Spezia, Garibaldi e il sogno di Abramo Lincoln

Garibaldi G.C’è una storia curiosa a poco conosciuta che riguarda Garibaldi e Spezia. Nei giorni in cui il Generale giaceva in una stanza del Varignano prigioniero del re, e sofferente per la famosa ferita al piede patita sull’Aspromonte, le diplomazie di mezzo mondo stavano lavorando per dare corpo a un piano del presidente degli Stati Uniti Abramo Lincoln per cucire addosso al capo delle camicie rosse la divisa di comandante supremo dell’esercito che con gravi difficoltà stava combattendo contro i confederati del generale Robert E.Lee.

Ecco come andarono le cose.

Gariba

Garibaldi nel suo letto di dolore

Dopo giorni di gravi patimenti, la visita del professor Richard Partridge, primario di chirurgia del King’s College Hospital di Londra, spedito a Spezia dal comitato garibaldino della capitale inglese che aveva messo insieme i soldi necessari con una colletta, aveva portato un po’ di ottimismo rincuorando il paziente. “Con il tempo, certamente più mesi, e colle assidue cure – aveva sentenziato il luminare inglese – il Generale otterrà una perfetta guarigione”. Sollevato da questo responso, malgrado le continue sofferenze il 28 settembre Garibaldi trovò la forza per rivolgere un appello alla “libera e generosa Inghilterra” affinché inducesse la Francia, la Svizzera, il Belgio e l’America a marciare sulla via umanitaria e a convocare un congresso mondiale che evitando le guerre potesse giudicare dei contrasti insorti tra i vari paesi.

Ebbene, mentre affidava alle carte questi nobili pensieri, e malgrado le incognite che ancora gravavano sulla sua salute, Garibaldi stava proprio in quei giorni riallacciando una trattativa con il governo nordista degli Stati Uniti che gli proponeva il comando di un’armata impegnata appunto nell’atroce guerra civile, la guerra di secessione.

Proprio così: all’Eroe dei due mondi il destino offriva l’opportunità di diventare l’Eroe dei tre mondi!

Garibaldi Parstridge

Garibaldi con il professor Partridge

L’approccio iniziale era avvenuto un anno prima, nell’estate del 1861. Il conflitto fratricida tra giacche blu e giacche grigie era iniziato il 12 aprile con il cannoneggiamento di Fort Sumter da parte dei confederati del generale Pierre Beauregard, e le cose avevano presto preso una brutta piega per la bandiera dell’Unione. Il disastro di Bull Run, avvenuto sempre per opera di Beauregard il 12 luglio sul Potomac, che era costato ai nordisti centinaia di morti e migliaia tra feriti e dispersi, aveva creato forti ambasce al presidente Abramo Lincoln il quale assistito dal Segretario di Stato William Seward aveva cominciato a guardarsi intorno alla ricerca di un condottiero da affiancare al maggiore generale George Brinton McClellan, comandante in capo dell’esercito unionista; un condottiero che con le sue capacità e il suo carisma fosse in grado di risollevare le sorti della guerra.

abraham-lincoln

Abramo Lincoln

La ricerca aveva portato all’individuazione di un uomo, un prode combattente famoso sulle due sponde dell’oceano per avere saputo unificare il suo Paese, il rivoluzionario che aveva lottato per la libertà in Uruguay, che si batteva per l’affrancamento degli schiavi e dei popoli oppressi, l’eroe senza macchia e senza paura che oltretutto – particolare fondamentale – era pure cittadino americano: Giuseppe Garibaldi.

Non restava pertanto che spedire qualcuno a parlargli. Ma Seward, cui era toccato il compito di tessere la tela, aveva capito subito che l’impresa sarebbe stata tutt’altro che semplice. Se il Re d’Italia, il Vaticano e l’Austria, avrebbero valutato con grande favore la possibilità di togliersi dai piedi un tipo tanto scomodo, come l’avrebbero presa gli italiani che vedevano in Garibaldi l’unico uomo in grado di “liberare” Roma? Dunque, segretezza assoluta; tanto assoluta che di questa storia non si trova traccia nemmeno nei venti volumi nei quali è raccolta la corrispondenza della diplomazia statunitense durante la guerra.

Le notizie che arrivavano dall’Italia lasciavano comunque bene sperare, perché parlavano di un Garibaldi amareggiato e deluso nell’eremo di Caprera. Tra l’altro, dettaglio che accresceva le speranze di Seward, Garibaldi era nato il 4 luglio, l’Independence Day degli Stati Uniti, e ciò forse dal punto di vista simbolico rappresentava qualcosa di più di un semplice legame burocratico. Inoltre, la stampa lo aveva salutato con tanto affetto e simpatia allorché nel ’50 era arrivato in America, esule per volere dei Savoia, ospite di Antonio Meucci, l’italiano futuro misconosciuto inventore del telefono; e di quell’accoglienza Garibaldi non si era dimenticato.

