Alla guerra senza pallottole

Casa Ceretti

Il rudere di Casa Ceretti

I ruderi di un’antica magione abbandonata all’insulto del tempo e all’assalto dei rovi e dell’edera, e un ospedale da costruire: sono questi gli incolpevoli protagonisti di un nuovo tragicomico dramma che sta andando in scena sul palcoscenico della Spezia. Quanto ai colpevoli, se ce ne sono, spetterà ad altri individuarli. Ma qual è l’oggetto del contendere? Quel rudere è semplicemente un rudere o rappresenta qualcosa di più? Purtroppo, fra di noi è invalsa la brutta abitudine di sparare sentenze senza neppure sapere di che cosa si sta parlando, ragione per la quale per taluni di resti del Politeama riaffiorati in Piazza Verdi sono reliquie da preservare a tutti i costi, mentre per altri sono nient’altro che pezzi di mattoni e calce ai quali si può rinunciare senza rimorsi di coscienza. E il fabbricato di località Ceré? Che valore ha? È un ravatto, come diciamo a Spezia, o ha un suo intrinseco valore? Io posso solo raccontare una parte – probabilmente la più significativa – della sua storia, lasciando al lettore il piacere di farsi una sua opinione.

Il testo che segue è tratto – sunteggiato – dal mio libro Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia (a cura dell’Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, 2011).

orsini

Felice Orsini

Quelle della tarda estate del 1853 e di metà primavera del 1854 furono giornate particolarmente calde fra Sarzana e Carrara, dalle parti del torrente Parmignola, frontiera lungo la quale, di qua e di là, le guardie del Regno di Sardegna e del Ducato di Modena vigilavano in armi.

La storia ebbe inizio alla fine di agosto del ’53, allorché mentre a Spezia conclusa la stagione “delle bagnature” i domestici della famiglia reale preparavano i bagagli per lasciare il Croce di Malta e fare ritorno a Torino, e intanto che Alphonse Karr e Richard Wagner bighellonavano nelle vie della piccola città ancora murata, nella stessa Spezia, a San Terenzo, a Lerici e a Sarzana cominciarono a notarsi movimenti sospetti con l’arrivo di diversi individui, ufficialmente immigrati, che trovavano fin troppo facile ospitalità nelle case di attivisti repubblicani, tutti tipi ben noti alle forze dell’ordine. Era evidente che si stava preparando qualcosa di grosso, e non a caso correva voce che fra le rovine della vicina Luni fossero state occultate molte delle armi, mai riconsegnate, della disciolta Guardia Nazionale estense.

L’intrigo in realtà aveva preso il via negli ultimi giorni di primavera, il 5 giugno, con la nomina di un irriducibile agitatore repubblicano, Felice Orsini, a capo della Banda nazionale n. 2 che doveva operare in Lunigiana per dare vita a un moto insurrezionale partendo proprio dalle rive del Parmignola verso Carrara. La decisione era stata presa da Giuseppe Mazzini in persona, essendo l’Orsini uno dei pochi seguaci dei quali ancora si poteva fidare.

Orsini, un “duro a morire”, ne diceva chi lo conosceva bene, era uno che i guai se li andava a cercare: aveva cominciato a 17 anni ammazzando un tale con una pistolettata per questioni di donne, beccandosi però solo sei mesi di… convento grazie a influenti amicizie curiali, finendo per chiudere a soli 39 anni la sua vita di guerrigliero sul palco della ghigliottina a Parigi il 13 marzo del ’58 per avere attentato alla vita dell’imperatore Napoleone III[1].

Spezia crocevia di rivoluzionari

Tornando alle cose di casa nostra, animato da sacro fuoco patriottico l’indomito partigiano si diede tanto da fare da provocare nei due anni citati un gran subbuglio in ben cinque Stati: Granducato di Toscana, Ducato di Modena, Ducato di Parma, Regno di Sardegna e Legazioni Pontificie. Solo che al tirar delle somme si scoprì che aveva messo sì in agitazione l’alveare, ma senza riuscire a rubare il miele. Tanto rumore per nulla, verrebbe da dire.

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Rivolta fallita a Milano

L’antefatto di queste vicende nostrane avvenne il 6 febbraio 1853 quando alle 16,45 scoppiò a Milano un’insurrezione popolare antiaustriaca imbastita dai circoli mazziniani e socialisti meneghini. La scelta del momento non era casuale perché trattandosi dell’ultima domenica del carnevale ambrosiano i congiurati contavano sul fatto che i soldati austriaci in libera uscita si spargessero per le osterie e non stessero quindi troppo sul chi vive. Di fatto, però, la rivolta abortì sul nascere perché i mazziniani e i repubblicani fuoriusciti si erano all’ultimo momento tirati indietro, dichiarando di non condividere le motivazioni politiche dell’insurrezione, il che fece mancare ai rivoltosi il rifornimento di fucili che essi avrebbero dovuto fare arrivare da Genova e dalla Svizzera.

Malgrado queste defezioni, i socialisti avevano deciso di passare lo stesso all’azione confidando nel sostegno degli operai e dei proletari milanesi, che invece rimasero a guardare. Privi di armi da fuoco, gli insorti si trovarono perciò ad affrontare i soldati armati solo di coltelli, di pugnali o di lunghi chiodi. Alcuni popolani li aiutarono scagliando dalle finestre oggetti contundenti contro la truppa, riuscendo anche a colpire qualche militare, ma pochi scesero in piazza a difendere le barricate erette qua e là per la città.

La reazione fu immediata e violenta, e già prima ancora che sorgesse il sole del giorno dopo i reparti asburgici, fatti accorrere in città dalla periferia di Milano, poterono circoscrivere e soffocare la sommossa. Nelle retate poliziesche che ne seguirono ben 895 patrioti finirono ai ferri e nei giorni successivi gli sgomenti milanesi dovettero assistere a quindici impiccagioni e a una fucilazione.

Ai preparativi di quel moto, che doveva scoppiare in contemporanea con altre sollevazioni di popolo in varie parti della penisola, aveva partecipato pure il forlivese Aurelio Saffi, uno dei triumviri della Republica Romana, ma in quel fatale avvio di febbraio lui non era a Milano. Era a Spezia, nascosto nella casa di Giuseppe Ceretti, al Felettino, l’edificio, oggi ridotto a rudere quasi del tutto facogitato dalle erbe infestanti, situato alle spalle dell’ospedale. Proprio l’edificio oggi al centro di nuove feroci polemiche.

aurelio saffi

Aurelio Saffi

Sul finire di gennaio, partito in diligenza da Genova, Saffi era arrivato a Spezia in compagnia del bolognese Francesco Pigozzi, anch’egli delegato della Giovine Italia, e di Adeodato Franceschi di Sant’Arcangelo di Romagna. Essendo tutti romagnoli e conoscendo quindi bene quella gente, erano stati incaricati di raggiungere Bologna per dare il via nello stesso 6 febbraio a un moto nelle terre del papa. Analoghe operazioni avrebbero dovuto organizzare Adriano Lemmi a Firenze e il Ceretti a Piacenza.

Ad accoglierli a Spezia i tre trovarono Giacomo Ricci – un patriota trentaquattrenne di Caprigliola molto coraggioso e temibile, vecchia conoscenza delle forze di polizia modenesi e piemontesi – e Gaetano Brussi – un ventiseienne faentino emigrato a Spezia perché perseguitato dalla polizia per la forte influenza patriottica che esercitava sulla gioventù universitaria – i quali li condussero al sicuro prima nell’abitazione del Ceretti, e il giorno seguente, accompagnati dallo stesso Brussi, nella villa del marchese Da Passano, a Sarzana, dove trovarono altri fuorusciti lì rifugiati.

Ricci invece rimase in casa del Ceretti ad aspettare Felice Orsini il quale, incaricato di scatenare la ribellione dei modenesi, non si sa per quale ragione era in grave ritardo sull’appuntamento, tanto è vero che allorquando si fece finalmente vivo dal Ceretti gli altri erano già partiti per le loro destinazioni.

A distanza di un paio di giorni dall’arrivo a Sarzana, infatti, non potendo più aspettare oltre, Saffi, Pigozzi, Franceschi e Brussi, noleggiati da un conduttore di Aulla quattro muli da sella e ingaggiate alcune guide, sottoposte agli ordini del Ceretti, avevano iniziato il rischioso viaggio verso Bologna.

posto di blocco

Posto di blocco

«Traversando la Magra a guado di notte, a cavallo di muli – narra Pigozzi – fummo fermati dalle guardie doganali modenesi, che ebbero un lungo colloquio con una delle nostre guide, certo Cerretti di Sarzana, e poco dopo fummo lasciati proseguire: incominciammo la salita notturna dell’Appennino, e giungemmo ad Aulla verso le 10 pom., ed ivi si pernottò. A Culagna, un’altra nostra scorta, ch’era di Sassuolo, si abboccò coi dragoni modanesi (gendarmi) i quali ci credettero ingegneri che studiassero il tracciato di una strada…»”[2].

I tre romagnoli pernottarono a Bazzano, paese fra Bologna e Modena, nella locanda del patriota Cesare Rocchi, noto come Cesarino, e qui il Ceretti si separò dal gruppo avendo avuto ordine dallo stato maggiore di Mazzini di recarsi a Piacenza per aiutare il Comitato locale a promuovere, sempre il 6 di febbraio, l’insurrezione di quella città.

Fu proprio il Ceretti, grazie alla vicinanza con Milano, a venire tra i primi a sapere dell’insuccesso della rivolta socialista. Consapevole dell’importanza vitale di quella notizia per la sicurezza dei compagni, lo spezzino tornò precipitosamente a Bologna, dove nel frattempo Saffi, Pigozzi e Franceschi erano arrivati con due biroccini condotti da un affiliato, tale Mattioli. Giunti però in città, i tre avevano subito scoperto – grazie all’efficienza del controspionaggio repubblicano – di essere in grave pericolo. Con una lettera inviata alla Tipografia del Tiocchi, il Comitato romano informava che la polizia di Roma, con lo stesso corso di posta, avvisava la polizia di Bologna dell’arrivo imminente nelle Province dello Stato della Chiesa di diversi emissari del Mazzini, segnalando per Bologna proprio Saffi, Orsini e Pigozzi. E poiché si ignorava attraverso quale confìne sarebbero entrati nello Stato pontificio, ordinava la sorveglianza di tutte le frontiere. Erano ancora lì a ragionare sul da farsi, quando arrivò il Ceretti con le infauste notizie su quant’era successo a Milano, notizie che indussero i tre romagnoli ad abbandonare il più in fretta possibile le Legazioni o comunque a guadagnare un rifugio sicuro. Decisero così di tornare sui loro passi prendendo la strada dei monti per Modena, Sassuolo, valico del Cerreto, Fivizzano e Sarzana. A pilotarli lungo quegli impervi sentieri facendola in barba alle guardie ducali messe in allarme dalla rivolta meneghina, fu il Ceretti, ottimo conoscitore dei luoghi. A Sarzana Saffi e Pigozzi furono ospitati in casa dell’oste Carlo Zanini, e successivamente alloggiati nella più appartata Villa Capitani a Sarzanello. Placatesi un po’ le acque, i due capi repubblicani partirono per Genova seguendo la via del mare, forse imbarcandosi a Lerici.

Intanto Orsini, arrivato finalmente a Spezia, guidato dal Ricci si era anch’egli avviato lungo i sentieri che dovevano portarlo oltre le montagne, ma appreso strada facendo del disastro di Milano, decise, d’accordo con il caprigliolese, di tornare a sua volta indietro e riparare in territorio piemontese. Troppo rischioso attardarsi a gironzolare da quelle parti.

In effetti le gendarmerie di tutta Italia allertate dai fatti meneghini e avuto per di più sentore che analoghi tumulti erano stati progettati in altre città, erano scese in caccia per prendere in trappola gli agitatori di parecchi dei quali già conoscevano le identità e che sapevano essere in zona. Fra costoro finì subito nel mirino Cesare Rocchi, il locandiere di Bazzano colpevole di avere ospitato Saffi e compagni.

