1854, in fuga dal morbo

Nel 1800 almeno tre grandi epidemie di colera – il morbo che “andava di moda” a quel tempo – seminarono panico, disperazione e lutti fra gli spezzini.
Della ventata di morte che si abbatté sulla città nel 1884-1885 e dei settecento morti che causò sappiamo tutto, così come qualcosa sappiamo sull’infezione che nel 1866 mise in fuga gli operai impegnati nella costruzione dell’arsenale.
Meno nota, anzi poco, è invece la tragedia che si abbatté sulla nostra terra
nell’estate del 1854. Vediamo allora cosa accadde in quei drammatici giorni.

A Genova l’allarme risuonò il 23 luglio: colera! Attorno a quel morbo che da tempo serpeggiava lungo le coste del Mediterraneo c’era ancora molta incertezza; negli stessi ambienti medici ci si continuava perfino a chiedere se fosse contagioso oppure no; né se ne conosceva la causa, anche se i genovesi avevano già avuto a che farci in occasione dell’epidemia del 1835-36.
C’erano vaghe idee, lo chiamavano cholera morbus, si diceva che veniva da lontano, dall’India addirittura, ma qualcuno lo definiva morbo arabo. Fatto sta che il 23 di luglio un uomo morì in poche ore dopo avere accusato un malore i cui sintomi erano riconducibili, da quel poco che se ne sapeva, al cholera morbus. Si sospettò che fosse stato importato da marinai scesi a terra dalla nave Ville de Marseille e dalla corvetta L’Aquila, perché a Marsiglia il morbo infuriava da parecchi giorni. Poi l’Aquila fu scagionata, ma ormai aveva poca importanza: il 29 luglio già si contavano 266 morti su 705 casi segnalati.
Da quel momento, in quell’afosa estate l’angoscia dilagò per tutta la Liguria, con i bollettini medici che parlavano di un costante e crescente espandersi della malattia. La Gazzetta Medica Italiana – Stati Sardi cominciò a pubblicare le cifre ufficiali che davano il quadro clinico. Erano autentici bollettini di guerra.
Da quei comunicati sanitari sappiamo che da Genova il morbo aveva preso quasi subito a scendere nella riviera orientale, e che nella Provincia di Levante al 12 agosto si contavano 138 contagiati dei quali 79 poi morti, e che i comuni più colpiti erano quelli di Lerici e Monterosso. Intanto a Genova il bilancio aggiornato al 20 agosto era di 3.793 casi, di cui 1.958 con conseguenze letali.
Ma in quello stesso 20 agosto il quadro generale era già peggiorato di parecchio anche nel Levante, avendo il colera fatto la sua comparsa oltre che a Lerici e a Monterosso, dove si vivevano ore drammatiche, pure ad Ameglia, Arcola, Levanto, Portovenere, Spezia e Vezzano: i morti nella provincia erano diventati 152, su 266 casi segnalati. Una settimana dopo il contagio si era già esteso pure nell’interno, colpendo Borghetto e Carro, con un totale di 205 casi mortali su 370. A Genova e dintorni la tragedia si palesava frattanto con numeri spaventosi: 2.867 morti su 5.437 infettati.
I medici, impotenti, assistevano a un crescendo agghiacciante: al 2 settembre la provincia di Levante piangeva 250 morti su 439 contagiati, ma poi arrivarono i primi freddi, e l’epidemia iniziò a spegnersi: nel levante dal 3 al 9 settembre si segnalarono solo undici nuovi casi fra Lerici, Spezia e Portovenere sicché quando si poté stilare un bilancio finale si riscontrarono 282 morti su 499 ammalati, con una percentuale di decessi del 56,51 per cento. La sola città di Genova lamentava invece 2.694 morti su 5.067 contagiati.
Il colera si portò via, lontano dalla sua terra, anche un personaggio di primissimo piano, ben noto agli spezzini. Era in corso la guerra in Crimea, nella quale l’Italia era impegnata con un corpo di spedizione di quindicimila uomini, quando, assalito dal male, dopo una breve atroce agonia morì il generale Alessandro della Marmora, l’uomo che nel ’49 aveva evitato di usare il pugno di ferro in città, come pretendeva invece il governo di Torino, allorché Spezia pullulava di volontari “lombardi” in attesa di partire per andare a difendere la Repubblica Romana. La notizia suscitò costernazione e sincero cordoglio nel piccolo borgo.

