Portus lunae, la storia… finita

Anzitutto desidero ringraziare l’Accademia Capellini per la bellissima opportunità che ci offre di seguire online, live o in streaming, quegli appuntamenti con la cultura: chi, per forza di cose, sta lontano, può seguire tutto come se fosse lì.

Aggiungo che per me è un onore essere preso in considerazione, per di più nella sua propria materia, da un professionista così autorevole come il dottor Paolo Sangriso. Segno che nei miei interventi sul tema ho toccato qualche argomento degno di attenzione.

A questo punto mi si pone l’obbligo di riassumere brevemente le due puntate precedenti, altrimenti non ci si capirebbe nulla.

La prima: l’8 maggio nel salone delle conferenze dell’Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, in occasione della mia nomina a socio accademico ho tenuto una lectio magistralis intitolata “Portus lunae, la commedia degli equivoci, dove spiegavo perché a mio modo di vedere il Portus lunae, il grande golfo nel quale all’inizio di ogni buona stagione al tempo dell’espansione romana confluivano centinaia di navi e decine di migliaia di armati, era il golfo della Spezia

La seconda: il 5 giugno, sempre alla Capellini, l’archeologo Paolo Sangriso, sostenitore dell’ipotesi Portus lunae/foce del Magra, ha tenuto una conferenza intitolata “L’eredità spezzata nel corso della quale, senza nominarmi, ha inteso confutare alcune mie affermazioni.

Quello che segue è pertanto il sunto del punto di vista di Sangriso e la mia replica.

Chiaramente non sono d’accordo con lui quando asserisce che il Portus lunae era la, o alla, foce del Magra; concordo invece quando dice che, insomma, ognuno deve fare la propria parte, e che quindi il lavoro dell’archeologo deve farlo l’archeologo. Giustissimo, così come, dico io, il lavoro del giornalista deve farlo il giornalista e il lavoro dello storico deve farlo lo storico. Il giornalista – dopo sessant’anni di mestiere credo di poterlo dire – non va a scavare nel terreno per cercare tracce dell’antichità, scava piuttosto nella storia quotidiana, la cronaca, in cerca di notizie. Ebbene, una volta lasciato per limiti di età il mestiere del giornalista e passato alla ricerca storica, e alla scrittura di libri, io ho scoperto che c’è molta affinità tra il lavoro del giornalista e quello dello storico. Entrambi scavano nel passato; nel passato più prossimo il cronista, in quello più lontano lo storico. Ma quando si scopre qualcosa di bello, di interessante, l’emozione è identica!

Quindi se merita rispetto il lavoro dell’archeologo, altrettanto rispetto meritano il lavoro del giornalista e quello dello storico. Per questo credo di poter dire che mi hanno sorpreso non poco certe lacune che ho ritenuto di ravvisare il 5 giugno nell’intervento del dottor Sangriso.

Su quanto abbiamo detto e cosa diciamo in replica in questo scambio di battute a distanza cito solo alcuni passaggi per non tediare chi volesse leggermi, ma spero siano utili per chiarire perlomeno certi avvenimenti storici.

Facendo riferimento al titolo della mia lectio magistralis, ossia Portus lunae: la commedia degli equivoci, Sangrisoha esordito dichiarando di ritenere fuori luogo parlare di equivoci a proposito del Portus lunae, perché quello è un problema scientifico, per cui con metodi scientifici va affrontato e gestito, come in effetti già avviene da molto tempo nei consoni ambiti scientifici.

Ne prendo atto, e condivido, il che, credo, mi legittima a chiedere al dottor Sangriso, come vanno giudicati, a proposito di metodo scientifico, determinati episodi riguardanti il caso del Portus lunae.

Questo lo domando perché nel corso degli anni al profano è capitato di leggere in taluni testi scientifici (per lui, oro colato) che “senza alcun dubbio” in epoca romana il Portus lunae era un grande golfo che arrivava più o meno altezza di Sarzana, dove sfociava il Magra. Il guaio è che non molto tempo dopo si è scoperto che in realtà lì non c’era alcun grande golfo, che tutto era già interrato da millenni. Tutt’al più c’era un lago connesso al mare nella località Senato di Lerici da un bassofondo guadabile anche a piedi, ma non superabile con un qualsivoglia natante (geologo Giovanni Raggi).

“Sì, però – si è obiettato allora nel mondo scientifico – c’erano la Seccagna e la Marinella, due insenature (fluviale l’una, marina l’altra) che potevano essere benissimo due bacini portuali facenti parte del sistema portuale del Portus lunae”.

Anche di questo il profano ha preso atto. Se lo dicono loro…

Qualche anno dopo, tuttavia, è venuto fuori che allo stato delle cose nemmeno quella era la situazione reale, perché in epoca romana sia la Seccagna che la Marinella erano già colmate dagli inerti del Magra. Quindi da quelle parti non poteva esserci alcun “bacino” appartenente a un sistema portuale del Portus lunae. Ce lo garantiva giusto la Scienza per il tramite del lavoro di diversi archeologi autori di saggi pubblicati nel 2010 e nel 2013.

