Quando Spezia si connetteva

In questi giorni si parla molto di imprese ciclopiche nelle quali sono da qualche tempo impegnati alcuni giganti del web (come Google e Facebook) e delle telecomunicazioni: la posa di milioni di chilometri di cavi sul fondo degli oceani per connettere alla rete il mondo intero. Quei cavi di fibra ottica e di grafite già consentono e ancor più consentiranno in futuro il trasporto di grandi quantità di terabyte al secondo.
Impresa un tempo impensabile? Mica tanto! Qualcosa del genere avvenne anche a metà dell’Ottocento quando, dopo la posa sul fondo dell’Atlantico di un cavo (lo chiamavano corda) per le trasmissioni telegrafiche che collegava gli Stati Uniti all’Irlanda, si passò all’altra fase: il collegamento con il Mediterraneo per arrivare infine all’Australia.

Fu allora – anni Cinquanta – che la nostra Spezia si trovò a essere uno degli snodi principali del colossale progetto.

Ecco come racconto questa storia in Ottocento.

Nei primi anni Cinquanta Spezia fu al centro dell’attenzione mondiale per un progetto che stava molto a cuore a numerosi governi. Doveva diventare uno snodo strategico di una linea telegrafica da stendere in buona parte sul fondo del mare per collegare il continente alla Corsica e alla Sardegna e da lì all’Africa. Il 19 marzo del ’53 re Vittorio Emanuele II approvava una convenzione stipulata fra il Ministro Segretario di Stato per i Lavori Pubblici ed il signor John Watkins Brett. Si trattava di una straordinaria operazione finanziata con un capitale di 300.000 sterline inglesi per la posa della linea telegrafica sottomarina più lunga al mondo dopo quella transatlantica: un cavo speciale affondato tra punta Corvo (La Spezia) e Capo Corso (Corsica).

Fra i primi ad interessarsi alla cosa fu il Morning Post. «Il governo sardo – spiegava il quotidiano inglese – ha promesso di compiere la linea da Genova alla Spezia entro il prossimo maggio, per connettere in tal modo in una sola catena di comunicazione telegrafica il punto più settentrionale della Sardegna col più meridionale del Piemonte»[1].
Veniamo così a sapere che Spezia fu allacciata alla rete telegrafica internazionale nella primavera del ’54, anno in cui il telegrafo elettrico sostituì quello aereo installato nel ’49 nel giardino del convento dei Cappuccini.

«Dugento uomini, robusti e gagliardi lavoratori – proseguiva il giornale londinese – sono venuti scavando e vangando il terreno per i pali nelle isole di Corsica e Sardegna fin dal principio di dicembre 1853 cosicché quando la corda consistente in 10 fili di ferro e di rame siasi fatta passare sotto il mare, essa si potrà connettere immediatamente coi fili di terra».

Il 24 aprile del 1856, al meeting della American Geographical and Statistical Society, Marshall Lefferts presentò il saggio intitolato The Electric Telegraph; its Influence and Geographical Distribution. Lefferts, all’epoca presidente della New York and New England Telegraph Company, era considerato un’autorità di livello mondiale in materia e secondo lui il progetto avviato dal Regno di Sardegna era di vitale importanza perché il segmento Spezia-Corsica-Sardegna “chiudeva” una rete di telegrafia estesa su scala planetaria.

Una volta posati questi cavi sul fondo del mare, in abissi di 180-200 piedi, «noi potremo partire da New Orleans – spiegava – e seguendo la linea delle città costiere dell’Unione arrivare a Halifax; quindi, con un cavo sottomarino, a Galway; quindi a Dublino, quindi a Holyhead; quindi per via di Liverpool, Manchester e Londra a Dover; quindi via cavo sottomarino a Calais; quindi a Parigi, Marsiglia, Genova, Spezia; quindi via cavo sottomarino in Corsica, Sardegna e Secalia nella costa africana; quindi a Alessandria, Suez, Damasco, Bagdad, Bassra, lungo il litorale della Persia; e quindi a Bombay, Madras, Calcutta; e quindi a Singapore, Batavia, arcipelaghi e Australia. Noi avremo in tal modo un’ininterrotta linea telegrafica lunga oltre ventimila miglia».

Nel 1859 riprendeva l’argomento, approfondendone gli aspetti tecnici, Preston Shaffner’s Tagliaferro in The Telegraph Manual, capitolo intitolato “Le linee sottomarine telegrafiche del Mediterraneo”. Egli rivelava di essere stato presente all’imbarco dei cavi nel 1854. Erano cavi speciali, a sei fili conduttori, prodotti dalla Kuper & Co. in uno stabilimento allo scopo costruito a Greenwich, nei pressi di Londra. Durante la posa fra Spezia e Capo Corso, la nave incontrò una tremenda tempesta che fece a lungo temere la perdita dei cavi. Invece, per fortuna, essi tennero bene il fondo.

Ulteriori dettagli ce li fornisce il Nuovo dizionario universale tecnologico di arti e mestieri e dell’economia industriale e commerciale, che tuttavia subito smentisce quanto asserito da Tagliaferro in merito alla tempesta. Il Dizionario afferma all’opposto che il tempo fu favorevolissimo “essendovi quasi perfetta calma”. Non tutto era però filato liscio, essendosi rotto un tratto delle spirali di ferro che serravano l’involucro della fune, per cui la nave, Il Persiano, era stata costretta a una lunga sosta. Era giunta comunque a Capo Corso alle 18,30 del 24 luglio.

