Qualche giorno fa, gironzolando fra le pagine di Facebook, mi sono imbattuto in un gruppo nel quale si discuteva del Portus lunae. Figuriamoci! Essendo arciconvinto che il Portus lunae fosse il golfo della Spezia, l’ho subito appuntato ripromettendomi di leggere con calma quello che si andava dicendo, ed eventualmente intervenire, ove mi fosse stato concesso. Più tardi, quando ho provato a tornare nel sito, ho però scoperto che il post non c’era più. Non so perché. Questioni di Facebook, forse, roba che per me è arabo. Per fortuna, però, per vecchia abitudine mi ero segnato qualcosa, poca roba, in verità, della chat in corso per cui oggi posso dire la mia, per di più, pubblicando nel mio blog, senza pertanto invadere il campo altrui. E siccome ho notato che in quel post qualcuno – mi è parso un sostenitore dell’idea Portus lunae=foce del Magra – esortava a studiare, ho seguito il suo prezioso consiglio mettendomi subito sotto a scartabellare fra vecchi libri, come peraltro faccio da oltre sessant’anni, cercando di accrescere le mie conoscenze in proposito, persuaso come sono che nella vita non si finisca mai di imparare.

Il tema, dicevo, era la vexata quaestio del Portus lunae con annessi e connessi. Dov’era quel golfo? E cos’era, e dov’era, la misteriosa Luna – soggetto militare del quale parlano Tito Livio e Strabone – nel tempo in cui nella valle del Magra non c’era nulla? Era «un terreno vergine, per così dire», confermava l’etruscologa professoressa Luisa Banti.
Come si conviene, cominciamo con l’antipasto, tanto per staccare la spina ad alcune illusioni:
Marco Anneo Lucano (I sec. d.C., quindi un testimone oculare): “Il Magra non è navigabile”.
Giovanni Raggi (geologo, oggi): “Il Magra non era navigabile”.
Carlo Promis (archeologo, architetto, uomo di fiducia di re Carlo Alberto, da lui mandato a Luni per sovrintendere alla prima campagna di scavi): “Io sono indotto a credere come cosa certissima, che Luni non abbia mai avuto un porto a se stessa unito, ma che la fama di città marittima solo dovesse al non lontano golfo della Spezia».
Ciò detto, veniamo a noi.
Luna era il nome etrusco del “grandissimo e bellissimo” golfo descritto da Strabone, e significava golfo, porto, laguna, in parole povere, un luogo d’acque. A battezzarlo Portus lunae furono i romani, equivocando sul significato del nome.
Un particolare da tenere assolutamente presente è che in questa storia troviamo tre soggetti con il medesimo nome: Luna.
Erano il vasto golfo situato a nord di Pisa; la base navale insediata dai romani all’interno di quel golfo all’epoca in cui la colonia non esisteva ancora; e infine, giustappunto, la colonia stessa di Luna, nome mutuato dalla base navale (là dove i coloni erano sottomessi al potere militare).
Bene! Voi chiederete: chi ci dice che là c’era una base navale? A parte il fatto che non è mai esistito al mondo un intenso traffico navale, soprattutto militare, senza una base a terra che lo assistesse (rifornimenti, riparazioni, cambi di equipaggi, ecc.), ce lo dicono Tito Livio e Strabone. Quest’ultimo, in ispecie, spiegava, nella traduzione di H.C.Hamilton e W.Falconer (Londra, 1903): «Il porto è molto bello e spazioso, e racchiude al suo interno numerosi porti, tutti profondi anche vicino alla riva; si tratta infatti di una base di operazioni (Strabone usa il termine ormeterion – N.d.A.) degna di una nazione che ha dominato per così tanto tempo su un mare così vasto».
Uno dei principali traduttori di Strabone, Alfonso Buonacciuoli, la proponeva così: «Il porto è grandissimo e bellissimo come quello ch’in sé contiene più porti tutti molto profondi anche nei pressi della riva. Talché vi si potrebbero ricoverare le navi di quant’huomini tengono potenti armate, in così gran mare, e per tanto tempo».
Luna, dunque, era un ormeterion! E qui ci siamo!
A questo punto è allora d’uopo sapere che secondo vari autori un ormeterion (ὁρμητήριον) era una base per operazioni militari navali, una piazzaforte, un fortilizio, un presidio, un punto di ancoraggio, o d’imbarco.
“La parola ormeterion – spiega AI Overview, l’intelligenza artificiale di Google – si riferisce storicamente a una base operativa, punto di ormeggio o rifugio militare per le navi. In ambito storico e militare classico, questo termine veniva utilizzato dagli storici greci (come Strabone) per descrivere una base militare strategica o un porto sicuro utilizzato dalle flotte per lanciare attacchi o proteggere un territorio”.
