Colera, e Spezia tornò al Medioevo

Lo hanno chiamato Covid-19, e sta spaventando il mondo intero. È un coronavirus, sta colpendo duro in Cina, ma sta facendo capolino anche un po’ qua e un po’ la inquietando le genti di molti Paesi del pianeta. Proprio ieri, 14 febbraio, festa degli innamorati, è comparso anche in Africa, il continente forse più vulnerabile sotto il profilo sanitario, e dunque più esposto alle epidemie, comodo ponte di transito per i virus in Asia e in Europa. Che il mondo sia alle prese con la peste del secolo? Oggi, certo, le difese sono più robuste di un tempo, ma è anche vero che pure i virus si sono irrobustiti, con corazze che li rendono immuni dai vecchi medicinali, e quel che è peggio, hanno il brutto vizio di mutare un po’ troppo facilmente. Restando agli ultimi decenni, abbiamo avuto l’Aviaria, che si trasmetteva da animale a uomo; poi il virus della Sars, che aveva fatto sì il salto di qualità con la trasmissione da uomo a uomo, ma che aveva una contagiosità assai bassa. Oggi abbiamo appunto Covid-19, che minaccia di essere assai più contagioso provocando di conseguenza un maggior numero di morti.
E domani? che accadrà domani quando il virus si farà ancor più contagioso e ancor più cattivo?
Insomma, comincia a farsi largo la paura, la paura dell’ignoto, di un essere invisibile e sconosciuto che fra un mese o due potrebbe sparire così come è arrivato, come è accaduto con la Sars, o che potrebbe trascinare il mondo in tempi oscuri simili al Medioevo. Un’esperienza che Spezia ha già vissuto nella torrida estate del 1884. Ecco cosa accadde.

La tanto paventata epidemia di colera comparve sul finire di luglio. Il 28 cominciarono a segnalarsi una serie di repentini decessi. Se ne attribuì la responsabilità alle pessime condizioni igieniche in cui vivevano le maestranze venute a Spezia per costruire l’arsenale, una città nella quale mancava del tutto o quasi la rete fognaria, e dove l’acqua scarseggiava. Malgrado le ripetute proteste della gente e della stampa, con il sovraffollamento che c’era, versava in uno stato di estremo degrado, soprattutto nel quartiere popolare del Torretto, Così lo descriveva il Lavoro: «Catapecchie e tuguri che appena sarebbe permesso tenervi i suini e che pure sono destinati ad alloggiare operai che da mane a sera si tolgono la vita per guadagnare un tozzo di pane». E l’ufficiale sanitario comunale in una relazione scriveva: «Vi sono case che non meriterebbero neppure di portare questo nome tanto sono insalubri, sudice e fatiscenti».
Osservava il dottor Stefano Oldoini: «Condotti a buon punto i lavori dell’Arsenale, una famiglia progressivamente crescente di militari, di impiegati e d’operaj venne a bussare alle porte dell’addormentata città. Mentre il Governo non s’accorgeva, o fingeva di non accorgersi di tale specialissima situazione, mentre la rappresentanza comunale non aveva, né sapeva trovare i mezzi necessari per far fronte degnamente agli avvenimenti, le case cominciarono ad accogliere un numero di ospiti sproporzionato (…) molti proprietarj, cui si lasciò fare, vollero sovrapporre uno o due piani alla loro casetta, e ne divisero o suddivisero gli ambienti (…). Quando la Spezia si vide obbligata a rompere il guscio delle proprie mura, disgraziatamente, invece di informare i nuovi tracciati alle esigenze della moderna edilizia sanitaria, si rinnovarono e ricopiarono tutti i gravi difetti antichi. Strade strette, case accavallate tra loro e prive di spaziosi cortili interni, nessuna cura del sottosuolo»[1].

Eppure il colera non divampò lì: fu introdotto. Lì trovò invece facile esca. Il morbo era giunto da Marsiglia o da Tolone importato da alcuni operai di Riomaggiore e da marinai scappati da Marsiglia proprio per evitare il contagio e arrivati con la nave Città di Napoli. L’epidemia che imperversava nel Midì della Francia aveva indotto il governo italiano ad alzare il livello di guardia intensificando i controlli alla frontiera e nelle città di mare, aprendo nuove strutture per eventuali ricoveri di massa. Per questo nel golfo di Spezia i regi trasporti Cavour e Rondine erano stati attrezzati in fretta e furia per fungere da lazzaretti dove internare i viaggiatori provenienti dai due porti francesi, mentre le navi «di patente brutta e sospetta» venivano isolate in contumacia al Varignano.

