Quando Spezia tollerava

Il mondo, o meglio, un certo mondo, un mondo che sino ad allora aveva alimentato anche preziosi filoni della letteratura, non solo italiana, in Italia finì alla mezzanotte del 20 settembre 1958. A quell’ora esatta l’Italia chiudeva le case chiuse, autentiche istituzioni che per la gente comune erano i casini, o i bordelli, la cui dipartita era stata decretata sei mesi prima dal parlamento con una legge che aveva avuto nella senatrice socialista Angelina Merlin detta Lina la promotrice e la prima firmataria.

L’intenzione della signora Lina era di fare diventare un po’ più civile questo nostro meraviglioso e maltrattato Paese, ma a giudicare da ciò che si vede la sera – ma anche in pieno giorno – nelle strade delle italiche città, e a leggere quello che ci propinano le cronache quotidiane, non si direbbe proprio che il risultato sia stato raggiunto.

A Spezia due luoghi hanno legato il loro nome all’esercizio del mestiere più antico del mondo: il Poggio, fino a quella fatidica mezzanotte quartiere a luci rosse della Spèza per la presenza di diversi postriboli, il “cuore pulsante della città”, come lo definiva Giancarlo Fusco nel suo “Quando l’Italia tollerava”; e il viale Fieschi (e più tardi anche il viale Amendola), dove la frequentazione massiccia di marinai dovuta alla contiguità con l’arsenale, con la Caserma Duca degli Abruzzi e con l’ospedale militare richiamava inevitabilmente sciami di “lucciole”, con particolare rilevanza – ma guarda un po’! – nei giorni del giuramento delle reclute.

A dire il vero anche prima dell’avvento della Marina militare italiana nel golfo c’era chi aveva modo di lamentarsi per i costumi, a suo dire un po’ troppo disinibiti, delle donzelle spezzine. Era l’auditore Carlo Buides il quale in una lettera  così si sfogava: «Ho detto che le fanciulle cittadine ricevono un’educazione troppo profana, che nelle case private ai tempi che corrono non vi sono più le pratiche religiose di prima, ché sono circondate dal lusso (si noti che lusso e libertà è un’utopia, un bello ideale), da vagheggini, da immagini mitologiche, romantiche e poco edificanti il senso religioso, che non hanno più esempio di verginità monacale (e l’esempio val più dell’insegnamento), perché i monasterii sono stati in gran parte distrutti, o che la disprezzano perché sentono disprezzare e vedono perseguitare Monache, Frati, Papi, Santi e fino il Crocifisso. Chi vorrà mai negar tali cose? serve entrare nelle società civili, ascoltare quello che vi si discorre, vedere quali pitture, quali libri, quali gazzette deturpano le case, osservare quali siano le occupazioni di tutta la giornata, quali scopi abbiano le escite di casa, quale indifferenza si abbia per la chiesa, quale simpatia per le dissipazioni, cosa si dia ai poveri, cosa a lusso e ai divertimenti» (Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini).

Trattandosi appunto del “mestiere più antico del mondo” è chiaro che anche nella nostra città i casini sono sempre esistiti, così come continuano ad esistere tutt’oggi sotto altre sembianze, in clandestinità, certo, ma con una loro precisa organizzazione compreso il frequente ricambio delle “prestatrici d’opera”. Ed essendo la loro attività “tollerata”, le cronache se ne occupavano raramente, se non quando ci scappava qualche fattaccio di “nera”. A Spezia, poi, solo nel 1865 comparve, a quanto ne sappiamo, il primo giornale locale per cui su quanto era accaduto in precedenza in quel particolare mondo si conosce ben poco.

È del 1866 una notizia curiosa.

Allora le scuole ginnasiali, tecniche ed elementari erano ospitate nei locali dell’ex convento delle monache Clarisse – le cui rovine lasciate dai bombardamenti sorgono ancora in Via XX Settembre, quindi sul Poggio – ma già con l’accrescere del numero degli alunni cominciava a profilarsi il problema della penuria di spazi. Però una ben più seria faccenda angustiava a quel tempo le famiglie. Lo denunciava il giornale Progresso livornese facendo notare che a fianco del convento c’era una casa di tolleranza. Perciò, scriveva, «capita spesso che alcuni alunni invece di entrare per la parte che conduce al tempio di Minerva, per la pura e seducente opportunità, tratto tratto scivolino per quella che conduce all’altare di Venere».

