Sito archeologico dimenticato

Casa grande buona

La Soprintendenza ai beni archeologici, braccio operativo del ministero della cultura in Liguria, è scesa fragorosamente in campo in difesa dei ruderi affiorati in Piazza Verdi, alla Spezia, imponendo al Comune di adottare opere di salvaguardia. Come gli spezzini sanno, si tratta dei rottami di un teatro, il politeama Duca di Genova, costruito agli inizi del settimo decennio dell’800 e demolito agli inizi del terzo decennio del ‘900. Un edificio che visse insomma una vita, per di più una vita tribolata, durata solo una sessantina d’anni. Per degli uffici abituati a trattare reperti vecchi di duemila anni – ciò che resta della città di Luna, della Villa del Varignano, o della Villa di Bocca di Magra, solo per fare alcuni esempi – dovrebbe trattarsi di una esperienza esilarante, o forse umiliante.

Sarebbe anche per noi divertente se non sapessimo che ogni giorno che passa sono soldi nostri buttati nell’inceneritore dei rifiuti.

Ma non è di Piazza Verdi che voglio parlare.

Voglio parlare di Costa di Sarron, un sito archeologico che potrebbe essere più antico quantomeno della stessa Spezia, e che resta del tutto dimenticato sui monti del golfo, sebbene gli esperti della Soprintendenza deputata lo abbiano esaminato giudicandolo molto interessante.

Facciamo allora un passo indietro riepilogando gli eventi.

Il 16 giugno dello scorso anno ho informato il sindaco Massimo Federici di un ritrovamento che mi aveva sorpreso assai. In una lettera gli spiegavo che qualche tempo prima, durante una passeggiata in un bosco di Costa Sarron, località sovrastante la litoranea, poco prima del bivio con Via Coderone venendo dalla Spezia, mi ero imbattuto nei resti di numerose costruzioni in apparenza molto antiche. Invece dello scoiattolo o del cinghiale che andavo cercando per scattargli una foto, avevo forse scoperto un sito archeologico sconosciuto.

Incuriosito, ero tornato diverse volte nel luogo – scrivevo –  scoprendo in ogni occasione altri reperti che reputavo senza dubbio ragguardevoli per gli studiosi di cose del passato. Si trattava di moltissimi muretti a secco che in tutta evidenza non avevano nulla a che spartire con le famose simili costruzioni delle pur vicine Cinque terre, come ci garantiva il particolare che molti dei manufatti di Costa Sarron erano situati in pianori e in alcuni casi anche perpendicolari al lieve pendio. Non avevano in sostanza finalità di contenimento, e inoltre – spiegavo – presentavano forme geometriche ben precise: rettangolari o quadrate.

D’altronde, basta fare un salto lassù per rendersene conto.

L’altezza dei muretti varia dai 50 centimetri al metro e mezzo, ma si tratta di un’altezza relativa, calcolata solo per la parte che sporge dal suolo, senza tenere pertanto conto della porzione sepolta dal materasso di relitti del bosco lì sedimentatisi nel corso del tempo.

Lo spessore dei muri – considerato che molti di essi sono stati oggetto di movimenti franosi come dimostra l’enorme quantità di pietre, evidentemente lavorate, sparse nel terreno – varia dai 30 ai 70 centimetri.

Nella parte alta dell’area urbanizzata, diciamo così, ci sono delle costruzioni alquanto massicce. Sono evidenti due locali di dieci metri per quattro ciascuno, con muri perimetrali alti sul metro e mezzo (parliamo sempre di altezza relativa, cioè alla luce del sole) e spessi sui 60-70 centimetri. Tutto attorno sono ben visibili i muri perimetrali di altri quattro o cinque locali di minori dimensioni. Poco più a valle di questi fabbricati c’è un muro a secco alto sul metro e mezzo che potrebbe essere il sostegno di una strada, caratteristiche che si riscontrano anche in altri angoli del sito.

Va inoltre tenuto presente che trattandosi di un bosco non più curato da tanto tempo, ci sono zone, soprattutto in primavera avanzata, sepolte dalla vegetazione per cui chissà che lì sotto non si trovino altre costruzioni meritevoli di attenzione.

L’intera area “urbanizzata” è solcata da un rivo, il Fosso Sarron, il quale nella parte superiore del corso presenta rimarchevoli opere di regimazione: un muro a secco in riva destra alto sui tre metri, costruito con pietre di grosse dimensioni, lungo una ventina di metri nella parte visibile (poi si perde nella boscaglia), e un analogo argine artificiale che si intravede tra la folta vegetazione in riva sinistra. Guardandoli viene da chiedersi: che ragione c’era per regimare in modo così massiccio il torrentino? Per proteggere cosa?

Sullo stesso versante, una ventina di metri più in là, c’è un bastione, sempre di pietre a secco, lungo una ventina di metri e alto almeno un paio, con dei contrafforti alle due estremità. Si erge su una ripida scarpata e in apparenza non aveva alcuna finalità pratica. E anche qui sorge spontanea una domanda: a quale scopo fu costruito? Era un’opera di difesa?

Poi ci sono altre sorprese: diversi pietroni a forma ogivale alti sul metro e mezzo che avevano verosimilmente una funzione di segnacoli; un paio di pietre piuttosto grandi con delle enigmatiche incisioni fatte con uno strumento non si sa se antico, antichissimo o moderno; un pietrone anch’esso ogivale coricato al suolo, fatto probabilmente cadere da un terremoto, che doveva stare ritto al centro di un cerchio di pietre; e c’è un lastrone di arenaria molto grande, a forma triangolare, spesso una ventina di centimetri, forato da parte a parte in posizione obliqua rispetto al piano della lastra. Il foro è perfettamente levigato, e secondo un appassionato di queste cose potrebbe essere parte di uno gnomone, vale a dire un orologio solare, una antica meridiana, per semplificare. Il foro poteva infatti essere l’alloggiamento dello stilo che con la sua ombra doveva indicare l’ora.

Ciò che impressiona è la quantità, davvero rilevante, di opere prodotte indiscutibilmente dall’uomo, la vastità del sito, e l’aria di antico che vi si respira.

Insomma, un luogo immerso nel mistero.

Un luogo che, a seguito della segnalazione del sindaco, è stato visionato da due funzionarie della Soprintendenza ai beni archeologici della Liguria che l’hanno trovato molto interessante, astenendosi tuttavia dall’esprimere pareri sulla sua datazione. “Per avere un’idea più precisa, si dovrebbe scavare. Così, a occhio, non è possibile dire nulla”, hanno spiegato.

Da allora, su quello che c’è a Costa Sarron, a dieci minuti di distanza dal centro della città, è calato il silenzio. Perché? Mah, a quanto pare i mattoni del vecchio politeama sono più importanti di un sito che, fino a prova contraria, potrebbe anche risalire a oltre duemila anni fa, al tempo delle guerre fra romani e apuani.

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