Ma lo Zingaro, come lo ribattezzarono i giornali, riuscì comunque a infiltrarsi oltre le mura del vecchio borgo. Lo fece in maniera subdola, traendo in inganno i sanitari. Il primo campanello suonò il 22 luglio a Riomaggiore dove un operaio si era sentito male con diarrea e vomito. Lo stato d’allerta era prontamente scattato, ma era subito rientrato, perché un paio di giorni dopo l’uomo stava già meglio. «È tifo», dissero i medici tirando un sospiro di sollievo. Diagnosi abbastanza plausibile sia perché il tifo era una malattia non certo rara, sia perché un altro operaio del paese, egli pure rientrato dalla Francia con la stessa nave, aveva frattanto accusato i medesimi sintomi risoltisi pure in quel caso in pochi giorni. «È tifo», ripeterono i medici, rassicurati.
E invece era il preludio del dramma: un terzo operaio del gruppo rientrato dalla Francia non ebbe altrettanta fortuna: si ammalò, e un paio di giorni dopo morì.
Lo seguirono da lì a poco all’altro mondo un uomo della Palmaria che aveva raccolto un pagliericcio infetto nei pressi del lazzaretto del Varignano, e un marinaio della stessa Città di Napoli sceso a terra prima che la nave inalberasse la bandiera gialla per il manifestarsi a bordo di diversi casi del morbo. Come fu accertato più tardi, l’epidemia era partita proprio da quel bastimento. Veicolato dagli effetti personali che i marinai avevano portato in città alle lavandaie perché li lavassero e stirassero, il batterio si era rapidamente diffuso e l’acqua così inquinata aveva fatto il resto diffondendolo in tutta la città.

Le donne lavavano i panni nel Lagora, sicuramente non inquinato come oggi (Foto tratta dal gruppo Facebook Spezia nell’Ottocento)

Finalmente il 28 risuonò l’allarme e le autorità sanitarie isolarono Riomaggiore suscitando la protesta degli abitanti, ma ormai il veleno era entrato in circolo e i casi si moltiplicarono. Già il 12 agosto la Gazzetta Ufficiale faceva sapere che al Varignano erano state messe in quarantena 6.222 persone, 18 delle quali erano risultate colpite dalla malattia mentre otto erano morte. I cadaveri avrebbero dovuto essere inumati in fosse di almeno tre metri di profondità, ma non sempre questa misura sanitaria veniva rispettata. E intanto si moltiplicavano nel golfo le navi costrette a inalberare la bandiera gialla.

Commercio di biancheria infetta

La morte di una donna portò oltretutto alla luce l’esistenza di un traffico criminale: la poveretta aveva acquistato della biancheria al Varignano, panni contaminati che avrebbero dovuto essere subito bruciati e che invece gente ignorante o priva di scrupoli si era affrettata a vendere a basso prezzo.
Il colera aveva a quel punto infranto ogni barriera sicché focolai si accendevano un po’ in tutte le città e nei paesi, a Massa e a Carrara, a Genova e a Lucca, così come a Pegazzano e a Marola, a Cadimare e a Fabiano, a Riccò del Golfo e alle Grazie. Ovunque, insomma. Ma l’epicentro della tragedia era la città. Su di essa si stendeva l’ombra della morte, e intanto che le famiglie benestanti si barricavano nelle loro solitarie ville sulle colline (il Lavoro parlava di «trepido nobilume fuggito»), le autorità militari – cui erano stati dal governo attribuiti pieni poteri – disponevano l’immediato allontanamento della flotta dal golfo mentre una lancia a vapore prendeva a incrociare fra il Corvo e Portovenere per tenere alla larga qualsiasi bastimento provenisse dalla Francia.

