Il giorno della fine del mondo

19 giugno 1965. Era un sabato, giorno dei santi Gervasio e Protasio, fase di luna calante verso l’ultimo quarto. Una giornata tranquilla, pareva.

Prendete nota della data, perché poteva segnare l’inizio deBerlinolla fine del mondo. E tutto sarebbe cominciato proprio qui, in piena notte, sulle banchine nel porto della Spezia, a due passi dal viale Italia, con il furtivo sbarco di casse e veicoli da un mercantile americano protetto da militari armati. Un’insolita attività che non era sfuggita alla rete spionistica che faceva capo a Mosca.

Quella notte, e il giorno seguente, numerose altre segnalazioni arrivarono al palazzo della Lubjanka, sede del Kgb. Riferivano di uno sbarco di materiali militari nel porto di Genova, di movimenti di truppe Nato a est di Monaco di Baviera, di un’improvvisa esercitazione di brigate austriache e tedesche a sud-ovest di Linz, dello spostamento a Mantova di soldati di stanza a Novara e Bergamo, della partenza di colonne corazzate da Kaiserlautern, e Volteggio sul Mincio, di manovre militari al confine tra la Germania Federale e la Cecoslovacchia. Ce n’era insomma quanto bastava per mandare in fibrillazione i servizi segreti dei Paesi del Patto di Varsavia, tanto che qualcuno aveva già cominciato a oliare in tutta fretta gli ingranaggi delle rampe dei missili nucleari.

Per fortuna, nulla di tutto questo è accaduto, altrimenti non saremmo qui a raccontarlo.

Lo scenario di guerra, venuto alla luce grazie a un paziente lavoro di un istituto di ricerca svizzero dopo la de-secretazione di una serie di documenti del comando del SAG (Southern Army Group) del Patto di Varsavia, era infatti una simulazione, dai sovietici definita war game, che prendeva le mosse da un possibile attacco missilistico della Nato con conseguente controffensiva dell’Hungarian People’s Army, l’esercito popolare ungherese, che doveva sfondare il fronte di Tarvisio e della val Camonica e attestarsi sull’Appennino per contrastare i prevedibili sbarchi americani sulle coste del Tirreno, e in particolare, è da presumere, della Spezia.

Responsabile della battaglia a tavolino era il comandante in capo del gruppo di forze sovietiche nel SAG colonnello generale Konstantin Ivanovich Provalov, collaudato comandante di divisione dei fucilieri durante la seconda guerra mondiale; direttore dell’esercitazione era il maggiore generale Yerastov.

La simulazione, condotta su mappe del ’57, ipotizzava un intervento ostile della Nato con armi termonucleari contro i paesi del socialismo reale, cui seguiva la controffensiva delle armate del Patto di Varsavia con una pioggia di missili atomici che nel giro di due minuti dall’ordine di attacco, esattamente alle 7,02 del 21 giugno, avrebbe vaporizzato Vienna, Monaco, Verona e Vicenza, la divisione missilistica dei Pershing Usa, depositi di missili atomici e munizioni e gli aeroporti di Erding, Aviano, Ghedi, Piacenza, Linz e Klagenfurt. Alle 7,20 infine dovevano essere annientate le divisioni Centauro e Ariete dell’esercito italiano.

E La Spezia? Dopo essere stata protagonista delle fasi iniziali di questo ripugnante gioco è sparita di scena. Nonostante la sua importanza strategica non le era stato dedicato neanche un missile: segno che i generali comunisti intendevano prendere intatta la base navale per potersene poi servire contro la Nato una volta eliminata l’Italia dal conflitto.

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