Abitanti in fuga da Lerici

Sull’epidemia che mieté tante vittime nella Provincia di Levante c’è uno straordinario documento che ci racconta cosa accadde giorno per giorno da queste parti. È una relazione di un medico sarzanese, il dottor Giambattista Franchini, il quale riferisce d’essere stato testimone diretto degli effetti della pestilenza sia per avere cercato di curare otto malati a Lerici, uno a Bagnola, uno a Sarzana e uno nella campagna sarzanese, sia per avere potuto raccogliere informazioni di prima mano sul manifestarsi e il diffondersi del morbo nei paesi del golfo di Spezia e della restante parte della provincia.
Fino alla terza settimana di un luglio rovente, mentre a Genova il colera già infieriva da qualche tempo, a Spezia e circondario era ancora tutto tranquillo; non si segnalava alcun caso né fra gli abitanti né fra i molti genovesi che, fuggiti dalle loro case, avevano qui cercato riparo. C’era allarme, sì, il marchese Giuseppe De Nobili, nominato sindaco da appena un mese, e i suoi collaboratori erano in stato di allerta, però nulla lasciava presagire il peggio.
Ma proprio negli ultimi giorni del mese due persone venute da Genova si sentirono male, furono portate nell’ospedale allestito apposta per assistere i colerosi, e poco dopo resero l’anima. Così si entrò in pieno dramma, perché subito dopo morirono anche due spezzini “della classe povera”.
Il 28 sbarcò a Lerici da un bastimento proveniente da Genova un lericino, tale Felice Baracchini. Stava male, già a bordo aveva manifestato sintomi del colera, e qualcuno cercò di opporsi a che scendesse a terra, ma alla fine fu portato nella sua casa, e 12 ore dopo era già morto. Però, lamenta Franchini “non furono prese misure sanitarie di alcuna sorta”.
Poi il primo di agosto sempre da Genova arrivarono nel golfo altre persone piuttosto male in arnese: Giuseppe Natale Faridoni, lericino egli pure, due nuore di un certo Caranna, dentista spezzino, un non meglio identificato Bonatti di Marola e una Catti di Vezzano, e ognuno di loro raggiunse la propria abitazione o quelle di parenti.
«La sera del 3 agosto – rivela il dottor Franchini – si tenne in Lerici nella chiesa maggiore una lunga funzione, dove intervenne la massima parte degli abitanti: ivi il caldo fu tanto grande da far cadere in deliquio varie persone. Nel giorno seguente d’un tratto si manifestò il colera con tanta furia che di sedici colpiti ne erano già morti nove. Fra i colpiti v’era pure il Faridoni con sua moglie, che io stesso vidi agonizzanti nel giorno 5 agosto, ed altri della famiglia che morirono come fulminati nel giorno 4».
Fu il terrore, gli abitanti fuggirono nelle campagne, parecchi cercarono scampo alla Serra, e poco dopo pure lì si manifestò, senza però fare grandi progressi, il terribile male.
Scapparono da Lerici anche due donne, una di Sarzana e l’altra di Ponzanello (che all’epoca si trovava nel Ducato di Modena) venute nel golfo per fare i bagni. La prima, Giuseppina Vivarelli, tornò preoccupatissima a casa, ma poi dopo una notte tranquilla sentendosi bene si rinfrancò e di buon mattino si recò dalla madre che viveva in un casolare di campagna poco distante da Sarzana: alle 9 fu assalita dalla febbre, e alle otto di sera era morta.
Stessa sorte toccò alla donna di Ponzanello, che anzi contagiò l’intera famiglia che l’aveva ospitata: lo zio Andrea Bertagnini, la moglie e un figlio. Solo quest’ultimo la scampò.
A Spezia il colera fu introdotto dalle nuore del Caranna: si ammalarono, ma sopravvissero entrambe. Non altrettanto fortunati furono i due figli di una di loro, il vecchio suocero, sua moglie, una loro figlia, puerpera da pochi giorni, e un amico, tale Capellini, che era andato a trovarli. Anche la moglie del Capellini fu contagiata, ma guarì. Fu quello il focolaio principale dal quale partì l’epidemia che serpeggiò dentro la cinta murata dove «si ripeterono varii casi di questo male sugli abitanti, ma fortunatamente non ne fu grande il numero».
A Marola morì invece subito il Bonatti seguito poco dopo nell’Aldilà dal fratello, il quale a sua volta causò indirettamente il contagio di una lavandaia che aveva lavato e stirato le sue lenzuola. Franchini però non sapeva dire che fine avesse fatto la donna. Ma intanto il batterio aveva ormai rotto gli argini e «si sviluppò non solo a Marola, ma anche a Fezzano, Cadimare e le Grazie, paesetti o meglio borgate vicinissime le une alle altre». Alcuni casi furono denunciati a Portovenere, mentre a Vezzano la giovane Catti, giunta, come abbiamo visto, da Genova, morì poco dopo esservi arrivata, tuttavia prima di spirare aveva fatto in tempo a infettare il padre e alcuni vicini, che morirono a loro volta. Un contadino di Bagnola, sceso a Lerici per affari il 4 agosto, contrasse la malattia, ma si salvò, e a Bagnola non si segnalarono altri casi.

