Brexit, il profumo dei soldi

Negli anni Sessanta e primi Settanta il Regno Unito attraversava una grave crisi economica e sociale, grave a un punto tale che personaggi autorevoli della politica preconizzavano un imminente colpo di Stato, o comunque una svolta autoritaria nella conduzione della cosa pubblica. Insomma, i sudditi di Sua Maestà britannica non se la stavano passando affatto bene.
“La Gran Bretagna negli anni ’60 e soprattutto negli anni ’70 – scrive Sandro Trento, docente di economia all’Università di Trento – aveva sperimentato un lento e grave declino. Il concetto stesso di “declino” per gran parte del novecento è stato legato proprio alla Gran Bretagna, paese che aveva avuto una leadership tecnologica ed economica per un secolo, un vasto impero, un grande peso nella politica internazionale. Negli anni ’60 e ’70 tuttavia si era avuta una perdita forte di competitività. Mentre i paesi dell’Europa continentale (Germania, Italia e Francia) avevano sperimentato un rapido processo di catching up nei confronti degli Stati Uniti, la Gran Bretagna era rimasta indietro e anzi aveva perduto parte rilevante del proprio vantaggio relativo”.
Il prezzo delle materie prime e delle derrate alimentari – aggiunge il prof. Trento – era in forte crescita. Il Club di Roma nel 1972 aveva pubblicato un Rapporto sui Limiti della crescita nel quale si preannunciava l’imminente esaurimento del petrolio e delle principali materie prime. I tassi d’inflazione erano a due cifre e in crescita. Il sistema dei cambi fissi che aveva regolato il commercio mondiale per tutto il dopoguerra si era disfatto ad agosto del 1971. La produttività era in calo. Il prodotto per ora lavorata si era dimezzato tra il 1973 e il 1979. Aspro, continuo, profondo era il conflitto nelle fabbriche tra operai e imprenditori. La domanda intanto era caduta anch’essa, con una spirale di caduta della produzione, conseguente caduta dell’occupazione e aumento del conflitto tra sindacato e padronato.
La spesa pubblica, soprattutto per fini di welfare, era cresciuta molto. Dalla fine degli anni ’60, si era avuto un forte aumento delle assunzioni pubbliche: insegnanti, medici, lavoratori sociali. Vasti settori erano di proprietà dello Stato. Il partito laburista aveva ripetutamente prospettato piani di nazionalizzazioni di vasti settori produttivi per contrastare la crisi. Lo spettro dell’iper-inflazione, alimentata dall’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e dal conflitto tra capitale e lavoro, stava provocando un impoverimento dei ceti medi con lavoro dipendente. Nel 1979 l’inflazione in Gran Bretagna era del 18 per cento (in Italia del 21 per cento)”.

Ecco spiegato perché nel 1961 prima e nel 1967 poi gli inglesi arrivarono a supplicare Germania, Italia e Francia di essere ammessi nella Comunità Economica Europea (della quale l’Italia era Paese fondatore) futura “madre” dell’Unione Europea. L’istanza britannica venne però entrambe le volte respinta in conseguenza del veto opposto dal presidente della Repubblica francese, il generale Charles De Gaulle. La cosa curiosa è che a propugnare l’ingresso nella Cee erano i conservatori (odierni accaniti sostenitori della Brexit), mentre i laburisti si mostravano piuttosto freddini.
Comunque, solo nel 1973, con l’economia inglese ai limiti dell’asfissia, l’ennesima richiesta di ammissione fu alfine accettata, con l riconoscimento per di più a Londra di non pochi privilegi.

Passarono gli anni, grazie alla Lady di ferro Margaret Thatcher, eletta nel 1979 primo ministro, il Paese si avviò sulla strada della ripresa, e anche grazie all’Europa finì per entrare in una nuova era di prosperità. Il Pil che nel 1999 era di un miliardo e 290 milioni di dollari, nel 2017 era salito già a quasi tre miliardi, e oggi tutti gli indicatori economici recano il segno più. Soltanto per il turismo si contano 24 milioni di presenze all’anno. Quindi, che farsene a questo punto di quel vecchio catorcio che si chiama Europa Unita? E allora… vai con la Brexit.
Naturalmente nel nome della democrazia e dell’autodeterninazione dei popoli.

Ma che cosa accadrebbe se passando dalle parole ai fatti gli scozzesi rivendicassero un giorno o l’altro la loro autonomia scegliendo di restare nell’Unione Europea? E cosa accadrà, una volta attuata la Brexit, sulla rovente frontiera tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del nord, dove ormai la gente e le merci possono fare avanti e indietro senza problemi?

So long… ingrata Albione!

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