Oltre a fornire una minuziosa descrizione tecnica del cavo, il Dizionario spiegava che esso fu confezionato dalla fabbrica in un unico pezzo, della lunghezza corrispondente alle due sezioni da Spezia alla Corsica e fra questa e la Sardegna. L’ingegner Brett aveva calcolato esattamente la lunghezza, tenendo conto della profondità del Mediterraneo e degli avvallamenti del fondale. «Ė questa – assicurava il Dizionario – la più lunga delle funi sottomarine che sino al presente sia stata confezionata, e anche la grossezza dei fili di ferro dell’involucro esterno, il diametro e il passo della fune eccedono quanto si è finora veduto sulle altre linee». Il suo peso complessivo ammontava a 800 tonnellate.

«Il piroscafo inglese ad eliche Il Persiano – aggiungeva la pubblicazione – fu destinato a portare alla Spezia la detta fune e a sommergerla lungo la linea prestabilita nelle acque del Mediterraneo. La caricazione sul naviglio richiese più settimane e il piroscafo giunse a Genova il 19 luglio del 1854. Il giorno successivo partì per il golfo della Spezia insieme alla fregata a vapore sarda Costituzione, alla quale si aggiunsero nel golfo i due vapori da guerra Malfatano e Tripoli per assistere all’operazione. Erasi destinato come prima stazione del telegrafo sottomarino un piccolo forte, detto batteria di Santa Croce, situato alla foce del fiume Magra, ed a questo scopo si portò prima in terra sino a quel sito un capo della fune per la lunghezza di 300 metri, lavoro che durò tre ore; dopo di che Il Persiano prese il largo dirigendosi in Corsica»[2].
Comandante del Malfatano era il capitano Boyl, e quello del Tripoli il capitano Trovano. Coordinò l’operazione il marchese Ricci, aiutante generale della Marina da guerra sarda.

A contribuire a rendere meno ardua l’impresa fu presumibilmente l’esistenza fra la Spezia e la Corsica di una piattaforma continentale sottomarina nota con il nome di Terrazzo della Spezia[3], la quale fa sì che la pendenza del fondale sia più dolce. Anche questo, mister Brett, aveva esattamente calcolato.

A tale ciclopica opera accennò nel 1858 pure Thomas Forester nel libro Escursione nelle isole di Corsica e Sardegna. Lo scrittore inglese aggiungeva il particolare che la compagine azionaria della società titolare dei diritti, rappresentata da Brett, ideatore del progetto, era composta principalmente da investitori italiani.

Dal canto suo la North British Review di agosto-novembre 1858, volume 29, precisava che mentre mister Brett aveva dovuto depositare una somma di diecimila lire a garanzia della buona riuscita dell’operazione, numerosi speculatori stranieri giudicando troppo forte il rischio di un fallimento dell’impresa erano rimasti alla finestra per cui era toccato al governo del Regno di Sardegna farsi carico della maggior parte del finanziamento.

Da quanto raccontava ancora la North British Review in occasione del mirabile avvenimento della posa della “fune” sul fondo del mare numerose personalità, fra le quali Sua Altezza Reale il principe Eugenio di Savoia Carignano, vennero a Spezia. La rivista spiegava che all’arrivo a Genova il Persiano trovò ad aspettarlo proprio il principe, molti ministri del Regno, e gli ambasciatori di Inghilterra e Francia. «Costoro, tutti insieme, salparono poi nella notte con le navi dirigendosi verso il porto della Spezia dove un capo del cavo doveva essere fissato. Il posto che mister Brett aveva scelto era una scogliera antistante il fabbricato nel quale l’immortale Dante Alighieri compose un brano dell’Inferno».

«Qui – aggiunse il giornale – un capo del cavo sarà attaccato, e una salva di 60 cannoni, una scena in stridente contrasto con la solitaria passeggiata di Dante, saluterà il momento in cui il cavo teso fra un continente e l’altro sarà affondato»[4].

Alla cerimonia erano certamente presenti l’intendente avvocato Giuseppe Deferrari, che tenne l’incarico fino al ’57, e il sindaco di Spezia Luigi Cozzani.

Il 16 maggio, dunque un paio di mesi dopo avere dato l’ok all’avveniristico progetto, il re da Stupinigi ordinava anche che fossero stabilite quattro linee telegrafiche elettromagnetiche interne: una di queste doveva stendersi da Genova al confine del Modenese passando per Chiavari, Spezia e Sarzana e doveva essere completata con una diramazione da Spezia a Porto Venere «all’oggetto di porla in comunicazione col telegrafo sottomarino di Sardegna, quando questo venga attuato». Provvedimento chiaramente funzionale al trasloco della Marina al Varignano. Il collegamento fra la terraferma e la Sardegna fu inaugurato con un messaggio di saluti trasmesso dal presidente del consiglio cui subito si rispose dalla stazione telegrafica di Sassari.


[1]             Articolo riportato da Annali universali di statistica, economia politica, legislazione, storia e commercio, pagg. 216-218, Milano, maggio 1854.

[2]             Nuovo Dizionario universale tecnologico di arti e mestieri e dell’economia industriale e commerciale, pagg. 148-149, Ed. Giuseppe Antonelli, Venezia, 1856.

[3]    Atlante generale metodico De Agostini, pag. 30, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 1984.

[4]    The North British Review, agosto-novembre 1858, pag. 525, W.P.Kennedy, Edinburgo, 1858.

Il testo è tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, 836 pagine, 2011. Aggiungo questa citazione come doveroso riconoscimento dell’impegno, anche finanziario, assunto dall’Accademia Capellini con la pubblicazione di questo libro. Chi ne volesse una copia (ormai ne sono rimaste poche) può rivolgersi all’Accademia, tel 0187 736944, Via XX Settembre 148, alla Spezia.

Nella stampa sotto il titolo: l’attacco del cavo alla stazione di Punta Bianca alla presenza delle autorità del Regno.