Informato in tempo della tempesta che si addensava su di lui, il giovane fu però lesto a varcare la frontiera con il Piemonte e a rifugiarsi a Spezia dove rimase fino al 2 settembre allorché prese parte attiva al tentativo di invasione del Ducato organizzato dall’Orsini. Andato male anche questo colpo, e per ciò condannato a vent’anni di carcere dal tribunale militare di Modena, Rocchi ritenne più prudente lasciare Spezia ed emigrare in Inghilterra.

La fuga di Orsini e Ricci dal Ducato visse momenti drammatici. Rifugiatisi a Parma in casa di uno del Comitato, dopo qualche ora di riposo si rimisero in viaggio per tornare a Spezia. Con l’aiuto di un montanaro si avviarono a piedi su per l’Appennino verso il passo della Cisa. Seguendo piste note solo ai contrabbandieri cominciarono a risalire la montagna attraverso luoghi desolati, e lì, mentre erano in marcia, furono sorpresi dalle tenebre. La notte era scura, il gelo pungente, per di più aveva preso a nevicare forte e in mezzo a quel turbinio anche la guida rischiava di perdere l’orientamento. Si trovarono così a frugare nel buio, andando avanti quasi a tentoni alla ricerca dei pali della linea telegrafica, loro unico punto di riferimento per mantenersi nella giusta direzione.

Come il Cielo volle, e grazie a una piccola baita nella quale si imbatterono, poterono passare la notte al sicuro. La mattina seguente, scesi a valle, passando per Fosdinovo varcarono di soppiatto la frontiera con il Piemonte e si rifugiarono a Sarzana nella villa di un affiliato. Più tardi, ancora seguendo il Ceretti, Orsini raggiunse in incognito Spezia dove si imbarcò su un vapore diretto a Genova.

Sarzana era da sempre un covo di patrioti. La maggior parte frequentavano l’osteria della Manena, situata al canto di San Rocco, tra le odierne via Mazzini e piazza Matteotti. Un luogo dove si intessevano interminabili discussioni incentrate manco a dirlo sulla politica. Nel 1833, dopo i primi moti risorgimentali, l’osteria cambiò nome in Costituzionale, insegna che inalbera tutt’oggi l’elegante locale che ne ha preso il posto.

I mazziniani più puri, gli aderenti alla Giovine Italia, si riunivano invece nella mescita della Mirandolina, in Piazza Calcandola, angolo Via Bertoloni, locale poi ribattezzato Caffè Gioberti, che cessò l’attività nel 1898.

Nella primavera avanzata Orsini tornò nel Modenese per studiare bene il terreno, e quindi giunta l’estate riprese la via percorsa fra la neve a febbraio per rientrare in territorio piemontese. A metà agosto, finalmente arrivato in Val di Magra, riuscì a passare fra le maglie della polizia, dei carabinieri e dei doganieri mimetizzandosi a Sarzana fra i numerosi fuorusciti che dopo la sventurata guerra del 1848-49 dalle terre sotto il giogo degli austriaci continuavano ad affluire nella Liguria orientale, e in quella confusione senza dare troppo nell’occhio poté incontrarsi di nuovo con Saffi e con Pigozzi, che si tenevano celati nella casa di un camerata, ai quali riferì del progetto insurrezionale concordato col Mazzini.

Mazzini dà via libera all’invasione

Pochi giorni prima, forte del benestare dello stesso Mazzini, l’Orsini aveva potuto recarsi a Nizza e prendere contatto con diversi emigrati, tutti ex ufficiali con buona esperienza militare alle spalle, ottenendone la disponibilità a partecipare all’ardito cimento. Fra i più determinati si era mostrato Giuseppe Fontana, uno scultore carrarese di 27 anni, ex maggiore di Garibaldi, che Orsini si era già ritrovato a fianco nella battaglia per la presa di Mestre durante la difesa della Repubblica di Venezia. Una volta conosciuti i dettagli e benché l’Orsini stesso si palesasse assai poco ottimista sull’esito dell’operazione, Fontana si era guardato bene dal tirarsi indietro, e anzi si era spinto a chiedere direttamente a Mazzini ulteriori particolari sulla spedizione. E tutti e tre avevano convenuto nel giudicare che le possibilità di successo dipendevano in tutto e per tutto dal simultaneo divampare di altri moti in diverse parti d’Italia. Era perciò vitale che le varie mosse fossero perfettamente sincronizzate fra loro.

In quel periodo il movimento aveva bisogno di rendersi protagonista di un colpo a effetto perché a causa di una serie di insuccessi, fra cui il “pasticcio brutto” di Milano, e per le solite suicide faide interne, la fazione repubblicana era andata in pezzi, e lo stesso Mazzini preso in mezzo al fuoco incrociato dei moderati, dei costituzionalisti, dei monarchici e dei reazionari si era ritrovato quasi solo, screditato agli occhi dell’opinione pubblica, e abbandonato dai suoi migliori seguaci. E questo accadeva mentre in Lombardia a seguito della fallita insurrezione meneghina si succedevano impiccagioni, fucilazioni e carcerazioni; mentre numerosi patrioti continuavano a salire sul patibolo nella valletta di Belfiore dopo la tragica conclusione della congiura di Mantova; mentre in Toscana, nello Stato romano e nei Ducati le galere rigurgitavano di semplici simpatizzanti; mentre a Modena, saputo del progettato moto, il Duca Francesco emanava un editto (17 marzo) con il quale istituiva tribunali speciali e sottoponeva a giudizio sommario chiunque «portasse coccarda od altri distintivi rivoluzionari, prorompesse in grida e canti sediziosi, e spargesse notizie false e allarmanti»; mentre a Napoli la feroce repressione ordinata da Ferdinando II di Borbone causava 500 morti; mentre i carraresi sperimentavano sulla loro pelle quanto duro fosse il regime dello stato di assedio; e mentre in Piemonte si assisteva ogni giorno a perquisizioni indiscriminate, ad arresti in massa e a espulsioni di capi delle società segrete d’ispirazione repubblicana.

Persuaso di dover imprimere un giro di vite al movimento rivoluzionario, dopo i fatti milanesi Mazzini aveva allora sciolto il Comitato nazionale di Londra e fondato il Partito d’Azione, un’organizzazione che più che sul numero di adesioni doveva contare sul coraggio, sull’audacia, sullo sprezzo del pericolo dei suoi combattenti, uomini del tipo degli apofasimeni di Filippo Buonarroti, pronti a rischiare la vita pur di potere affondare il pugnale nel cuore del nemico.

Anche per questa ragione Mazzini aveva avallato il piano di Orsini: quella era forse l’ultima occasione per giocarsi la partita decisiva.

Mazzini aveva già da tempo individuato nella Lunigiana il terreno più adatto per provocare un moto con buone possibilità di riuscita. Perciò, dopo avere autorizzato il tentativo d’invasione, scrisse a Orsini: «Il concerto è quello di rompere le comunicazioni tra i due corpi d’occupazione austriaci che occupano i due versanti dell’Appennino e tagliarli a un tempo dalla loro base. Tutti i miei preparativi sono in questo senso e i punti sui quali bisogna interrompere le comunicazioni sono già indicati e c’è chi se ne occupa. Tu intendi che parte importantissima del piano è quella di troncare i passi che dal Pistoiese vanno per Pontremoli al Lombardo. La Lunigiana è punto strategico importantissimo. La sua posizione tra i Ducati, la Toscana e la Liguria è preziosa, l’emigrazione vi filtrerebbe come in un campo. Tu devi, se riesci e se la generalità risponde, tenerviti quanto più puoi, perché l’effetto si risenta nei Ducati e altrove: tenerviti come in una posizione, rompendo, fortificando, intercettando i passi compresi nella zona che ha limite la Magra e l’Arno. Con quella parte d’aiuti ch’io ti manderei dal Genovesato, la Lunigiana diventerebbe un campo dal quale partirebbero nuclei di bande in tutte le direzioni».

Orsini era conscio di muoversi su un campo minato perché le spie della polizia s’annidavano dappertutto; era facile trovarsi accanto senza neanche accorgersene poliziotti infiltrati, delatori prezzolati, traditori della causa, contadini e massaie che pensavano di avere a che fare con dei criminali; oppure informatori volontari fedeli al governo che detestavano le idee mazziniane o socialiste, sul tipo del conte Oreste Biancoli il quale l’11 febbraio del ’53, pochi giorni dopo i tumulti di Milano, scriveva all’intendente generale Domenico Buffa, un funzionario tra i più preparati mandato a Genova dal ministro dell’interno Gustavo Ponza di San Martino sia per le sue capacità sia per l’ottima conoscenza della Liguria e in particolare di Genova, città della quale era già stato commissario: «È ben certo che esistono bande organizzate di emigrati per muovere contro la Toscana. Gli emigrati residenti tanto alla Spezia che a Sarzana non offrono una forza imponente, però si tengono pronti sperando nell’appoggio dei loro amici che vivono nei diversi Ducati. A preparare gli animi di questa nuova riscossa sono l’emigrato Massimiliano Grazia e il noto Giuseppe Cerretti».

Oltre al Ceretti, negli elenchi dei cattivi soggetti da tenere d’occhio perché poco ossequienti alla Corona era finito anche il marchese Giulio Cesare Da Passano il quale, riferiva uno zelante confidente, dava spesso ospitalità nelle sue ville più isolate a notorie teste calde per le loro riunioni clandestine. Evidentemente il soggiorno di Saffi, Pigozzi, Franceschi, Ceretti, ecc. nella villa di Sarzana non era passato inosservato.

Il 6 marzo Domenico Bosio, un agente speciale mandato nel golfo sotto copertura per verificare che aria tirava, spediva ai suoi superiori un rapporto di questo tenore: «Dalle indagini sinora fatte venne a risultare che per l’intero litorale esiste da tempo una società segreta estesa anzichenò, aderente al partito repubblicano socialista e affatto radicale. Da Chiavari verso ponente si prendono le ispirazioni dal comitato che ha sede in Genova e si va più a rilento nell’affigliare gli individui perché si ascrivono persone influenti appartenenti a famiglie distinte che abbiano istruzione e cultura. Da queste parti la società prende ispirazione dal comitato di Livorno con cui comunica per mezzo dei molti affigliati esistenti nel comune di Lerici, tutti esaltatissimi e, ad esempio per Livorno, si sono associati ogni sorta di gente per avere uomini di azione. E qui un chirurgo Germi a Trebiano, un Giambattista Bassano a Sarzana, l’avvocato Ruschi e un prete, don Chiocca, si occupano di associare anche gente del volgo, anzi quei più reputati tristi, conosciuti capaci di agire all’occorrenza».

Per pianificare la rivolta, Mazzini aveva già arruolato in Lunigiana alcuni uomini prendendo contatto con le società segrete locali sì da avere anzitutto il polso della situazione, e poi per disporre di elementi fidati e capaci di radunare forti gruppi di combattenti e trascinare quindi con sé anche i meno propensi alla lotta armata. Nello specifico, nel Ducato di Modena Mazzini poteva contare sul già citato Giacomo Ricci, il caprigliolese, che il comitato centrale europeo del movimento, composto da Lajos Kossuth, Giuseppe Mazzini, Alexandre Ledru-Rollin e Jan Huss aveva appena nominato capo commissario straordinario con il compito di “diffondere e ordinare in seno al partito nazionale il partito d’azione in tutte le parti ove ei può tra la Magra, l’Arno e gli Appennini”[3].

Il capo del Partito d’Azione aveva pertanto spiegato nei dettagli a un dubbioso Orsini quali erano le risorse da utilizzare nell’attacco alla Lunigiana. Ci rifletteva su il romagnolo nelle Memorie: «Ricci e Cerreti, due giovani attivi, narravano, il primo di avere a disposizione qualche centinaio di uomini di Massa, Carrara, Fosdinovo, Sassalbo e del contado; il che in parte era vero; il secondo, di poter contare sur un cento di guardie nazionali della Spezia e di Sarzana, oltre a un buon numero di fucili, che dovevano portar seco; e con ciò s’illudeva». A dire il vero non pochi fucili c’erano effettivamente in un deposito militare nei pressi di Sarzana, solo che erano stati privati sia della baionetta che del cane, e quindi resi inservibili.

Un congiurato fra spie e traditori

Orsini era preoccupato anche perché dovendo per forza di cose comunicare prima o poi l’ora dell’azione ai fuorusciti da lui contattati a Nizza, forte era il rischio che la notizia trapelasse e arrivasse alle orecchie della polizia. D’altra parte il tempo ormai stringeva e lui non poteva aspettare oltre anche se, ne era consapevole, l’approssimarsi del momento fatale avrebbe di sicuro fatto battere in ritirata quanti non erano troppo convinti della cosa o che difettavano di coraggio.