La conferma che là fosse quasi tutto sepolto sotto i materiali trasportati dal fiume viene da altre due celebri archeologhe (Lucia Gervasini e Macella Mancusi): «È infatti ormai acquisito dalla letteratura scientifica che il porto di Luni si articolava in due bacini distinti, quello fluviale a ovest, nell’ambito dei traffici di modesto tonnellaggio, e uno a sud-est per le navi di maggiore portata, appunto le lapidarie. Le indagini geomorfologiche e archeologiche danno ora conto di questa affermazione»[1].

È utile ricordare che il traffico intenso dei marmi, e quindi delle navi lapidarie, ebbe inizio soltanto nella prima metà del primo secolo cristiano, dunque un paio di secoli dopo la cessazione delle sistematiche operazioni militari romane che avevano interessato il Portus lunae, cessazione avvenuta grossomodo in concomitanza con la deduzione della colonia (177 a.C.).

Rammentato che il Portus lunae nulla aveva a che vedere con il Porto di Luni (più corretto sarebbe chiamare quest’ultimo Porto di Avenza), solo militare l’uno, solo mercantile l’altro, è d’uopo precisare che i due “bacini distinti” citati da Gervasini e Mancusi vanno identificati non nella Seccagna o nella Marinella, interrate come detto da chissà quando, bensì il primo in una insenatura situata nei pressi di Bocca di Magra, caratterizzata da bassi fondali, usata per piccoli commerci locali, e il secondo in una fossa interna nella zona dell’Avenza, utilizzata soprattutto per il trasporto dei marmi a Roma, raccordata al mare da un canale che, a detta di Ludovico Antonio Muratori, una delle menti più fertili della cultura europea del Sette-Ottocento, era agibile a intermittenza, aperto cioè a seconda delle condizioni meteomarine. Vedasi qua sotto una carta del ‘500.

Orbene, tutte queste storie – prima c’era il grande golfo, poi non c’era più; prima c’erano la Seccagna e la Marinella e poi non c’erano più – sono state proposte dal mondo scientifico al solito profano, il quale le ha bevute come acqua fresca, con tutti i crismi della ricerca scientifica. È perciò evidente che qualcosa non ha girato per il verso giusto, che il sistema scientifico ha mostrato qualche falla. Ebbene, come vogliamo chiamarle queste falle, se non equivoci? Forse infortuni? Abbagli? Svarioni?

Beh, io non sono un professionista della materia, tuttavia mi piace studiare, mi piace ricercare, mi piace scoprire cose nuove, ed è mediante codesto modo di fare, leggendo moltissimo, cercando notizie come facevo quando ero un giovane cronista (ero bravo a scovare notizie!), che mi sono fatto l’idea che il Portus lunae fosse il Golfo della Spezia.

Ed è stato giustappunto facendo ricerca, che ho scoperto che nel corso dei secoli molti eruditi di chiarissima fama ritenevano, come lo ritengo io, che il Portus lunae fosse il golfo della Spezia. Posso citarne alcuni: Ugo di Fleury (vissuto nel 1100), Aimar de Ranconnet, Giacomo Bracelli, Joannis Georgiis Graevii, Nicolaus Reusner, Francesco Berlinghieri, Uberto Foglietta, Bonaventura Pecini, Gio Vincenzo Imperiale, Elisha Coles, Alexander Macbean, Ippolito Landinelli, Giovanni Battista Margaroli, Teodorico Rosati, Filippo Casoni, Raffaele Soprani, Matteo Vinzoni, Francesco Maria Accinelli, George Dennis, Thomas Dempster, Cristoforo Cellario, Bartolomeo Senarega, Tobias George Smollett, Abraham Rees, Girolamo Serra, Emanuele Celesia, Stanislao Bardetti, Gaetano De Sanctis, Luigi Schiapparelli, Compagnia di letterati inglesi, Carlo Promis, Leandro Alberti, Antonio Bertoloni, Filippo Ferrari, Tommaso Giuseppe Farselli, Gabriel Peignot, Charles B.Black, Gustavo Strafforello, Giovan Pietro Vieusseux, Carlo Mandosio, Silvio Pacini, Costantino Mini, Alexis François Artaud de Montor, Luigi Bossi, Francis Palgrave, Amato Amati, Luigi Hugues, Giovanni Berri, Emanuele Repetti, J.J.Chabrol de Volvic, Victor Duruy, Gaetano Moroni, Teodorico Rosati, Salvatore Muzzi, Attilio Zuccagni-Orlandini, Ubaldo Mazzini, William Smith, don Giovanni Bosco, Ubaldo Formentini, Romolo Formentini, Pier Maria Conti, Alfredo Poggiolini, Paolo Podestà, Pietro Alfonso Conti, Giovanni Oberziner, Carlo Caselli, Carlo Vitali, Nino Lamboglia, Mario Nicolò Conti, Renato Del Ponte, Istituto nazionale di studi etruschi, e via citando. Questo è per dire che io non conto niente, ma i signori succitati meriterebbero sicuramente una maggiore considerazione. Credo che avrebbero qualcosa da insegnare a molti!