Garibaldi in barca

Il Generale viene trasferito dal Varignano a Spezia

Né lo avevano dimenticato gli americani, tant’è vero che nel gennaio del ’61 – la guerra civile era nell’aria, ma non era ancora cominciata – Henry T.Tuckerman gli aveva dedicato un lungo articolo sul The North American Review, articolo che giunto nelle mani di Garibaldi, a Caprera, si era trasformato in un grimaldello capace di fare breccia nel suo cuore. Il generale, molto colpito da quelle parole, aveva infatti pregato l’amico Candido Augusto Vecchi di scrivere a suo nome a Tuckerman una lettera di ringraziamento. Vecchi aveva accondisceso, ma colto da chissà quale raptus messianico era andato oltre unendo al messaggio di Garibaldi una sua lettera personale nella quale lasciva capire che, se invitato, il Generale sarebbe tornato volentieri negli Stati Uniti per concedere la sua opera.

Il giornale naturalmente non aveva perso l’occasione per battere la grancassa, sicché ci mise poco a dilagare sulle due sponde dell’Atlantico la notizia che Garibaldi stava per partire per New York.

Nel frattempo le cose erano precipitate, Forte Sumter era stato cannoneggiato dai confederati dando il via alla guerra e Seward – racconta Herbert Mitgang[1] – aveva innescato la sua operazione diplomatica incaricando James W.Quiggle, console americano ad Anversa, di tastare il terreno per verificare la disponibilità di Garibaldi a mettersi alla testa di un’armata dell’Unione. Quiggle interpretò però il ruolo in maniera un po’ troppo disinvolta per cui Seward, dopo avergli ordinato di fare un passo indietro e di chiudersi nel più rigoroso riserbo, affidò a due suoi altri collaboratori il compito di portare avanti la trattativa: si trattava di George Perkins Marsh, nominato da Lincoln ambasciatore a Torino il 6 marzo, e Henry Shelton Sanford, ambasciatore a Bruxelles.

Garibaldi ferito sbarca a Spezia

Lo sbarco di Garibaldi alla banchina Revel di Spezia

I due poterono muoversi peraltro su un terreno già consolidato avendo Lincoln – scosso dalla sconfitta di Bull Run – fatto pubblicare il 21 luglio sul Century Magazine di New York un appello chiedendo «all’Eroe della libertà di prestare la potenza del suo nome, il suo genio e la sua spada alla causa del Nord».

L’appello non lasciò indifferente il nizzardo, come si deduce dal messaggio da lui scritto forse in agosto su un biglietto postale di colore azzurrino indirizzato a un suo illustre conoscente: S.M. Vittorio Emanuele II neo re d’Italia.

Garibaldi mandava a dire al sovrano: «Sire, il presidente degli Stati Uniti mi offre il comando di quell’esercito ed io mi trovo in obbligo di accettare tale missione per un Paese di cui sono cittadino. Nonostante, prima di risolvermi, ho creduto mio dovere d’informarne la Vostra Maestà e sapere se crede che io possa ancora avere l’onore di servirla. Ho il piacere di dirmi di Vostra Maestà il devotissimo servitore. G. Garibaldi».

Ricevuta la sorprendente missiva, Vittorio Emanuele rispose che per quanto lo riguardava il Generale poteva fare ciò che gl’ispirava la coscienza. «Qualunque sia la decisione che prenderà – aggiungeva il sovrano – sono più che certo che non dimenticherà la cara Patria italiana che è sempre a capo dei suoi come dei miei pensieri».

Nel frattempo Garibaldi, contattato personalmente il 9 settembre a Caprera da Sanford, aveva preteso però che i patti fossero chiari, subordinando la sua accettazione a due condizioni: che gli fosse affidato il comando supremo delle forze armate, e che Lincoln dichiarasse che scopo della guerra era l’emancipazione di tutti i popoli, quello nero compreso; dichiarazione che il Congresso americano, infastidito dall’aut aut garibaldino, non consentì a Lincoln di fare, senza contare che il ruolo di capo supremo dell’esercito era dalla Costituzione americana attribuito al solo presidente. Garibaldi e Sanford discussero per due giorni di tutti i problemi – rivela Rudy D’Angelo[2] – senza tuttavia giungere a un’intesa. Nello stesso tempo, mentre in America l’idea dell’arrivo di uno straniero al vertice delle forze armate cominciava a sollevare forti malumori tra i generali, ma anche fra la truppa, in Italia la notizia di una probabile nuova emigrazione di Garibaldi in America si era rapidamente diffusa provocando numerose manifestazioni di piazza e petizioni con le quali si invitava l’eroe a respingere la proposta americana per dedicare tutte le sue energie alla “questione romana”. L’Unità Italiana, giornale di Milano, pubblicava per esempio una lettera aperta implorandolo: “Generale, non andare in America, guidaci a Roma!”.