E un sarto salvò Sarzana

Diverso il discorso di Santerenzo. Sembrava un’isola felice, fino alla metà del mese non ci fu alcun allarme, ma l’imprudenza di due donne che ogni giorno si recavano a vendere pesci a Lerici, dove al contrario il morbo mieteva vittime, fece precipitare gli eventi. Le due donne morirono una dopo l’altra e ciò causò la fuga di tutti gli abitanti del paese nelle circostanti campagne il che consentì di ridurre a una decina soltanto i casi di colera nel giro di un paio di settimane.
Il maledetto vibrione vagava però instancabile alla ricerca di nuove prede, e senza l’intelligenza di un sarto avrebbe potuto causare una strage a Sarzana. Qui un mattino arrivò una pescivendola santerenzina, tale Catella, che aveva assistito le due colleghe poi defunte. Pareva stesse bene, ma giunta nella piazza maggiore di Sarzana «cadde colpita dal morbo – racconta il medico – e fu ospitalmente accolta in casa di un sartore, Giuseppe Bernardini, dove dalle 9 antimeridiane si trattenne sino alle 4 del pomeriggio, e le furono praticate sotto la mia direzione le cure che credei più convenienti. In seguito, fu trasportata al proprio paese per volere dei parenti, ed ivi nella notte morì. Il Bernardini mandò via con la malata i materassi e le lenzuola, bruciò il pagliericcio, profumò la camera, e la fece intonacare di nuovo». Precauzione opportuna perché «dopo questo fatto niun caso di colera avvenne in Sarzana».
Diversi decessi si registrarono viceversa sul monte Caprione in località Monti, dove un certo Tarabotto, scappato da Lerici, aveva trovato ospitalità presso la famiglia di carissimi amici. Purtroppo, dopo essere stato a Genova per affari, l’uomo aveva avuto la pessima idea di passare da Lerici prima di tornare a Monti; e qui cadde subito malato contagiando tutti i suoi amici che morirono nel giro di poche ore. Per contro lui, fatalità della vita, sopravvisse.
Il medico sarzanese analizzò con grande scrupolo tutti gli altri casi dei quali aveva avuto diretta o indiretta conoscenza, concludendo che «i paesi più maltrattati, ossia dove il cholera fece regolare invasione, furono Lerici, Cadimare e Le Grazie, luoghi poco puliti e insieme poco aerati, perché posti ciascuno in un seno di mare con un monte alle spalle e poco orizzonte davanti. Gli altri luoghi, invece, come Santerenzo, Vezzano, la Serra, Bagnola, Fezzano, Marola, la Spezia, Sarzana, dove il male poco o nulla si diffuse a onta dell’arrivo di persone infette, godono tutti di aria più libera, o, tolto Sarzana, la Spezia e Santerenzo, gli altri sono situati su colline».
In ogni caso, «a tutto questo si può ancora rimediare – ammetteva il dottor Franchini – con lo stabilire una volta per tutte se questo terribile malore sia o no contagioso»[1].
Insomma, i medici brancolavano nel buio.
Il cholera morbus tornò l’anno seguente, ma in forma molto più blanda.

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, pagg. 840, La Spezia, 2011.


[1]    Giambattista Franchini, Cenni storici e ragionati intorno al cholera morbus, memorie originali della Gazzetta Medica Italiana – Stati sardi, n. 46, 13 novembre 1854, pagg. 373-376, Tipografia Nazionale Editrice, Torino.