Quegli strani briganti di buon cuore

Briganti

Nell’ottobre del 1832 il diciottenne londinese William Henry Gilles Kingston, che diventerà famoso come scrittore di racconti per ragazzi, passò un brutto quarto d’ora in quell’incubo dei viaggiatori che erano le gole del Bracco semisommerse da foreste.

Proveniente con la carrozza da Genova, aveva lasciato nel pomeriggio Sestri Levante avviandosi verso il passo.

«La distanza fra il mare e la vetta della montagna – raccontò – è di circa otto miglia, per cui ci trovammo a dovere percorrere parecchia strada prima di arrivarvi. Giunti in cima, ci godemmo  l’aria pura, e dopo un po’ giungemmo nelle vicinanze del piccolo villaggio di Mattarana, dove sapevamo esserci una locanda e la stazione di posta. Ormai era completamente buio e naturalmente pensammo che fosse davvero molto rischioso andare avanti. Considerati i dirupi, i banditi e la certezza di ribaltarci, le nostre vite sarebbero state in gravissimo pericolo. In quei giorni i rapinatori imperversavano in molte parti d’Italia, soprattutto negli stati di Roma e del Napoletano, per cui per quale ragione non avrebbero potuto essere anche al nord? Ciò malgrado, io accarezzavo l’idea, proprio banale e stupida, se non del tutto disgraziata, di fare un giro attraverso la contrada e farla franca sfuggendo ai malfattori».

In una taverna incontrata lungo la strada del Bracco, un unico malandato locale con dei tavoli ai quali sedevano alcuni brutti ceffi che fumavano e bevevano vino rosso, avevano saputo dov’era la locanda nella quale avrebbero potuto trovare “cinque comodi letti” per cui Kingston e un amico si avviarono in avanscoperta a dorso di cavallo nella direzione indicata raggiungendo poco dopo una casa che doveva essere la locanda. E qui scoprirono una realtà assai poco piacevole. La locandiera, una donna molto anziana maritata con un ragazzo alquanto giovane, mentre gli mostrava le stanze tradì un sospetto interesse per i loro bagagli. Voleva sapere, e con lei il consorte baby, dove li avevano lasciati essendosi essi presentati con le sole borse da viaggio.

Il passo del Bracco prima del 1823 anno in cui fu costruita la strada Genova-Spezia. Fino ad allora era transitabile solo a piedi, a cavallo o a dorso di mulo.

Il passo del Bracco prima del 1823 anno in cui fu costruita la strada Genova-Spezia. Fino ad allora era transitabile solo a piedi, a cavallo o a dorso di mulo.

«Lontano da qui», fu la laconica risposta dei due insospettiti inglesi.

«Ah, lontano, eh?», fu la stizzita replica.

Quanto alle stanze, esse erano desolatamente spoglie.

«Trent’anni fa, e forse più – si giustificò la locandiera – io possedevo coperte, lenzuola di lino, ottimi letti, canterani e guardaroba, ma poi sono venuti i francesi e mi hanno rubato tutto».

Vista la situazione, e paventando di finire con la gola tagliata prima dell’alba, i due rinunciarono a pernottare lì e tornarono all’osteria per riprendere il viaggio alla volta di Borghetto dov’erano almeno sicuri di trovare un albergo decente. In tal modo fecero, pur sapendo che lungo la strada, nella totale oscurità, avrebbero rischiato un incontro con i briganti o di cadere in un precipizio. In aggiunta, notarono con una certa inquietudine che dal momento della sosta all’osteria il loro vetturino si era fatto più taciturno del solito, e anzi a guardarlo bene pareva assomigliare davvero, così com’era conciato, a un feroce masnadiere. Perciò, facendo due più due, si convinsero che quello era in combutta con l’oste e con i tipacci della taverna del Bracco; il che li portò a dedurre che a quel punto il loro destino era segnato: sarebbero stati condotti dritti dritti nelle mani dei lestofanti della zona. La visibilità era discreta grazie a una bella luna calante e al lucore della Via Lattea, sicché potevano scorgere qualcosa dello scenario circostante, e in particolare la strada ripida, tortuosa e pericolosa dato che a ogni svolta sfiorava orridi abissi.

