Torretto, il mistero di un nome

Torretto e Gottardo

Una frase di Franco Lena nelle pagina della Traduzione e note del celeberrimo Saggio di folclore spezzino di Ubaldo Mazzini, solleva il velo su un quesito che da sempre cova sotto la cenere dei testi di storia locale. Da dove viene il nome del quartiere del Torretto?

Ecco cosa scrive Lena:

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Riposa in pace, Sergio!

Non dirò, come tanti diranno oggi, Io lo conoscevo bene. Dirò semplicemente di avere avuto l’onore di conoscerlo e di apprezzarne le qualità di grande spezzino. Secondo me Sergio Melley, scomparso ieri, è infatti entrato a pieno titolo nella non ampia galleria dei personaggi che hanno lasciato un segno profondo nella vita e nella storia della nostra città. Non ho mai avuto modo di entrare in confidenza con lui, e d’altronde i nostri mondi erano troppo distanti, se non altro per ragioni anagrafiche, per favorire una certa frequentazione.

Da giornalista ho avuto però modo di ammirare l’imprenditore e il dirigente di associazione, nella sua veste di presidente dell’Unione commercianti prima e della Camera di commercio poi. Ma soprattutto ho potuto osservare a lungo l’uomo politico: io al tavolo della stampa e lui ai banchi del consiglio comunale, uno di fronte all’altro per serate e nottate sovente interminabili. Al tempo in cui seguivo per il giornale l’attività dell’assemblea civica la conformazione del salone era diversa: il banco dei consiglieri era a forma di ferro di cavallo e in mezzo c’erano il tavolo della segreteria e, appunto, quello dei giornalisti. E io dalla mia posizione potevo agevolmente osservare quello che oggi si definirebbe centrodestra: dalla sinistra socialisti, socialdemocratici, repubblicani, e via via democristiani, liberali, monarchici e missini. E allora dirimpetto a me mi trovavo giustappunto Sergio Melley.

Con il sindaco Varese Antoni venutosi a sedere al tavolo della stampa durante una seduta del consiglio comunale negli anni 70

Con il sindaco Varese Antoni venutosi a sedere al tavolo della stampa durante una seduta del consiglio comunale negli anni 70

Ebbene, in anni e anni di questa singolare vicinanza non ho mai notato in lui un atteggiamento sopra le righe; contrariato sì, qualche volta, ma mai l’ho visto trascendere. Eppure di momenti incandescenti, al limite del furore politico, il consiglio ne visse in quei tempi. Ma Melley, senza mai alzare la voce, riusciva sempre a mantenere un invidiabile equilibrio placando la collera dei compagni di cordata e riportando la calma tra i fronti contrapposti. Non dobbiamo dimenticare che quelli erano gli anni della guerra fredda, per cui gli animi facevano presto ad accendersi come zolfanelli.

Di Melley mi colpiva un’altra cosa. In certe notti di calma piatta, quando dovendo smaltire una consistente mole di noiosissime pratiche i consiglieri dovevano fare le ore piccole, lo guardavo – come dicevo lo avevo proprio davanti, non potevo fare a meno di incontrarlo con lo sguardo – e mi chiedevo: ma chi glielo fa fare? Chi lo fa fare a una delle persone più influenti della provincia (e non solo), uno che di giorno deve occuparsi di un’impressionante mole di questioni sue personali e delle associazioni che presiede, uno che domattina presto deve essere lì ad alzare la saracinesca del negozio; chi glielo fa fare, mi dicevo, a uno così, di perdere tempo e ore di sonno in questo modo?

Poi ho capito: lo faceva per spirito di servizio nei confronti di una città che egli amava profondamente, così come lo facevano – mi perdonino i molti che non citerò mantenendomi in tempi lontani per non scontentare nessuno – i Giacché, i Mariotti, gli Antoni, gli Scardigli, i Corsini, i Landi, gli Spora, i Borachia, gente come Bruno Ferdeghini, che sull’altare dello spirito di servizio sacrificò addirittura la sua vita, o come Ezio Musiani che per non offendere la propria dignità si dimise da sindaco per schierarsi accanto ai lavoratori del cantiere del Muggiano minacciati da scellerate scelte governative.

Ecco cosa apprezzavo di Sergio Melley per la conoscenza che ne avevo: pur essendo uno dei personaggi di maggiore spicco della provincia, uno che poteva benissimo chiudersi in una bella torre d’avorio, trattava con semplicità, si mostrava sempre cordiale. Con me, quando ci incontravamo, aveva ogni volta una parola gentile, e si fermava volentieri a fare due chiacchiere malgrado gli impegni che incombevano sulle sue giornate. Avrebbe potuto dare ancora molto alla sua città, ma senz’altro aveva capito che il mondo intorno a lui stava cambiando, e probabilmente quel cambiamento non gli garbava. Per questo, suppongo, abbandonò l’agone politico per dedicarsi solo alla sua attività di imprenditore.

E così, alfine, è arrivata anche la sua ora. Sebbene ci conoscessimo da molti anni, quando ci vedevamo lui mi chiamava “signor Ragnetti”, e io “signor Melley”, ma oggi credo di poter dire: riposa in pace, Sergio.

Vai col surf alla Cittadella

cittadella

Alla fine dell’800 Spezia aspirava a diventare capoluogo di provincia, ma intanto doveva ancora risolvere problemi pratici di non poco conto. Quando pioveva un po’ forte, per esempio, Via del Carmine (via del Carmo, per gli spezzini di allora) si trasformava in un fiume vero e proprio per il rigurgito dei canali che non riuscivano a scaricare bene a causa della piena del nuovo Làgora del quale con la costruzione dell’arsenale erano diventati tributari. Addirittura l’acqua allagava i portoni e i negozi della Cittadella creando seri problemi agli abitanti e ai commercianti. Al contrario, la cosa faceva felici i monelli della zona che correvano ad armarsi di robuste tavole di legno organizzando giocose regate tipo surf lungo la strada. Addirittura, capitava che per andare da Via Maria Adelaide (Gramsci) alla Pretura si doveva camminare con l’acqua che arrivava alla cintola. Accadeva anche finissero sommersi perfino i banchi di vendita dei negozi, e dappertutto schizzavano via per non annegare i topi di fogna, sicché non si vedeva altro che un accorrere di gente armata di ramazze, bastoni e badili per dare la caccia ai ratti fin dentro i portoni, in mezzo all’acqua lurida.

Nella foto: uno dei fabbricati della Cittadella. Al piano terra c’era il carcere detto di Pinceti

Bagno di folla per re Umberto

Nell’agosto del 1893 re Umberto venne non una, bensì ben due volte a Spezia nel giro di soli nove giorni, e nella seconda occasione era in compagnia del giovane principe imperiale Enrico di Prussia, figlio dell’imperatore Federico III e dell’imperatrice Vittoria di Sassonia Coburgo-Gotha. Ormai la presenza del sovrano d’Italia rischiava di diventare un’abitudine per gli spezzini perché solo tre mesi prima egli era stato ospite del golfo insieme ai sovrani di Germania. Continua a leggere