Da qui la proposta di trasferire l’ospedale Sant’Andrea (oggi Museo Lia) nel convento delle Clarisse, e di spostare le scuole nel complesso lasciato libero dal nosocomio. Meglio evitare certe tentazioni.

Su quelle “case” del Poggio ci scherzava su anche il Lünajo del 1869. Vi si leggeva che c’erano “dee fantine ’n bèo casin / Ch’i éo pronte a contentae / vèci e zovi, e i n’en cae”.

L’arrivo da ogni regione italiana di migliaia di lavoratori da impiegare nella costruzione dell’arsenale aveva intanto attivato un massiccio movimento migratorio femminile dalle valli dei dintorni. Molte ragazze sognavano di trovare lavoro come domestica – a quel tempo erano chiamate serve – presso qualche famiglia facoltosa, ma non furono poche quelle che alla fine, deluse le loro aspettative, pur di non tornare sconfitte al paese si ritrovarono a passeggiare sotto i fanali dei viali.

Di ciò si lamentavano addirittura i giornali. Il fenomeno doveva dunque essere piuttosto vistoso, tanto che gli alquanto scandalizzati giornalisti si vedevano costretti a invocare l’intervento delle autorità di pubblica sicurezza per la sacrosanta tutela della morale pubblica. Il meretricio stava in effetti assumendo dimensioni imbarazzanti, come denunciò più tardi Ubaldo Mazzini.

Fenomeno tanto vistoso da provocare, sul finire del 1891, lo scoppio di un’autentica bomba: la squadra navale abbandonava Spezia! Il ministro della Marina, ammiraglio Simone Pacoret di Saint Bon, aveva infatti deciso di portarla via per i motivi illustrati in una lettera al sindaco Erminio Pontremoli: «Ragioni supreme di Stato non concedono alle navi della flotta italiana di rimanere come prima nel golfo di questa città. Innanzi tutto l’ambiente di Spezia è impuro, non vi sono che donne pubbliche. Il marinaio e l’ufficiale vi si snervano, vi si corrompono. Io intendo di tenerli al loro vero posto: il mare».

Apriti cielo! Già avevano preso a circolare strane voci sulla soppressione della direzione del Genio per i lavori di Marina e sulla destituzione dal comando del dipartimento dell’amato vice ammiraglio Carlo Alberto Racchia, destinato a Roma; inoltre, dal momento che la squadra veniva allontanata, poteva ritenersi imminente anche la chiusura della Caserma dei Regi Equipaggi, e tutto ciò aveva messo in agitazione l’opinione pubblica ingenerando la sindrome della povera fanciulla sedotta e abbandonata.

E mentre il sindaco si affrettava a prendere il treno per precipitarsi a Roma a conferire direttamente con il ministro, i giornali manifestavano sconcerto.

«Se ci sono queste infelici – obiettavano riferendosi alle donne pubbliche – è perché una legge dello Stato consente il mercimonio del corpo e perché ufficiali e marinai hanno le loro esigenze fisiologiche di uomini».

D’altronde, a causa della brutale alterazione degli equilibri demografici dovuta all’immigrazione “arsenalizia” la Spezia era venuta a trovarsi con una sovrabbondanza di uomini (55,6 per cento della popolazione) e una penuria di donne (44,4), e quindi erano spiegabili determinati fenomeni. Non per nulla Viale Fieschi e Viale Amendola hanno avuto fino a non molto tempo fa una certa non immeritata nomea.

Le cose poi si sistemarono, le vibrate proteste del sindaco e della città ebbero effetto, e la flotta tornò a Spezia, e la Spezia poté riprendere a… tollerare, nel chiuso delle profumate alcove all’aperto, nella frescura dei viali.