Il progetto di Mash finì perciò in un cassetto. Ma non per sempre, anzi, riprese corpo l’anno seguente, nel ’62, proprio nel golfo della Spezia.

In quel frangente due vicende si sovrapposero in maniera casuale. Proprio nel giorno in cui, il primo settembre del ’62, Garibaldi giungeva ferito al Varignano, a Vienna il console americano Theodore Canisius, amico fraterno di Lincoln, che era stato subito informato dei drammatici accadimenti dell’Aspromonte, il primo settembre si prendeva la briga di scrivergli una lettera a carattere personale e riservato: «Generale! Essendovi riuscito impossibile il compiere ora la grand’opera patriottica che avete intrapreso nell’interesse della vostra patria prediletta, mi prendo la libertà d’indirizzarvi la presente per sapere se non entrasse per avventura nei vostri disegni di offrirci il vostro valoroso braccio nella lotta che sosteniamo per la libertà e l’unità della nostra gran repubblica».

Garibaldi gli rispose il 14 settembre. «Signore – scrisse dal suo povero giaciglio del Varignano – sono prigioniero e pericolosamente ferito: per conseguenza mi è impossibile disporre di me stesso. Tuttavia credo che, se io sarò restituito alla libertà e se le mie ferite guariranno, sarà giunta l’occasione favorevole nella quale potrò soddisfare il mio desiderio di servire la Gran Repubblica Americana, di cui io son cittadino, e che oggi combatte per la libertà universale».

La notizia fu accolta con grande piacere a Washington da dove subito partirono ordini per riallacciare la trattativa offrendo a Garibaldi ciò che lui aveva vanamente chiesto nel ’61: il comando dell’armata e una dichiarazione che la guerra in corso era volta “anche” all’abolizione della schiavitù. Stavolta l’incarico fu affidato a Marsh, l’abile tessitore che già era riuscito a strappare al governo di Torino l’impegno a rifiutare il permesso di attracco alle navi confederate nei porti italiani. Detto per inciso, Marsh non avrebbe di certo pensato, partendo dall’America con la moglie Caroline subito dopo l’attacco sudista a Fort Sumter, che sarebbe rimasto all’estero per oltre vent’anni e che non avrebbe mai più rivisto la sua patria, perché in Italia morì. In compenso vide diverse volte Spezia, perché lì stazionavano le navi americane e ovviamente lui teneva costanti contatti con gli ammiragli a Panigaglia e con le autorità locali.

L’ambasciatore si accinse dunque al negoziato e attraverso un autorevole intermediario italiano, il Barone Carlo Poerio, un fervente patriota, propose a Garibaldi di raccogliere i suoi seguaci e di partire per l’America. Ancora una volta, però, qualcosa andò storto.

Che cosa impedì a Marsh di mettere la bandiera a stelle e strisce nelle mani di Garibaldi?

Fu una banalissima questione di orgoglio personale, perché Canisius, contrariato per essere stato estromesso dall’importante negoziato, volle mettere in chiaro la propria primogenitura in quella storia, finché qualcuno dei suoi amici o collaboratori non finì per passare ai giornali copia della famosa lettera a Garibaldi. Una mossa che per poco non gli costò il posto perché nella missiva egli definiva “grand’opera patriottica” la spedizione garibaldina che in Aspromonte l’esercito piemontese aveva represso nel sangue, e forse è inutile precisare che i giornali austriaci ci andarono a nozze per enfatizzare la frattura creatasi il Generale e il governo di Torino. Governo che dal canto suo mostrò di non apprezzare affatto la sortita di Canisius scaricando la sua irritazione in una nota di protesta trasmessa a Washington.

copertinaAndò così a finire che Canisius fu sospeso e richiamato in patria (ma per intercessione di Vittorio Emanuele II fu poi lasciato a Vienna), e a Marsh fu ordinato di interrompere ogni contatto con il capo delle camicie rosse.

Così, mentre Lincoln si preparava a passare il comando dell’esercito al generale Joseph Hooker, Garibaldi se ne rimaneva al Varignano, dove la ferita lo tormentava, ma dove era anche sommerso da lettere, libri e doni a lui indirizzati da ogni angolo del pianeta, mentre i quotidiani e i settimanali di tutto il mondo pubblicavano tavole a colori sulle sue disavventure facendo crescere a dismisura l’onda di corale simpatia verso di lui.

 

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, 2011.

 

[1]    Herbert Mitgang, Garibaldi e Lincoln, American Heritage magazine, ottobre 1975.

[2]    Rudy D’Angelo, Garibaldi: leading the Union Army, sull’organo d’informazione di House of Italy, San Diego, California, dicembre 2006.

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