Fra danze, ciarlatani e cantastorie

fiera

Il 1825, quand’era sindaco il nobile Enrico Crozza, fu l’anno in cui si cominciò a realizzare uno degli angoli più belli della città vecchia e nuova: il boschetto, l’ombroso parco compreso fra Via Chiodo, Via Cadorna, Via Mazzini e Via Diaz.

«L’Intendente à fatto fare un bosco alla marina di diversi alberi», annotava il bottegaio Giovanni Destri nei suoi brogliacci, spiegando che esso si trovava a levante di quello che gli spezzini chiamavano “prado dea maìna” dove si tenevano le fiere. Il recupero di quel secondo grande spiazzo (“prato di destra” dov’è oggi il monumento a Garibaldi, mentre l’area del boschetto era “prato di sinistra”) era stato possibile grazie alla deviazione del Canale dei Molini/Piazza/Marina – il corso d’acqua che tutt’oggi scorre sotto Corso Cavour e che all’inizio del secolo andava ancora diritto al mare – nell’alveo del Canale del Fosso avvenuta nell’estate del 1809, quindi durante la dominazione francese, per favorire la realizzazione della strada fra Spezia e Portovenere ed evitare di dovere costruire un altro ponte.

Proprio lì nel settembre del 1824 si era tenuta la prima fiera di merci e bestiame di San Cipriano – autorizzata da re Carlo Felice per dare un impulso agli scambi commerciali – che si aggiungeva alla tradizionale fiera di San Giuseppe (19 marzo) nata il 27 ottobre del 1654, e a quella della Madonna del Carmine (16 luglio).

prato

A destra in basso il prado dea maìna quando ancora il canale che attraversala la città sfociava in mare

La fiera di San Cipriano durava tre giorni, dal 16 al 18 settembre, e le varie attività erano dislocate secondo un preciso progetto predisposto dal “deputato” architetto Nicola Svanascini (1795-1856). Uno spicchio del terreno delimitato dalle mura di Porta del Carmine, dal Canale del Fosso e dal Canale di Piazza, che in quel punto si immetteva nello stesso Canale del Fosso, era destinato al bestiame sciolto. A ridosso della cinta una vasta area circolare sotto gli olmi con due giri di panche tutt’attorno era lasciata libera per il grande ballo campestre. Poi c’erano i settori riservati a fabbri, stagnini, sementieri, chincaglieri, fusaroli, fruttaroli, pasticcieri, cantastorie, saltimbanchi, ciarlatani e perfino al dentista, che chissà perché era sistemato fra i ciarlatani e i cantastorie. Quattro padiglioni ospitavano rispettivamente Corpo di guardia, deputati alla fiera, giudice e dogana.

Al centro del prato c’erano una piazza riservata al gioco dell’oca e ad altri divertimenti, e l’immancabile albero della cuccagna. Lungo il viale alberato (Diaz) che adduceva al mare c’erano sedici banchi coperti per merci diverse, due caffè (proprio in fondo al viale) e sette baracche da campo che ospitavano altrettante osterie.

Svanascini firmò numerose opere pubbliche, sul tipo di alcuni edifici sul colle dei Cappuccini da usare per alloggiare la truppa, la trasformazione del convento degli agostiniani in caserma, i pubblici macelli, l’ampliamento dell’ospedale.

(Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

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