Finché la barca va

“Ci sono due tipi di sbarchi: gli sbarchi fantasma, di cui nessuno parla, poi arrivano le ong e si scatena il finimondo, si accendono i riflettori e tutti parlano di 43 persone non vedendo che nei giorni scorsi ne sono sbarcate duecento“.
Lo ha detto il sindaco di Lampedusa Totò Martello, uno che, non si potrà dire di no, di queste cose se ne intende.

Ecco, questa è la verità nuda e cruda, quella che tutti noi dovremmo sapere, e che invece nessuno ci dice.
Ogni giorno, dunque, gli scafisti, quei ributtanti trafficanti di esseri umani, usando piccole imbarcazioni fanno avanti e indietro portando migranti sulle coste siciliane, e in particolare a Lampedusa. Non so se lo fanno disturbati o indisturbati. Non lo so, perché nessuno, appunto, ne parla. Né si levano bellicosi strepiti dagli schermi delle Tv a reti unificate e accuratamente lottizzate.
Sebbene grazie al grande e generoso cuore degli italiani la maggioranza delle Ong abbia ormai da tempo lasciato al suo destino quanti cerchino di attraversare il Mediterraneo, succede ogni tanto che il capitano di una piccola nave – ovviamente un criminale, uno che deve essere arrestato subito, uno che deve marcire nelle patrie galere sino alla fine dei suoi giorni – cerchi di portare qualche decina di migranti, uomini, donne e bambini, qualcuno ammalato, in un luogo che si suppone ospitale puntando la prora sulle nostre coste, facendo in tal modo scoppiare un putiferio. Mica l’hanno ancora capito che l’Italia non è più un luogo ospitale per coloro che non hanno soldi da spendere in alberghi, ristoranti, pizzerie, concerti e divertimenti vari!
Insomma, gli scafisti veri fanno avanti e indietro sbarcando centinaia di persone, e non succede nulla, non vola una mosca, nessuno ricorda che i porti italiani sono chiusi, nessuno mostra panza e muscoli.
Se invece si profila all’orizzonte la sagoma di una barca con quaranta poveracci a bordo, ecco che entrano in funzione motovedette, pattugliatori, fregate missilistiche, elicotteri di tutte le forze possibii e immaginabili, forse persino incursori di Marina e parà della Folgore, carabinieri, polizia di frontiera, guardia di finanza, e probabilmente forestali, e nessuno mi leva dalla testa l’idea che là sotto ci sia anche almeno un sottomarino, se non due, a tenere d’occhio tutti con il periscopio, perché non si sa mai.
Insomma, tutti messi alla frusta dall’ira funesta del Viminale mobilitato al completo agli ordini dell’intrepido capitano in difesa dei sacri confini della patria minacciata da un’orda di clandestini selvaggi armati fino ai denti di smartphone e di cuffiette.
E gli scafisti, quelli veri? Eh, loro sono lì che contano i dollari, e se la ridono. Ridono di noi!
Nella foto: un poderoso mezzo da sbarco dell’esercito invasore.

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Per un pugno di Bot

Oggi l’Italia si divide sui minibot, geniale idea dei cervelloni della Lega non più Nord per saldare il debito che le pubbliche amministrazioni – Stato, uffici periferici, ed enti locali – hanno nei confronti nei loro fornitori. A scanso di equivoci, è bene precisare subito che responsabili di questo debito sono tutti i governi succedutisi da almeno un decennio in qua. Quindi nessuno può chiamarsi fuori. E tanto per capire di cosa stiamo parlando, saremmo di fronte (manca una cifra ufficiale) a una voragine di circa sessanta miliardi di euro, non quattro palanche. Va aggiunto però che nel 2014 il governo stanziò quaranta miliardi per saldare buona parte di quel debito, che però poi ha ripreso a crescere.
Ebbene, ora la Lega vorrebbe tacitare i creditori pagandoli con dei Bot di piccolo taglio, uno strumento finanziario che tuttavia secondo alcuni avrebbe lo stesso valore dei soldi del Monopoli (cioè carta straccia) o di un assegno cabriolet (cioè scoperto), e che secondo altri si configurerebbe invece come una moneta parallela all’euro, divisa che – oltre a far crescere in misura proporzionale il debito pubblico – sarebbe emessa in violazione dei patti sottoscritti da tutti i Paesi aderenti all’Area euro, tra cui ovviamente l’Italia. Quindi, il minibot sarebbe o denaro fasullo sul tipo di quello della banda degli onesti (con riferimento a Totò, Peppino, ecc. che vediamo qui sotto, e non ai 5 Stelle, sia ben chiaro) ovvero una valuta illegale. In più sarebbe un grimaldello con il quale scrardinare porte e portoni e favorire l’uscita dell’Italia dall’Area euro. Va da sé che per i suoi sostenitori sarebbe invece uno strumento perfettamente legale; sarebbe anzi un toccasana per la nostra economia.