Capitava però, e nemmeno tanto di rado, che nel gioco dei depistaggi gli agenti segreti abboccassero all’amo gettato loro dai congiurati facendo di conseguenza correre a vuoto di qua e di là le forze dell’ordine subito mobilitate. Il 26 aprile una notizia molto appetitosa era stata per esempio propinata con un bigliettino anonimo nientemeno che al ministro dell’interno Ponza di San Martino il quale senza por tempo in mezzo l’aveva girata all’intendente Buffa: secondo una fonte degna di fede il supericercato Giuseppe Mazzini si trovava nascosto a Tellaro nella casa di un certo Ratti. Se si muovevano alla svelta potevano prenderlo.

Immediato da Genova era partito l’ordine per l’intendente di Spezia Giuseppe Deferrari, un elemento affidabile che buone prove di sé aveva dato quand’era questore di Torino, e che proprio per le sue indubbie qualità di poliziotto era stato mandato in un luogo così particolare e difficile com’era Spezia a quel tempo: «Entrare subito in azione, usare tutti i carabinieri necessari per il buon esito dell’operazione e nel caso si fosse trovato Mazzini porlo subito in vettura di posta con quattro o cinque carabinieri i quali avessero gli ordini più severi e precisi di difendersi con le armi da qualunque assalto e, in caso disperato, uccidere il prigioniero piuttosto che lasciarselo rapire».

Una rapida indagine aveva portato però ad appurare che a Tellaro non viveva alcuna famiglia Ratti, mentre invece erano più che tristemente noti, agli occhi dei gendarmi, i Ratti di San Terenzo, e in particolare i famigerati Giuseppe e Paolo, tipi che «furono sempre, dal ’21 in poi – specificava un’informativa di polizia – altamente sospetti in linea politica; che furono già nel 1831 o più vera epoca perquisiti quali sospetti ritentori di un deposito d’armi, e che nel 1849 presero attivissima parte alle turbolenze, il primo a Genova e l’altro a Lerici e che infine sono in voce di appartenere alla setta mazziniana di cui non si astengono di professare anche apertamente le massime».

Superfluo dire che le perquisizioni condotte da squadre di carabinieri nell’abitazione, nelle cantine e nelle baracche appartenenti ai Ratti sparse nelle campagne vicine non dettero alcun risultato: Mazzini lì non c’era.

Comunque, pur coltivando i cupi pensieri di cui si diceva su possibili delazioni, Orsini aveva alla fine fornito il denaro per il viaggio a tutti i suoi compari di Nizza spedendone alcuni al Felettino – ecco che torna in ballo la “nostra” villa di località Ceré – a dare una mano al Ceretti nel confezionare le munizioni, e nascondendo gli altri a Sarzana.

Felice mise a punto gli ultimi particolari del progetto nella casa del trentaseienne canonico Carlo Chiocca[4], un carbonaro esperto nell’uso di sostanze esplosive, lo stesso che stando alla tradizione gli insegnò a confezionare le bombe al fulminato di mercurio con le quali nel gennaio del ’58 tentò di uccidere Napoleone III.

A Sarzana l’inviato di Mazzini poteva stare relativamente tranquillo, protetto com’era da una rete di complicità. Perché secondo i rapporti della polizia in città operava un comitato rivoluzionario che contava su una quarantina di affiliati, i quali a loro volta avevano solidi contatti con gruppi segreti di Ameglia, Trebiano, San Terenzo, Lerici, Arcola, Spezia e Vezzano. Inoltre era noto che gente come Giuseppe Ratti, Orlando Faccini e Giuseppe Ceretti intrattenevano relazioni pericolose con delle teste calde di Carrara e della Lunigiana, in genere nerboruti cavatori che non si facevano pregare quando c’era da menare le mani.

Secondo gli auspici dei congiurati, gruppo del quale facevano parte anche Giuseppe Ceretti, il faentino Francesco Zannoni, capo dei mazziniani spezzini, Giuseppe Ratti, Cesarino Rocchi, il sarzanese Francesco Mario Purro, uno dei capi del Partito d’Azione in Lunigiana, Giacomo Bassano e il caffettiere Carlo Zanini, le fiamme innescate a Sarzana dovevano rapidamente estendersi alla Lunigiana e quindi a Carrara grazie alle armi procurate da una loggia massonica di Sarzana e celate fra le rovine della città romana, e alle munizioni preparate in un frantoio per le olive di proprietà del Ceretti, in località di Ceré, a un miglio circa dalla strada Spezia-Sarzana in riva sinistra del Dorgia, al tempo in aperta campagna. Orsini afferma di avere ordinato di confezionare quarantamila cappellotti fulminanti e ventimila cartucce da fucile, mentre Felice Venosta parla di quarantamila cappellotti e centomila cartucce.

Quale che fosse quell’arsenale, poté alla buon’ora cominciare il conto alla rovescia.

Frenetica vigilia dellattacco

In quelle ore cruciali del 31 agosto e del primo settembre i luogotenenti di Orsini furono visti correre di qua e di là, e chiaramente la cosa non poteva sfuggire ai carabinieri e alla polizia. Notarono Giuseppe Ceretti che si spostava quasi con frenesia da Spezia a San Terenzo, da San Terenzo a Sarzana, da Sarzana di nuovo a Spezia; poi segnalarono in un rapporto un insolito movimento a Sarzana la mattina del primo settembre, con la presenza «di molti esaltati di Lerici e San Terenzo tra cui Ratti Giuseppe che si compromise negli accadimenti del ’21, del ’33 e del ’49 nei quali fu in Genova uno dei principali sussurratori. Insieme a lui anche i lericini Giò Battista Gonetta e Gaetano Bibolini i quali nel ’49 dovettero esulare per la parte presa nell’insurrezione di Lerici». Una spia aveva altresì riferito ai carabinieri che alle 11 Ratti, l’uomo che tanti grattacapi aveva causato perfino alle gendarmerie di mezza Francia, era partito in tutta fretta con una carrozza alla volta della Toscana.

Ce n’era più che a sufficienza per sentire puzza di bruciato, eppure, per quanto possa apparire strano, malgrado tutti quei segnali, fino all’ultimo le autorità piemontesi rimasero all’oscuro di ciò che si stava tramando tra Sarzana, Spezia e San Terenzo, e seppero del tentativo d’invasione solo la mattina seguente quando i partigiani se n’erano già tornati a casa, troppo tardi per impedire il divampare d’una fiammata rivoluzionaria. Per loro fortuna quel moto si era spento da solo come un petardo difettoso.

Ironia della sorte proprio all’alba del 2 settembre, ancora ignorando quello che era accaduto nella notte, Buffa scriveva a Deferrari «… da un momento all’altro bisogna aspettarsi un moto nelle Romagne, perché il partito dell’azione vuole assolutamente far qualche cosa… È necessario sorvegliare l’emigrazione che abita presso codesto confine. Tenetevi all’erta in modo che niuno possa entrare negli stati vicini».

Arriviamo dunque al momento della verità. Nella tarda serata del 31 agosto Orsini riunì a Villa Valenti il Fontana, il Ricci e alcuni capi dei gruppi di rivoltosi di Sarzana e della valle e spiegò il piano. Il primo a muoversi doveva essere il Ceretti: entro le 23 del primo settembre doveva farsi trovare alle pendici del colle della fortezza di Sarzanello con le cartucce che aveva confezionato al Felettino.

 «Gli uomini destinati per le munizioni – raccontò poi Orsini nell’edizione italiana delle Memorie – stettero in una campagna della Spezia, perché non fu possibile al Cerreti trovarla nella prossimità di Sarzana; il che fu cagione d’inconvenienti. Sulla fine di agosto mi indettai con Fontana di Carrara, ex maggiore di Garibaldi: giovane ardito, buon patriota, e capo influente de’ Carraresi. Tutto fu concertato con lui, con Ricci, con alcuni del Ducato di Modena, ed altri di Sarzana. Ciò posto, fissai di passare le frontiere alle due del mattino del 2 settembre, se non erro, onde sul far del giorno essere a Carrara: e fin dal mattino del 1° settembre inviai l’ordine alla Spezia, perché alle undici di sera gli uomini del Cerreti e le munizioni fossero stati al luogo di riunione, fuori di Sarzana, dal lato più vicino ai confini modenesi».

Dal canto suo il Comitato di Sarzana aveva il compito di fornire trenta uomini armati per fare la guardia alle munizioni, e di organizzare i gruppi degli altri paesi. Infine i capi di Lerici e San Terenzo dovevano imbarcare le loro squadre su battelli da pesca e, superata punta Corvo, risalire il Magra per un chilometro. Scesi a terra, gli uomini avrebbero dovuto dirigersi verso la località denominata Mano di Ferro e lì aspettare, assieme alle munizioni trasportate da Ceretti, anche le squadre di Vezzano, Arcola, Trebiano, Ameglia, Montemarcello, Fosdinovo, Castelnuovo e Nicola. Poi, varcato il confine, tutti in gruppo prima dell’alba dovevano raggiungere Carrara e Massa dove avrebbero trovato ad attenderli il Fontana che aveva assicurato la presenza di mezzo migliaio di uomini del Ducato pronti a scatenare la rivolta.

Alla battaglia senza pallottole

Le cose presero però ad andare subito storte giacché le munizioni che dovevano arrivare al colle di Sarzanello entro le 23 del primo settembre non si videro. Perché? Questo, in aggiunta a un grande pasticcio sulle date dell’operazione, è un buco nero della storia nel quale probabilmente mai si riuscirà a fare piena luce.

Doveva essere il Ceretti a portarle, e per questo sul suo capo piovvero in seguito svariate accuse, compresa quella di essere un traditore, una spia; ma Orsini a questo mai credette, giudicando anzi “stolte” tali imputazioni.

Restava il fatto che Ceretti non si era presentato sul luogo convenuto all’ora stabilita. Asseriva il romagnolo: «Perché Cerreti non trovossi al convegno nell’ora indicata? Sino dalle otto antimeridiane del 1° settembre eragli stato spedito l’ordine. Dai compagni s’ebbe le più strane accuse. Certo che il suo mancare fu cagione che non si passassero le frontiere, e che non avesse luogo per conseguente l’impresa. Egli vi si recò invece verso le 3 del mattino del 2 settembre, ma questo ritardo valse appunto come se egli avesse totalmente mancato. Cerreti mancò per incapacità, per non avere ben calcolato il tempo, e forse anco per certo timor panico. Ei fu nulladimeno la precipua cagione del rovescio. Se poi fosse venuto, la nostra condizione, a parlar vero, non cambiava già di molto; perché niuno della Spezia avendo tenuto la promessa di recarsi alla spedizione, il numero dei fucili sommava a otto o dieci, con altrettanti giovani venuti da Nizza. Cosicché in questo tentativo si avrebbero avute le munizioni, i cappellotti, ma non i fucili. E così sempre fu: quando sonvi gli uomini, mancano le armi; quando queste, mancano quelli, e via dicendo».

Così l’Orsini. Ma dal momento che le versioni su quanto accadde in quella drammatica nottata sono piuttosto contrastanti – con l’Orsini che accusava il Ceretti e con gli amici del Ceretti che accusavano l’Orsini – è il caso di ascoltare le due campane tenendole il più possibile separate e cercando poi di dipanare la matassa.

I documenti oggettivi di cui disponiamo su questa storia sono le Memorie politiche[5] di Orsini, e una dichiarazione-testimonianza di dieci pagine scritta il 1° marzo del 1873 da Carlo Zanini, Francesco Mario Purro, Francesco Chiodo e Francesco Zannoni le cui firme furono autenticate, con tanto di marca da bollo da 50 centesimi, dal sindaco di Sarzana Fiori in data 17 febbraio 1880[6].

