Mettiamo il caso…

Mettiamo il caso che io domani porti a casa mia un poveraccio che, mezzo morto di fame, seduto su uno scalino del Comune chiedeva ai passanti un pezzo di pane. Io lo porto in casa, lo salvo dandogli a mangiare, poi però non lo faccio più uscire. Lo trattengo, minacciando di tenerlo lì fino a quando – ecco la motivazione politica del mio gesto – lo Stato non ridurrà le tasse che ogni mese sono costretto a pagare.
E poiché gli stessi governanti sostengono che il carico fiscale che grava sui cittadini è iniquo, mi ritengo in diritto di pensare che la mia decisione di non lasciare uscire il mendicante da me salvato dall’inedia, essendo appunto un atto politico, sia condivisa dal governo nella sua collegialità.
Pertanto, se in questo Paese ha ancora valore la Costituzione repubblicana secondo la quale la legge è uguale per tutti, nessuno potrà trascinarmi in giudizio, anche se non coperto dalla tanto vituperata dai grillini immunità parlamentare: uno vale sempre uno, o no? E tutti siamo uguali di fronte alla legge, o no?
Ma se qualche giudice ci provasse ugualmente a chiamarmi in giudizio, cosa farebbero i Fivestars? Concederebbero l’autorizzazione o no?

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Il mercatino dell’usato

Nel sito del Demanio è stato pubblicato l’elenco di alcune centinaia di beni immobili che lo Stato mette in vendita (per fare cassa) in via straordinaria. Si tratta di appartamenti, ex conventi, terreni edificabili, ex caserme, villette, ex carceri, capannoni, ville, magazzini, ex batterie, boschi, vecchi caselli ferroviari, interi palazzi.

Considerato che il territorio della Spezia è gravato da servitù di tutti i generi, che lo Stato la fa da sempre da padrone, viene da pensare che qui ci siano anche numerosi beni non più utili allo Stato e quindi esposti nella vetrina del supermarket demaniale. Un’opportunità per qualche buon affare, insomma. E invece, ecco cosa offre il bazar spezzino:

I poeti nel golfo dei poeti

Come la piccola Spezia, anche il suo golfo ha cambiato più volte nome nel corso dei secoli. Era Luna al tempo dell’invasione romana, poi Porto lunense, quindi Portus Veneris, Ericis portus, Gurfum Spezia e infine Golfo della Spezia. Ma da quando è noto anche come Golfo dei poeti?
In questo caso conosciamo l’esatto anno ufficiale di nascita: era il 1919, anche se a ben vedere quel soprannome sarebbe da datare all’estate del 1910, nel giorno cioè in cui il drammaturgo fiorentino Sem Benelli, tenendo l’orazione funebre alle esequie del suo amico scienziato e poeta Paolo Mantegazza, morto a San Terenzo il 28 agosto, declamò: «… Beato te, poeta della scienza, che riposi in pace nel golfo dei poeti!».
La prima volta che quel nomignolo fece la sua comparsa in un testo a stampa fu invece nel 1913 allorquando il poeta in vernacolo spezzino Alberto Faggioni pubblicò un poemetto intitolato A Sprugoa nel quale comparve un “Gorfo di’ Poeti”.
Tuttavia, a dare risonanza mondiale all’ormai oggi acquisito soprannome fu giustappunto il Benelli il quale nel ’19 in un volumetto curato della casa editrice l’Eroica dello spezzino Ettore Cozzani pubblicò una lirica intitolata Notte nel golfo dei poeti, che cominciava così: «Abbacinata luna / moderatrice della zitta notte / tu che stai qui sospesa / sopra il golfo di latte / da cui partì l’amante d’ogni amore / col dirmi di sua vita oltre la vita».

Così dunque, nei nomi di Benelli e di Percy Bysshe Shelley (l’amante d’ogni amore), nacque per tutti il Golfo dei poeti.

Ma chi consentì al golfo di fregiarsi del titolo di terra amata dai poeti? Per trovarne le tracce bisogna partire da lontano, da molto lontano.