È curioso come Sangriso quasi strapazzi alcuni autori del passato la cui “colpa” sarebbe quella di avere fornito elementi favorevoli all’opzione Portus lunae/Golfo della Spezia, quali Marco Anneo Lucano (Parla da poeta, non da scienziato); Tito Livio (Ha provocato un bel guaio), Strabone (Parla di cose che non ha mai visto), e ne ignori altri (Carlo Promis soprattutto, George Dennis, Rutilio Namaziano). Quanto a Livio, il guaio da lui cagionato sarebbe stato quello di avere citato (per ben due volte) una Luna collocata in anni in cui la colonia non esisteva ancora. Già, come si spiega?

Per me, piuttosto, il guaio vero è che nessun archeologo, nessuno studioso, si premuri di dirci cos’era e dov’era quel Luna.

Una doverosa considerazione meriterebbe appunto Lucano. Vissuto nel I secolo d.C.[2], Lucano a noi interessa per due brani della sua Pharsalia. Con la prima ci informa che alla metà del I secolo a.C. la colonia di Luni era deserta, notizia accolta con palese sufficienza dal dottor Sangriso. Vabbè, dai, è eccessivo parlare di una Luni abbandonata. In fondo Lucano era un poeta, libero di dare sfogo alla fantasia, tanto che discorreva di aruspici, mica era vincolato alle ferree leggi della scienza, per cui la notizia di una colonia deserta andrebbe presa con le molle. È una esplicita rappresentazione poetica. Mica detto che fosse vero! Anzi, probabilmente era una fake!

Beh, quanto a questo, a parte il fatto che lo stesso Omero era un poeta, il che non ha impedito che venisse considerato il fondatore della geografia, l’idea di una Luni deserta al tempo della guerra fra Cesare e Pompeo (49-45 a.C.), tutto considerato non mi sembra tanto campata in aria. Infatti, fin dall’insediamento (177 a.C.) la vita dei coloni era stata tutto tranne che rose e fiori. Nel 175 erano stati aggrediti da bande di liguri e di galli che avevano devastato la colonia; nel 142 una terribile epidemia li aveva decimati, tanto che, rivelava Ossequente, non si trovava nemmeno chi potesse seppellire i cadaveri sparsi qua e là nelle pubbliche strade[3], e addirittura i consoli non erano riusciti a completare la leva militare per mancanza di reclute. Nove anni dopo (133), un’inondazione aveva provocato gravi guasti alla colonia, cagionando una serie di carestie, e nei pantani dei dintorni proliferava la perfida anofele, micidiale portatrice della malaria. Nello stesso anno, nei pressi della città si era verificato un violento terremoto[4] che aveva causato un sommovimento nel sottosuolo con lo sprofondamento di un’area di quattro iugeri (all’incirca diecimila metri quadrati) e l’invaso creatosi era diventato ben presto un lago[5]. Una ventina di anni dopo avevano per di più ripreso addirittura a soffiare venti di guerra, con non pochi problemi per i coloni, prima con le guerre cimbriche, poi con la guerra sociale, quindi con la guerra civile. In quest’ultimo conflitto Luni sarebbe rimasta pesantemente coinvolta, tanto da essere costretta a pagarne il fio – lacrime e sangue – per essersi schierata con la parte risultata alla fine perdente. Per giunta, in quegli anni l’agricoltura italica, e a maggior ragione quella coloniale, era preda di una gravissima crisi causata dalle massicce importazioni di prodotti delle fertili pianure della Spagna appena soggiogata. A ben vedere, i pochi abitanti rimasti avevano più di un buon motivo per andarsene. Non direi, pertanto, che Lucano ci abbia rifilato una frottola. Il processo di un progressivo abbandono, suggerisce peraltro Giulio Ciampoltrini (Soprintendenza archeologica della Toscana), sarebbe indiziato anche dalla progressiva estinzione della classe dirigente originaria, come testimonierebbero profonde modificazioni nell’onomastica già assai prima dell’età augustea.

D’altro canto, se la colonia non fosse stata deserta, per quale ragione da lì a non pochi anni l’imperatore Augusto avrebbe sentito il bisogno di ripopolarla? Non a caso gli studiosi parlano di “seconda deduzione”!

Comunque, come dicevo prima, due sono le frasi di Lucano che ci interessano. La seconda, assai più importante, è questa: «Il Magra, che sfocia nel mare vicino a Luna, impedisce l’indugiare di navi o di barche. Infatti, è un fiume poco profondo con numerose secche e non navigabile»[6].

