di giorno deve occuparsi di un’impressionante mole di questioni sue personali e delle associazioni che presiede, uno che domattina presto deve essere lì ad alzare la saracinesca del negozio; chi glielo fa fare, mi dicevo, a uno così, di perdere tempo e ore di sonno in questo modo?

Poi ho capito: lo faceva per spirito di servizio nei confronti di una città che egli amava profondamente, così come lo facevano – mi perdonino i molti che non citerò mantenendomi in tempi lontani per non scontentare nessuno – i Giacché, i Mariotti, gli Antoni, gli Scardigli, i Corsini, i Landi, gli Spora, i Borachia, gente come Bruno Ferdeghini, che sull’altare dello spirito di servizio sacrificò addirittura la sua vita, o come Ezio Musiani che per non offendere la propria dignità si dimise da sindaco per schierarsi accanto ai lavoratori del cantiere del Muggiano minacciati da scellerate scelte governative.

Ecco cosa apprezzavo di Sergio Melley per la conoscenza che ne avevo: pur essendo uno dei personaggi di maggiore spicco della provincia, uno che poteva benissimo chiudersi in una bella torre d’avorio, trattava con semplicità, si mostrava sempre cordiale. Con me, quando ci incontravamo, aveva ogni volta una parola gentile, e si fermava volentieri a fare due chiacchiere malgrado gli impegni che incombevano sulle sue giornate. Avrebbe potuto dare ancora molto alla sua città, ma senz’altro aveva capito che il mondo intorno a lui stava cambiando, e probabilmente quel cambiamento non gli garbava. Per questo, suppongo, abbandonò l’agone politico per dedicarsi solo alla sua attività di imprenditore.

E così, alfine, è arrivata anche la sua ora. Sebbene ci conoscessimo da molti anni, quando ci vedevamo lui mi chiamava “signor Ragnetti”, e io “signor Melley”, ma oggi credo di poter dire: riposa in pace, Sergio.

Quegli strani briganti di buon cuore

Briganti

Nell’ottobre del 1832 il diciottenne londinese William Henry Gilles Kingston, che diventerà famoso come scrittore di racconti per ragazzi, passò un brutto quarto d’ora in quell’incubo dei viaggiatori che erano le gole del Bracco semisommerse da foreste. Continua a leggere

Garibaldi rapito dagli spezzini

Garibaldi lapideAlle 16,25 del 4 novembre 1867 i reali carabinieri capitanati dal tenente colonnello Deodato Camosso, comandante della Divisione Carabinieri della capitale, che era Firenze, intercettarono Garibaldi, in fuga dopo la sconfitta di Mentana, mentre scendeva dal treno a Figline Valdarno e lo arrestarono. Dopo un tentativo di resistenza passiva il Generale desistette e salì con Camosso su un altro convoglio che subito partì alla volta di Spezia. Continua a leggere

Sito archeologico dimenticato

Casa grande buona

La Soprintendenza ai beni archeologici, braccio operativo del ministero della cultura in Liguria, è scesa fragorosamente in campo in difesa dei ruderi affiorati in Piazza Verdi, alla Spezia, imponendo al Comune di adottare opere di salvaguardia. Come gli spezzini sanno, si tratta dei rottami di un teatro, il politeama Duca di Genova, costruito agli inizi del settimo decennio dell’800 e demolito agli inizi del terzo decennio del ‘900. Un edificio che visse insomma una vita, per di più una vita tribolata, durata solo una sessantina d’anni. Per degli uffici abituati a trattare reperti vecchi di duemila anni – ciò che resta della città di Luna, della Villa del Varignano, o della Villa di Bocca di Magra, solo per fare alcuni esempi – dovrebbe trattarsi di una esperienza esilarante, o forse umiliante.

Sarebbe anche per noi divertente se non sapessimo che ogni giorno che passa sono soldi nostri buttati nell’inceneritore dei rifiuti. Continua a leggere

Il golfo, i principi, la luna e i falò

La prima domenica di giugno del 1869, domenica 6, fu qualcosa di indimenticabile per chi ebbe la fortuna di viverla sulle rive del golfo. Quel giorno si celebrava la Festa dello Statuto, Cumberlandma soprattutto la popolazione e le autorità avevano voluto rendere uno straordinario omaggio ai principi Amedeo di Savoia e Maria Vittoria Del Pozzo della Cisterna. Continua a leggere

Una luna da innamorati. O da bombardieri

bombe comune

C’era una splendida luna quella notte sul golfo immerso nel buio dell’oscuramento. In molte case qualcuno vegliava, improvvisata sentinella pronta a buttare tutti giù dal letto al primo accenno di pericolo. Alla testata del Molo Italia, dov’era ormeggiato il cacciatorpediniere Alpino tolto dal fronte caldo del Mediterraneo per lavori da farsi in arsenale, alcuni giovani marinai chiacchieravano a bassa voce senza mai allontanarsi dalle tre postazioni di mitragliatrici situate nei pressi della nave. Nei bunker delle batterie contraeree sparse sulle colline le vedette scrutavano il cielo, sgombro di nuvole e così maledettamente chiaro malgrado l’ora tarda. Tutta colpa di quella bella, lucente luna.