Manca in questo documento la firma del Ceretti e a spiegarcene il motivo sono i quattro suoi amici: «La conclusione [di questa vicenda] è che Giuseppe Ceretti era ed aveva dato prove di gran affezione alla causa di Mazzini non risparmiando sostanze e pericoli, ciononostante rimaneva vittima di un ingiusto sospetto per parte dell’Orsini per i fatti avvenuti e sopra indicati. In conseguenza di ciò il Ceretti non volle avere più azione nel partito dal quale era stato sì malmenato in rispetto alla sua dignità e alla sua riputazione. E si può anche aggiungere che il Ceretti, in conseguenza di tutto questo, cambiò carattere affatto, divenne si può dire pazzo (o idrofobo), se non del tutto, almeno molto stravagante, non trattando più nessuno, né dei suoi parenti né degli amici, e vivendo ritiratissimo e tutto a causa di essere stato così mal corrisposto».

Orsini: “Le cose andarono così”

 Cominciamo dal capo della congiura, l’Orsini, il quale nella versione italiana delle Memorie racconta che mentre Ceretti con le munizioni mancava all’appuntamento (a quel che se ne sapeva potevano anche essere stati tutti quanti catturati), lui, scortato da quattro seguaci, usciva da Sarzana per raggiungere il luogo stabilito del raduno, nei pressi del torrente Parmignola, ma lì giunto invece dell’agguerrita banda di centinaia di uomini che si aspettava d’incontrare trovò solo cinque giovani modenesi inermi, ai quali poco dopo si unirono una ventina di sarzanesi, dei quali solo quattordici armati di fucile.

«Erano già le due dopo mezzanotte – afferma il meldolese – quando dai posti avanzati ebbi avviso, che si avvicinava una compagnia di bersaglieri piemontesi. Questa notizia portò qualche agitazione nei giovani: è ben naturale. Qual partito mi rimaneva in tal caso? 1° Passare il confine in ventinove, e pochissime munizioni; essere ricevuti dagli uomini di Fontana come traditori, o almeno mancatori di fede; sendoché eglino s’erano mossi colla promessa formale di avere da me armi, e munizioni in abbondanza; 2° Affrontare i bersaglieri; iniziare un fatto di guerra civile con soldati, cui assolutamente non era mente mia di combattere; ed esporsi ad essere noi in ventinove, con quattordici fucili, trucidati da soldati dei migliori che siano in Europa; 3° Ritirarmi, e tentare il moto nel giorno o nella notte prossima, ciò non era effettuabile; al mattino la cosa sarebbe stata pubblica, e dovunque avremmo trovati soldati sardi e modenesi; la sorpresa non avrebbe avuto più luogo; 4° Ritirarmi, e desistere da ogni ulteriore impresa: al che, oltre alle suddette ragioni, veniva persuaso dal non avere, per quante indagini si fossero fatte, saputo nulla dell’avvicinamento di Cerreti e Pepoli con quei della Spezia. Fermo questo partito, i giovani di Sarzana nascosero le armi, e si dispersero!».

Dunque, stando all’Orsini, alle 2 del 2 settembre decise di ritirarsi e “desistere da ogni ulteriore impresa”. Si tenga ben presente questa frase, perché servirà a chiarire un punto importante della storia.

Orsini spiegava anche la ragione per la quale non aveva voluto affrontare i bersaglieri: «Io aborro da una guerra civile e fraterna e combatto solo gl’instrumenti della tirannide. Ora per quanto siasi esagerato o fanatico, non si potrà dire, che questa governasse allora o governi oggi il reame sardo».

«Que’ del Ducato – aggiunge Felice – rientrarono, e fu spedito un messo a Fontana, perché ordinasse senza più a’ suoi di tornare alle rispettive abitazioni».

I bersaglieri non passavano da quelle parti per caso. Essi erano lì perché gli insoliti movimenti notati fra Lerici, Spezia, Sarzana e Carrara, ma anche, prima, a Nizza, avevano indotto l’intendente di Spezia Deferrari a ordinare alle forze di polizia di intensificare il pattugliamento sui confini, di eseguire un’immediata sistematica verifica dell’immigrazione, e di accrescere la sorveglianza ai varchi di frontiera con gli altri Stati.

Il governo temeva che una sollevazione della Lunigiana potesse dilagare per tutta la penisola innescando la rivoluzione, e quel drappello di bersaglieri era comparso giusto in tempo per spegnere sul nascere il fuocherello acceso dall’Orsini. È da tenere altresì presente che forse in quei giorni a Spezia c’era ancora la famiglia reale in vacanza per cui la vigilanza era stata di sicuro rinforzata con il fermo di chiunque potesse causare qualsivoglia motivo di allarme.

È da presumere in aggiunta che la mobilitazione dei soldati piemontesi avesse fatto scattare analoghe misure da parte ducale, per cui lungo tutta la frontiera doveva esserci parecchia animazione.

Con questo clima surriscaldato, rimasti dunque soli, nel cuore della notte, all’Orsini e ai suoi quattro compagni non restò altro da fare che cercarsi un ricetto per fare calmare le acque e trovare poi asilo altrove, più lontano.

Rimandati dunque a casa quelle due dozzine di spauriti rivoluzionari e sentendo sul collo il fiato delle guardie che già stavano frugando dappertutto, prima che sorgesse l’alba del 2 settembre Orsini, Cesare Merighi, Ricci, Nisi e Torre Angeli avevano cercarono scampo nei boschi delle vicine colline.

«Il mattino seguente – scrisse il capo dei cospiratori – Fontana ci raggiunse; e Nisi e Torre Angeli ci lasciarono avviandosi con una guida alla volta di Torino. Rimasti in quattro, ci ricoverammo in una capanna, e ci mettemmo in comunicazione con que’ di Sarzana e della Spezia, onde trovar modo di noleggiare una barchetta, e costeggiando recarci a Genova ed a Nizza».

Rimasero lì, in attesa dei soccorsi, in quella capanna situata nei pressi della località Ghiaia di Falcinello, per un paio di giorni sapendo che tutt’attorno era in corso una battuta di caccia grossa.

Grande agitazione sulla frontiera

Ormai emerso il complotto, come rivela Alessandro Marra[7], il 2 settembre l’intendente generale Buffa aveva trasmesso alla polizia una direttiva riservata del ministero: si doveva procedere alla identificazione di tutti gli appartenenti alla banda. E per buona misura spediva a Spezia il Malfatano, al comando del capitano di vascello Provana, per un più efficace servizio di pattugliamento lungo il litorale. Ma non c’era stato bisogno dei solleciti di Buffa per dare la sveglia all’intendente di Spezia: l’indagine era già stata prontamente avviata e nella rete degli investigatori, poté riferire Deferrari al suo superiore, era finito anche un nome di primo piano nel mondo insurrezionalista italiano: quello di Pilade Bronzetti, un bersagliere mantovano considerato uomo di fiducia di Mazzini. In quei giorni pure lui, imboscato chissà dove, stava tramando a Spezia e in Lunigiana, magari all’insaputa dello stesso Orsini.

Inoltre fin dal mattino seguente la mancata invasione tutte le forze piemontesi disponibili in zona erano state spedite in Val di Magra per stanare i “terroristi”, paesi e campagne venivano passati al setaccio, poliziotti e carabinieri correvano di qua e di là come vespe infuriate mettendo in gabbia quanti fra gli emigrati in un modo o nell’altro potevano avere avuto a che fare con quella sciagurata avventura.

In quel mentre, oltre il confine, in terra estense, si schieravano quattrocento soldati mandati dal governo del Duca a pattugliare tutta la frontiera.

Un rapporto dei Reali carabinieri datato 12 settembre informava l’intendente generale che il 10 era arrivato a Fivizzano un battaglione di truppe di linea che subito era stato suddiviso in tre compagnie al comando di un maggiore. Una era rimasta a Fivizzano, un’altra era stata mandata a Fosdinovo e la terza aveva preso la strada per Aulla. Nella notte seguente, fra il 10 e l’11, a Carrara la polizia ducale aveva arrestato e immediatamente portato a Modena diciassette individui accusati di reati politici, e intanto sempre a Carrara si dava per imminente un’altra retata.

Al tempo stesso i dirigenti del movimento insurrezionalista alimentavano una sorta di strategia della tensione spargendo informazioni false al fine di disorientare la polizia e di distrarre quanti più elementi possibili dai rastrellamenti per dare modo ai compagni ancora liberi di mettersi in salvo.

All’intendente arrivò così notizia che una quindicina di armati avevano varcato il confine ed erano entrati in terra estense raggiungendo Fivizzano dove avevano sabotato il telegrafo e ucciso un uomo ritenuto un delatore.

Un’altra voce fece accorrere gendarmi e bersaglieri nella zona di Beverino dov’era stata segnalata la presenza di una formazione di oltre cento guerriglieri armati fino ai denti; e intanto che i soldati si precipitavano in Val di Vara, ecco un’ennesima notizia (falsa come le altre) di un raduno di duecento mazziniani anch’essi con fucili e pistole nelle campagne della Val di Magra.

Nel frattempo Orsini, Fontana, Merighi e Ricci avevano cercato di far perdere le loro tracce infilandosi nella boscaglia su un’altura poco distante, ma senza lasciare detto a nessuno dove andavano, lamentavano i quattro amici del Ceretti, e ciò costrinse il Comitato di Sarzana a sguinzagliare tutti i suoi uomini per avvertire l’Orsini del pericolo che lo sovrastava. Soltanto verso sera arrivò un contadino con un biglietto di Ricci per Francesco Purro: «Siamo ai monti; vieni a noi in compagnia del latore del presente, oppure mandaci Leopoldo; sorvegliate i movimenti della polizia e riferiteci quanto succede».

Purro si dispose allora a partire quando «sopraggiunse proveniente da Carrara, stanco ed affamato, Ferdinando Fontana, sfuggito in modo quasi prodigioso alla polizia estense; e lagnandosi amaramente della condotta stravagante e veramente inesplicabile tenuta dall’Orsini – raccontano Zannoni e C. – chiese di essere condotto dove questi si trovava».

È da capire l’umore del Fontana. Nel suo messaggio l’Orsini non poteva certo essersi dilungato nello spiegare i motivi per i quali aveva interrotto l’azione, e quindi un po’ tutti erano all’oscuro della situazione reale. E mentre Fontana mangiava qualcosa, Purro buttò giù alcune righe per informare il romagnolo che la polizia sapeva ch’egli era nelle vicinanze e che conosceva lo scopo della sua presenza in Val di Magra. «La polizia fingendo di ricercare granaglie derubate va rovistando tutte le case dell’agro sarzanese per iscoprire voi e i vostri compagni. È necessario che vi allontaniate se non volete cadere nelle mani della forza»; e gli diceva di aspettarlo, se voleva, per essere condotto in un luogo ben nascosto, non noto alla polizia, di là dal Magra.

«L’Orsini – rivela il solito documento dei quattro – trovavasi a pochi minuti di distanza da Sarzana e quindi gli era facile far conoscere le sue determinazioni a chi desiderava salvarlo a qualunque costo. Egli pernottò sul monte dell’Armi, e verso l’alba discese dal versante nord e sostò in una capanna in vicinanza del torrente Cimola. Quivi incontrato un contadino a lui sconosciuto, lo spedì per viveri a Sarzana. Ma questi invece corse subito ad avvisare la polizia la quale dopo appena un’ora arrestò l’Orsini, il Ricci, il Fontana e un altro signore di cui non si rammenta il nome. Così terminò quel tentativo di insurrezione».

«Le intenzioni di un tentativo – raccontò poi l’Orsini – furono subito pubblicamente palesi a Sarzana, alla Spezia, e nel Ducato. Da ciò rigori: tutti i gendarmi, i doganieri, e guardie rurali in movimento. Non paghe di questo le autorità sarde diedero voce che alcuni malfattori e ladri battevano i campi e i monti. Le menzogne delle autorità della Spezia e di Sarzana non ebbero ritegno: ci fu dato il nome di stupratori, ladri e assassini; i contadini facevano a gara ad arrestare, e le donne a fuggire e a correre a fare la spia. Infamie inaudite”.

Orsini e i suoi tre compari caddero alla fine nelle mani dei soldati. Poco dopo il mezzogiorno del 4 settembre gli piombarono addosso sette gendarmi con i fucili spianati i quali, urlando “Chi bugia l’è mort” (Chi si muove è morto, in dialetto piemontese), li catturarono sequestrando per di più un fascio di compromettenti documenti e lettere di Mazzini e di Kossuth che l’imprudente Orsini aveva conservato e lì per lì disperatamente cercato di nascondere fra delle stuoie della baracca.

