
“Bagno Gabriello”. Chi era quel signor Gabriello? E soprattutto, com’era quel Bagno?
Sembra una cosetta da niente e invece, almeno per me, fino a poche ore fa era un bel mistero. Continua a leggere

“Bagno Gabriello”. Chi era quel signor Gabriello? E soprattutto, com’era quel Bagno?
Sembra una cosetta da niente e invece, almeno per me, fino a poche ore fa era un bel mistero. Continua a leggere

Siamo nell’agosto del 1799 e i francesi sono in difficoltà in tutti i fronti della penisola. Avendo ormai deciso il ritiro dalla Spezia, il Miollis aveva ordinato alla Municipalità di procurare al maggiore Desportes, comandante della guarnigione intanto asserragliatasi nel forte di Santa Maria, e al piccolo presidio della torre di Sant’Andrea del Pezzino tutto quanto necessario – carne, vino, foraggio e medicine – per resistere a un lungo assedio. Chiusi lì dentro c’erano 600 uomini e non pochi animali da sfamare. Troppi per una comunità che quasi non disponeva del denaro occorrente per la propria stessa sopravvivenza. E i suoi capi lo dissero al generale: “Qui la gente è povera, e non ha nemmeno di che vivere per sé”, si giustificarono. Ma il francese non si scompose, e con fare sprezzante chiuse la questione imponendo ai cittadini più facoltosi il pagamento di ottomila lire con le quali acquistare le vettovaglie. A sborsare il denaro furono le famiglie di Grimaldo Oldoini (tremila lire), Camillo Rapallini (tremila) e i fratelli Federici fu Giuseppe (estranei alla famiglia di Marco Federici) che versarono duemila lire. Continua a leggere

Era malato di leucemia, e purtroppo per lui non c’erano molte speranze. Come estrema risorsa, pur sapendo che era come cercare un ago in un pagliaio, i medici avevano lanciato un appello per trovare un donatore di midollo. D’altronde la tecnica dei trapianti era agli albori e il sistema informativo era ancora molto artigianale per cui appariva un’autentica impresa trovare cellule compatibili con quelle del malato. Continua a leggere

Chi di noi, bambini della Spezia degli anni Quaranta/Cinquanta, non ha mai fatto una bella corsa con un grillo lungo via Mazzini, tra il Boschetto e la pineta zigzagando in mezzo a imprudenti passanti? Ben pochi, credo. Ma quanti sanno che proprio la Spezia è stata tra le prime città di una certa importanza, dopo Reggio Emilia, a ospitare quel simpatico veicolo per il divertimento di tanti ragazzini? L’ho scoperto casualmente imbattendomi in questa intervista con l’inventore del mitico triciclo pubblicata sul Resto del Carlino, edizione di Reggio Emilia, del primo febbraio ’84. Continua a leggere

Thomas Alva Edison e il suo fonografo
Thomas Alva Edison. Chi era costui? Semplice: era un genio. Un genio americano che – ecco la curiosa sorpresa per gli spezzini – per un certo periodo fu ossessionato da una parola, anzi da un nome, che gli impediva di portare a realizzazione una delle sue più grandi invenzioni: Spezia!
Per me, e credo non solo per me, questa, è una novità assoluta. L’ho scoperto grazie a un personaggio inglese piuttosto particolare, un pastore anglicano descritto come scrittore, occultista, astrologo ed esoterista nato a Forest Hill nel 1876 e morto a Nizza nel 1960. Questi, che si chiamava Francis William Wheeler, sul finire dell’800 emigrò negli Stati Uniti sistemandosi a Chicago dove fece il giornalista e dove nel 1903 ottenne la cittadinanza americana. Trascorso qualche tempo in Canada, dove collaborò con diverse testate, tornato a Chicago cambiò il suo nome in Francis Rolt-Wheeler e iniziò a studiare teologia ottenendo infine il dottorato. Ordinato pastore della Chiesa anglicana, per vent’anni esercitò l’ufficio di cappellano in un ospedale di New York. Continua a leggere
Nel nome di tutti gli ungheresi onesti ci appelliamo a tutti gli uomini onesti del mondo.
Dobbiamo ancora implorarvi?
Voi amate la libertà? Anche noi.
Voi avete moglie e figli? Anche noi.
Abbiamo dei feriti che hanno dato il loro sangue per la causa sacrosanta della libertà ma non abbiamo fasciature, non abbiamo medicinali. E che cosa potremo dare i nostri bambini che ci domandano pane? L’ultimo pezzo di pane è stato mangiato.
Il nome di tutto quanto vi è caro. Vi chiediamo di aiutarci… Coloro che sono morti per la libertà accusano voi, voi che potevate aiutarci e non ci avete aiutato.
Le nazioni Unite possono far cessare questo spargimento di sangue. O dovremo perdere ogni fiducia nella coscienza e nella dignità del mondo civile proprio mentre stiamo combattendo per la libertà del mondo?
Qui Radio Rakoczi dall’Ungheria.
Messaggio diffuso da Radio Rakoczi Libera alle 9,35 del 6 novembre 1956 Continua a leggere

