Terra di canali e di mulini

bente

Di Spezia si è detto spesso che era una città d’acqua, e in effetti tutt’attorno c’erano molti canali che solcavano la pianura, pianura che poi altro non era che un esteso materasso fluviale. Cinque erano di buona e torrentizia portata. Dentro la cinta il canale dei Mulini attraversava l’abitato da nord a sud, lungo la direttrice dell’attuale Corso Cavour, e fuori, andando verso ponente, via via si incontravano il canale del Fosso (sedime dell’odierna Via Colombo), il torrente Làgora che veniva dal vallone di Rebocco, il torrente Starolo che nasceva sulle alture di Biassa, e il torrente San Francesco (o di Coregna) che scendeva dal colle della Lizza e andava al mare aggirando il Convento omonimo. Ancora più in là, tra San Vito e Marola, c’era il Caporacca detto anche canale di San Vito il cui corso fu spostato più verso Marola quando furono costruite le grandi vasche d’immersione dei legnami dell’arsenale.

Descrivere la pianura che si estendeva dal mare ai piedi del Parodi, della Foce e dei Vicci è compito assai complicato: era tutto un reticolo di polle, di sprugolette e di corsi d’acqua di varie dimensioni che alimentavano almeno una dozzina di mulini e che si frammentavano in mille rivoli per irrigare gli orti. E si consideri che in tutta la pianura c’erano solamente alcuni casolari sparsi, per cui le varie citazioni di vie e di piazze che si incontreranno andando avanti nella lettura faranno ovvio riferimento alla toponomastica odierna.

Per semplificare si può dire che, a parte la sprugola (Viale Amendola-Via De Nobili-Via Gramsci-Via dei Mille) fossero due i bacini imbriferi principali che davano origine al complesso sistema idrografico della piana con decine e decine di canali e ruscelli di modesta portata e con andatura piuttosto lenta a causa della limitata pendenza e delle numerose depressioni del terreno. Nei periodi di intense piogge invece la pressione dell’acqua che si riversava dalle montagne e dalle colline rendeva tumultuosa – e sovente rovinosa – la corsa verso il mare.

Il primo bacino era alle spalle della città. Dalle alture della Foce e dei Vicci veniva soprattutto il Canale del Stagnone che – accresciuto dalle acque dei fossi Borzonasca, Contra e Cantarana – all’incirca nella zona di Piazza Saint Bon, dove raccoglieva il rivo dello Zampino e altri ruscelletti scaturenti da risorgive varie, veniva affiancato da un altro canale chiamato Acqua dei Molini. Questo, che aveva nel tratto iniziale il nome di Canale dei Molini, veniva dalla zona del Rebocco come derivazione del torrente Piana Grande.

Procedendo paralleli il Canale del Stagnone e l’Acqua dei Molini sottopassavano la strada comunale dei Molini, e all’incirca nella zona di Piazza Ramiro Ginocchio si incrociavano senza però confluire l’uno nell’altro. I due corsi d’acqua scorrevano infatti a quote diverse, e lo Stagnone – in quel tratto incanalato su una condotta artificiale per alimentare i “molini dei Federici” – sovrappassava l’Acqua dei Molini e, dopo avere formato uno stagno (ricordato da Vicolo dello Stagno, appendice di Via Prione, dirimpetto al Museo Lia), giunto a ridosso delle mura dove s’intersecano Via Rattazzi e Corso Cavour, proseguiva verso ovest, aggirava la cinta e, ingrossatosi all’altezza di porta San Francesco con l’acqua del Canale del Fosso rilasciata dalla sprugola, si avviava al mare.