Questa frase è stata messa praticamente sotto embargo, manco fosse un segreto militare. Mi sembra che lo stesso dottor Sangriso l’abbia ignorata. Con tutto ciò, sarà pure stato un poeta, Lucano, nondimeno, essendo vissuto nel primo secolo cristiano, era un testimone oculare, avrà certo avuto gli occhi per vedere. Perché, allora, fare come se non fosse esistito? Perché secretare quella sua rivelazione?

Altro motivo di confronto è la spedizione di Catone allestita nel 195 a.C. nel Portus lunae per la Spagna. Sangriso ha detto che il console arrivò nel Portus lunae dove già aveva fatto convenire via terra il suo esercito consistente in due legioni, all’incirca diecimila uomini.

Tutto giusto, eccetto l’entità della truppa: oltre alle due legioni, il Senato aveva difatti consegnato a Catone anche un contingente di quindicimila fanti alleati di lingua latina, ottocento cavalieri, e venti navi da guerra[7]. A tanto consisteva in genere la truppa affidata ai consoli o ai pretori in tempo di repubblica. Si capirà perciò che un conto era imbarcare diecimila uomini, e un altro ventiseimila. Questo perché per trasferire degli eserciti nei fronti d’oltremare dalla Liguria alla Spagna o alla Sardegna, occorrevano oltre a un congruo numero di navi anche la disponibilità di molti approdi in modo da potere imbarcare simultaneamente decine di migliaia di uomini. La rapidità è sempre stata fattore strategico essenziale nelle operazioni belliche! Venendo a noi, qual era la situazione sul terreno? Grazie a Gervasini e Mancusi abbiamo visto che nella valle del Magra non c’era alcun approdo idoneo. Nel golfo, invece, per effettuare contemporaneamente quegli imbarchi si poteva disporre delle insenature di San Vito, Varicella (Marola), Cadimare, Fezzano, Panigaglia, Ria (Le Grazie), Varignano, Castagna, Olivo, Porto Venere, e il ridosso della Palmaria, tutte ampie, tutte profonde sino alla riva, tutte sicure, tutte al riparo da azioni ostili, tutte adatte alla bisogna. Pensi, dottor Sangriso, che il colonnello del Genio francese Pierre Hyacinthe Boucher de Morlaincourt, autore di un accurato studio sul golfo, accertò che prendendo in considerazione solamente le più ampie di quelle insenature, vi si potevano ancorare in tutta sicurezza almeno 500 vascelli! Una manna per gli ammiragli dell’Urbe!

Francamente non riesco a capire come si possa credere che tutto quel trambusto potesse avvenire alla foce del Magra.

Ma il dottor Sangriso ha una soluzione: l’uovo di Colombo. A che serviva un porto? Bastava un arenile nel quale spiaggiare le navi e, oplà, procedere agli imbarchi.

Chissà allora perché i romani lo chiamarono Portus lunae, e perché valorosi colleghi di Sangriso da decenni si affannano a cercare di dimostrare che senz’altro là c’era quel golfo descritto così bene da Strabone, uno spettacolo della natura che ha fatto esclamare a Ubaldo Fornelli: “Un porto che destava l’ammirazione di persone che altri porti avevano veduti”, un porto sul quale torreggiava – come da alcuni anni ci rammenta la passerella Salt – un fantasioso  ciclopico faro che illuminava le notti dei naviganti.

E dire che, secondo il dottor Sangriso, invece di fare tanti sforzi bastava spiaggiare qualche nave da guerra su un bagnasciuga – magari, tanto per cominciare, le venti affidate a Catone – per imbarcare ventiseimila armati con annessi e connessi!

Insomma, per dare assistenza alle flotte e agli eserciti romani in transito non occorrevano, come invece supponevo io, sedi per i comandi, casermaggi per la guarnigione, attendamenti per i militari di passaggio, luoghi di culto, luoghi di svago, officine per la riparazione delle navi, delle armi, dei carriaggi, stallaggi, cucine e mense, depositi, infermerie, ecc. Erano sufficienti una spiaggia e un po’ di olio di gomiti degli schiavi e degli uomini di equipaggio/rematori!

Tanto per capire di cosa stiamo parlando, c’è un dato: una nave da guerra romana (navis longa) oltre ai vogatori e alla truppa di bordo, poteva trasportare dai 150 ai 200 “passeggeri”, ovvero i legionari, quindi, occorrevano tra le 130 e le 170 navi per ciascun esercito. E non di rado nel Portus lunae di eserciti ne arrivavano anche tre, quattro o cinque. Facile fare un po’ di conti.

Comunque, geniale, come pensata, a patto che in quei giorni non capitasse qualche bella libecciata, perché altrimenti sarebbero stati sul serio grossi guai! Guardate cosa accadeva, per fare un solo esempio tra i tanti del genere, nel settembre 1282, da quelle parti, a una armata navale pisana reduce da un attacco a Genova: «Poi partendosi dal golfo della Spezia per tornare a Pisa, essendo in alto mare, come piacque a Dio, si levò una fortuna con vento Agherbino sì forte e impetuoso, che tutta isciarrò la detta armata, e parte di loro galee, intorno di ventitré, percosse, e ruppono alla piaggia del Viereggio e alla foce di Serchio, ma poche genti vi perirono, ma tornarono in Pisa chi ignudo e chi in camicia a modo di sconfitta»[8]..