«Incatenati, venimmo tradotti nella fortezza e posti insieme: alla notte tutti separati. Chiamato dinanzi al commissario politico Cecchi, che mi trattò inurbanamente, agli interrogatori risposi così: che sino da che m’ebbi il conoscimento, aveva cospirato contro gli austriaci, che tenevano schiava la mia patria; che fino a che avessi avuto una goccia di sangue nelle mie vene avrei fatto altrettanto».

Tre giorni dopo i “settari” furono condotti a Genova per essere interrogati prima da Prasca e poi dallo stesso intendente generale. Orsini aveva potuto fare il viaggio, che era durato due giorni, su una carrozza noleggiata a sue spese, come a suo carico era stata la diaria delle guardie che lo avevano avuto in custodia, mentre gli altri tre, Merighi, Fontana e Ricci, che non avevano un soldo in tasca, erano stati costretti a farsi tutta la strada su un carretto, incatenati e lasciati quasi senza cibo per dieci giorni.

Non molto teneri nei confronti dell’Orsini si rivelarono in seguito i suoi collaboratori più stretti, Fontana compreso. Alcuni gli dettero dell’imbecille per non essersi disfatto delle carte fornitegli da Mazzini e da Kossuth e finite nelle mani degli inquirenti; altri lo accusarono di imprudenza, di cieca arroganza e di scarsa preparazione; e altri ancora di codardia per non avere tentato il tutto per tutto.

Come vediamo le accuse mosse dai compagni al meldolese riguardavano fatti specifici, non di avere preso decisioni inspiegabili, causa unica – sostennero più tardi gli amici del Ceretti – del fallimento dell’operazione.

Per parte sua, Orsini si difendeva attaccando con toni aspri.

In una lettera all’amico C.L. datata Vienna primo dicembre 1854, sottintendendo che si riferiva all’affare di Sarzana scriveva: «Se io abbia anche in quei luoghi fatto il mio dovere, non sta a me il dirlo: eranvi testimonii che hanno verificato colla mano i rapporti che giornalmente faceva pervenire, e tali testimonii non erano già della foggia di que’ mascalzoni adotti dal Ricci alla Spezia, gente vigliacca, a cui sta bene quanto a loro è toccato. Su tutti i fatti che ho operati a pro del mio paese, non ho da lamentarmi di me stesso che per quello di Sarzana; peccai di leggerezza nel confidarmi e nel non abbruciare, svanito tutto, le carte. Ad onta di quello, però, sarebbe riuscito tutto se tutti avessero fatto il loro dovere. Ma lasciamo queste discussioni che rattristano e ne rammentano il disaccordo, le grandi promesse date e poi mancate, la leggerezza ed il poco valore dei così detti liberali italiani»[8].

orsini patibolo

Orsini sul patibolo di Parigi

E in un’altra missiva, accennando a un’impresa memorabile che voleva compiere (già progettava l’attentato a Napoleone III), scriveva: «Ne debbo uscire trionfante, o ucciso; non ci vogliono per conseguente gli elementi del fatto della Spezia, o quelli del cantone Grigioni. Non voglio diventare ridicolo»[9].

Parole amare che non lasciano dubbi: qualcuno “non fece il suo dovere”, e ciò fu causa del fallimento.

Si consideri che quella era una lettera privata, non uno scritto da rendere pubblico. Che motivo avrebbe avuto allora l’Orsini di raccontare simili cose, se non s’erano davvero svolte in tal modo? Che ragione aveva di mentire a un amico? Avrebbe potuto sorvolare sull’argomento, e invece cedeva evidentemente all’impulso di sfogarsi.

E quanto all’aspetto militare dell’azione nelle Memorie ebbe a dire: «Le risoluzioni prese al mancarmi il contingente della Spezia, e all’approssimarsi della compagnia de’ bersaglieri, spettano a me, e ne assumo francamente ogni responsabilità. Mi condussi io male? tale giudizio spetta all’imparziale militare, e non mai a chi è mosso da spirito di parte o da bassi pensamenti».

Arriva Nino Bixio, polizia nel panico

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Nino Bixio

Il nervosismo degli inquirenti salì alle stelle allorché l’8 settembre – Orsini era già in galera a Genova – con la diligenza delle 6 giunse a Spezia Nino Bixio accompagnato dal nipote Adolfo Parodi e da un amico, tale De Marchi. Lo comunicò Deferrari a Buffa, spiegando che a Spezia viveva con la moglie uno dei sette fratelli di Nino. L’intendente generale rispose al suo sottoposto che sussistevano gli estremi per potere procedere al suo arresto poiché fra le carte sequestrate a Orsini era stata rinvenuta una lettera nella quale Mazzini affermava che Bixio era il suo uomo a Genova. Poi però prevalse la cautela perché, come faceva notare Deferrari a Buffa, “il fratello è molto amico di Cavour”, meglio andarci piano quando ci sono di mezzo amicizie altolocate e la politica. Tanto più che l’ingombrante ospite non dava alcun motivo di allarme.

«Prese alloggio all’Hotel Universo di proprietà del quarantenne Luigi Schiffini – rivela Riccardo Bonvicini – la cui moglie era lontana parente di Mazzini. L’albergatore, secondo le forze dell’ordine, non manifestava idee politiche, ma era in contatto con Cerretti e forse con immigrati esaltati»[10].

Pedinato dai poliziotti che non lo perdevano mai d’occhio, Bixio fece alcune gite in barca nel golfo, non mancò di recarsi più volte a Lerici e a San Terenzo, ma non ebbe atteggiamenti sospetti né fu visto avvicinare qualcuno dei soliti giovinastri dal passato burrascoso, e il 14 settembre prese la corriera e se ne tornò a Genova.

Per parte sua, dopo essere rimasto rinchiuso per due mesi in una segreta, Orsini fu finalmente liberato, messo sul piroscafo Maria Antonietta diretto a Marsiglia ed espulso dal Paese. Ma al momento dell’imbarco si imbatté nel Ceretti. Questi, racconta l’Orsini, «recossi pallido a bordo del vapore e fece mostra di darmi dei fogli scritti a sua giustificazione. Al che, trattandolo freddamente, risposi: non ne aver d’uopo. Del rimanente non diedi mai fede alle stolte accuse di spia, di traditore, ecc. che gli si apponevano; le quali sogliono sempre insorgere quando un fatto riesce male e sono proprie dei settari e delle fazioni. Ceretti mancò per incapacità, per non aver bene calcolato il tempo e forse ancor per timor panico. Ei fu nulladimeno la precipua cagione del rovescio. Se poi fosse venuto, la nostra condizione, a parlar vero, non cambiava di molto».

Le indagini sul mancato moto avevano acceso i riflettori su Sarzana e su Lerici dove secondo la polizia i mazziniani si trovavano come i sorci nel formaggio. Gli investigatori erano al corrente dell’esistenza di diverse società segrete che operavano un po’ in tutta la Valle del Magra – soprattutto a Sarzana – e in buona parte del golfo; sette affiliate alla massoneria che avevano dimestichezza con le armi e con i trafficanti clandestini di armi e i cui adepti dovevano giurare, per potere essere ammessi, “di essere veri repubblicani e di far guerra ai troni e ai sovrani”.

rivoluzionario torturato

Patriota torturato dai gendarmi

Dai e dai finirono per venire fuori anche i nomi dei probabili capi della congiura; nomi peraltro già noti. Don Francesco Chiodo, un sacerdote di 39 anni, era uno di questi. Descritto nei rapporti della polizia come una persona “dalla condotta immorale, intrigante, di opinioni repubblicane, dedito alle mene politiche”, era in costante contatto con gli immigrati più esaltati e pericolosi. Un altro era don Carlo Chiocca, 35 anni, canonico della cattedrale di Sarzana, sospeso a divinis proprio per il suo esasperato attivismo estraneo ai dettami religiosi, visto come il fumo negli occhi dalle stesse gerarchie curiali. Dagli inquirenti era considerato “peggiore del Chiodo per condotta morale e politica”, un tipo “ardito, dotato di non comune ingegno”, il che lo rendeva “più influente e temibile del Chiodo, e più di lui risultò sempre caldo mazziniano, implicato in intrighi politici e sospetto di tener mano a depositi di armi e munizioni”.

Ma grazie soprattutto alle delazioni e ai rapporti degli agenti infiltrati, molti altri nomi di partigiani finirono sul tavolo dell’intendente: quelli di Alessandro Valenti, 23 anni, del libraio Pietro Franciosi, 23 anni, e del taverniere Leopoldo Zani, 22 anni, tutti sarzanesi; di Francesco Purro, un avvocato vezzanese di 28 anni; dei lericini Giuseppe Petriccioli, Giovanni Del Giudice e Paolo Doberti; dei santerenzini Giuseppe e Paolo Ratti e Orlando Faccini; del parroco di Montemarcello Callisto De Marchi, santerenzino egli pure; e del parroco di Lerici don Girolamo Carpanini. E quali sospetti favoreggiatori furono indicati fra gli altri i marchesi Remedi, il sindaco di Sarzana avvocato Pietro Ruschi, e la vedova del marchese Da Passano.

Ceretti: “Le cose andarono così”

E qui torniamo alla domanda cruciale: perché Orsini accusava il Ceretti di avere mancato l’appuntamento contribuendo così a fare abortire l’operazione?

È il caso a questo punto di dare la parola ai difensori dello spezzino i quali, come vedremo, ribalteranno sull’Orsini la responsabilità del fallimento.

Dicevamo qualche pagina fa che a ventisette anni di distanza da quei fatti Zanini, Purro, Chiodo e Zannoni fecero autenticare dal sindaco di Sarzana un documento con una ricostruzione della storia per ristabilire, dicevano, la verità; verità che a loro dire era stata distorta dalle Memorie di Orsini. Ma perché aspettare tanto tempo prima di uscire allo scoperto? Lo spiega il faentino Zannoni, emigrato nel ’49 a Spezia: perché la prima edizione italiana delle Memorie era stata pubblicata a Torino nell’ottobre del ’57, e il 13 marzo del ’58 la vita dell’Orsini era stata spenta dalla lama di Piazza della Roquette di Parigi, dopo l’attentato contro Napoleone III, e a quel punto non sarebbe stato rispettoso contraddire quanto da lui lasciato scritto. Ma a tanti anni di distanza «il tacere più oltre su ciò sarebbe mancare a un dovere, sarebbe tradire la verità».

E allora andiamo a scoprirla questa verità.

Rievocato lo sfortunato epilogo della spedizione di Saffi, Pigozzi e Franceschi del febbraio 1853 a Bologna, i quattro confermavano che, riuniti il 31 agosto a Villa Valenti i capi designati per il programmato movimento, Orsini stabilì «che alle 2 antim. del 2 settembre sarebbesi varcata la frontiera estense. Suo intendimento era quello di giungere prima dello spuntar del giorno a Carrara e Massa, e sorprendere la truppa che vi si trovava di guarnigione».

A quel punto ci fu una prima defezione. L’ex maggiore conte Ugo Pepoli, che fino ad allora aveva seguito l’Orsini sin dalla sua missione di reclutamento a Nizza, disse che sarebbe stato della partita solo se gli assicuravano la presenza di almeno mille uomini in armi; e dal momento che questa assicurazione nessuno era in grado di dargliela, salutò la compagnia e se ne tornò a Genova.

La cosa non turbò più di tanto Orsini «il quale dette immediatamente ai capi del movimento quegli ordini che maggiormente credette opportuni. Prescrisse a Giuseppe Ceretti fu Giuseppe da Spezia che le munizioni confezionate nelle vicinanze della Spezia sotto la di lui direzione e responsabilità, dovessero trovarsi verso le ore 11 pom. del 1° settembre alle falde del colle su cui sorge la rocca di Sarzanello, ordinò al Comitato Mazziniano di Sarzana di tenere pronti per la stessa ora trenta uomini armati, che avrebbero dovuto rinforzare la scorta delle munizioni; e lasciò allo stesso Comitato il destinare i luoghi di concentramento della forza di cui esso poteva disporre. Il Comitato di Sarzana ordinò allora ai capisquadra di Lerici e San Terenzio d’imbarcare le loro squadre sovra piccoli legni da pesca, dirigerli al Capo Corvo e, girato questo, salire la corrente del fiume Magra per isbarcare quindi ad un chilometro circa dalla foce; ma facendo però in maniera di trovarsi alle 11 pom. nella località denominata Mano di Ferro, dove parimente dovevano convenire le squadre di Vezzano, Arcola, Trebbiano, Ameglia, Montemarcello, Fosdinovo, Castelnuovo Magra e Nicola. Questa località stabilita come punto di concentramento delle squadre, trovandosi sulla strada Nazionale che da Sarzana conduce ad Avenza, Carrara e Massa, doveva necessariamente essere toccata dagli uomini che scortavano le munizioni e dall’Orsini, che a quelli doveva unirsi e quindi procedere insieme».

