1816, l’anno senza estate

L’estate sta finendo… 14 settembre 2015: c’è un cielo nero, basso, carico d’acqua ponta a venire giù. C’era da prevederlo: dopo l’estate torrida, l’enorme umidità accumulata prima o poi doveva venire giù, e con i cambiamenti climatici provocati dall’idiozia dell’uomo, e soprattutto dall’uomo bianco, c’è da aspettarsi di tutto: tuoni, fulmini e saette, e… acqua. Tanta acqua. e tornadi. Proprio una bel futuro ci si prepara. Ma quanto a stagioni capricciose non è la prima né sarà l’ultima. Tanto per fare un esempio, l’anno venturo ricorrerà il bicentenario di un’estate tutta particolare: l’estate che non ci fu. 1816, l’anno senza estate. Ecco come racconto quella storia nel mio libro Ottocento:

Il 1816 è passato alla storia come l’“Anno senza estate” detto anchalluve, a seconda delle latitudini, l’“Anno della povertà” o l’“Anno morto di freddo”. Nei Paesi anglofoni suonava così: “Eighteen hundred and froze to death” (’800 e muori ghiacciato), tanto che su quell’evento lo storico John D.Post nel 1977 pubblicò a Baltimora un libro intitolato L’ultima grave crisi di sopravvivenza del mondo occidentale.

Un avvenimento epocale nella storia della meteorologia perché quell’anno, proprio mentre doveva avvampare la primavera con tutti i suoi colori e i suoi profumi, una cappa di ghiaccio scese sul mondo con neve a giugno e gelate in agosto, il che causò gravissimi danni all’agricoltura con conseguenti lunghe stagioni di carestia, di fame e di miseria. All’estate che non ci fu seguì un
rigidissimo inverno, con un alternarsi di nevicate e di venti gelidi. Erano del tutto sconvolti i bioritmi della natura; in Italia le campagne furono coperte da un’inquietante neve rossa, ma nessuno fu in grado di dire cosa stesse succedendo. Solo dopo più di un secolo, nel 1920, il climatologo americano William Humphreys riuscì a svelare l’arcano. Era accaduto che fra il 7 e il 12 aprile del 1815 una spettacolare eruzione del vulcano Tambora, nell’isola di Sumbawa, in Indonesia, aveva scagliato in cielo quasi duecento chilometri cubici di polvere e cenere. Questo materiale disseminatosi negli strati alti dell’atmosfera aveva creato attorno alla terra un velo, una corazza attraverso la quale i raggi del sole stentavano a filtrare con conseguente repentino raffreddamento dell’aria, dei mari e del terreno e ineluttabile paralisi del ciclo delle stagioni. La strana neve scesa anche su Spezia e sulle sue valli era dunque rossa perché colorata dalle polveri del Tambora.

La situazione era così drammatica che il 3 dicembre per cercare di alleviare le sofferenze della popolazione afflitta dalla carestia un Regio decreto concedeva un prestito di sei milioni di nuove lire del Piemonte per l’acquisto di grano all’estero e per l’apertura di alcuni cantieri per opere pubbliche in modo da dare lavoro a un certo numero di disoccupati. Questo intervento mirava anche a ridurre il fenomeno della criminalità, salito a livelli preoccupanti a causa della negativa congiuntura economica.

(Da Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

Annunci

Un pensiero su “1816, l’anno senza estate

  1. Pingback: 1816, l’anno senza estate | gino ragnetti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...