Abitanti in fuga dalla città

Ma non soltanto i “signori” scappavano. Tagliarono la corda almeno diecimila persone. Funzionari statali e impiegati, negozianti, osti e albergatori abbandonavano le loro cose per cercare scampo chissà dove. Perfino un medico pensò bene di squagliarsela meritandosi le sdegnate rampogne del giornalista, il quale giornalista al tempo stesso additava l’esempio «del liquorista svizzero Binna rimasto al suo posto per incoraggiare i concittadini e senza aumentare di un solo centesimo i prezzi». Fino agli anni Settanta del ’900 l’emporio Binna era in Piazza del mercato, esattamente in via Raffaele De Nobili dirimpetto al Cinema Cozzani, oggi sala Bingo.
Di fronte a questo fuggi fuggi, con il rischio di un ulteriore diffondersi del morbo, frantumando le speranze di quanti ancora avrebbero voluto cercare scampo nella fuga il contrammiraglio Luigi Buglione di Monale[2] nel frattempo nominato dalla Corona commissario regio per l’emergenza decise di stendere tutt’attorno alla città, isolandola dal mondo, un cordone sanitario formato da carabinieri, fanti e marinai. La linea rossa partiva dal Muggiano percorreva la Val di Lochi, saliva a Corticola, quindi passava ai margini di Carozzo, la vetta del Buonviaggio, Valeriano, Montalbano, Castellazzo, Marinasco, Viseggi, la Foce, le pendici del Parodi, Biassa e Campiglia scendendo infine al canale del Neto di Cadimare. Al Muggiano squadre di volontari lericini guidati dal loro sindaco, armati di schioppi, forconi, lunghe pertiche, zappe e randelli vigilavano a loro volta per respingere eventuali fuggiaschi che avessero cercato di “evadere” via terra o via mare. Naturalmente quel provvedimento, che rimase in vigore per ben 47 settimane, non fece certo piacere alla popolazione per cui qualcuno cominciò a organizzare cortei per reclamare la rimozione del cordone. Senza esito, naturalmente. A posteriori i giornali giudicarono quella cintura «un capestro che ci strozzò come dentro una breve tomba».

I soldati vigilano lungo il cordone sanitario che circonda la città (Foto tratta dal gruppo Facebook Spezia nell’Ottocento)

Aspirante giornalista beffa il cordone

Qualcuno, però, riuscì a eludere il blocco, non per scappare, bensì per entrare nella città accerchiata. Si chiamava Attilio Valentini, era di Recanati, aveva 25 anni, e voleva fare a tutti i costi il giornalista. E a quanto pare ne aveva davvero la stoffa.
Forte di una lettera di raccomandazione di Filippo Turati il giovanotto si era presentato nell’ufficio di Dario Papa, direttore de l’Italia, a Milano, chiedendogli un posto di lavoro. Papa aveva tergiversato, avendo l’organico del giornale al completo, ma poi davanti alle insistenze del ragazzo aveva ceduto e lo aveva spedito dalle parti di Spezia, dove scorrazzava lo Zingaro, convinto che, essendo l’abitato cinto dal cordone sanitario, non sarebbe mai riuscito a entrare nell’area proibita. Non aveva però fatto i conti con l’intraprendenza e la faccia tosta del neofita. Spacciandosi per infermiere, Valentini raggiunse infatti la città da dove cominciò a inviare le sue corrispondenze, un lavoro oltretutto di ottima fattura, degno di un inviato speciale. Esaurita la missione, la coraggiosa “recluta” tornò a Milano nascondendosi su un carro merci.

Nel contempo, improvvisati giornalisti a parte, anche le comunicazioni erano interrotte. Le navi disertavano il golfo e i treni saltavano la stazione. Si fermavano soltanto per fare scendere chi, benché fosse stato avvertito del pericolo, insisteva per raggiungere la zona infetta, o per il tempo necessario per staccare i vagoni, agganciati in coda al convoglio, con i rifornimenti di generi alimentari per la città. Qui ormai scarseggiava tutto e i prezzi erano volati alle stelle; la carne di bue si vendeva a 2,60 lire al chilo, e quella di vitello addirittura a cinque lire.
Intanto la tensione saliva a livelli estremi. A far crescere l’angoscia fra gli abitanti erano le notizie frammentarie e contraddittorie sul numero dei contagiati e su quello dei morti che le autorità lasciavano trapelare. Finché si ebbe finalmente un dato che raggelò il sangue nelle vene agli spezzini: nel giro di sole 48 ore, fra il 21 e il 22 agosto, erano morte una sessantina di persone. Fu quello il picco dell’epidemia. A quel punto il Varignano e le due navi-ospedale non bastarono più per accogliere i potenziali ammalati, per cui si aprirono altri lazzaretti di fortuna nelle chiese, nei conventi e in baracche fuori dalle mura.