E allora – tanto per andare sul sicuro – viene da chiedere: Quanti relitti di navi sono stati trovati sotto le pietre della piana del Magra? Nessuno? Perbacco, che fortuna!

E pensare che invece dalla piana di San Rossore di Pisa, a manco sessanta chilometri da Luni, in una situazione ambientale pressoché speculare, sono state dissepolte una trentina fra navi e barche di epoca romana.

Così, per curiosità, mi sono quindi imbarcato in una piccola ricerca sulle navi trovate qua e là. Dal bel sito Romano impero ricavo che relitti di una o più navi romane sono stagti trovati ad Alassio, Ponza, Gallura, Comacchio, Marsala, Napoli, Pisa, Osia, Fiumicino, Ventotene e Lago di Nemi. Come sappiamo una giace nel fondo del mare di Porto Venere. Salvo errori, niente, appunto, alla foce del Magra.   

A proposito della dislocazione delle truppe nei vari approdi disponibili nell’arco del golfo della Spezia, della quale avevo parlato l’8 maggio, Sangriso ha giudicato inconcepibile dal punto di vista tattico fare accampare, in attesa di procedere all’imbarco, duemila legionari a Marola, mille a Cadimare, cinquemila al Fezzano, e via dicendo, e questo perché – ha spiegato – i liguri di Carpena avrebbero potuto stare lì appostati a guardarli passare e bersagliarli. “Fare il tiro a segno”, ha precisato l’oratore.

Qui però io mi rifiuto di pensare che il mio interlocutore dicesse su serio. Invero, ho il forte sospetto che questa di Carpena non fosse altro che una battuta di uno smaliziato conferenziere, buttata lì tanto per strappare un sorriso agli astanti. Ma ce li vedete i carpenesi acquattati fra gli alberi a scagliare i loro giavellotti contro i legionari? Che poi, dai! quanti potevano mai essere nel II secolo a.C. ‘sti carpenesi per fare paura a un esercito di ventiseimila uomini, tutti quanti armati fino ai denti, e veterani degli scontri più feroci con i guerrieri di mezzo mondo?

Tra l’altro, in tutti quegli anni – ecco a cosa serve la storia – i liguri si guardavano bene dall’infastidire i romani. Reduci da tre batoste consecutive subite da Tiberio Sempronio Gracco (238 a.C.), da Lucio Cornelio Lentulo Caudino, il generale che per primo insediò un presidio militare nel golfo (236); e infine da Quinto Fabio Massimo (233), scontri nei quali avevano perso il fior fiore dei loro guerrieri – migliaia di uomini, la meglio gioventù – gli apuani non avevano potuto fare altro che rintanarsi sulle loro montagne tenendosi alla larga dai quiriti per una quarantina d’anni, giusto il tempo necessario per ricostituire una forza armata, limitandosi semmai nel frattempo a qualche scorreria al piano ai danni dei malcapitati pisani e dei piccoli villaggi dei dintorni.

Sangriso ha affermato pure – anche questa mi sembra una battuta – che diecimila soldati (figuriamoci ventiseimila com’erano davvero!) non potevano stare a Marola. “Non ce li ho mai visti”, ha precisato.

Lo credo bene! Da marolino confermo! Non li ho mai visti nemmeno io. Osservo però che potevano benissimo accamparsi alla Canivella, alla Pianagrande e alla Piandarana, ovvero da San Vito al Rebocco, alla Chiappa e a… Via Chiodo, a meno di due chilometri da Marola, non certo una gran sfacchinata!

Per dimostrare che il Portus lunae non poteva essere il golfo della Spezia, Sangriso ha descritto quelle che a suo dire erano le peripezie che dovevano affrontare i legionari per raggiungere… la sprugola. Una volta arrivati con buona marcia da Pisa al Magra dovevano passare il fiume (che, sappiamo, al Senato di Lerici si attraversava comodamente a piedi) e, da lì, Arcola, salire e scendere il Termo, aggirare il piede del Monte Pertico, la piana di Migliarina, valicare il colle dei cappuccini, e così arrivare alla Spezia e raggiungere Marola. Tutta fatica sprecata, dal momento che potevano fermarsi al Magra! Sangriso dixit.

Capirai che ostacoli per gente adusa a farsi a piedi ottanta chilometri al giorno, con settanta chili di roba sulle spalle, e per di più reduce dalle gole della Garfagnana e della Lunigiana infestate dai feroci guerrieri apuani, friniati e boi.