Il carabiniere Leone Carmana mette in fuga da solo gli anarchici lanciati all’assalto della polveriera di Vallegrande. Gli sarà assegnata la medaglia d’oro al valor militare (Calendario dell’Arma del 2002)
«Un milite in lacrime gli disse: Coraggio Dante. Ed egli, col filo di voce che ancora gli rimaneva: Sono episodi della vita… non è niente… Datemi dell’acqua… muoio».
È cronaca di giorni lontani, giorni in cui sulle fabbriche spezzine occupate sventolava la bandiera rossa dei soviet, giorni in cui la polizia sparava sui dimostranti lasciandone qualcuno sul terreno, e giorni in cui qualcun altro, in nome di altri ideali, sparava a bruciapelo sui carabinieri stendendone un paio. E sullo sfondo, brividi rivoluzionari fra i marinai delle navi da guerra in rada, pronti a riunirsi agli insorti il giorno in cui la massa fosse davvero insorta, assalti alla polveriera militare, provocazioni, attentati, e scioperi contro il carovita. Quel tempo è passato alla storia come il “biennio rosso della Spezia”, un caso nazionale se non fosse convenuto affogarlo nel silenzio; ma è anche il tempo di un uomo singolare, un lupo solitario, un anarchico individualista di nome Dante Carnesecchi.
Dante era un tipo strano, senza dubbio straordinario; un bombarolo che amava suonare dolci melodie con la chitarra, un duro dal pugno di acciaio e il cuore di ghiaccio, uno che agli altri non dava niente, e nulla chiedeva. Un Barabba, a sentire i gendarmi, un compagno del quale andare fieri, per gli anarchici arcolani, una delle più belle figure dell’individualismo anarchico. Ma anche un uomo del quale gli spezzini non sanno più nulla.