È la conferma, direi, di quanto ci faceva sapere Tito Livio: Luna era una base navale (ormeterion) situata all’interno del Portus lunae. Il patavino ce lo spiegava raccontando due episodi. Il primo: giunto con le sue armate di terra e di mare “nel Portus lunae”, preparata che fu la spedizione, il console Marco Porcio Catone partì “da Luna” per recarsi in Spagna (AUc XXXIV, 2, 8b); nel secondo episodio, il Senato spedì un messaggero sulle tracce del pretore Caio Calpurnio Pisone, che si trovava nel Portus lunae, con l’ordine di affrettare la partenza per la Spagna, ma quando arrivò a Luna, la staffetta scoprì che il pretore era già partito (AUc XXXIX, 21, 6). Dal canto suo, Strabone affermava “Luna è città e porto”, esattamente come la Spezia e il golfo, o, meglio, la base navale della Spezia e il golfo.
Quell’ormeterion fu attivo dal 236 a.C. (anno in cui, primo fra i romani, il console Lucio Cornelio Lentulo Caudino, sconfitti gli apuani, posò il piede sulla riva di quel golfo) fino al 180 a.C. circa, quando, raffreddati i fronti di guerra sardi e iberici, e trasferita nel Piacentino la linea del conflitto con le tribù celtiche, essendosi nel frattempo definitivamente arresi gli indigeni essa perse importanza dal punto di vista militare. Tanto è vero che da allora Livio non la cita più. Ciò consentì ai romani di impiantare la colonia sulle rive del Magra. Dopo di che, quella comunità sopravvisse come piccola città a “sangue” misto: militare e civile. La ritroveremo presto nelle cronache.
E veniamo al dunque, ossia dov’era quell’ormeterion e, di conseguenza, dov’era il Portus lunae.
Carlo Promis ci assicura che la conformazione della piana del Magra in epoca quirita era esattamente come la vedeva lui ai suoi tempi. In pratica com’è oggi. Il che collima con quanto scrivevano nel 2013 le dottoresse Lucia Gervasini e Marcella Mancusi, direttrici in anni diversi dell’Area archeologica di Luni: «È infatti ormai acquisito dalla letteratura scientifica che il porto di Luni si articolava in due bacini distinti, quello fluviale a ovest, nell’ambito dei traffici di modesto tonnellaggio, e uno a sud-est per le navi di maggiore portata, appunto le lapidarie. Le indagini geomorfologiche e archeologiche danno ora conto di questa affermazione».
Ebbene, poiché al tempo dei romani i potenziali bacini portuali della Seccagna e della Marinella erano interrati da secoli (lo affermano gli archeologi, non io, in saggi datati 2010 e 2013), i due bacini portuali citati da Gervasini e Mancusi non potevano che essere l’uno a Bocca di Magra, approdo che a causa dei bassi fondali poteva ospitare solo i piccoli traffici locali; e l’altro all’Avenza, usato nondimeno in maniera massiccia a partire solo dalla prima metà del primo secolo cristiano – due secoli dopo il “pensionamento” del Portus lunae – quando prenderà quota il commercio dei marmi. Questo secondo bacino era un lago costiero collegato al mare da un canale il quale, a detta di Ludovico Antonio Muratori, era tuttavia agibile a intermittenza, a seconda delle condizioni meteomarine, ovverosia dalla portata stagionale d’acqua.
Comprendere tutto ciò non sarebbe difficile, basterebbe studiare, ma studiare seriamente e a lungo! Per capire, è infatti indispensabile conoscere la situazione sul terreno. Sapere per esempio che un esercito romano, consolare o pretorile che fosse, era formato da ventiseimila uomini, tra fanti e cavalieri, e che per trasportarli di là dal mare – in Spagna, per esempio – occorrevano dalle 120 alle 150 navi. In un anno dal Portus lunae transitarono ben cinque eserciti, fate un po’ voi il conto!
Ora noi sappiamo che uno dei fattori strategici per vincere o perdere una battaglia è la rapidità con la quale si spostano le truppe e i materiali. Nella fattispecie – prendiamo il caso di Catone – fondamentale era imbarcare SIMULTANEAMENTE (parola chiave) decine di migliaia di soldati su decine di navi. Perciò, oltre a molte navi, era indispensabile disporre di molto approdi, tutti protetti e agibili in qualsiasi condizione meteorologica. E allora, poteva essere gestita un’operazione del genere nelle due buche della valle del Magra citate da Mancusi e Gervasini? Coloro che hanno studiato con diligenza e pensano di poter dare delle lezioni al prossimo, dovrebbero essere in grado di fornire una risposta convincente, e soprattutto onesta!
A ogni modo, per contro, il golfo della Spezia offriva a Catone e agli altri generali le baie della Chiastra (San Vito), Varicella (Marola), Cadimare, Fezzano, Panigaglia, Ria (Le Grazie), Varignano, Castagna, Olivo, Porto Venere, e il ridosso della Palmaria, tutte insenature idonee alla bisogna, vaste, sicure e profonde fino alla riva, precisava Strabone, per cui era facilissimo l’imbarco. Pensate che secondo il colonnello bonapartista Pierre Hyacinthe Boucher de Morlaincourt, considerando solamente le maggiori delle citate insenature, vi si potevano ancorare con tutto comodo cinquecento vascelli!