Quinto Ennio, futuro padre della poesia latina: sua la prima ode al golfo.

Ove il Portus lunae citato da Tito Livio nella sua monumentale opera Ab Urbe condita fosse stato – come io sono arciconvinto che fosse – l’attuale golfo della Spezia, dovremmo difatti prendere atto che il primo poeta a (de)cantarlo fu Quinto Ennio (239-169 a.C.). Costui, riconosciuto più tardi come il padre della poesia latina, nel 205 avanti Cristo era un soldato romano impegnato in una campagna militare in Sardegna agli ordini del pretore Tito Manlio Torquato. Al ritorno in patria approdò con la nave da queste parti, e il luogo gli parve talmente bello che anni dopo, compilando i suoi Annales, scrisse un verso che non sfigurerebbe certo come slogan per i dépliant turistici da spedire alle agenzie di viaggi di tutto il mondo: “Il porto della luna è straordinario, dovreste vederlo, amici”.
In realtà quei versi andarono perduti, ma per nostra fortuna a evitare che finissero nel dimenticatoio ci pensò un altro aedo romano, Aulo Persio Flacco (34-62 d.C.), nato a Volterra secondo alcuni, nato nel Portus lunae secondo altri. Comunque sia, anche a Persio il luogo doveva piacere molto se nelle Satire scrisse: «Per me ora la costa ligure è calda / e il mio mare passa l’inverno / in un luogo dove le rocce offrono una grande scogliera / e il mare si ritira in molte vallate».

Percy Bysshe Shelley

Da allora numerosi altri poeti mostrarono ammirazione per questo golfo. Poeti come Silio Italico, forse Virgilio, Francesco Petrarca, Ursone da Vernazza, Dante Alighieri, Francesco Berlinghieri, Bonaventura Pecini… nondimeno dobbiamo arrivare ai primi dell’800 per trovare più ampi, più frequenti, ma soprattutto più documentati soggiorni di poeti nel golfo.
Limitandoci ai grossi calibri, e comunque non indigeni, possiamo cominciare con Percy Bysshe Shelley, uno dei più grandi alfieri del romanticismo inglese. Prima di sistemarsi a Villa Magni di San Terenzo con famiglia e amici per le vacanze estive del 1922, Shelley venne alla Spezia due volte per cercarvi casa senza però trovare niente che facesse al caso loro. La prima fu nell’autunno del ’21 con la moglie Mary, e la seconda a febbraio del ’22 con Edward Ellerker Williams, l’amico fraterno che pochi mesi dopo perirà con lui nel naufragio della Ariel, la barca che aveva ricevuto da un cantiere genovese solo poche settimane prima. Con William si fece portare da un barcaiolo a esplorare la riva di ponente del golfo, e forse visitò i vari paeselli della costa, Marola, Cadimare, Fezzano… ma senza trovarvi quello che voleva.
Provenienti da Pisa, Percy e Mary giunsero a Villa Magni il 26 aprile del ’22 insieme al figlioletto Percy Florence, la sorellastra di Mary, Mary Jane Clairmont detta Claire, uno stuolo di servitori e alcuni amici fra cui Williams con la moglie Jane, e Edward John Trelawny, una sorta di avventuriero dei mari del sud. Tra loro non c’era Byron, trasferitosi da Pisa a Livorno, ciò perché negli ultimi mesi l’amicizia tra i due grandi poeti inglesi si era alquanto raffreddata.
Finalmente avuta la barca, uno schooner a due alberi lungo sei metri, Shelley si divertì un modo a vagabondare nel golfo per impratichirsi nelle manovre. Per fare vedere quant’era bravo, giunse persino ad azzardare rischiose evoluzioni dirimpetto alla spiaggia di Spezia a uso e consumo dei divertiti residenti e villeggianti. Poi si spinse fino all’arcipelago davanti a Porto Venere, subendo il fascino del Tino, scoglio da lui ribattezzato “L’isola delle sirene”. E infine partì alla volta di Livorno con William e con Charles Vivian, il diciottenne mozzo inglese arrivato con la barca, che li seguiva come un’ombra, per il viaggio che l’8 di luglio, sulla via del ritorno a casa, doveva condurli tutti nell’immortalità.
Di quel soggiorno lericino, Shelly ci ha lasciato Lines written in the bay of Lerici e Triumph of life, poema rimasto purtroppo incompiuto, e numerose lettere.
Da queste, un brano a caso: «… e noi navighiamo in questa deliziosa baia nella brezza della sera e sotto la luna estiva finché la terra ci appare un altro mondo»