Come dicevo, i liguri dovettero pazientare un po’ prima di potere cercare di cogliere l’agognata rivincita contro gli invasori. Le ostilità ripresero infatti alla grande solo nel 193, due anni dopo il passaggio di Catone nel Portus lunae – non nel 186, anno della disfatta del console Quinto Marcio Filippo in una foresta fra la Garfagnana e il Caprione, citato da Sangriso – allorché in seguito a una sacra assemblea delle tribù alpigiane una turba di ventimila guerrieri, apuani e friniati, rinforzati probabilmente da bande celtiche, calarono dalle montagne devastando l’agro lunense e ponendo d’assedio Pisa, assedio che si sarebbe protratto per tre anni!

In quel quarantennio di tregua, dal 233 (trionfo di Quinto Fabio Massimo) al 193 (attacco dei liguri a Pisa) i romani avevano potuto insediare e gestire in santa pace la loro base navale, da essi chiamata Luna, situata nel Portus lunae – dice Tito Livio – senza dover temere i giavellotti dei… carpenesi!

Poteva tutto questo avvenire, senza lasciare traccia, nella piana del Magra in epoca precoloniale?

In merito alle tracce, giustamente Sangriso ha ricordato il ponte romano di pietra situato sotto Via Biassa, alla Spezia, un ponte con una “luce” di dodici metri, il che significa che il corso d’acqua che scavalcava era piuttosto ampio, e non guadabile. La sua posizione a me sembra indicativa: sull’asse est-ovest, poteva indirizzare chi stava arrivando da un lato, a destra, su per il vallone di Biassa, quindi verso la riviera e la valle del Vara, e dall’altro lato, a sinistra, verso San Vito, ovvero Luna, la base navale romana. Purtroppo, il dottor Sangriso non si è posto la domanda che a me invece intriga assai: a che cosa serviva al tempo di Roma un ponte tanto imponente? Per farvi passare ogni tanto un carretto di un contadino, o per agevolare il transito dei legionari, delle mandrie, e delle salmerie?

A proposito di curiosità, ho scoperto che c’è un personaggio del quale il dottor Sangriso ed io siamo ammiratori: Giovanni Targioni-Tozzetti. L’archeologo spezzino si è profuso in grandi, meritati elogi nei confronti del settecentesco erudito livornese, mentre da parte mia ricordavo di avere fatto ricerche su di lui anni fa, quando raccoglievo materiale per scrivere Ottocento. Ebbene, in quel preciso momento, proprio mentre Sangriso lo lodava, a me è venuta in mente una cosa, che ho subito controllato, trovando conferma: nella sua opera più importante – “Relazioni di alcuni viaggi fatti in diverse parti della Toscana” – Targioni-Tozzetti scriveva: “Il sin qui descritto Porto Lunense, ora detto Golfo della Spezia….”. Chissà se anche Sangriso si è rammentato di questo particolare!

Venendo a Strabone, bersaglio preferito degli strali del dottor Sangriso, sua imperdonabile (e irrimediabile) colpa è stata quella di non avere visto di persona i luoghi a nord di Populonia e che quindi nel suo lavoro si era rifatto a testi altrui. Il particolare che una sua descrizione fosse una fotografia perfetta del golfo della Spezia, e che tutto il resto (tranne la Sardegna al posto della Corsica) corrispondesse all’esatta realtà, contava poco o niente.

E allora veniamo al sodo.

Secondo quanto il dottor Sangriso ha detto il 5 giugno, nella sua Geografia Strabone avrebbe scritto: “Tra Luna e Roma ci sono 400 stadii”. Tanto basta per accusare Strabone, dinanzi al pubblico in sala, di avere preso una solenne cantonata. Sicuramente i conti non tornano, perché tra Luna e Roma (per Strabone il nome Luna apparteneva sia al Portus lunae che alla base navale romana posta all’interno del Portus lunae) non c’erano affatto 400 stadi, ce ne n’erano molti di più: 2.160!

Dunque, siamo alle prese con un errore, un errore madornale, non si discute!

Solo che l’errore non è di Strabone, bensì, ahi ahi, è dello stesso Sangriso. Difatti il Greco scrive: “Tra Pisa e Luna sono 400 stadi”, non “Tra Roma e Luna”. C’è una bella differenza!

Tanto per fugare ogni dubbio è sufficiente prendere un navigatore satellitare, o una semplice carta Michelin, per scoprire che tra Pisa e la Spezia (Luna) ci sono esattamente 75 chilometri, corrispondenti agli straboniani 400 stadi! Ne consegue che Luna era la Spezia golfo e la Spezia base navale!

Se poi vogliamo esagerare, possiamo aggiungere che fra Pisa e l’anfiteatro di Luni c’erano 296 stadi!

Intendiamoci, è chiaro come il sole che quello in cui è incorso il dottor Sangriso è un banale lapsus, su questo non ci piove, tant’è vero che parlando dei 400 stadi ha aggiunto sottovoce, come tra sé e sé, tanto che forse non si è nemmeno sentito in sala, un “mi sembra”. Resta nondimeno il problema delle molte persone presenti che se ne sono tornate a casa con il convincimento che Strabone avesse preso un grosso, grossissimo granchio, quando invece il povero geografo greco si meritava l’assoluzione con formula piena. per non avere commesso il fatto. In compenso, per noi c’è stata la conferma che, partendo da Pisa, percorsi 400 stadi verso nord, ci si ritrovava a Luna, ossia, appunto, alla Spezia.

