Il giorno della fine del mondo

19 giugno 1965. Era un sabato, giorno dei santi Gervasio e Protasio, fase di luna calante verso l’ultimo quarto. Una giornata tranquilla, pareva.

Prendete nota della data, perché poteva segnare l’inizio deBerlinolla fine del mondo. E tutto sarebbe cominciato proprio qui, in piena notte, sulle banchine nel porto della Spezia, a due passi dal viale Italia, con il furtivo sbarco di casse e veicoli da un mercantile americano protetto da militari armati. Un’insolita attività che non era sfuggita alla rete spionistica che faceva capo a Mosca. Continua a leggere

Venivano a liberarci: fucilati

Era una notte di luna calante quella fra il 22 e il 23 marzo del 1944, una notte come tante, anche se dal meridione arrivavano voci di sbarchi alleati sulle spiagge di Anzio e Nettuno e di furiosi combattimenti dalle parti di Cassino. Nei bunker di Anzo e Dostlerdi Punta di Monte Grosso, sul litorale tra Bonassola e Framura, gli artiglieri tedeschi vegliavano nelle loro postazioni, mentre le vedette scrutavano con i binocoli la linea dell’orizzonte. Ma nessuno vide i gommoni dell’Operazione Ginny che arrivavano da molto lontano, calati dalle unità motosiluranti PT 214 e PT 210 ferme in alto mare, protette dal buio. Continua a leggere

Ecco chi bombardò l’arsenale nel 1916

La prima guerra? No, qui non è successo niente, verrebbe da rispondere. E invece…

In effetti c’è la convinzione che alla Spezia si sentirono soltanto gli echi della tragedia della Grande Guerra, ma basta dare un’occhiata a un monumento aviatikai giardini pubblici per capire che in realtà quegli echi erano rimbombi. Il monumento è quello dedicato a un eroe ragazzo: Alberto Picco, sottotenente degli alpini del battaglione Exilles morto ventunenne il 16 giugno del ’15 sul Monte Nero, in Slovenia. In soli venti giorni di guerra si era già meritato due medaglie di bronzo. Fu il primo capitano dello Spezia, e per questo gli intitolarono lo stadio. Continua a leggere

1816, l’anno senza estate

L’estate sta finendo… 14 settembre 2015: c’è un cielo nero, basso, carico d’acqua ponta a venire giù. C’era da prevederlo: dopo l’estate torrida, l’enorme umidità accumulata prima o poi doveva venire giù, e con i cambiamenti climatici provocati dall’idiozia dell’uomo, e soprattutto dall’uomo bianco, c’è da aspettarsi di tutto: tuoni, fulmini e saette, e… acqua. Tanta acqua. e tornadi. Proprio una bel futuro ci si prepara. Ma quanto a stagioni capricciose non è la prima né sarà l’ultima. Tanto per fare un esempio, l’anno venturo ricorrerà il bicentenario di un’estate tutta particolare: l’estate che non ci fu. 1816, l’anno senza estate. Ecco come racconto quella storia nel mio libro Ottocento:

Il 1816 è passato alla storia come l’“Anno senza estate” detto anchalluve, a seconda delle latitudini, l’“Anno della povertà” o l’“Anno morto di freddo”. Nei Paesi anglofoni suonava così: “Eighteen hundred and froze to death” (’800 e muori ghiacciato), tanto che su quell’evento lo storico John D.Post nel 1977 pubblicò a Baltimora un libro intitolato L’ultima grave crisi di sopravvivenza del mondo occidentale.

Un avvenimento epocale nella storia della meteorologia perché quell’anno, proprio mentre doveva avvampare la primavera con tutti i suoi colori e i suoi profumi, una cappa di ghiaccio scese sul mondo con neve a giugno e gelate in agosto, il che causò gravissimi danni all’agricoltura con conseguenti lunghe stagioni di carestia, di fame e di miseria. All’estate che non ci fu seguì un
rigidissimo inverno, con un alternarsi di nevicate e di venti gelidi. Erano del tutto sconvolti i bioritmi della natura; in Italia le campagne furono coperte da un’inquietante neve rossa, ma nessuno fu in grado di dire cosa stesse succedendo. Solo dopo più di un secolo, nel 1920, il climatologo americano William Humphreys riuscì a svelare l’arcano. Era accaduto che fra il 7 e il 12 aprile del 1815 una spettacolare eruzione del vulcano Tambora, nell’isola di Sumbawa, in Indonesia, aveva scagliato in cielo quasi duecento chilometri cubici di polvere e cenere. Questo materiale disseminatosi negli strati alti dell’atmosfera aveva creato attorno alla terra un velo, una corazza attraverso la quale i raggi del sole stentavano a filtrare con conseguente repentino raffreddamento dell’aria, dei mari e del terreno e ineluttabile paralisi del ciclo delle stagioni. La strana neve scesa anche su Spezia e sulle sue valli era dunque rossa perché colorata dalle polveri del Tambora.

La situazione era così drammatica che il 3 dicembre per cercare di alleviare le sofferenze della popolazione afflitta dalla carestia un Regio decreto concedeva un prestito di sei milioni di nuove lire del Piemonte per l’acquisto di grano all’estero e per l’apertura di alcuni cantieri per opere pubbliche in modo da dare lavoro a un certo numero di disoccupati. Questo intervento mirava anche a ridurre il fenomeno della criminalità, salito a livelli preoccupanti a causa della negativa congiuntura economica.

(Da Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)