Villa Magni, jultima dimora terrena dell’immenso Percy Bysshe Shelley
Lord George Gordon Byron

E Byron? Che ne era di lord George Gordon Byron, lo stravagante poeta al quale in particolare il golfo della Spezia deve la sua poetica insegna?
Byron è una delle icone del turismo colto spezzino. Qua e là si legge che “nel 1822 visse per qualche tempo a Portovenere”, “fece a nuoto la traversata fra Portovenere e Lerici”, “qui scrisse il Corsaro”, “qui lui e Shelley facevano scorpacciate di zuppa di datteri di mare”. Insomma, da queste parti era di casa, tanto che nel 1877 a Porto Venere, per iniziativa del conte Ferdinando Pieri-Nerli, che possedeva una casa alla Palmaria, all’ingresso della Grotta Arpaia inchiodarono una targa marmorea nella quale si raccontavano queste belle cose. Cose che però ressero poco a un’analisi appena approfondita. Tanto per cominciare Byron scrisse il Corsaro nel 1814 durante il suo soggiorno londinese, mentre in Italia venne solo nell’autunno del ’16, e quanto alla storia della nuotata, beh, fu presto chiaro che si trattava di una invenzione pura e semplice, perché mai il vanitoso pari d’Inghilterra se n’era fatto vanto com’era solito invece fare quando compiva qualche impresa un po’ fuori dall’ordinario.
Cambiata la targa, sparito l’accenno al Corsaro, la fola della nuotata è però rimasta immarcescibile, come prova la frase in italiano e in inglese incisa sulla nuova lapide tuttora lì esistente: «Grotta Byron (Arpaia) – Questa grotta ispiratrice di lord Byron ricorda l’immortale poeta che, ardito nuotatore, sfidò le onde del mare da Portovenere a Lerici».
Si sarebbe fatto la bella traversata, raccontavano i bene informati, per trascorrere qualche ora in allegria con Shelley, moglie e soci che erano in vacanza a Casa Magni. Quindi tra fine aprile e fine giugno del ’22.

Tutto bello, se non fosse che questa storia è una gigantesca bufala.

Quando si trasferiva da qualche parte, il lord si muoveva con una raffinata carrozza bianca napoleonica trainata da due pariglie con valletti assisi davanti e dietro l’imperiale, con sette servitori al seguito assieme a due fourgon con i mobili e pile di libri, un bulldog, due gatti, una scimmia, tre pavoni, due oche, alcune galline e nove cavalli. Non c’era nulla, a Porto Venere, un misero paese pressoché spopolato, dove per avere un po’ d’acqua dovevano aspettare la pioggia, che potesse essere di suo gradimento.
In realtà Byron non posò mai piede sul suolo di Porto Venere, né in nessun’altra riva del golfo, se non in quella di Lerici. La storia, documentata, racconta che il poeta lasciò Livorno in carrozza il 28 settembre 1822 per recarsi a Genova dopo avere spedito tutte le sue cose via mare. Giunse a Lerici la sera stessa – in precedenza mai aveva toccato il suolo ligure – e nella notte cadde ammalato, rimanendo ospite di una misera locanda nei giorni 29 e 30 settembre, 1 e 2 ottobre. Lo raccontò lui stesso in una lettera all’editore e amico John Murray, datata Genova 9 ottobre 1822: «Sono stato molto male; quattro giorni confinato nel mio letto nella peggiore stanza del peggiore albergo di Lerici, con un violento attacco reumatico e bilioso, costipazione e lo sa il diavolo cos’altro; nessun medico, tranne un giovane, che però fu gentile e cauto quanto basta».
Quindi la mattina del 3 ripartì con una feluca da Lerici verso Sestri Levante dove approdò al tramonto. Qui, senza por tempo in mezzo, noleggiò una vettura, viaggiò tutta la notte e all’alba era già ad Albaro, nella Villa Saluzzo. Di questo viaggio parlava il 7 febbraio del ’23 in una lettera a Lady Hardy. È grazie a questa missiva che sappiamo come andò l’ultimo tratto del cammino: «Arrivai a Sestri al tramonto e raggiunsi Genova per terra arrivandovi prima dell’alba e guarii durante, credo, quel viaggio anfibio». Nessun accenno a una sosta a Portovenere.