Lenin
Dante Carnesecchi era nato a Vezzano il 12 marzo 1892, e aveva 29 anni quando fu ucciso dai regi carabinieri, nella tarda serata della Pasqua del ’21, il 27 marzo, ad Arcola.
Era l’uomo del mistero, Dante. Perché di lui si raccontava che ne aveva combinate di cotte e di crude – in senso positivo dal punto di vista degli anarchici – ma nessuno lo aveva mai visto compiere una sola delle tante azioni che avevano contribuito a diffondergli attorno un alone di leggenda.
«Alto, atletico, volto energico, parco di parole, rapido nel gesto, tagliente lo sguardo: una giovinezza creata per l’azione, e nell’azione interamente spesa», così lo descriveva Tintino Persio Rasi (Auro d’Arcola), precisando appunto che «gran parte delle sue gesta rimarranno per sempre ignorate, poiché, solo a compierle, ne portò il segreto nella tomba».
Un duro, dicevamo: «Non aveva amici, non ne ricercava: non affetti, mollezze, piaceri. In seno alla famiglia viveva senza vincoli. Verso la madre, come verso le sorelle che lo adoravano, si comportava con la freddezza di un estraneo. Egli, a cui pure non difettavano i mezzi, coricava sul duro materasso, onde evitare di provare dell’attaccamento agli agi di casa. Un individuo simile non era fatto per essere amato. E dell’amore non conobbe né le estasi sublimi né le dedizioni mortificanti».
Dal punto di vista fisico doveva essere una specie di Rambo: «Era boxeur, lottatore, ciclista, automobilista, corridore, acrobata, tiratore impareggiabile», e in più, «suonatore e compositore di un virtuosismo piuttosto arido e cerebrale». Come se non bastasse, era anche un «ottimo poliglotta».
Insomma, un tipo interessante, senza dubbio, tanto che non era per nulla azzardato attribuirgli la colpa o il merito (dipende sempre dai punti di vista) dei disordini scoppiati nella città di Pueblo, nel Colorado (Usa) fra il 26 maggio del 1913 e il novembre del ’15, guarda caso proprio nel periodo in cui Dante Carnesecchi si trovava da quelle parti ospite di un amico che abitava con il fivizzanese Cesare Vegnuti morto, non si sa come, nell’ottobre del ’13 nella stessa Pueblo. La città fu al centro di una grande rivolta operaia con scioperi e scontri a fuoco fra minatori, in maggioranza ispanici e italiani e i vigilantes di alcune miniere sostenuti dalla Guardia Nazionale. È possibile che dietro quei tumulti ci fosse lo zampino di Dante l’anarchico?
A dire il vero, però, fra le tante accuse rovesciare sul giovanotto, non una è stata mai provata. Del resto lui sembra un fantasma. Se si eccettuano gli scritti anarchici, rari ritagli di giornali e il certificato di nascita, non c’è traccia del suo passaggio, né nel casellario centrale, né all’anagrafe di Vezzano. Perfino le sue ossa sono scomparse.
Si direbbe una leggenda metropolitana, il Dante. Eppure, di imputazioni gliene hanno appioppate un bel po’.
Durante il periodo dell’immediato dopoguerra, il territorio del circondario di Spezia fu particolare teatro d’una serie incessante di attentati anarchici contro le proprietà, le polveriere, le caserme, le autorità, le reti ferroviarie e telegrafiche. Ingenti patrimoni appartenenti allo Stato e ai privati andarono distrutti; numerosi carabinieri ed agenti della forza pubblica perirono sotto la folgore della rivolta; il prestigio dell’autorità affogava nel ridicolo; i rivoltosi rimanevano ignoti, malgrado i numerosi arresti a casaccio. Il sospetto dell’autorità cadeva sul gruppo d’audaci che scuoteva le basi dell’ordine e della sicurezza borghese. E più del sospetto avevano la certezza che il Carnesecchi fosse tra questi, se non l’anima, certamente il più temibile. Ma egli era un giovane senza precedenti giudiziari: un incensurato che non lasciava traccia delle sue colpe. Si tentò, tuttavia, più volte d’incolparlo. Invano. La polizia si accaniva ad arrestarlo. La magistratura mancava d’ogni prova perfino indiziaria per procedere. E non tardava a rilasciarlo in libertà.
Lo accusarono anche dell’assassinio di un carabiniere e del ferimento di un brigadiere durante un comizio vietato il 13 giugno del ’19 a Santo Stefano Magra, ma Dante se la cavò con l’assoluzione. È vero, si prese a parole con un brigadiere (“Ma chi è lei? un prefetto? un sottoprefetto? Lei non è nulla e poi autorità non ve ne sono più. Vada via che qui comandiamo noi, vogliamo fare quello che abbiamo fatto alla Spezia“). Ma materialmente a sparare furono altri.
Infine lo accusarono di avere capitanato l’assalto alla polveriera di Vallegrande il 4 giugno del ’20, e per ciò fu arrestato tre mesi dopo, appena finita l’occupazione delle fabbriche. Ma non poterono provare alcunché.
Era nella lista nera – su questo non c’è dubbio – e in quella tragica serata di Pasqua gli saldarono il conto. I giornali allineati raccontarono che, fermato dai carabinieri, li aggredì con un coltello cercando poi di fuggire, cadendo infine sotto i colpi dei moschetti. Ma i compagni anarchici e la madre raccontarono una ben altra storia, storia avvalorata dalle condizioni in cui era il cadavere quando fu portato all’obitorio.
Il Libertario del 31 marzo ricostruì così la sua fine. Al Limone erano accasermati regi carabinieri che s’erano fatti una trista fama nei dintorni: gente che menava nerbate senza ragione, che provocava, che procedeva ad arresti immotivati. E quella s
era del 27 marzo il branco uscì dalla caserma – racconta il Libertario – per una spedizione in quel di Arcola. Al loro arrivo, le strade si svuotarono e la gente si rinchiuse nelle case. Finché arrivarono davanti all’abitazione della madre di Carnesecchi. Dante era dentro con lo zio, e quando alle 23,30 uscì, fu affrontato dai carabinieri che gli chiesero le generalità. Quindi, saputo il nome, il brigadiere che comandava il gruppo lo colpì con uno schiaffo. Fu il segnale: gli altri carabinieri si avventarono su Dante colpendolo a loro volta con gli scudisci al punto che fracassarono la chitarra con la quale Dante cercava di ripararsi. Il giovane tentò allora la fuga, ma la sua corsa fu fermata da una pallottola nella schiena. Quindi i militi gli furono addosso lo colpirono con il calcio dei fucili, gli spararono con i moschetti e con le pistole; il povero corpo martoriato fu preso a calci, altri vi affondarono i pugnali e ne fecero scempio. Incredibile a dirsi, il giovane visse ancora, spirando però prima dell’arrivo all’ospedale della Spezia. Il giorno dei funerali, la città si fermò, le fabbriche si svuotarono, i negozianti abbassarono le saracinesche in segno di lutto.
«Sono episodi della vita… non è niente…».
(Gino Ragnetti, “Pasqua di sangue”, La Gazzetta della Spezia, 6 ottobre 2006)