Purtroppo, il nostro oratore ha ritenuto di non prendere in considerazione un’altra frase di Strabone, quella che, secondo me, ci rivela senza fallo dov’era il Portus lunae.

Diceva il geografo greco: «Tra Luna e Pisa è chorion Macra»[9]. Non mi interessa in questa sede trattare di quello che pensano altri. Semplicemente confermo che per Strabone (il quale usa cinque volte il termine etrusco Luna, e mai il termine latino Portus lunae), Luna era insieme il golfo della Spezia e la base navale, e che in greco antico la parola chorion aveva svariati significati tra i quali anche villaggio e coloria. Quindi la frase di Strabone suona esattamente così: “Tra Luna (golfo della Spezia) e Pisa, c’è la colonia sul Magra (chorion Macra). Perfetto, mi sembra che non possa esserci più alcun dubbio sull’ubicazione del Portus lunae e, di riflesso, di Luna.

Mi dispiace solo che il dottor Sangriso abbia ignorato questa frase, per me risolutiva: «Tra Spezia e Pisa è la colonia sul Magra»! Peccato!

Per quanto riguarda i resti romani cavati dal sottosuolo della località Piano Artiglié del Fezzano, ai quali Sangriso ha riservato una certa attenzione, mi limito a una curiosità. L’archeologo dice che quei reperti appartenevano a una villa signorile, una delle tante sparse nel golfo. Dal canto suo Ubaldo Mazzini, che il dottor Sangriso ha definito “uno dei miei angeli custodi”, supponeva invece che si trattasse di «magazzini annonari navali costrutti dai Romani presso la spiaggia del piccolo seno del Fezzano (Fundus Alfidianus) per il rifornimento delle flotte militari, che avevano nel Portus Lume la loro base. È noto infatti per numerosi ricordi classici che il golfo, ora detto della Spezia, il quale “contiene in sé tanti altri piccoli seni, tutti sicuri e profondi anche vicino alla riva” (Strabone, V. 222), servì come base di operazione (Ormeterion) alle armate romane particolarmente nei tempi della Repubblica, per le guerre contro i Liguri, e per quelle di Spagna (Livio, XXXIX)»[10].

Insomma, se posso permettermi di darle un consiglio, dottor Sangriso, conviene sempre dare retta agli angeli custodi! Difficilmente si sbagliano.

Infine, ecco il colpo di scena, la Grande Rivelazione, l’asso nella manica: “L’anno scorso abbiamo trovato le strutture del Portus lunae”, ha annunciato solennemente Sangriso. Accipicchia, questa sì che è una grande notizia, peccato che non ci siano le trombe. Adesso c’è unicamente da sperare in qualche ulteriore conferma scientifica, perché, come si dice, l’esperienza insegna.

Da un non lontanissimo passato, infatti, emergono storie che invitano ad andarci cauti con le clamorose scoperte in quel di Luni.

Prima si disse che in epoca romana la valle del Magra era un grande golfo. Poi venne fuori che il grande golfo non c‘era.

Prima si disse che la Seccagna e la Marinella erano due bacini parti del sistema portuale del Portus lunae. Poi si scoprì che i due “bacini” erano già interrati al tempo dei quiriti.

Prima fu trovato un grande frontone etrusco. Poi si appurò che etrusco non era.

Prima si disse che c’erano degli anelli conficcati nelle mura di Luni, di quelli usati per ormeggiare le navi. Poi si disse che non c’era mai stato alcun anello.

Prima fu individuato un pezzo di un molo sicuramente di un porto, dunque del Portus lunae. Poi si scoprì che un molo non era.

Prima si rimuginò per anni attorno a un “dente” presente nelle mura urbiche, cioè, si pensò, un adattamento alla linea di costa, il che lasciava presupporre che nella zona ci fosse un porto. Poi si accertò che la linea di costa era a ottocento metri dalle mura, come recitava un atto dell’imperatore Federico Barbarossa datato 29 luglio del 1185 nel quale si accennava alla presenza di una “plateam que est inter murum civitatis et mare”.

Insomma, che dire circa le nuove clamorose scoperte? Auguri!

Nel frattempo, già che ci siamo, inviterei a riflettere su qualcosa di già certificato:

MARCO ANNEO LUCANO (I secolo d.C.): «Il Magra, che sfocia nel mare vicino a Luna, impedisce l’indugiare di navi o di barche. Infatti, è un fiume poco profondo con numerose secche e non navigabile»[11].

CARLO PROMIS (archeologo inviato a Luni da re Carlo Alberto per sovrintendere alla prima campagna di scavi: «Io sono indotto a credere come cosa certissima, che Luni non abbia mai avuto un porto a se stessa unito, ma che la fama di città marittima solo dovesse al non lontano golfo della Spezia»[12].