La favola del Byron spezzino era stata inventata e poi alimentata dai barcaioli, all’epoca fra i mestieri più diffusi a Spezia, i quali riuscivano in tal modo, raccontando anche di Shelley e della sua triste fine, a spillare un po’ di soldi in più ai loro clienti. Un commosso Giosuè Carducci, per esempio, allungò cinque lire di mancia e una stretta di mano al vogatore che lo portava insieme ad Annie Vivanti in giro per il golfo.

Un personaggio poco noto su queste rive, ma famoso in Europa, era August von Platen-Hallermünde, un poeta e drammaturgo tedesco soprannominato l’Orazio della Germania. Nel golfo Platen visse le sue giornate da turista in perfetta armonia con l’ambiente che lo circondava. Famosa è rimasta la sua epistola metrica all’amico Carl Friedrich von Rumohr nella quale descriveva la Palmaria, isola che gli era entrata nel cuore e sulla quale soggiornò a lungo. Suo è anche un epigramma sull’isola del Tino: «Cespi di mirto, degli elci, un chiostro caduto in rovina, un faro, un picciol seno e l’onde liete del mare».
Tra i visitatori illustri del tempo è da citare anche Aleardo Aleardi, poeta e politico veronese che scrisse: «Qual chi rapito navigava / di Spezia la marina / ver l’onda cara a Venere/ accanto a una collina / se della polla torbidi / vede bollire i nembi / ne tragga auspicio di venturi nembi». La polla era la sorgente sottomarina di Marola /Cadimare, un fenomeno della natura che i viaggiatori non mancavano di andare ad ammirare.
Un personaggio del tutto sconosciuto nel golfo, che ho scoperto per caso dandone conto in Quanto sei bella Spezia! (Edizioni Giacché, 2017), è tale Wallace B.Conant, un americano forse della  Pennsylvania il quale nel 1898 ha scritto una poesia intitolata, pensate un po’ Bella Spezia. Eccone un verso: «Oh Spezia, bella Spezia / dentro di me il mio cuore si rallegra / quando vedo la luce del sole spuntare / dalle marmoree colline di Carrara».

Le vecchie case del Torretto viste dall’odierna Piazza Verdi. In uno dei fondi c’era la cantina del Gigio. Oggi là ci sono il Palazzo Contesso e il Palazzo delle Poste.

Credo però che nell’inventarsi quel “Golfo dei poeti” Sem Benelli abbia tratto ispirazione soprattutto da quella che era nota come “la cantina del Gigio”, cronologicamente più vicina a lui. Il Gigio era Luigi Bonati, un intellettuale-imprenditore proprietario di cave di arenaria, a più riprese presidente della Cassa di risparmio della Spezia, appassionato di vini che curava personalmente in un ampio fondo situato in via del Torretto alle spalle dell’attuale Piazza Verdi, in un edificio che sorgeva nell’area oggi occupata dal Palazzo Contesso. In particolare, dedicava le sue attenzioni al famoso rinforzato delle Cinque Terre, ovvero lo sciachetrà, nettare che ai suoi ospiti piaceva molto. La cantina era in realtà un cenacolo di letterati; da lì transitarono anche Severino Ferrari, Giovanni Pascoli, Manara Valgimigli, Renato Fucini, Giosuè Carducci e la giovane Annie Vivanti, della quale parlerò più sotto.