Come si può notare, fin qui le due versioni collimano alla perfezione. È all’ora delle verità che gli orologi dei vari attori del dramma cominciano ad andare per conto loro.

Riferendosi al Ceretti, Orsini sostiene che «sino dalle otto antimeridiane del primo settembre eragli stato spedito l’ordine» di partire per farsi trovare alle 23 a Sarzanello, e la cosa è plausibile, tenuto conto del tempo che occorreva per andare dal Felettino a Sarzana. Del resto Ceretti sapeva fin dal giorno prima qual era il suo compito, e quindi poteva con tutto comodo organizzarsi e compiere la missione affidatagli.

Al frantoio di Ceretti, sotto la direzione dello Zannoni erano stati preparati ventidue barili di vino truccati con dei doppifondi nei quali erano state stipate le cartucce. Il tutto era stato caricato su due birocci presi a nolo «fingendo di dovere eseguire un trasporto di vino, da certa Maddalena Cenderelle soprannominata La Rizza di Sarzana, venditrice di ortaglie, la quale sebbene servisse da tempo per trasportare gli emigrati politici, volle, per sua garanzia, che i birocci venissero guidati da un suo garzone certo Domenico Frandi detto il Gobbo».

Attorno «alle 8 pom.», informano i quattro, finalmente «si partì, e dopo immensi disagi si giunse, traversando diversi torrenti, sulla via postale, proseguendo poscia per la volta di Sarzana colla scorta armata guidata dal Ceretti». La via postale era l’odierna Via Lunigiana-Via Sarzana, al Marcantone.

E qui si innesta un vero giallo dal momento che, stando a come la raccontarono gli stessi amici e difensori del Ceretti, mentre lui e gli altri congiurati con “i due birocci sovraccarichi” marciavano verso la Val di Magra, giunti al torrente Dorgia furono fermati da «uno dei giovani dipendenti del Ceretti, certo Giuseppe Zoppa da Spezia, che portava al Ceretti una lettera di Orsini contenente l’ordine di sospendere l’operazione imperocché erasi deciso di rimandarla al 3 settembre».

 Piuttosto perplesso e contrariato Ceretti aveva allora impartito le disposizioni del caso, e mentre i diciotto uomini armati che lo scortavano si disperdevano in un campo di granturco in località “le due case al mare” per trascorrervi la notte fuori dalla vista di eventuali squadre di guardie o di bersaglieri, fece nascondere il pericoloso carico in una capanna del marchese Filippo Oldoini non essendo possibile tornare al punto di partenza a causa dei carri che erano talmente gravati dal carico da «non potersi a piacimento manovrare».

Ceretti era preoccupato perché già quella notte stessa avrebbe potuto inciampare in qualche drappello di soldati, ma soprattutto perché c’era il forte rischio che le voci di un moto imminente fossero in quelle stesse ore giunte alle orecchie delle autorità le quali avrebbero senz’altro rafforzato la sorveglianza su tutte le strade della valle del Magra, e che forse mentre loro erano lì già si stavano compiendo retate negli ambienti dei patrioti repubblicani. E lui l’indomani avrebbe dovuto raggiungere Sarzana muovendosi allo scoperto, e per di più del tutto all’oscuro di quello che stava accadendo. Per quanto ne sapeva, i suoi amici potevano essere tutti finiti al buio, e magari qualcuno torchiato dagli sbirri stava già cantando facendo nomi e cognomi dei complici. Non era una bella situazione, la sua.

«Quali ragioni indussero l’Orsini a rinviare di un giorno il movimento già con tanto stento e pericolo cominciato – scrivevano Zanini, Purro, Chiodo e Zannoni – nessuno riuscì mai a comprendere: tutti si comprese che questa tarda e misteriosa determinazione dell’Orsini doveva riuscire fatale. Infatti se il Comitato di Sarzana riuscì di far pervenire in tempo il contr’ordine del movimento, tanto alle squadre dei summenzionati paesi quanto al Fontana di Massa, non gli fu però impossibile impedire che la polizia del Governo Piemontese venisse a subodorare le intenzioni dei Mazziniani. La qual cosa venne tosto resa evidente nel seguente giorno dalle precauzioni straordinarie adottate da quel governo. E invero tutto il tratto di strada che dalla Spezia conduce alla Parmignola (stazione di confine fra il Piemonte e i domini estensi) nonché tutti i dintorni, erano continuamente perlustrati da pattuglie di cavalleria, bersaglieri, carabinieri, guardie doganali e di P.S.».

Visto il contesto era a quel punto palese come non fosse più possibile il trasporto delle munizioni con dei carri per cui dopo la notte trascorsa nel campo di granturco, la mattina seguente, dunque il 2 settembre, Ceretti – racconta sempre la “difesa” – si recò a Sarzana e prese contatto con il Comitato spiegando i suoi problemi. Si decise allora di ricorrere a dei contrabbandieri, gente che conosceva a menadito tutti i sentieri meno praticabili, e per questo non sorvegliati.

Tornato a Spezia con gli spalloni e affidate a loro le munizioni, Ceretti poté giungere «verso la mezzanotte del giorno 3 alle falde del colle su cui si erge la Rocca di Sarzanello». In questa frase c’è un evidente deficit di memoria collettiva dei quattro, perché dire “mezzanotte del giorno 3”, equivale a dire che il moto doveva iniziare alle 2 del 4, per cui il preteso rinvio sarebbe stato di due giorni, e non di uno, cosa che nessuno ha mai sostenuto.

Tornando al Ceretti, pareva fatta, e invece – affermano i quattro – lo aspettava un’altra delusione. «Orsini che doveva appunto trovarsi in quel luogo insieme ad una cinquantina di armati i quali avrebbero dovuto rinforzare la scorta delle munizioni giusta gli accordi precedentemente stabiliti, aveva coi suoi uomini abbandonato il posto senza lasciare ordini di sorta, mezz’ora prima dell’arrivo del Ceretti, il quale dovette subito far trasportare le munizioni verso la frontiera estense, in prossimità di Caniparola».

Dal canto suo «Ferdinando Fontana – aggiungevano Zannoni, Zanini, Chiodo e Purro confermando quanto detto da Orsini – il quale trovavasi appostato tra Carrara e Avenza con oltre cinquecento uomini la maggior parte cavatori di marmi, riuscì, dietro avviso fattogli pervenire dal Comitato di Sarzana, di fare ritornare tutti i suoi uomini alle loro case senza che la polizia estense ne avesse alcun sentore».

Operazione annullata, non rinviata

Ecco, ora conosciamo le due versioni; versioni che divergono di parecchio e che orbitano attorno alla ragione del fallimento: l’alt all’impresa deciso dall’Orsini.

È difficile capire la ragione per la quale a distanza di vent’anni Zannoni, Zanini, Chiodo e Purro potessero essersi presi la briga di affermare che nessuno riuscì mai a comprendere le ragioni che indussero Orsini “a rinviare di un giorno il movimento”; così come è singolare che le stesse perplessità le abbiano manifestate molti studiosi (per esempio Terenzio Del Chicca) che si sono occupati nel tempo di questa vicenda.

È strano perché la motivazione dello stop è stata sempre lì, sotto gli occhi di tutti, spiegata chiaramente dall’Orsini medesimo nelle Memorie, Memorie che essi avevano letto, tanto è vero che proprio a quel che lì c’era scritto intendevano replicare.

Come stabilito, Orsini – afferma lui – si era presentato puntuale alle 23 del primo settembre nel luogo convenuto dove aveva trovato quei pochi giovani male armati. Rimase sul posto sperando di essere raggiunto dai rinforzi, a cominciare dal Ceretti e “da que’ della Spezia” ma… «erano già le due dopo mezzanotte quando dai posti avanzati ebbi avviso, che si avvicinava una compagnia di bersaglieri piemontesi».

E non volendo scontrarsi con i fanti piumati decise di sciogliere la sparuta (e spaurita) compagnia e di abbandonare il campo.

Ecco, è questo l’attimo fuggente che causò poi tanto trambusto. Questo è il punto, il famoso “rinvio”.

copertinaOrsini aveva deciso di annullare la spedizione, non di rimandarla alla notte seguente, come avevano capito bene tutti tranne Ceretti e i suoi amici. Costoro raccontano che quando alla mezzanotte del 2 arrivarono a Sarzanello non trovarono nessuno. Però non solo non vi trovarono l’Orsini, ma nemmeno vi trovarono quelli di Sarzana, di Fosdinovo, di Ameglia, ecc.. Non c’era nessuno, perché nessuno doveva essere lì. L’operazione era stata cancellata.

D’altronde, che non avesse avuto intenzione di semplicemente procrastinare l’invasione alla notte successiva Orsini lo scrisse a chiare lettere nelle Memorie. Quando seppe dell’approssimarsi dei bersaglieri, vagliando rapidamente le opzioni che gli si prospettavano considerò anche quella del rinvio, ma la scartò subito: «3° Ritirarmi, e tentare il moto nel giorno o nella notte prossima, ciò non era effettuabile; al mattino la cosa sarebbe stata pubblica, e dovunque avremmo trovati soldati sardi e modenesi; la sorpresa non avrebbe avuto più luogo; 4° Ritirarmi, e desistere da ogni ulteriore impresa: al che, oltre alle suddette ragioni, veniva persuaso dal non avere, per quante indagini si fossero fatte, saputo nulla dell’avvicinamento di Cerreti e Pepoli con quei della Spezia. Fermo questo partito, i giovani di Sarzana nascosero le armi, e si dispersero!».

“Desistere da ogni ulteriore impresa”, più chiaro di così.

E il ragionamento non fa una grinza, tant’è vero che in tal maniera l’avevano vista anche gli stessi quattro difensori del Ceretti («Tutti si comprese che questa tarda e misteriosa determinazione dell’Orsini doveva riuscire fatale»).

Quindi, niente rinvio, bensì un definitivo “Sciogliete le righe”.

Che rinvio non ci fu ce ne danno conto almeno tre opere. Una del patriota valtellinese Felice Venosta: «Attese Orsini lunga pezza; ma invano, ché niun altro comparve. Scoccavano le due dopo mezzanotte, quando dai posti avanzati ebbe avviso che si avvicinava una mano di bersaglieri piemontesi. Dopo alcuni momenti di riflessione, risolse di desistere da ogni ulteriore impresa»[11]. Un’altra del conte Ernesto Ravitti: «… messo in scena dall’Orsini, venuto perciò espressamente da Londra, ebbe luogo nella notte del giorno due del settembre di quello stesso anno 1853 presso a Sarzana, lungo i confini modenesi»[12]. La terza di Franco Mistrali: “Il 2 settembre passò le frontiere, ma essendogli mancati la maggior parte degli uomini, delle armi e delle munizioni promesse, ed avendo avuto avviso dell’avvicinarsi di una compagnia di bersaglieri, il colpo fallì”[13].

Si dirà: sono parole riprese dall’Orsini; gli altri come s’è visto, sostengono il contrario.

Con ciò, a fronte di questo accavallarsi di affermazioni e di contraddizioni, vale la pena di vagliare più attentamente gli asseriti spostamenti di Ceretti.

Rivoluzionari sì, ma senza fretta

Orsini dice – e nessuno dei suoi contestatori lo smentisce – che alle 8 del mattino del primo settembre spedì a Ceretti l’ordine di muoversi, stante quanto concordato la sera prima a Villa Valenti. Al Felettino doveva pertanto essere tutto pronto, Zannoni doveva avere da tempo realizzato i doppifondi dei barili stipandoci dentro le munizioni, e i barili dovevano essere già sui birocci pronti a partire, dal momento che dovevano essere a Sarzanello alle 23. Tuttavia alle 20 erano ancora tutti al Felettino (“Caricati i 22 barili verso le 8 pom. si partì”). Come mai?