Il Canale dei Molini, invece, entrava in città passando prima sotto le mura (varco protetto verosimilmente da una robusta inferriata per impedire intrusioni nemiche) e poi sotto la palazzata dei Biassa; qui, da Piazza di Corte (Beverini) fino alle mura a mare, scorrendo dove oggidì c’è Corso Cavour, cambiava nome in Canale di Piazza; quindi uscito sottopassando la cinta (altra inferriata) diventava Canale della marina. Fino alla metà del ’700 scendeva al mare direttamente tagliando in due il “prato di destra”; più tardi a causa degli inerti trascinati e ammassati alla foce aveva cambiato direzione immettendosi nel tratto terminale del parallelo Canale del Fosso. Nel luglio del 1809, infine, dovendosi costruire la strada per Portovenere fu deviato dai francesi nello stesso Fosso ma più a monte (dov’è oggi Via Chiodo all’altezza dell’Ammiragliato), trasformando in tal modo il prato di destra, l’area che ospita i giardini con il monumento a Garibaldi, in un’unica spianata.

Quel terreno era chiamato anche “camposanto” perché nel 1746 vi erano stati sepolti numerosi soldati del contingente di più di mille austriaci di stanza a Spezia uccisi da un morbo rimasto sconosciuto. E non è escluso che lì fossero stati inumati anche i caduti nella battaglia della Piandarana tra repubblicani e imperiali nell’agosto del 1799.

Il secondo bacino imbrifero raccoglieva le acque che precipitavano dalle falde del Parodi. Tre erano le sue aste principali: il canale della Làgora che veniva giù dalla valle del Ligurzano arricchendosi con le acque del Colombaro; il canale della Piana Grande che scorreva dalle alture del Proffiano (entrambi dalle spalle del Rebocco, dove nel 1767 c’era una sola casa!); e il torrente di Biassa che nella discesa su Pegazzano raccoglieva le acque dei fossi Piaza, Tassonara e Canivella.

Andando al mare il Piana Grande confluiva nel Làgora il quale poi nella zona in cui sorge l’ospedale militare, podere detto della Canivella, di proprietà di Giulio Rapallini, s’ingrossava ulteriormente ricevendo il canale di Biassa.

Poco più a occidente si incontravano il torrente Starolo, il canale di San Francesco detto anche canale di Fabiano o Corana, e, a San Vito, il Caporacca che nei giorni di piogge intense rombava giù dal vallone di Campiglia. Il confine fra il comune della Spezia e quello di Porto Venere è segnato dal canale di Siberia o del Neto.

Nella carta intitolata “Delineazione della Spezia e i suoi contorni con l’indicazione dei lavori eseguiti” realizzata nel 1767 da Giuseppe Ferretto e da Giacomo Brusco, compare, unito a un curioso disegnino, un nome alquanto enigmatico: il Bente. Cos’era? Ce lo spiega Maria Pia Bettarelli Lucchini, che sul Bente ha condotto uno studio approfondito.

Bisogna considerare che la pianura di Spezia era quasi a zero metri sul livello del mare per cui il deflusso delle acque era molto lento, e qua e là c’erano anzi parecchi avvallamenti che dopo piogge abbondanti o violente mareggiate si trasformavano in stagni, paludi e pantani. Inoltre, i depositi alluvionali in prossimità delle foci costituivano un altro ostacolo, perciò sovente quando infuriavano le sciroccate non riuscendo a scaricare in mare i canali si gonfiavano ed esondavano allagando terreni e pianiterra delle abitazioni sparse nella pianura. Frequenti erano di conseguenza i crolli degli argini e dei piccoli ponti di legno o di pietra costruiti con grande dispendio di risorse per le magre casse della comunità. E non di rado finiva sott’acqua anche il quartiere della Cittadella, sommerso dalla piena dei canali di Piazza e del Fosso. Oltre tutto spesso e volentieri durante le mareggiate l’assommarsi delle acque del Canale della marina e del Fosso causava un violento rigurgito dell’acqua che tumultuosa rimontava gli alvei fino a creare guai seri alla stessa città. Un giorno l’onda di piena in risalita giunse perfino a tracimare e schiaffeggiare il grande portale del duomo di Santa Maria suscitando non poca apprensione. Né a qualcosa valse costruire una piccola diga davanti all’estuario per evitare l’impatto diretto dei marosi: il fenomeno fu soltanto attenuato.