I postriboli continuarono perciò a vivere la loro vita discreta, un po’ appartati, ma accettati senza troppi problemi anche nel mondo muliebre. Il quartiere del vizio era il Poggio, come ricorda la poesia di un anonimo pubblicata nel 1932 che concludeva così: E anca a gente seria, quarche vòta / la passa e disa: “Andiamo per di qua” / profesoi, vèci, sposi, gente dota / e basapile, tüti i vano là.

Durante i momenti più atroci dell’ultimo conflitto mondiale, dopo l’8 settembre, mentre infuriava la guerra civile, le case di tolleranza erano fra le poche attività ancora in funzione. Una di queste fu anzi requisita dal comando tedesco ad uso e consumo dei suoi soldati. Un sergente grande e grosso stazionava nella sala d’attesa per tenere l’ordine. Era famoso per la sua vocione da orco e per la Luger P08 che teneva sul tavolo.

Finalmente finita la tragedia, pian piano anche a Spezia la vita riprese la sua normalità, una normalità fatta di ricostruzione e di speranze. E di… case chiuse. La città continuava a… tollerare.

Era sempre il Poggio il rione della perdizione assiduamente frequentato da operai, da marittimi, da militari, da studenti, da professionisti. Insomma… “tüti i vano là”.

Ma cosa c’era, là?

Ce lo racconta un testimone del tempo, un giovane di allora, uno che qualche marchetta in quelle case se l’è fatta!

Ecco, la marchetta, appunto. Dipendeva dalla durata della prestazione, ma ovviamente –  e soprattutto – dalla qualità della “Casa”. In quelle a più buon mercato costava cinque lire, nelle altre, in quelle un po’ più pretenziose, dieci.

Entrando nel quartiere a luci rosse da via del Prione la prima “casa” che si incontrava era quella detta “Dée vèce”, delle vecchie, perché gestita da due donne piuttosto in là con gli anni. Roba per marinai e giovani squattrinati che a malapena potevano permettersi di spendere le cinque lire della marchetta. Poco oltre c’era il bordello detto “Minestrone”: si entrava in uno squallido salone con delle panche addossate al muro dove le ragazze della quindicina – il ricambio delle “lavoratrici” avveniva appunto ogni quindici giorni – attendevano i clienti. Il nomignolo “minestrone” derivava dal fatto che accanto al salone d’attesa c’era la cucina dalla quale arrivavano effluvi di brodi, di minestre, di soffritti, e di quant’altro per il pranzo o la cena delle “signorine”.

Per dire com’è cambiato quell’angolo di città: da via Prione si apriva un’ampia scalinata, tipo quella di Quintino Sella, alla sommità della quale svettava la mole del castello. Oggi c’è un palazzo che chiude quella vista.

Arrivati sul Poggio c’era una “casa” – della quale il nostro testimone non ricorda il nome – frequentata da esponenti del ceto medio. La marchetta lì costava dieci lire, ma non s’incontravano grandi problemi per entrare: qualche ragazzetto un po’ intraprendente ed sfrontato riusciva abbastanza spesso a eludere i controlli.

Di fronte, infine, c’era il tempio del sesso, l’esercizio di classe, il più elegante della città e per questo frequentato da una clientela selezionata: la leggendaria Suprema, una “casa” davvero chiusa, nel senso che l’ingresso non era consentito a tutti. Il grande salone che fungeva da anticamera era arredato in maniera un po’ vistosa, ma ricca: tappeti, tendaggi, mobili di un certo pregio, soprammobili, e perfino due belle statue di marmo di Amore e Psiche. Per chi cercava qualcosa di più eccitante lungo la strada del vizio, c’era la gettonatissima Camera degli specchi dove potersi sbizzarrire.

Insomma, la Suprema non usurpava la sua fama; era davvero un esercizio che avrebbe potuto fare la sua discreta figura anche in città molto più grandi e smaliziate di Spezia.

Poi, alla mezzanotte del 20 settembre 1958, tutto finì, e anche Spezia smise di… tollerare, sicché agli spezzini che proprio non potevano farne a meno non rimase che seguire il consiglio dell’indimenticabile Totò: “Italiani… arrangiatevi!!!”.

E gli italiani in qualche modo si arrangiarono. Come sempre!

(Tratto da Web Magazine del settembre 2014).

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