Dalla peste alla chikungunya

In tempi recenti, prima abbiamo avuto la Sars, poi l’aviaria, quindi l’influenza suina, l’H1N1 e in ultimo ebola, nomi moderni che evocano incubi antichi come la peste, il colera, l’ergotismo, la lebbra, cupi scenari da medio evo. D’altronde l’uomo ha sempre avuto paura dell’ignoto, ha il terrore di quello che non può vedere, e i virus sono insidie che solo i ricercatori possono manipolare e rendere innocui nei loro laboratori, ovvero trasformarli in armi da distruzione di massa.

È così che prima o poi l’umanità finirà. L’umanità, non il mondo. Perché lo scarafaggio c’era prima  che l’uomo comparisse sulla terra, e ci sarà anche dopo.

Anche di recente si è parlato, forse con eccessiva leggerezza, di contagio dilagante, di pandemia, roba da Mille e non più Mille, e siccome le parole volano, s’ingigantiscono e rimbalzano dai siti internet in tutto il mondo, è normale che si amplifichi anche l’effetto paura, l’irrazionale.

E il bello è che l’uomo non si accorge nemmeno di essere proprio lui, con il suo frenetico girovagare per il pianeta, per svago o per affari, il potenziale untore capace di infettare migliaia di suoi simili. Se ci si pensa bene, poiché ogni giorno sono in movimento da un continente all’altro 800 milioni di persone, è del tutto normale che un banale virus, come quello del raffreddore, possa “impestare” mezzo genere umano.

Ma per la verità non è necessario che sia l’uomo a spostarsi per propagare il virus, dal momento che i virus stessi hanno a loro volta capacità e velocità di spostamento uguali a quelle dell’uomo come hanno dimostrato il diffondersi, anche se con casi tutto sommato limitati, la Sars, l’aviaria, la “messicana”, e infine ebola.

E questi non sono neppure i primi casi del genere.

Prendiamo uno di quei virus a caso: il Virus del Nilo Occidentale. Nel 1999 fu portato a New York City dagli uccelli, poi ci pensarono le zanzare a diffonderlo banchettando prima col sangue infetto dei volatili, quindi con quello di altre bestie e di esseri umani, contagiandoli. Così, nel giro di tre o quattro anni quel virus, capace di provocare encefaliti anche mortali, dopo avere terrorizzato la metropoli conquistò uno dopo l’altro quasi tutti gli Stati dell’Unione sconfinando infine in Canada. Nel 2002 negli Stati Uniti i casi di infezione furono 4.156, dei quali 284 mortali. Comparve pure a Washington dove infettò almeno una persona e un numero indefinito di animali (compresi due merli nel giardino della Casa Bianca). Residente stabile in Africa, Asia occidentale e Medio oriente, si radicò dunque negli Usa per poi sbarcare in Europa anche in forma epidemica. Una sessantina di casi in Corsica, altri in Camargue. E infine, nell’ottobre scorso, persino in Italia, con due casi. Il West Nile, tanto per gradire, appartiene al genere della febbre gialla, del virus dell’encefalite di Saint Louis e del virus dell’encefalite giapponese.

E che dire della chikungunya? Mai sentito? Eppure non più tardi di otto anni fa questo virus tropicale, stanziato in Africa e in Asia, ha fatto per la prima volta la sua comparsa anche sul territorio italiano senza peraltro suscitare grandi allarmi. Nell’estate del 2007 nel Ravennate infettò una quarantina di persone (ma quasi 200 furono i casi sospetti) mentre un focolaio (alcuni sporadici casi) si accendeva pure a Bordighera. E il danno non fu limitato al disagio che i contagiati dovettero sopportare, perché si dovettero anche bonificare la bellezza di 140mila abitazioni e in più fu necessario sospendere la raccolta di sangue per le trasfusioni per evitare ulteriori contaminazioni.

Quel virus non aveva per fortuna una carica letale, tuttavia l’avvertimento fu preso sul serio, dato che il rischio vero – ed è un rischio giudicato molto alto dalle autorità sanitarie – è che un giorno o l’altro possano invece fare la loro comparsa sulla penisola anche virus assai pericolosi quali la dengue o ebola, febbri emorragiche che stanno esondando dalla fascia tropicale nella quale erano confinate fino a poco tempo fa.

Sembra un incubo, e invece è lo scenario di un futuro prossimo generato dai cambiamenti climatici con i quali dovremo tutti fare presto i conti.

L’innalzamento in atto delle temperature amplifica difatti a dismisura le probabilità di una diffusione di virus tropicali che fino a qualche tempo fa non sopravvivevano al passaggio dalle zone calde a quelle temperate. Per questa ragione diversi anni orsono grazie a un programma di prevenzione varato dalla Regione Liguria venivano monitorati gli uccelli migratori che durante i loro transiti stagionali sostavano alla Palmaria, isola antistante Porto Venere. Gli ornitologi raccoglievano le zecche che, trasportate dai volatili, cadevano al suolo, e nei laboratori si verificava se esse erano vettori di virus trasmissibili all’uomo e potenzialmente pericolosi.

Il virus della chikungunya – tanto per semplificare la questione – fino a pochi anni fa non sopravviveva alle nostre temperature, mentre oggi, a quando pare, riesce a farlo; proprio perché fa più caldo nei periodi in cui di solito faceva più fresco. Non a caso nelle ultime stagioni calde il livello di attenzione da parte dei servizi sanitari dei paesi nord mediterranei è salito vertiginosamente soprattutto dopo gli accenni delle epidemie, per ora circoscritte, della Sars e dell’aviaria.

Ma ci sono appunto altri virus tropicali che, veicolati prima dagli uccelli e poi dagli insetti e dalle zanzare in particolare, sulla scia del rialzo termico potrebbero rompere la “barriera del fresco” e dilagare nelle nostre case. Nei protocolli dei cosiddetti “medici sentinella” che la Regione Liguria ha eletto nel territorio oltre alla chikungunya compaiono nomi che mettono i brividi solo a leggerli: ebola, dengue, febbre gialla, West Nile, encefalite giapponese, encefaliti causate da hantavirus, Sars, morbo dei legionari, influenza aviaria (per la paventata mutazione del virus e conseguente trasmissibilità da uomo a uomo e quindi con rischio di pandemia).

E dire che a minacciare la nostra salute è soprattutto un nostro convivente, un esserino piccolissimo, quasi privo di peso: la zanzara. Anzi, più precisamente, la zanzara tigre, ospite indesiderata comparsa nel 1990 nella riviera ligure e diffusasi poi in molte regioni italiane.

La “tigre” viene infatti definita “potenziale portatrice” della dengue. Potenziale significa che oggi non è portatrice di contagio, ma non si esclude che, con il rialzo della temperatrura media nelle zone temperate, possa esserlo in un futuro abbastanza prossimo. Le avanguardie del West Nile, della chikungunya e a quanto pare della “messicana” sono già arrivate fra noi. Speriamo di non vedere arrivare prima o poi anche quelle della dengue, di ebola, della lyme, della febbre gialla, del morbo dei legionari, dell’encefalite giapponese.

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