Zanini, Purro, Chiodo e Zannoni raccontano che partiti “verso le 8 pom.” dal frantoio, “dopo immensi disagi”, “traversando diversi torrenti”, giunsero sulla “via postale”. Noi sappiamo che la stradicciola (oggi statale del Buonviaggio) che dalla “via postale”, oggi Via Lunigiana, conduceva al Felettino partiva dalla località Marcantone, ed è perciò in quel punto che il gruppo arrivò. Probabilmente, dovendo tenersi fuori vista, per arrivare fin lì dal luogo ove oggi c’è l’ospedale non avevano seguito per intero la “stradicciola” bensì percorso dei sentieri di campagna sul colle di Monte Pertego, come fa capire l’accenno ai diversi torrenti attraversati. E in effetti chi conosce la zona sa che lì ci sono numerosi canaletti, che magari possono essere superati con un balzo, ma che diventano un serio ostacolo per le ruote di un carro. Del resto quella “stradicciola”, lungo la quale dovevano esserci dei ponticelli, non dei guadi, doveva essere ben poca cosa, poco più di una pista, se addirittura non era nemmeno segnata nella famosa carta Progetto di prosciugamento delle Paludi d’Arcola. Piano generale del bacino degli Stagnoni realizzata da Amedeo Peyron nel 1846.

Considerati gli “immensi disagi” incontrati nella marcia da essi stessi descritti, e il fatto che i due birocci erano così carichi “da non potersi a piacimento manovrare”, quanto potevano averci messo a raggiungere il Marcantone? Un’ora? Due?

In realtà, però, il loro viaggio doveva ancora iniziare, perché da dov’erano, mentre già calava l’oscurità, dovevano avviarsi su per una strada sterrata e per un buon tratto iniziale in salita, passare via via per Migliarina, i due torrenti Dorgia, la Pianta, la Pieve, i Boschetti, Limone, Melara, Termo (con la sua lunga erta), Prati di Vezzano (per un carro trainato da cavalli una discesa non è meno impegnativa di una salita), Piano di Arcola, Ressora, San Genesio, varcare il Magra con la scafa, o a guado, aggirare Sarzana e raggiungere infine Sarzanello. Vale a questo punto la pena di riferire che una gentile viaggiatrice inglese, miss Isabel Arundell, passata da qui nel 1858, scrisse che di giorno per andare da Spezia al Magra ci volevano due ore di carrozza.

Ebbene, essendo partiti alle 20 dal Felettino con due birocci stracarichi ed essendo finalmente arrivati “dopo immensi disagi” al Marcantone alle 21 o alle 22, potevano realisticamente pensare di essere a Sarzanello alle 23?

Difficile immaginarlo. Stando così le cose è certo che ai rivoltosi sarebbero in ogni caso venute a mancare le munizioni, per cui l’attacco al Ducato era da considerarsi fallito prima ancora di cominciare.

Su come siano andate le cose in quella notte tanto tormentata è impossibile dire. Ci è consentito solo di avanzare delle ipotesi.

La prima che viene in mente è che Ceretti e i suoi amici abbiano interpretato male il messaggio dell’Orsini, ricevuto quand’erano comunque ancora molto lontani dalla meta, giudicandolo non uno stop definitivo bensì un rinvio alla notte seguente, e dando quindi seguito a tutta la complicata vicenda del ritiro nel campo di granturco, della ripartenza del giorno dopo, dei contrabbandieri, ecc..

L’altra è che resisi conto di essersi mossi troppo tardi dal Felettino e quindi non più in grado di giungere all’ora fissata a Sarzanello, ricevuto l’ordine di fermarsi abbiano colto al volo l’occasione per cambiare le carte in tavola e rovesciare la responsabilità del fallimento sul romagnolo. Resterebbe pur sempre da capire come mai il gruppo lasciò il Felettino solo “verso le 8 pom.”, fuori tempo massimo, poco ma sicuro, per arrivare alle 23 a Sarzanello. Partire a quell’ora significava affrontare un lungo viaggio al buio pesto, perché erano notti di luna nuova, e per di più su una strada impervia. Accendere le lanterne, con la certezza di essere subito avvistati da qualche pattuglia, o tenerle spente, dimostrando di avere qualcosa da nascondere? E come spiegare, ove fossero stati fermati dai gendarmi, quel trasporto di vino in piena notte? Più sospetti di così non avrebbero potuto esserlo.

E allora non resta che pensare che i guerriglieri non fossero poi così tanto convinti di quella spedizione, e che magari durante la giornata del primo settembre, ricevuto dall’Orsini l’ordine di muoversi, si fossero divisi in due partiti, quello temerario che voleva andare, e quello pavido che preferiva restare.

Perché anche la storia dei contrabbandieri cui avrebbe fatto ricorso il Ceretti per portare le munizioni dal Dorgia a Sarzanello non sembra così granitica come potrebbe apparire a una prima frettolosa lettura. Al frantoio di Ceré furono raccolti quarantamila cappellotti e confezionate ventimila cartucce da fucile (Venosta parla addirittura di centomila), il tutto poi sistemato nel doppiofondo di ventidue barili.

Considerato che una pallottola da fucile dei bersaglieri del tempo pesava 50 grammi, e che quindi c’erano da trasportare una tonnellata di cartucce e quarantamila cappellotti (metallici) con relativo fulminante, e tenuto conto del volume di tutta quella roba, quanti uomini robusti sarebbero occorsi per portare a spalla il pericoloso carico, e senza farsi notare, percorrendo per di più, spiegano Zannoni e compagni, «sentieri disastrosi, quasi impraticabili»? Come minimo ventidue persone, tante quanto i barili: con poliziotti, carabinieri, bersaglieri e doganieri scatenati, quante possibilità avrebbero avuto di farla franca?

Né appare molto comprensibile l’accusa mossa dai quattro a Orsini «di avere abbandonato il posto senza lasciare ordini di sorta». A parte il fatto che Fontana e il Comitato sarzanese furono avvertiti, tant’è vero che il primo poté rispedire a casa i suoi uomini[14], e il secondo aveva avuto il tempo di mandare staffette per bloccare le squadre già dirette a Mano di Ferro, non ricevette forse il Ceretti medesimo l’ordine di fermarsi portato dallo Zoppa? E allora? Come si fa a sostenere che Orsini abbandonò il posto «senza lasciare ordini di sorta»?

Un’altra discrepanza fra il racconto dell’Orsini e quello degli amici del Ceretti la riscontriamo negli orari citati. Il romagnolo afferma che diede lo stop alle 2 del 2 settembre; gli altri sostengono che Ceretti ricevette il messaggio portato dallo Zoppa quand’erano al Dorgia, quindi, essendo partiti “verso le 8 pom.” dal Felettino e avendo affrontato nel percorso tutte le difficoltà di cui s’è detto, dovevano essere le 21, o magari anche le 22. Stando così le cose, come poteva Ceretti ricevere alle 21 o alle 22 un ordine che Orsini sostiene di avere dato cinque o sei ore dopo? A questo riguardo è da notare, a guisa di semplice arricchimento del materiale su cui ragionare, che Orsini possedeva un orologio: è citato nel verbale degli oggetti personali che gli furono sequestrati al momento dell’arresto[15]. E lui sostiene che Ceretti arrivò alle 3 di notte, sette ore dopo la partenza dal Felettino: i conti, così aggiustati, tornerebbero abbastanza.

Quanto a puntualità, i quattro “spezzini” si danno pure la zappa sui piedi allorché confessano di essere arrivati con l’aiuto dei famosi contrabbandieri nel luogo dell’appuntamento alla mezzanotte circa. In tal caso, infatti, pur avendo avuto davanti larga parte della giornata del 2 per compiere il tragitto, sarebbero stati comunque in ritardo di un’ora rispetto all’orario stabilito dall’Orsini (per la sera precedente, però), cioè le 23.

Insomma, le perplessità sulla versione di Purro, Zanini, Zannoni e Chiodo sembrano più che giustificate. Perplessità alimentate altresì dal comportamento del Fontana e di Giacomo Ricci, ovverosia di due dei tre patrioti arrestati accanto all’Orsini a Falcinello.

Il carrarese, che pure era a capo di centinaia di uomini, e che operava oltretutto in territorio estense, per cui esposto a gravissimi pericoli (rischiava la forca) avrebbe dovuto essere imbufalito con l’Orsini, se davvero lo aveva immotivatamente coinvolto in un simile azzardo, mentre dal canto suo il caprigliolese era sempre stato accanto al capo romagnolo, e quindi aveva potuto assistere di persona agli avvenimenti di quella infausta notte. Nondimeno l’anno seguente i due misero di nuovo le loro vite nelle mani dello stesso Orsini tornando a collaborare senza problemi con lui nell’organizzazione e nell’attuazione di un altro moto (esso pure andato a rotoli) nel Ducato. Anzi, sebbene per il fallito moto di Avenza fosse stato condannato a morte in contumacia da una commissione militare di Massa, fu proprio Ricci, scrivendo in alcune lettere di avere piena fiducia in lui, a convincere il meldolese ad accettare la proposta di Mazzini di mettersi alla testa della nuova impresa.

Come postilla c’è infine da aggiungere che ad accrescere il rammarico di tutti per la deludente conclusione dell’avventura, c’era il fatto che se fossero riusciti ad arrivare a Massa i rivoltosi avrebbero potuto con grande facilità mettere le mani su un tesoro di novecentomila svanziche custodito nella Cassa Governativa del Ducato, denaro preziosissimo per finanziare le attività del movimento.

Altre truppe ducali sul confine

A metà settembre del ’53 la burrasca scatenata da Orsini era già passata, però forti turbolenze permanevano ad agitare le acque sul confine fra il Piemonte e il Ducato.

Il 19 una compagnia di artiglieria e una di cacciatori e uno squadrone di cavalleria, 350 uomini in tutto, mandati da Pietrasanta e da Massa a rinforzare le guarnigioni di dragoni, si schierarono infatti lungo la frontiera. Il 24 venti dragoni furono dirottati a Fosdinovo, e dieci granatieri di linea vennero acquartierati ad Avenza, mentre a Sarzana il vice console di Toscana riferiva ai carabinieri che a Firenze il governo stava richiamando in servizio alcune classi della riserva. Nello stesso periodo si segnalava che il famigerato canonico Chiocca vagava infaticabile da alcuni giorni sui monti di Ameglia e Montemarcello dove nella serata del 18 aveva organizzato una riunione della società franco-massonica affiliando alcuni individui. Si ordinava allora al comandante della stazione dell’Arma di rafforzare la sorveglianza nella zona.

L’idea della tensione che regnava in tutta la valle del Magra è data da un fatterello che mise in agitazione carabinieri e polizia. Sul campanile della cattedrale di Sarzana era comparsa una bandiera azzurra al posto di quella nazionale. Lì per lì si pensò a un gesto politico, e subito scattarono le indagini, poi però si scoprì che ciò era avvenuto per la sbadataggine di un ragazzo che aveva semplicemente sbagliato vessillo. La cosa si risolse con una strigliata alle autorità locali da parte dell’intendente generale il quale ordinò di evitare in futuro un accesso indiscriminato al campanile.

I giorni passavano, e Felice Orsini, rinchiuso nel carcere genovese, amareggiato per il fallimento, e deluso dal comportamento di tanta gente che gli aveva promesso mare e monti salvo poi dileguarsi all’ora della verità, si sfogava intanto prendendosela con il governo sardo che aveva colto l’occasione del tentato moto per sbattere in galera una sessantina di fuorusciti rifugiati a Spezia e a Sarzana, gente per la verità poco raccomandabile, salvo una quindicina di loro, scelta “mirata” sia per far lievitare nell’opinione pubblica il convincimento che a fomentare i disordini fosse una massa di sbandati ai quali non si doveva concedere alcuna fiducia, sia per far credere all’Austria che i cittadini piemontesi in quello che era successo non c’entravano per niente e che era tutta farina del sacco degli stranieri, di balordi venuti da fuori.

