Una luna da innamorati. O da bombardieri

bombe comune

C’era una splendida luna quella notte sul golfo immerso nel buio dell’oscuramento. In molte case qualcuno vegliava, improvvisata sentinella pronta a buttare tutti giù dal letto al primo accenno di pericolo. Alla testata del Molo Italia, dov’era ormeggiato il cacciatorpediniere Alpino tolto dal fronte caldo del Mediterraneo per lavori da farsi in arsenale, alcuni giovani marinai chiacchieravano a bassa voce senza mai allontanarsi dalle tre postazioni di mitragliatrici situate nei pressi della nave. Nei bunker delle batterie contraeree sparse sulle colline le vedette scrutavano il cielo, sgombro di nuvole e così maledettamente chiaro malgrado l’ora tarda. Tutta colpa di quella bella, lucente luna.

Una luna da innamorati.

O da bombardieri.

E i bombardieri vennero. Ne arrivarono 191 per scatenare l’apocalisse sulla città svegliata di soprassalto dalle sirene dell’allarme aereo. In neanche un’ora d’inferno scaricarono 493 tonnellate di bombe dirompenti e 99 tonnellate di esplosivo. Cinque notti dopo il Bomber Command inglese spedirà sulla Spezia altri 186 apparecchi a completare l’opera di distruzione con 329 tonnellate di dirompenti e 109 tonnellate di incendiarie.È quasi sicuramente in una di quelle due notti che entrò in incubazione l’incubo che 57 anni più tardi tenne per molte ore nell’angoscia la città dopo il ritrovamento di una bomba inesplosa nel bel mezzo delle case. Non era del resto raro, in quei tempi, che un ordigno sganciato da un aereo non facesse il suo sporco lavoro nell’impatto con il terreno. Infatti, dopo il primo raid dei bombardieri della Raf ne furono trovate almeno venti ancora intatte.

Per la verità, Spezia aveva già subito in precedenza un bombardamento di forte consistenza. Era avvenuto nella notte del 29 settembre 1941. Ventidue Wellington avevano battuto a  tappeto l’arsenale e la città: 18 palazzi rasi al suolo, altri 33 gravemente danneggiati, sei morti in uno stabile crollato di via Colombo, tre in via Magenta. Dall’arsenale filtrò la notizia della distruzione della casermetta dei sommergibilisti: sei marinai morti, dodici feriti.

Ma gli attacchi più massicci si ebbero nella primavera del ’43.

La prima incursione dei Lancaster avvenne tra l’1,33 e le 2,20 del 14 aprile e costò la rovina totale di 30 palazzi mentre altri 150 risultarono danneggiati, molti in maniera irreparabile. Rimasero per molte ore fuori uso quasi tutti gli impianti dei servizi pubblici quali corrente elettrica, acqua, gas, telefoni e trasporti.

Al sorgere dell’alba, un sudario di fumo grigio-giallastro copriva tutta la città in un silenzio spettrale, mentre numerose case bruciavano e le fiamme si levavano alte nei boschi. I morti ufficiali furono 25, fra i quali una giovane sposa che non venne mai identificata: forse era venuta da lontano per un fugace incontro con il marito marinaio. E invece trovò la morte, falciata da una bomba assieme ad altre 18 persone che avevano cercato la salvezza dietro i paraschegge del cunicolo di accesso alla galleria-rifugio antiaereo in corso di costruzione sotto la scalinata Spallanzani.

Il secondo colpo il Bomber Command lo sferrò nella notte del 19 aprile, e in quell’occasione fu distrutto anche Palazzo Cenere, sede del Comune, che sorgeva nell’attuale piazza Beverini. Per tutta la giornata successiva gli spezzini si trovarono sotto una vera pioggia di cenere: erano i documenti degli archivi municipali bruciati dalle bombe. Il giorno seguente, un laconico bollettino di guerra parlò di “13 morti e 136 feriti. Gravi danni”. Quel “gravi danni” in realtà doveva leggersi: “città semidistrutta”.

La zona della Fondega, ad esempio, l’area adiacente a quella nella quale nel 2000 fu rinvenuta la bomba inesplosa, in pratica non esisteva più: solo macerie fumanti e moncherini di mura annerite. Quella notte, fu colpito a morte anche l’Alpino, affondato davanti al Molo Italia.

Gli spezzini erano convinti che a scatenare l’ira degli inglesi sulla città era stata una provocazione di Mario Appelius, “la voce del padrone”, cioè del regime fascista, l’uomo che dai microfoni dell’Eiar era solito lanciare l’anatema “Dio stramaledica gli inglesi”, come se Dio non avesse altro da fare che proteggere il fascismo. Alcuni giorni prima, dopo un’incursione dei Lancaster della Raf su Torino, Appelius aveva sfidato quella che lui chiamava la perfida Albione: “Troppo facile bombardare le città indifese. Provatevi a venire alla Spezia, se ne avete il coraggio”. E gli inglesi, ai quali il coraggio non mancava davvero, purtroppo accettarono l’invito.

Magra consolazione per gli spezzini: pochi giorni dopo le due disastrose incursioni aeree Mario Appelius fu rimosso dall’incarico di propagandista radiofonico.

I bombardieri inglesi, e poi le fortezze volanti americane, continuarono nei mesi e anni seguenti a martellare la città lasciandosi dietro lutti e rovine. Nel giugno dello stesso ’43 avvenne la prima incursione diurna, sfida aperta alle nostre difese antiaeree. Nelle prime ore del pomeriggio di quel giorno, era un sabato, i bombardieri della Raf scaricarono tonnellate di bombe sugli impianti industriali e sulla città. In quella occasione fu distrutto l’istituto salesiano mentre rimase miracolosamente in piedi la chiesa della Madonna della Neve.

Fino ad allora relativamente protetta da quella che veniva pomposamente definita la cortina di ferro e di fuoco della contraerea, la Spezia in quella tragica primavera si ritrovò dunque d’improvviso in prima linea. Cominciarono così gli anni più duri della guerra, anni che molti spezzini non dimenticheranno mai e che si riaffacciarono nel 2000 con il ritrovamento all’inizio di via dei Colli della bomba inesplosa piovuta dal cielo forse in una bella notte di luna.

Una notte da innamorati.

O da bombardieri.

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