Lazzaretto di fortuna a Valdellora

Mentre dalle chiese venivano sommessi brusii di preghiere, e dalle case si levavano pianti e lamenti, e intanto che i monatti facevano la spola per portare i cadaveri al nuovo camposanto dei Boschetti, qua e là nelle contrade e nelle campagne si accendevano falò per incenerire indumenti infetti. A questo scopo si era formato un comitato di un’ottantina di cittadini che andavano a prendere i morti nelle case per seppellirli in buche molto profonde. Dal canto loro le guardie municipali giravano per la città versando del disinfettante nei pozzi neri e nelle poche fogne esistenti, o vi gettavano dello zolfo al quale davano poi fuoco; e altri agenti assolvevano all’ingrato compito di fare a pezzi e bruciare gli oggetti delle case dei morti di colera.
Ovunque c’erano pire che ardevano. Spezia era ripiombata nel Medio Evo.

In preghiera davanti alla chiesa

Un mattino, come in risposta a un muto segnale, gli spezzini uscirono dalle case e si avviarono verso l’ex strada militare da un paio d’anni divenuta Viale Garibaldi e incuranti del rischio di contagio si radunarono, forse a migliaia, davanti alla chiesetta di Nostra Signora della Neve, e lì si raccolsero in preghiera.
Per fronteggiare l’emergenza i maggiorenti della città avevano formato un comitato di salute pubblica del quale facevano parte anche i fratelli Giovan Battista e Luigi D’Isengard, entrambi sacerdoti. Luigi, letterato e garibaldino, si rinchiuse addirittura nel lazzaretto. A denunciare l’incrudelire del morbo c’era anche l’arrivo di sempre più numerosi contingenti di soldati incaricati di rafforzare l’ordine pubblico e di soccorrere gli infermi: per primi vennero reparti del 1° reggimento fanteria “Re” e del 7° Bersaglieri (e presto fra loro si contarono una trentina di contagiati), seguiti non molto dopo da alcune compagnie della brigata Lombardia e del 7° Artiglieria.
L’ingresso nel golfo di altre navi che inalberavano la bandiera gialla accresceva intanto la rabbia nella popolazione già stremata: «Che vadano altrove», gridava impaurita la gente. E molti protestavano per la presenza del cordone sanitario che impediva loro di fuggire in cerca della salvezza.
Si faceva di tutto per portare sollievo agli afflitti; il comitato di salute pubblica organizzò perfino due “passeggiate di solidarietà”: alcune signore spezzine percorsero le vie della città a bordo di una carrozza raccogliendo indumenti, biancheria pulita, coperte, lenzuola, e oggetti d’oro da utilizzare in favore dei colerosi. A cassetta della carrozza c’era un marinaio-tromba che suonava a varie riprese per richiamare l’attenzione della popolazione, e dietro la vettura venivano due carri dell’artiglieria sui quali ufficiali, soldati e componenti del comitato caricavano il materiale donato.

Così muore un sindaco eroe

In quelle tragiche giornate rifulsero atti di grande eroismo. Uno ebbe senz’altro quale sventurato protagonista Raffaele De Nobili, eletto sindaco solo pochi mesi prima (aprile) del divampare dell’epidemia.
De Nobili si trovava con la moglie Adele Federici a “passare le acque” a Montecatini Terme, ma allorché gli giunse la notizia di quanto stava accadendo in città, pur conscio dei rischi cui andava incontro non indugiò un solo istante nel prendere la carrozza e correre fra la sua gente. Si insediò in municipio e non si risparmiò nell’opera di assistenza adoperandosi in prima persone nella cura dei sofferenti. E fra le prime cose che fece, ci fu la fondazione della società di pronto soccorso Charitas. Finché, caduto a sua volta preda del morbo (cominciò a sentirsi male la notte del 3 settembre) dopo due giorni di agonia morì fra la costernazione dei suoi concittadini. Aveva 57 anni. Il 15 novembre il governo gli conferì la medaglia d’oro postuma riservata ai benemeriti della salute pubblica. Gli succedette l’assessore anziano Bartolomeo Ricco che resse la carica fino al settembre 1889 e che legò il suo nome alla edificazione del quartiere Umberto I.