Severino Ferrari

Severino Ferrari, un bel giovane emiliano, allievo prediletto del Carducci, giunse alla Spezia nell’estate del 1882. Nato nel 1856 in un paesino del Bolognese, è considerato uno spezzino di adozione non tanto per gli anni di permanenza sulle rive del golfo – insegnò dal 1882 al 1886 nel liceo spezzino divenendone anche direttore – e non solo per i molti fedeli amici che qui aveva, quanto per il fatto che a Spezia trovò l’amore, Ida Gini, una fanciulla bionda che i testimoni del tempo descrivevano “di forme superbe” e di “prospera e luminosa bellezza”.
I due si erano conosciuti nell’osteria La Confidenza, altro abituale ritrovo di una nutrita allegra brigata di intellettuali spezzini, compreso Bonati, che si apriva in Via Chiodo e che apparte­neva ai genitori della ragazza. Si unirono in matrimonio il 23 settembre del 1886 a Bologna, e nel giorno stesso per un curioso scherzo della sorte a Severino giunse la comunicazione del trasferimento a Reggio Calabria. Nel periodo del soggiorno spezzino Ferrari pubblicò il poemetto Il Mago – Arcane fantasie e i famosi Bordatini.
Al di là della sua Ida, un amore profondo unì per sempre Severino a Spezia come traspare dai suoi versi: «Riveggo ancora Spezia bella / e sento la dolce terra dove fui poeta». E: «Fu picciol borgo e dove ora giganti / palazzi aderge in lucidi colori / tendean le reti di mare stillanti / con gesti gravi un giorno i pescatori».
Dopo avere girovagato per l’Italia, da una scuola all’altra, Severino cominciò ad accusare i sintomi della malattia che poco dopo doveva condurlo alla tomba. Morì a soli 49 anni di età, alla vigilia di Natale del 1905, a Collegigliato, in provincia di Pistoia.

Renato Fucini, era un poeta grossetano che si firmava anche Neri Tanfucio. Venuto a Spezia nel 1898, ebbe occasione di conoscere il Carducci e di stringere solida amicizia con Agostino Fossati.

Manara Valgimigli

Manara Valgimigli, poeta, allievo di Carducci all’università di Bologna, e amico fraterno di Pascoli, era un filologo, grecista e scrittore originario di San Pietro in Bagno, in Romagna. Visse in due riprese alla Spezia dove fu insegnante di latino e greco dal 1908 al 1913 al Ginnasio e dal 1916 al 1923 al Liceo classico. In quei periodi fu assiduo frequentatore della cantina del Gigio. Nel 1948 tornò a Spezia per inaugurare la nuova Università popolare.

Giovanni Pascoli

Giovanni Pascoli era legato da un’amicizia fraterna al Gigio il quale in risposta ad affettuose lettere gli mandava a Castelvecchio delle cassette di un ottimo suo vino. Il poeta toscano, che insegnava al liceo “Pellegrino Rossi” di Massa, fu più volte ospite della vecchia cantina del Torretto come si ricava dagli intensi scambi epistolari datati ai primi del ’900. Ma già nel 1895 al Bonati era capitata la ventura di dovere andare in soccorso dell’amico trovatosi in ristrettezze finanziarie. Il poeta si era infatti trovato a dovere provvedere sia alla dote della sorella Ida che stava per andare in sposa, sia al pagamento del primo appannaggio di 50 lire mensili pattuito con lo sposo, ma era a corto di soldi. Si era rivolto allora all’intellettuale-cantiniere spezzino chiedendogli un prestito di 2.500 lire e il Gigio non si era fatto pregare: senza discutere aveva avallato una cambiale di pari importo.