Tutto questo considerato, torniamo alla domanda di prima: dov’era l’ormeterion? Dov’era Luna, la cittadella militare citata due volte da Livio? E, di conseguenza, dov’era il Portus lunae?
Sentiamo alcune “voci”.
Celio Secondo Curione: “Il Portus lunae è in Liguria mentre un villaggio con lo stesso nome [Luna], da esso separato da un alto monte, è in Etruria”. È bene sapere (ecco l’importanza dello studio!) che il Magra segnava il confine tra l’Etruria e la Liguria.
Strabone: “Tra Luna e Pisa è chorion Macra”. Siccome in greco antico chorion significava anche villaggio o colonia; e siccome all’epoca di Strabone la colonia era un misero villaggio appena ripopolato dall’imperatore Augusto dopo un lungo abbandono, non c’è dubbio che il chorion Macra fosse la colonia sul Magra e, per coerenza, che quel Luna posto a settentrione della colonia, fosse un ormeterion.
Ancora Strabone: “Da Luna a Pisa si contano più di 400 stadii”. Ebbene, partendo da Pisa e facendo 75 chilometri (400 stadii) verso nord si giunge esattamente al golfo della Spezia. Controprova: da Pisa all’anfiteatro di Luni si contavano 296 stadi.
Passo dopo passo, si arriva infine alla piccola città. Erano certissimi che nel golfo della Spezia – e più precisamente nell’ansa di San Vito di Marola – ci fosse un antico abitato romano, i signori Flavio Biondo, Giacomo Bracelli, Leandro Alberti, Gasparo Massa (che parlava della presenza di «vestiggie d’un ampio Arsenale di molti archi, e volte»); Agostino Falconi, Carlo Caselli, Agostino Giustiniani, Goffredo Casalis, Francesco Corazzini, Gilbert Chabrol de Volvic, Filippo Cluverio, Ubaldo Formentini, Romolo Formentini, Girolamo Serra (fu il presidente provvisorio della Repubblica di Genova). Per finire, questi erano invece alcuni di quanti ritenevano che il Portus lunae fosse il golfo della Spezia: Ugo di Fleury (vissuto nel 1100), Aimar de Ranconnet, Giacomo Bracelli, Joannis Georgiis Graevii, Nicolaus Reusner, Francesco Berlinghieri, Uberto Foglietta, Bonaventura Pecini, Gio Vincenzo Imperiale, Elisha Coles, Alexander Macbean, Ippolito Landinelli, Giovanni Battista Margaroli, Teodorico Rosati, Filippo Casoni, Raffaele Soprani, Matteo Vinzoni, Francesco Maria Accinelli, George Dennis, Thomas Dempster, Cristoforo Cellario, Bartolomeo Senarega, Tobias George Smollett, Abraham Rees, Girolamo Serra, Emanuele Celesia, Stanislao Bardetti, Gaetano De Sanctis, Luigi Schiapparelli, Compagnia di letterati inglesi, Carlo Promis, Leandro Alberti, Antonio Bertoloni, Filippo Ferrari, Tommaso Giuseppe Farselli, Gabriel Peignot, Charles B.Black, Gustavo Strafforello, Giovan Pietro Vieusseux, Carlo Mandosio, Silvio Pacini, Costantino Mini, Alexis François Artaud de Montor, Luigi Bossi, Francis Palgrave, Amato Amati, Luigi Hugues, Giovanni Berri, Emanuele Repetti, J.J.Chabrol de Volvic, Victor Duruy, Gaetano Moroni, Teodorico Rosati, Salvatore Muzzi, Attilio Zuccagni-Orlandini, Ubaldo Mazzini, William Smith, don Giovanni Bosco, Ubaldo Formentini, Romolo Formentini, Pier Maria Conti, Alfredo Poggiolini, Paolo Podestà, Pietro Alfonso Conti, Giovanni Oberziner, Carlo Caselli, Carlo Vitali, Nino Lamboglia, Mario Nicolò Conti, Renato Del Ponte, Istituto nazionale di studi etruschi, e via citando.
Se putacaso non sapete chi fossero costoro, andate a leggervi le loro biografie nel Web. Direi che quanto a caratura culturale essi fossero, senza offesa per nessuno, qualche spanna sopra di noi. Sono certo, pertanto, che avrebbero qualcosa da insegnare a tutti!
In ultimo, qualora qualcuno fosse interessato, e ne avesse voglia, consiglierei di leggere i due miei articoli precedenti a questo. Credo che siano istruttivi per chi desidera conoscere sul serio la storia dei nostri tempi antichi.
Com’è che si diceva? Studiate ragazzi! Studiate! Lo studio fa bene. Se non altro, evita di fare brutte figure!