Dal 22 agosto al 6 settembre si contarono altri 261 decessi. Poi, con l’arrivo dei primi freddi anche gli ultimi focolai si spensero lasciando nel dolore e nella disperazione centinaia di famiglie. Lo Zingarò, tornò nell’estate dell’85 facendo altri morti, e poi in forma meno feroce nell’86 per dare il suo ultimo lugubre saluto al golfo.
Ironia della sorte, il di Monale, scampato al colera, morì quello stesso anno, a dicembre, per un malore che lo fulminò mentre si trovava a Roma. La città, grata per l’impegno profuso nella lotta al morbo, dedicò a lui e a De Nobili due vie urbane. Sarebbe tuttavia ingiusto non ricordare le tante persone senza volto e senza nome – infermieri, medici, soldati, semplici cittadini – che sacrificarono la vita per soccorrere i malati. Ne rammento uno per tutti, emerso casualmente dal mare magnum di internet, e nel caso specifico dal sito cadutipolizia.it: Giò Batta Pelinghelli, 27 anni, guardia di pubblica sicurezza della delegazione di Spezia, ucciso dal colera il 24 agosto 1884.
Una menzione va anche a Suor Clotilde, un’esile sorella lombarda delle Figlie di Maria Ausiliatrice sacrificatasi per assistere gli ammalati. «Gracile d’aspetto ed instancabile fino alla temerarietà – scrisse Luigi D’Isengard – fu rinchiusa nel dormitorio perché potesse un poco riposare. Ah, mi serran l’uscio, esclamò e saltò dalla finestra per tornare al letto dei moribondi»[3].

Tragico il bilancio ultimo di quella folata di morte: 1.287 i contagiati, 610 i defunti. E forse furono di più perché come raccontava Il Caffaro nei mesi, ma anche negli anni seguenti a chi andava nei boschi a caccia o in cerca di funghi capitava non di rado di imbattersi in cadaveri o solo miseri resti umani sparsi qua e là «per ville e chiassuoli». Poveracci morti di colera e lì gettati da parenti che non volevano farsi bruciare le loro misere cose di casa.

Come se non bastasse, l’epidemia aveva portato allo scoperto l’esistenza di un problema la cui mancata soluzione avrebbe messo a rischio nientemeno che la sicurezza dello Stato: la vulnerabilità della base navale in presenza di eventi straordinari come quello appena vissuto dagli spezzini. Anche di questo i militari dovettero tenere conto in seguito. E nulla vieta di pensare che anche, se non soprattutto, per tale ragione il governo decise di impegnarsi nella costruzione del quartiere operaio.
In compenso le comunità locali ebbero partita vinta su un punto da tempo oggetto di contenzioso: le autorità decisero finalmente di chiudere il lazzaretto del Varignano, e lì furono trasferiti il Comando della Difesa e la Scuola per telegrafisti.

La giornalista labronico-spezzina Francesca D’Anna ha scovato una tenera storia d’amore sbocciata proprio nel momento più tragico dell’imperversare del morbo. «In una zona così devastata dalla paura e dalla disperazione per l’epidemia di colera – scrive – la vita comunque andava avanti. Si incontravano gli amici, si scambiavano opinioni, si facevano nuove conoscenze e, come per miracolo, a testimoniare che si era ancora vivi, ci si innamorava… come nei tempi normali. È quello che successe a un giovane ufficiale veneto dell’esercito, Andrea Squadroni, e alla sua affascinante Ada. Andrea era addetto al cordone sanitario poco fuori dalla città. Ada era con la sua famiglia, i Bassi, nella villa di Pitelli. Una sera in casa Bassi si tenne una cena a cui furono invitati un gruppo di ufficiali. Tra Andrea e Ada fu un colpo di fulmine: di lì a poco si sposarono e si trasferirono a Torino dove lui divenne attendente del Re d’Italia»[4].

Fra i morti di quel terribile 1884, ma non si sa se fu vittima dello Zingaro, ci fu anche l’abate di Santa Maria Domenico Battolla. Gli subentrò l’abate Nicolò Filippini il quale presto, passata la ventata epidemica, avviò radicali lavori di ristrutturazione del tempio tanto caro alla popolazione che viveva attorno alla Sprugola. Resistette ancora per alcuni decenni (sarà demolito nel 1935) il vecchio campanile risalente al ’500.


[1]    Stefano Oldoini, Storia delle epidemie di colera avvenute nel Comune di Spezia durante gli anni 1884, 1885 e 1886, pagg. 42-43, Fratelli Rechiedei Editori, Milano, 1887.
[2]     Luigi Buglione di Monale (1821-1884). Di lui come marinaio Vittorio Emanuele II aveva una grandissima considerazione. Disse un giorno: «Quando viaggio io comandi pure il legno un semplice timoniere, ma i miei figli li voglio con Monale».
[3]    Luigi D’Isengard, (1843-1915), Memorie autobiografiche pag. 68, Scuola Tipografica Salesiana, La Spezia, 1933.
[4]    Francesca D’Anna, La Gazzetta della Spezia & provincia, n. 29, 15 settembre 2006.

Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”, La Spezia, 2011.

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