Gosuè Carducci

Una impronta non da poco conto ha lasciato sulle rive del golfo Giosuè Carducci futuro senatore del Regno (dicembre 1890), futuro Premio Nobel per la letteratura (1906), considerato il più grande poeta italiano vivente.
Personaggio chiave del romantico soggiorno carducciano nel golfo fu Annie Vivanti (24 anni) padre italiano, madre tedesca, nata però a Londra dove il padre, patriota garibaldino, aveva dovuto rifugiarsi. Era una ragazza disinibita, tanto che in seguito le furono attribuiti numerosi amori. Non eccelsa poetessa, era nondimeno un’ottima scrittrice di racconti e novelle – un elenco sconfinato – che riscossero un notevole successo internazionale di pubblico e di critica, venendo anche tradotte in tutte le lingue europee, e recensite da grandi nomi della cultura.
Nel dicembre del 1889 la ventitreenne Annie ebbe un incontro a Milano con l’editore Emilio Treves dal quale voleva farsi pubblicare delle liriche. Treves provò a dissuaderla, spiegandole che non era tanto facile, specialmente per una neofita. E forse per spingerla a rinunciare ai sogni di gloria le disse che magari, ove fosse riuscita a ottenere una prefazione da un grande intellettuale, metti un Carducci, allora avrebbe probabilmente avuto qualche probabilità in più. Una mission impossible, pareva.
La ragazza era però un tipetto tosto, non si arrendeva facilmente. Salita sul treno per Bologna, tanto brigò che riuscì a farsi ricevere dal Carducci strappandogli la sospirata prefazione, pubblicata poi nella raccolta Lirica.

Annie Vivanti

Finalmente in possesso del suo agognato contratto con la Fratelli Treves, a metà febbraio del 1890 Annie venne a vivere a Spezia trovandovi le condizioni più favorevoli per scrivere poesie e cominciando a frequentare la cantina del Gigio. E qui, a marzo, la raggiunse Carducci il quale conosceva bene il Bonati e Spezia essendoci già stato nel 1887 e nel 1888.
Vi arrivò “inatteso”, spiegava Il Lavoro dando notizia del soggiorno spezzino del “principe dei poeti”, nella mattinata di lunedì 24 marzo e vi si fermò una settimana. Fu allora che fra i due divampò la passione amorosa tradita dal famoso verso dell’elegia Ad Annie scritta al mattino di mercoledì 26: «Batto a la chiusa imposta con un ramicello di fiori / glauchi ed azzurri come i tuoi occhi, o Annie», strofa che si legge sulla lapide della poetessa al cimitero monumentale di Torino dove è morta nel 1942.
In quei giorni l’illustre ospite ricevette l’omaggio dell’assessore Pontremoli, visitò l’arsenale, poi il Ginnasio, il Liceo e l’Istituto tecnico, e si incontrò con i professori delle varie scuole nel ristorante dell’albergo Giappone (si trovava in Corso Cavour angolo Via Cavallotti; quando sul finire dell’800 fu venduto, cambiò nome in “Albergo Impero”).

Ma oltre a questi momenti ufficiali, Carducci riuscì a ritagliarsi felici spazi privati con Annie.
Nella mattinata del 26 i due passeggiando sulla spiaggia scorsero una barca col nome “Garibaldi” e con quella si fecero condurre dall’“assonnato barcaiolo” in giro per il golfo. Fu durante quella romantica gita che il poeta pronunciò la famosa frase su Shelley, “spirito di titano entro virginee forme”. Il barcaiolo raccontò allora che suo nonno era il barcaiolo di Shelley, e nel fare il nome dello sfortunato poeta inglese con fare teatrale si tolse il cappello. Quel gesto commosse il Carducci il quale tese la mano al marinaio, che gliela strinse, dicendogli «Io ti saluto, amico». E gli sganciò cinque lire di mancia.

Fra Giosuè e Annie era dunque sbocciato l’amore, magari anche la passione, però lei sembrava condurre tutto sul filo del gioco, più interessata alla carriera che non alle smancerie dell’attempato corteggiatore o amante. Nella circostanza però forse si rese conto che stava scherzando un po’ roppo con il fuoco, perché le voci di una relazione fra il maturo e famosissimo poeta e la ragazza libera, piuttosto disinvolta e indipendente cominciavano già a trapelare sui giornali scatenando illazioni e feroci polemiche, il che rischiava di trascinarla in un’avventura troppo pericolosa per lei.
Comunque sia non si sottrasse alla corte del cinquantacinquenne professore di Val di Castello con il quale si faceva vedere insieme partecipando anche a diverse gite a Lerici e a Portovenere. Nella sua agenda alla data 24 marzo (il giorno stesso del suo arrivo a Spezia) Carducci annotò in un taccuino il primo «amoroso incontro» con Annie e, due giorni dopo, quel 26 marzo in cui compose i versi Ad Annie vi si leggeva in greco la frase «Aspetta ad amare», un invito che il poeta rivolgeva a sé stesso. Nel taccuino venivano insomma registrate tutte le tappe di quella settimana d’amore trascorsa nel golfo.