I loro più cupi pensieri parvero materializzarsi quando una figura selvaggia si parò davanti alla carrozza, saltò giù da cavallo e rivolto al conducente brontolò alcune parole che naturalmente i malcapitati passeggeri non riuscirono a comprendere.

«Purtroppo non avevamo pistole né fucili a portata di mano per difenderci – spiegò poi Kingston – perché le nostre armi erano rimaste nei bagagli nella stiva». Tremebondi, dovettero pertanto rassegnarsi alla cattura.

Nel buio della notte, si udirono allora delle voci provenire dalla selva, poi accanto al conducente, frattanto sceso da cassetta, comparvero altri due loschi figuri e tutti e quattro dopo avere confabulato si misero a condurre a piedi cavalli e vettura fuori dalla strada inoltrandosi lungo un sentiero nel bosco. I turisti inglesi si convinsero d’essere stati presi dai banditi che li stavano ora conducendo chissà dove, forse per ammazzarli e farne scomparire i corpi. Con il cuore in gola, mentre una signora gemeva “Oh Dio, oh Dio, dove ci porteranno…, ci uccideranno… oh Dio!...” si trovarono ad attraversare una foresta di castagni, nel buio più assoluto, sballottati dalle asperità del terreno, finché non scorsero in lontananza il chiarore di un falò; attorno al fuoco c’era un gruppo di uomini dall’aspetto assai poco rassicurante. E qui udirono il vetturino esclamare “Gracia, gracia, amici”, il che fece pensare loro che quel manigoldo ringraziasse i suoi compari per avere trascinato la carrozza nel covo della banda. Ormai rassegnati alla perdita di ogni avere, speranzosi solo di riuscire a salvare la pelle, i terrorizzati viaggiatori scrutavano tutt’attorno per cercare di capire almeno dove fossero; ma la selva era fitta. Il viaggio nel bosco continuò ancora per alcuni minuti, poi, d’improvviso, gli alberi diradarono e la comitiva si accorse d’essere di nuovo sulla strada mentre i tre individui che li avevano condotti lungo quella strana escursione affiancatisi alla carrozza si toccavano il cappello con due dita a mo’ di saluto e dicevano “Buona notte signori, buon viaggio!”.

Al che i turisti, dopo avere tirato un gran sospiro di sollievo, toccandosi a loro volta il cappello e offrendo a quelle persone una moneta d’argento, ricevendone in cambio scappellamenti e sorrisi, risposero “Lei ringrazio molto” (In italiano, nel testo – N.d.A.).

Fu all’Hotel Europa di Borghetto che seppero che cosa era loro capitato. Il maltempo dei giorni precedenti aveva dissestato la strada rendendola impraticabile, per cui alcuni contadini e pastori che vivevano sulla montagna si erano presi la briga di aiutare i viaggiatori a superare l’ostacolo scortandoli lungo una scorciatoia attraverso il bosco. Di questo avevano parlato il vetturino e i “tagliagole” dell’osteria del Bracco. «E sicuramente – spiegò l’albergatore – loro ora sono molto contenti di avere potuto darvi una mano». E a quanto pareva anche i locandieri di Mattarana erano due bravissime persone.

Ripreso il giorno seguente il viaggio, il gruppetto arrivò sulla sommità della Foce da dove poté godere dell’incomparabile visione «della città e della deliziosa baia della Spezia, uno dei luoghi più incantevoli di questo pittoresco litorale». Ammirando i colori, gli aranci, le ville, i giardini, il blu del mare, al giovane londinese venne da pensare «che non è possibile trovare un luogo più incantevole al mondo. Io ho visto numerose piacevoli località, ma niente potrà mai più cancellare dalla mia mente l’immagine della Spezia», dirà estasiato Kingston.

(Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

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