Una luna da innamorati.

O da bombardieri.

E i bombardieri vennero. Ne arrivarono 191 per scatenare l’apocalisse sulla città svegliata di soprassalto dalle sirene dell’allarme aereo. In neanche un’ora d’inferno scaricarono 493 tonnellate di bombe dirompenti e 99 tonnellate di esplosivo. Cinque notti dopo il Bomber Command inglese spedirà sulla Spezia altri 186 apparecchi a completare l’opera di distruzione con 329 tonnellate di dirompenti e 109 tonnellate di incendiarie. Continua a leggere

Il giorno della fine del mondo

19 giugno 1965. Era un sabato, giorno dei santi Gervasio e Protasio, fase di luna calante verso l’ultimo quarto. Una giornata tranquilla, pareva.

Prendete nota della data, perché poteva segnare l’inizio deBerlinolla fine del mondo. E tutto sarebbe cominciato proprio qui, in piena notte, sulle banchine nel porto della Spezia, a due passi dal viale Italia, con il furtivo sbarco di casse e veicoli da un mercantile americano protetto da militari armati. Un’insolita attività che non era sfuggita alla rete spionistica che faceva capo a Mosca. Continua a leggere

1816, l’anno senza estate

L’estate sta finendo… 14 settembre 2015: c’è un cielo nero, basso, carico d’acqua ponta a venire giù. C’era da prevederlo: dopo l’estate torrida, l’enorme umidità accumulata prima o poi doveva venire giù, e con i cambiamenti climatici provocati dall’idiozia dell’uomo, e soprattutto dall’uomo bianco, c’è da aspettarsi di tutto: tuoni, fulmini e saette, e… acqua. Tanta acqua. e tornadi. Proprio una bel futuro ci si prepara. Ma quanto a stagioni capricciose non è la prima né sarà l’ultima. Tanto per fare un esempio, l’anno venturo ricorrerà il bicentenario di un’estate tutta particolare: l’estate che non ci fu. 1816, l’anno senza estate. Ecco come racconto quella storia nel mio libro Ottocento:

Il 1816 è passato alla storia come l’“Anno senza estate” detto anchalluve, a seconda delle latitudini, l’“Anno della povertà” o l’“Anno morto di freddo”. Nei Paesi anglofoni suonava così: “Eighteen hundred and froze to death” (’800 e muori ghiacciato), tanto che su quell’evento lo storico John D.Post nel 1977 pubblicò a Baltimora un libro intitolato L’ultima grave crisi di sopravvivenza del mondo occidentale.

Un avvenimento epocale nella storia della meteorologia perché quell’anno, proprio mentre doveva avvampare la primavera con tutti i suoi colori e i suoi profumi, una cappa di ghiaccio scese sul mondo con neve a giugno e gelate in agosto, il che causò gravissimi danni all’agricoltura con conseguenti lunghe stagioni di carestia, di fame e di miseria. All’estate che non ci fu seguì un
rigidissimo inverno, con un alternarsi di nevicate e di venti gelidi. Erano del tutto sconvolti i bioritmi della natura; in Italia le campagne furono coperte da un’inquietante neve rossa, ma nessuno fu in grado di dire cosa stesse succedendo. Solo dopo più di un secolo, nel 1920, il climatologo americano William Humphreys riuscì a svelare l’arcano. Era accaduto che fra il 7 e il 12 aprile del 1815 una spettacolare eruzione del vulcano Tambora, nell’isola di Sumbawa, in Indonesia, aveva scagliato in cielo quasi duecento chilometri cubici di polvere e cenere. Questo materiale disseminatosi negli strati alti dell’atmosfera aveva creato attorno alla terra un velo, una corazza attraverso la quale i raggi del sole stentavano a filtrare con conseguente repentino raffreddamento dell’aria, dei mari e del terreno e ineluttabile paralisi del ciclo delle stagioni. La strana neve scesa anche su Spezia e sulle sue valli era dunque rossa perché colorata dalle polveri del Tambora.

La situazione era così drammatica che il 3 dicembre per cercare di alleviare le sofferenze della popolazione afflitta dalla carestia un Regio decreto concedeva un prestito di sei milioni di nuove lire del Piemonte per l’acquisto di grano all’estero e per l’apertura di alcuni cantieri per opere pubbliche in modo da dare lavoro a un certo numero di disoccupati. Questo intervento mirava anche a ridurre il fenomeno della criminalità, salito a livelli preoccupanti a causa della negativa congiuntura economica.

(Da Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

Dalla peste alla chikungunya

In tempi recenti, prima abbiamo avuto la Sars, poi l’aviaria, quindi l’influenza suina, l’H1N1 e in ultimo ebola, nomi moderni che evocano incubi antichi come la peste, il colera, l’ergotismo, la lebbra, cupi scenari da medio evo. D’altronde l’uomo ha sempre avuto paura dell’ignoto, ha il terrore di quello che non può vedere, e i virus sono insidie che solo i ricercatori possono manipolare e rendere innocui nei loro laboratori, ovvero trasformarli in armi da distruzione di massa. Continua a leggere