E i giornali ci sguazzavano.

Conducendo quella relazione sul filo dell’equivoco, pencolante tra la passione e l’amore platonico, lei lo chiamava Orco, nomignolo che a lui piaceva molto perché rispecchiava il suo carattere, bonario e ombroso al tempo stesso.
Sulla natura del flirt fra Annie e Giosuè ci sono almeno un paio di documenti che danno da pensare. Il primo è una pagina del diario della stessa Vivanti: «(Spezia 26 marzo 1890). Da lunedì mattina (è mercoledì) è qui Carducci – per me, tutto e soltanto per me. La Giunta, il Sindaco, i professori lo vanno a visitare, ed egli viene da me, timidamente, la mattina, e aspetta fuori con un mazzo di fiori in mano. Giacinti rosei ed azzurri. – E stamani mi ha scritto dei versi. – Andammo oggi a Porto Venere. – Quante splendide e dolci cose egli mi dica non saprei riscrivere. Le serbo nell’anima chiuse come perle. – I primi due giorni mi annojò a morte. Ne ero ammalata! Oggi, col sole, no. – Si pranzò con lui, Eva e Jo e io allegramente. Disse sempre di me, e quante splendide lodi! – Aiutatemi, buon Dio, Dio pietoso e benedetto, aiutatemi a riuscire. – Amen».
Il 27 aggiungeva al diario «Ritorniamo da Porto Venere Carducci, Bonati, Eva, Jo ed io. Iddio, che splendore!».
Il secondo documento è una lettera scritta da Annie al poeta. Assecondando un forte impulso di vanità Carducci le aveva spedito da Bologna una sua fotografia ed ella gli rispondeva per ringraziarlo e per… tenerlo sulla corda. La lettera, datata La Spezia (sera) 25 aprile 1890, era indirizzata a Giosuè Carducci presso un conoscente romano.
«Vi rivedo dunque. Grazie. Siete bello, siete superbamente bello ed io Vi adoro. Come avete la bocca ostinata, che stuona colla ispirata serenità dello sguardo! Gli occhi guardano l’altezza conquistata, e la bocca dice: Ancora. Non basta, Giosuè Carducci? Perché dice ancora: Voglio la vostra bocca?Ed agli altri non volete lasciar nulla che l’ira di non poterVi seguire? O dite, Voi felice arrivato, o v’è posto anche per altri lassù, vicino alla Gloria? Non sono più triste, non sono più cattiva, ed è aperto a Voi il mio cuore, e Vi ama, Vi ama! EccoVi la mia bocca da baciare. Annie».

La sera di sabato 29 marzo cedendo forse alle insistenze dell’esuberante Annie, Carducci intervenne a una grande festa danzante organizzata al Teatro Civico per raccogliere fondi in favore della Società nazionale di tiro a segno della quale era presidente l’ammiraglio Turi. Patronessa del veglione era Isabella di Baviera Duchessa di Genova, accompagnata dal consorte principe Tommaso, due illustri ospiti che amavano Spezia: sposatisi il 14 aprile dell’83, avevano trascorso la luna di miele nell’incanto del golfo. Nell’occasione per la prima volta il teatro veniva illuminato con la luce elettrica.
Insieme all’ammiraglio Carlo Alberto Racchia, comandante della Marina a Spezia, al contrammiraglio Carlo Turi, al sindaco Giò Batta Paita, e al conte Giulio della Torre, Carducci raggiunse il palco d’onore per porgere il suo omaggio ai principi reali, e Tommaso gli confidò, sorridendo, di non avere dimenticato che un decennio prima egli aveva esaltato la figura di sua madre, la regina Margherita, in una delle sue famose Odi barbare, reminiscenza che inorgoglì molto il poeta.
La sera dopo, domenica, lasciò il golfo “con il diretto delle 9,25 pom.”, e il giorno seguente arrivato a Roma scrisse una lettera al Gigio per ringraziarlo dell’affettuosa accoglienza parlando di «vostra bellissima Spezia».