Ma quanto a perfidia il ministro degli Affari Interni Gustavo Ponza di San Martino era andato oltre facendo spargere la voce che i cospiratori erano tutti pessimi soggetti, tutti dei malfattori. E li cacciò mandandoli parte in America, a Boston, e parte a Londra concedendogli una dote di soli trenta franchi a testa. E poiché nessuno avrebbe potuto vivere a Londra con quei pochi soldi in tasca, quando i giornali londinesi cominciarono a denunciare un forte aumento dei furti in città venne a tutti spontaneo pensare e dire pubblicamente «che gli autori di quei furti erano i soldati della spedizione di Sarzana, vale a dire, patrioti italiani», il che gettava discredito non solo su di loro, ma anche sull’intero loro Paese di provenienza, lamentava l’Orsini.

E intanto che il meldolese si macerava nella sua cella, in terra ducale a distanza di un mese dalla fallita impresa s’intensificavano l’azione repressiva e il consolidamento delle difese. Negli ultimi giorni di settembre le brigate di dragoni estensi di Albiano e Bettola che vigilavano sul confine furono rinforzate da due dragoni e da cinque granatieri arrivati da Massa «allo scopo di mantenere costantemente di giorno e di notte una attenta vigilanza onde sorvegliare tutti i paesi». Il 29 erano stati arrestati sei individui a Fosdinovo, due ad Avenza e tre a Carrara con l’accusa di avere fatto parte «della banda che cercò di prendere la armi contro il governo toscano», e con le medesime imputazioni il 30 a Fosdinovo finirono in manette altre tre persone.

“… e la guerra ha da essere domenica”

Erano trascorsi una trentina di giorni da quello sfortunato 2 settembre allorché fra Spezia e Sarzana la pressione tornò d’improvviso a salire per il rincorrersi di voci su un nuovo moto imminente. Il 6 ottobre l’Ufficio di sicurezza pubblica comunicava infatti all’intendente una confidenza ricevuta da “persona rispettata”: nella piana di Ponzano si erano rifugiati non pochi individui interessati a preparare un secondo tentativo insurrezionale. Furono subito ordinate delle perlustrazioni e perquisizioni senza però riuscire a trovare nulla.

Pochi giorni dopo (14 ottobre) ecco un’informativa con la quale la polizia di Sarzana riferiva all’intendente che dal convento era pervenuto un bigliettino di «una persona affezionata ai Padri Cappuccini». Avvertiva che «in questa seguente notte, oppure nella seguente, dovrà succedere qualche rivoluzione nel paese».

Soffiate su possibili nuovi colpi di mano erano circolate anche dall’altra parte del confine perché dalla terra estense cominciarono a filtrare notizie su altri arresti e rinforzi delle guarnigioni. I carabinieri di Sarzana registrarono l’arrivo a Fivizzano di un ulteriore forte contingente di truppa di linea, e subito dopo trenta soldati e diciannove artiglieri furono disseminati lungo la frontiera nei pressi di Avenza e sulla spiaggia «per impedire il moto insurrezionale che dicesi avrà luogo il 19». Oltre ciò, una trentina di persone erano state arrestate per motivi politici a Carrara, Massa e Fosdinovo.

Insomma, tirava una brutta aria, per cui il livello di vigilanza fu portato al massimo. Ma niente di particolare accadde. Nondimeno, le rivelazioni su possibili tentativi eversivi continuarono a circolare, al punto che il 19 la Regia Intendenza di Levante della Spezia inviava un rapporto all’Ufficio di sicurezza pubblica dell’intendenza generale di Genova riferendo che anche al delegato di Sarzana era pervenuta la notizia «che nel giorno d’oggi potessero avere luogo tentativi d’insurrezione sui confini ducali». L’indiscrezione era avvalorata dal fatto che proprio in quelle ore le forze dell’ordine estensi stavano procedendo a nuove raffiche di arresti un po’ in tutta la Lunigiana. «A Fivizzano fu spedito un battaglione di truppa, poi spostato parte a Fosdinovo e parte lungo la frontiera con il nostro Stato. Queste misure si attribuiscono al timore che si avrebbe che debba scoppiare il giorno 19 corrente un moto insurrezionale in diversi Stati d’Italia».

Altri rapporti riferivano la spiata di un informatore il quale bighellonando nella piazza di Sarzana aveva udito due sconosciuti dire che “la guerra ha da essere domenica” (23 ottobre). La stessa frase era stata poi sentita ripetere da diversi sarzanesi. La cosa preoccupava molto i capi delle forze dell’ordine dell’Intendenza perché alcuni confidenti parlavano di un migliaio di affiliati della società franco-massonica-mazziniana pronti ad insorgere nella Valle del Magra, e ciò, se fosse accaduto, avrebbe messo a repentaglio la sicurezza delle autorità locali, dal momento che a causa della “gonfiezza” del fiume si sarebbe rivelato arduo mandare loro dei soccorsi in caso di bisogno.

In più suscitava inquietudine la presenza in un magazzino del Comune di Sarzana di 560 fucili appartenenti alla Guardia Nazionale. In via Sant’Agostino, a Spezia, dove aveva sede l’Intendenza, si stava cercando di studiare il modo per metterli al sicuro quando arrivò una lettera del sindaco di Sarzana il quale informava che un ufficiale dei bersaglieri si era presentato a lui chiedendogli di consegnargli quel materiale. Sperando di avere fatto cosa giusta, anche se la procedura non appariva troppo regolare, lui aveva obbedito.

Intanto le notizie si susseguivano.

Si seppe che il 21 ottobre a Fosdinovo c’era stato un rastrellamento nelle case alla ricerca di armi, e ciò forse era da mettere in relazione all’arresto, avvenuto a Caprigliola nella notte fra il 17 e il 18, di due fratelli fabbro-ferrai sospettati di fabbricare fucili e pistole per il partito repubblicano.

Dai e dai, però, il giro di vite impresso dalle autorità locali cominciò a sortire i suoi effetti.

Il 27 ottobre il comando carabinieri di Genova poteva trasmettere buone notizie all’intendente generale. «La misura energica presa dal governo a Sarzana fece sì che il partito repubblicano di questa città è quanto mai spaventato. Già un certo Defilippi Carlo, fabbro ferraio di detto luogo, chiamato Il Venerabile, della società franco-massonica, conosciuto per una persona molto pericolosa, pare abbia abbandonato il suo partito e che cerchi di porsi sotto l’egida del governo, poiché dopo si presentava al Delegato di P.S. di Sarzana offrendogli l’opera sua nello scoprimento dei perturbatori dell’ordine pubblico, e svelava al prefato Delegato che certo Giuseppe Boggi locandiere di questa città riteneva nascosti in casa sua al piano terreno cinque fucili da munizioni carichi, e che l’armaiolo Giò Batta Triglia della Spezia città aveva nella sua officina o in casa un bollo reale da lui fabbricato per marcare i fucili comprati qua e là in rimpiazzo di quelli che vennero testè ritrovati nelle campagne»[16].

Le susseguenti perquisizioni portarono effettivamente al sequestro di cinque fucili carichi nella prima casa, e di cinque pistole, tutte a pezzi, nella seconda. Superfluo dire che il Boggi fu arrestato. Del bollo invece non fu trovata traccia.

Questa operazione consentì di scoprire il meccanismo di un curioso traffico d’armi. Durante le indagini sul tentativo di Orsini gli inquirenti avevano accertato che non pochi dei fucili ritrovati abbandonati qua e là dalle parti di Sarzana dopo il fallimento del colpo erano appartenuti a militi della Guardia nazionale, il che aveva intanto subito portato allo scioglimento del Corpo. Per individuare i militi complici della cospirazione sarebbe stato a quel punto sufficiente ordinare a tutte le guardie di consegnare immantinente i fucili in dotazione: chi lo avesse fatto sarebbe stato scagionato, gli altri avrebbero implicitamente ammesso la loro colpa. Solo che le operazioni di ritiro avevano tardato a mettersi in moto e ciò aveva dato tempo all’armaiolo Triglia di «comprare altrettanti fucili consimili a Lerici i quali furono poi marcati (siccome quegli che già aveva numerato gli altri della Guardia Nazionale di Sarzana) e rimessi ai militi che ne erano mancanti, cioè a coloro i quali sembra si fossero portati sulla frontiera per prendere parte al moto rivoluzionario che doveva tentarsi in Toscana».

Pareva insomma che il “Venerabile” avesse reso un bel servizio agli investigatori. Ma a Torino non erano troppo convinti del suo “ravvedimento”. Il 30 ottobre difatti il ministro dell’interno lodava l’intendente generale per il sequestro delle armi a Sarzana e per l’operazione del “Venerabile”, ma esortava appunto a non fidarsi troppo di lui perché “è un gran volpone”. Era quindi il caso di mettere in guardia il Delegato di Pubblica Sicurezza affinché non cadesse in qualche trappola.

[1]    Luigi Carlo Napoleone Bonaparte (1808-1873), figlio di Luigi Bonaparte e nipote di Napoleone I, fu presidente dei francesi dal 1848 al dicembre 1851 quando assunse poteri dittatoriali sopprimendo la Seconda repubblica. Il 2 dicembre 1852 fu proclamato imperatore con il nome di Napoleone III, e da imperatore visse un’intensa storia d’amore con la spezzina Virginia Oldoini contessa di Castiglione. La sua parabola politica si concluse il 2 settembre 1870 con la resa al generale Von Moltke nella battaglia di Sedan che pose fine alla guerra franco-prussiana e, quindi, al Secondo Impero francese.

[2]    Cospirazioni di Romagna e Bologna nelle memorie di Federico Comandini e di altri patriotti (1831-1857), tipi Ditta Zanichelli, Bologna, 1899.

[3]    Gazzetta dei tribunali del 15 novembre 1854.

[4]    Don Carlo Chiocca era nato a Sarzana il 16 gennaio 1817 e abitava in piazza Calcandola 13. Insegnava “canto fermo” e Scienze esatte nel locale Seminario. Indomito carbonaro, teneva i contatti con altri patrioti lunigianesi incontrandosi con loro nei pressi del torrente Rigagià in contrada Cavaggino. In sua memoria con i proventi di una sottoscrizione, alla quale contribuì anche Giuseppe Garibaldi, fu eretto un monumento nel cimitero di Sarzana.

[5]    Memorie politiche di Felice Orsini scritte da lui medesimo e dedicate alla gioventù italiana, pagg. 82-92, T. Degiorgis Libraio-Editore, Torino, ottobre 1857.

[6]    “Appunti sul tentativo d’insurrezione fatto da Felice Orsini nei giorni 1 e 2 settembre 1853 sul confine sarzanese e nel quale egli discorre al cap. VI delle sue Memorie politiche” in Lunigiana nel Risorgimento.

[7]    Alessandro Marra, Pilade Bronzetti un bersagliere per l’Unità d’Italia: da Mantova a Morrone, pag. 117, Franco Angeli Edizioni, Milano, 1999.

[8]    Lettere edite ed inedite di Felice Orsini, G. Mazzini, G. Garibaldi e F.D. Guerrazzi intorno alle cose d’Italia, vol. I, pag. 131, Libreria di Francesco Sanvito, Milano, 1861.

[9]    Vita e memorie di Felice Orsini precedute dalla storia dell’attentato del 14 gennaio 1858 e seguite dagli interrogatori e documenti del processo, edizione nuovissima, volume I, pag. 424, A spese dell’editore, Firenze, 1863.

[10]  Riccardo Bonvicini, Il patriota dimenticato, pagg. 87-88.

[11] Felice Venosta, Felice Orsini, notizie storiche, pagg. 61-65, Carlo Barbini Editore, Milano, 1863.

[12] Ernesto Ravitti, Delle recenti avventure d’Italia per il conte Ravitti, pag. 181, Tipografia Emiliana, Venezia, 1864.

[13] Da Novara a Roma istoria della rivoluzione italiana per Franco Mistrali, vol. III, pag. 734, Società Editrice, Tipografia Aiudi, Bologna, 1866.

[14]  Felice Orsini, Memorie: «… e fu spedito un messo a Fontana, perché ordinasse senza più a’ suoi di tornare alle rispettive abitazioni».

[15]  Rapporto n. 1778 trasmesso il 6 settembre 1853 dai Carabinieri Reali della Divisione di Genova all’Intendente generale.

[16]  Rapporto n. 3108 recante per oggetto «Arresti e sequestro d’armi» inviato il 27 ottobre dai Carabinieri Reali della Divisione di Genova all’Intendente generale. Archivio di Stato di Genova.

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