Il 9 ottobre del 1968 fu una giornata da segnare con il bollino rosso nel calendario della città. A futura memoria. Ma si vede che con il tempo quel “rosso” è sbiadito fino a scomparire del tutto se è vero che gli spezzini nella stragrande maggioranza non sanno nulla di ciò che accadde quel giorno.
Quel giorno l’acqua del Lagora tracimò e arrivò a sommergere i marciapiedi fino all’altezza del bar Peola, e quindi tutto il centro città, larga parte dei giardini, il boschetto e la pinetina. Continua a leggere
C’è una storia curiosa a poco conosciuta che riguarda Garibaldi e Spezia. Nei giorni in cui il Generale giaceva in una stanza del Varignano prigioniero del re, e sofferente per la famosa ferita al piede patita sull’Aspromonte, le diplomazie di mezzo mondo stavano lavorando per dare corpo a un piano del presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln per cucire addosso al capo delle camicie rosse la divisa di comandante supremo dell’esercito che con gravi difficoltà stava combattendo contro i confederati del generale Robert E.Lee. Continua a leggere

Il rudere di Casa Ceretti
I ruderi di un’antica magione abbandonata all’insulto del tempo e all’assalto dei rovi e dell’edera, e un ospedale da costruire: sono questi gli incolpevoli protagonisti di un nuovo tragicomico dramma che sta andando in scena sul palcoscenico della Spezia. Quanto ai colpevoli, se ce ne sono, spetterà ad altri individuarli. Ma qual è l’oggetto del contendere? Quel rudere è semplicemente un rudere o rappresenta qualcosa di più? Purtroppo, fra di noi è invalsa la brutta abitudine di sparare sentenze senza neppure sapere di che cosa si sta parlando, ragione per la quale per taluni di resti del Politeama riaffiorati in Piazza Verdi sono reliquie da preservare a tutti i costi, mentre per altri sono nient’altro che pezzi di mattoni e calce ai quali si può rinunciare senza rimorsi di coscienza. E il fabbricato di località Ceré? Che valore ha? È un ravatto, come diciamo a Spezia, o ha un suo intrinseco valore? Io posso solo raccontare una parte – probabilmente la più significativa – della sua storia, lasciando al lettore il piacere di farsi una sua opinione.
Il testo che segue è tratto – sunteggiato – dal mio libro Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia (a cura dell’Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, 2011). Continua a leggere