Circa tre mesi dopo la vacanza spezzina Carducci venne coinvolto in un episodio boccaccesco che aveva avuto la solita Annie quale protagonista e che stava per concludersi con un duello.
Nella cantina del Gigio un giovane professore di filosofia del liceo spezzino, Giuseppe Caldi, aveva conosciuto la giovane poetessa innamorandosene perdutamente. Fu il classico colpo di fulmine!
Forse all’inizio Annie, già compiaciuta per le sentimentali premure da parte del Carducci, non si mostrò insensibile alle attenzioni del venticinquenne professore, ma poi lo respinse. («… perché – annotava nel suo diario il 29 giugno 1890 – co’ professori, anche a scuola, da bambina, non ho mai potuto andare d’accordo»). Tuttavia, secondo i giornali nazionali la conclusione della love story avrebbe avuto risvolti piccanti. Senza fare, almeno all’inizio, i nomi dei protagonisti, riferirono di un giovane fidanzato che recatosi in visita alla sua amata con una mezz’ora di anticipo sull’appuntamento con lei fissato, la sorprese in flagrante… reato con un giovane del posto. Possiamo immaginare il seguito. Sta di fatto che la storia attirò, come il miele le mosche, giornalisti da tutta Italia i quali versando per l’intera estate benzina sul fuoco delle passioni deluse del Caldi non fecero altro che esacerbare gli animi.
Irritato per il tono di una precisazione della Vivanti apparsa sul Caffaro di Genova, il professore ribatté con una lettera pubblicata dal quotidiano romano La Tribuna. A questo punto fu il dottor Italo Vivanti, fratello maggiore di Annie, medico condotto a Gavirate, a risentirsi per i giudizi espressi dal Caldi da lui ritenuti offensivi nei confronti della sorella. Da qui la sfida a duello – quantunque i duelli fossero vietati – con la nomina dei padrini, due ufficiali di Marina.
Il professore rifiutò di battersi, e anzi andò oltre denunciando il 20 luglio alla magistratura sia il Vivanti, sia i due padrini, sia il Carducci accusando quest’ultimo di avergli inviato un telegramma nel quale censurava il suo rifiuto a duellare, e lo esortava piuttosto ad accettare la sfida. Il magistrato rinviò a giudizio Vivanti e i suoi padrini, e al contempo sentenziò l’insussistenza del reato a carico di Carducci (del quale era fervente ammiratore) e lo prosciolse.
Davanti a «un pubblichetto di contadini e sfaccendati», annotava il cronista, il 7 dicembre con una decisione a sorpresa il pretore Ettore Vigliani mandò assolto il Vivanti infliggendo invece un’ammenda ai padrini.

Di Annie Vivanti possiamo ricordare questo verso di L’offerta, scritta alla Spezia nella primavera del 1890: “Sotto i forti impassibili / urtiam contro la riva / L’ombre dei colli spezzano / la gran luce estiva”.

Infine, in un golfo che già si era però guadagnato il nomignolo che lo ha reso famoso nel mondo, vennero altri poeti, quali i futuristi Filippo Tommaso Marinetti, vincitore nel 1935 del Premio nazionale di poesia Golfo della Spezia con Meriggio sul Golfo dei Poeti, lirica poi inserita nel celebre Aeropoema del Golfo della Spezia, Vittorio Osvaldo Tommasini (in arte Farfa), e Corrado Govoni, e un po’ più tardi ovviamente il grande Eugenio Montale (Premio Nobel nel ’75), e Pier Paolo Pasolini. E chissà quanti altri, nomi ancora non più custoditi da una personalissima memoria ram ormai stanca.