GIOVANNI RAGGI, geologo: «La presenza di barre sabbiose e bassi fondali paludosi davanti alla città (di Luni) porta a escludere la possibilità di un’area portuale adeguata all’esportazione marittima dei marmi apuani nei pressi della città stessa»[13].

Qui giunti, devo esprimere tutto il mio stupore perché mi aspettavo che il dottor Sangriso parlasse anche della questione della secca che si trova davanti al golfo della Spezia, sull’asse tra la foce del Magra e l’isola del Tino della quale avevo parlato il 5 maggio.

In breve, la storia – che io considero la chiave di volta per risolvere il caso del Portus lunae – è questa: cinque milioni almeno di anni fa, quando l’attuale valle del Magra era un golfo le cui acque giungevano probabilmente sino a Ceparana, il Magra continuava ovviamente a strappare rocce, terra e materiali vari dalle vette delle montagne trascinando il tutto a valle, sinché, appunto nel giro di milioni di anni, quel materiale giorno dopo giorno ha riempito quel golfo trasformandolo nella pianura secca che vediamo oggi. Ciò era avvenuto perché gli inerti trasportati dal fiume, giunti al mare venivano spinti verso occidente dalle correnti che, salendo dal meridione, a causa del movimento rotatorio della terra volgevano verso quella direzione. Tale materiale non andava tuttavia lontano perché sulla sua strada trovava l’insormontabile barriera del promontorio del Caprione. Di conseguenza, giorno dopo giorno, per milioni di anni, ciottoli, pietre, terra, brecce, ramaglie, sabbia, limi, e chissà cos’altro erano andati accumulandosi lì contro fino a formare quella coltre alluvionale che oggi copre interamente quello che milioni di anni prima era il golfo del Magra. E qui entra in scena quello che non ti aspetti, l’elemento che ti fa vincere la partita!

Attorno al milione di anni fa, finalmente costipato per intero il bacino fino a spingere la linea di costa sulla linea ideale tesa tra la foce del Magra e la punta estrema del Caprione, ossia Punta Corvo, non più fermati dal promontorio quei materiali erano stati sospinti dalle correnti verso il mare aperto. Qui, però, avevano incontrato una dorsale sottomarina che ne aveva fermato la deriva, con conseguente accumulo fino a creare, nel corso dei millenni, appunto quella grande secca. Va da sé che un bassofondo del genere non si sarebbe mao potuto formare se prima non fosse stato interamente colmato dagli inerti del fiume l’invaso dell’ex grande golfo che oggi forma la piana del Magra. Il che significa che lì non poteva esserci alcuna insenatura. Che lì, pertanto, non poteva esserci il Portus lunae!

Mi sarebbe piaciuto conoscere su questo l’opinione del dottor Sangriso, ma è andata male. Peccato! Sarà per un’altra volta!


[1] Lucia Gervasini e Marcella Mancusi, Portus Lunae. Dati per la ricostruzione paleogeografica del paesaggio costiero dell’alto Tirreno: il progetto di ricerca archeo-geomorfologica, 2013.

[2] Tra l’altro Lucano, ci fa sapere il celebre dantista spezzino Mirco Manuguerra, era un “poeta latino tra i preferiti di Dante”.

[3] Giulio Ossequente, Prodigiorum Liber, 22.

[4] Il sisma è registrato nel Catalogo dei Forti Terremoti in Italia dal 461 a.C. al 1980‘ dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.

[5] Giulio Ossequente, Prodigiorum Liber, paragrafo 27a (Lunae terra quattuor iugerum spatio in profundum abiit et mox de caverna lacuum reddidit).

[6] Petrus-Augustus Lemaire (1802-1887), M.Annaei Lucani Pharsalia, Libro II, pag. 183, stampato da A.Pihan Delaforest per l’editore della Collezione dei classici latini Nicolaus Eligius Lemaire, Parigi, 1830. Lemaire era un professore di latino.

[7] Tito Livio, Ab Urbe condita, XXXIII, 43.

[8] Giovanni Villani, da Storia di messer Giovanni Villani cittadino fiorentino, libro VII, pag. 247, per Filippo, e Iacopo Giunti e fratelli, Firenze, 1587.

[9] Strabone, Geografia, libro V, 2, 5.

[10] Ubaldo Mazzini (La Spezia, 1868-Pontremoli, 1923), Storia del golfo della Spezia, pag. 150, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, La Spezia, 1981.

[11] Traduzione dalla Pharsalia di Petrus-Augustus Lemaire, professore di latino.

[12] Carlo Promis, (Torino, 1808-1873), Dell’antica città di Luni e del suo stato presente, pag. 165, Stamperia Reale, Torino, 1838.

Dell’antica città di Luni e del suo stato presente, pag. 14.

[13] Giovanni Raggi, La Bassa Val di Magra ed il sottosuolo della Piana Lunense, da Capellini ai giorni d’oggi., pag. 41.