Ebbene, secondo quanto ha scoperto la signora Bettarelli Lucchini, il Bente era un’importante opera di ingegneria idraulica e doveva servire proprio per limitare, se non scongiurare del tutto, quelle inondazioni. Il progetto ebbe una lunga gestazione, soprattutto per i costi che la sua realizzazione comportava, e le discussioni si sprecavano. Fu la natura a dare la spinta ultima perché si risolvesse finalmente il problema: l’8 di novembre del 1766 si scatenò infatti un mezzo diluvio con ennesima inondazione delle campagne, e relativi gravissimi danni.

Si arrivò per tal motivo alla progettazione e alla costruzione del Bente, che poi altro non era che un grande scolmatore, piuttosto sofisticato per l’epoca, che in caso di piena straordinaria doveva recepire buona parte dell’acqua in eccesso per poi rilasciarla una volta passato il momento dell’emergenza. Si trovava subito a monte della confluenza del torrente di Biassa nel Làgora (ospedale militare). Pare che, perlomeno in parte, l’éscamotage funzionasse riducendo se non altro gli allagamenti nella Canivella.

«Dalle notizie fornite dalla lettura delle fonti dirette – spiega la Bettarelli Lucchini – non è, almeno per ora, dato di conoscere quale fu nel tempo la sorte del Bente. Forse rimase interrato sotto i detriti trasportati dalle acque, certamente divenne inutile quando, in tempi successivi, venne tracciata una fitta rete di canali di irrigazione che dovette funzionare anche come riduttore della portata e quindi della forza distruttrice dei maggiori corsi d’acqua. Nel rilievo topografico effettuato circa un secolo dopo per la costruzione dell’arsenale militare, non compare più il Bente mentre rimane traccia dei lavori di contenimento dei canali Làgora e Biassa»[1].

Questa, dunque, la panoramica relativa ai corsi d’acqua che prima dell’arrivo di Domenico Chiodo solcavano la grande pianura. Della sprugola che continua ancora oggi, seppure non vista, a gorgogliare nelle viscere della città, avremo modo di parlare più avanti.

Si può aggiungere, per completare, che fuori dalle mura a mare, alla sinistra di Porta della marina, c’era un sentiero di calpestìo che costeggiava un canale artificiale. Secondo la carta Ferretto-Brusco citata prima, nella zona in cui più o meno Via Manin incrocia Via Aranci c’erano quattro “stagnoni” fra essi collegati da rivi, alimentati da risorgive e da un torrentello che scendeva dal colle della Vanicella, le cui acque andavano poi al mare mediante due emissari. Orbene, in quella carta è riportato il tracciato di un collettore da scavare parallelo alla costa per convogliare verso il Canale della marina le acque dei quattro laghetti. Quel fossato fu realizzato poco dopo e le vaste aree umide che si trovavano fra le mura e il mare furono in tal maniera prosciugate. Nella seconda metà dell’800 lì sorgeranno i pregevoli edifici di Via Fazio, Via Chiodo e Via Minzoni.

Infine, subito fuori di là dalla cinta orientale (Via Da Passano) scendeva rapido dai Colli un altro canale di buona portata che sfociava in mare poco a est degli stagnoni di Via Galilei-Chiodo. Di là dal colle dei Cappuccini s’incontravano invece il Rossano, il Cappelletto, il Vecchio e il Nuovo Dorgia, il Fossa Mastra e altri meno significativi ruscelletti, oltre naturalmente alle paludi (stagnoni) nella piana.

[1] Maria Pia Bettarelli Lucchini, Il Bente: approfondimenti e riflessioni attorno a una mappa del 1767, in Annali delle biblioteche e dei musei civici della Spezia, numero speciale, pagg. 95-107, Industrie grafiche della Pacini Editore di Pisa per l’Istituzione per i servizi culturali del Comune della Spezia, 2000.

(Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, La Spezia, 2011)

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