Duecento armati contro il mostro Nel golfo lotta all’ultimo sangue

Mostro marino

Un giornale di Madrid dell’agosto 1784 ci racconta una storia davvero curiosa: una furiosa battaglia combattuta nel golfo per un’intera giornata fra duecento spezzini armati fino ai denti e un mostro avvicinatosi pericolosamente a riva.

A informare il giornalista di quanto era accaduto in terre così lontane era stata la lettera di un suo corrispondente da Spezia nella quale si raccontava che nel giorno 24 del mese scorso (luglio 1784) lungo la costa erano stati avvistati tre spaventosi mostri marini, uno dei quali dopo essere entrato nel golfo si era spinto sino alla foce del fiume, probabilmente il Lagora, dove era stato affrontato da alcuni pescatori imbarcati su due gozzi i quali, dai e dai, a colpi di remi erano riusciti a costringerlo a inoltrarsi su per il canale fino a farlo impantanare sulla riva. A quel punto erano entrati in scena duecento uomini che, armati di lance, picche, frecce e pistole avevano assalito l’orrendo animale, una cosa mai vista da queste parti, ingaggiando con esso una lotta durissima che si era protratta addirittura per 24 ore.

Alla fine, però, il piccolo esercito di spezzini aveva avuto la meglio riuscendo, seppure con molti sforzi, a trascinare il mostro sulla terraferma. E lì finalmente la gente aveva potuto con molta cautela avvicinarsi per ammirare la strana bestia. Il muso era simile a quello di un maiale: la testa era abbastanza proporzionata al corpo, la bocca priva di denti, e solamente alle estremità più interne della mandibola c’erano quattro ossa lunghe un palmo e larghe quattro dita. Tutto il palato era guarnito di peli simili a quelli delle capre. La pelle pareva quella delle anguille, viscida e morbida, nonostante coprisse quattro dita di lardo. Il colore della sua carne sembrava quello delle bacche di alloro, e il peso complessivo fu calcolato a occhio e croce dalle 40 alle 60mila libbre.

Quella balena – perché di una povera balena alla fin fine si trattava – era lunga quattordici canne senza considerare la testa.

A quel punto, cessato l’allarme provocato da quella incursione, la gente all’inizio se n’era tornata a casa dimentica di quella carcassa abbandonata sulla spiaggia, ma poi a qualcuno era venuta la voglia di assaggiare quella carne per sapere che gusto avesse, e trovandola eccellente si era dato un gran daffare per approvvigionare la dispensa. La voce si era sparsa in un baleno e tutti erano accorsi a tagliarsene un pezzo, sicché nel giro di 24 ore del cetaceo non erano rimaste che le ossa.

“Quel tipo di animale, scrissero i giornali, è assai poco conosciuto e in italiano viene chiamato Buffone, Calogero o Mirante”.

Di questa storia abbiamo anche una testimonianza diretta che differisce un po’ dalla versione della rivista madrilena: è quella di uno spezzino che corse a vedere il “mostro” scrivendo poi a un amico per informarlo della singolare avventura. La lettera, datata Spezia 8 agosto 1784, è stata pubblicata da Antologia, Numero X del settembre 1784 sotto il titolo “Fenomeno singolare – Lettera di N.N. ad un suo amico sopra lo smisurato pesce arenatosi alla Spezia nel passato mese di luglio”.

«È tanta la curiosità di alcuni – scriveva N.N. – sullo smisurato pesce arenatosi in una spiaggia di questo golfo, e così inesatte le notizie partite dagli imperiti sul di lui conto, che sono stato indotto a rendervene un esatto ragguaglio, come quello che ebbi luogo ad esaminarlo. Fu alle ore otto della mattina del dì 24 luglio p.p. che io seppi essere stato fermato, che era ancor poco, un macchinoso pesce nel seno detto di Cadamare, sito posto quasi due miglia da noi lontano nella costiera a ponente. Inoltratosi, non si sa come, ver quella parte, e mancatogli il necessario fondo per sostenersi, avea dovuto cedere ai replicati colpi, e ai molti sforzi del numeroso popolo accorso per arrestarlo. Mi portai colà tosto con un barchetto, onde farne acquisto per un illustre amico che lo avrebbe fatto ben degno oggetto del regio museo cui presiede, ma la mia lusinga fu vana. Nessuno, anche giunto in tempo, avrebbe potuto ritenere quell’avida turba dal malmenarlo, come avea fatto. Il quadro era bello, nonostante. Scorgevasi una smisurata mole che compariva fuori dell’acqua per un buon piede ancora, sebbene fosse tutta arenata in un fondo di sei piedi. Colle estremità la cosa era volta alla non lontana spiaggia, e riguardava coll’altra dritto a levante, ingombra di assai lungo spazio. Ben cento persone vi stavan sopra menando guasto con coltelli, e scuri, né vedeansi che venire e partirsi immensi cesti di quelle carni. Fattomi largo a stento fra quel tumulto, ed interessato uno di quei tanti ad ascoltarmi, domandai che animale fosse colui. Alzarono molti la voce in un punto, e ognuno con proprio dialetto volle battezzarlo, chi per Soffione, chi per Celesio, chi per Almirante, ecc.».

«Applaudendo a tutti pregai perché volessero trarlo più a terra, restando ancor troppo il di lui contorno nascosto dal mare. Dopo molto si accinsero a compiacermi, e con gran fatica, e molta gente, lo trascinarono ancor tanto verso la spiaggia, che se non bene potei vedere a sufficienza per giudicarne. Conobbi allora da quei molti contrassegni che io sono per trascrivere ch’egli era un pesce del genere de Cetacei; anzi non altro che una piccola balena e di quel genere che il Ray distingue col nome di Balena vulgaris edentula dorso non pinneato. Mi confermai poi di questa opinione ritornato che fui a casa, e riscontratene in diversi libri le vare descrizioni e figure. Era dunque quel balenotto cinquantasei palmi genovesi in lunghezza, e nel diametro della sua maggior grossezza, vale a dire dopo la testa, poco meno di dieci di detti palmi».

Segue una dotta descrizione ricca di termini scientifici, ma anche piuttosto noiosa, della quale possiamo anche fare a meno.

Questa storiella dimostra come la lontananza e le voci di rimbalzo possano serbare di un fatto reale descrizioni diverse. La testimonianza dello spezzino non parla infatti dell’epica battaglia all’ultimo sangue per la sopravvivenza tra il “mostro” e gli abitanti, bensì molto più prosaicamente di una lotta feroce per accaparrarsi quanta più squisita carne da portare a casa fosse possibile. A ben vedere, dunque, l’unico ad avere tutte le ragioni per lamentarsi era l’innocente “smisurato mostro”.

Nella foto un mostro marino spiaggiato in un litorale spagnolo.

 

 

 

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