Per sorridere un po’!

Vediamo allora chi sono gli alfieri e chi i detrattori dei minibot.

SONO A FAVORE

Matteo Salvini

Titolo di studio: maturità classica.
Professione: giornalista di Radio Padania, ma dal 1990, dall’età di 17 anni, svolge attività politica.
Stato attuale: segretario della Lega (ex Nord), vicepresidente del consiglio e ministro dell’interno.

Luigi Di Maio

Titolo di studio: maturità classica.
Professione: nessuna, ma ha svolto alcune attività come giornalista pubblicista (quindi occasionale), lavoro di web commerce, manovale, lo steward allo stadio San Paolo di Napoli.
Stato attuale: capo politico del Movimento 5 stelle, vicepresidente del consiglio e ministro del lavoro e delle politiche economiche.                                               

Giorgia Meloni

Diploma: liceo linguistico.
Professione: da tutte le biografie risulta giornalista professionista (è regolarmente iscritta all’Ordine e all’Inpgi), ma non sono riuscito a trovare per quale testata giornalistica abbia svolto il praticantato e quindi sia stata assunta come redattrice, e per chi, pertanto, abbia lavorato. Svolge comunque attività politica dall’età di 15 anni.
Stato attuale: presidente del partito Fratelli d’Italia.

SONO CONTRARI

Giuseppe Conte

Titolo di studio: laurea in giurisprudenza.
Professione: avvocato e docente universitario.
Stato attuale: presidente del consiglio dei ministri.              

Giovanni Tria

Titolo di studio: laurea in giurisprudenza.
Professione: docente di Economia, Macroeconomia, Storia del pensiero economico alle Università di Perugia e La Sapienza di Roma. Dal 2017 è preside della facoltà di Economia di Tor Vergata.
Stato attuale: ministro dell’economia.

Mario Draghi

Titolo di studio: laurea in economia all’università la Sapienza di Roma e specializzazione al Massachusetts Institut of Technology.
Professione: professore universitario, negli anni Novanta diventa alto funzionario del ministero del tesoro. Nel 2005 viene nominato Governatore della Banca d’Italia entrando per tale ruolo nel consiglio direttivo e nel consiglio generale della Banca centrale europea, e nel C.d.A. della Banca dei Regolamenti internazionali. È stato inoltre presidente del Financial Stability Board. È stato direttore esecutivo per l’Italia della Banca Mondiale e nella Banca Asiatica di Sviluppo.
Stato attuale: presidente della Banca centrale europea

Ecco, secondo voi, a chi conviene credere? E sempre secondo voi, chi sta cercando di prenderci per i fondelli?

Ma perché ce l’hanno con noi?

Su Facebook è in corso un interessante dibattito sui motivi per i quali, conti alla mano, l’Europa tratta l’Italia in modo diverso rispetto a Francia e Germania. Con noi pugno di ferro, e con loro guanto di velluto, come se quelli fossero i bravi e noi i cattivi. E ci si lamenta perché la Francia, per esempio, ha saputo salvare i suoi gioielli (vedi il caso attuale di Fca-Renault) mentre noi siamo stati capaci di dilapidare un autentico tesoro di imprenditoria pubblica svenduta al primo offerente.
Ma era tutto oro quel che luccicava? A prendere come esempio Alitalia, al di là degli aspetti patriottici, non direi proprio. Altro esempio: un secolo fa sono andato in Corsica con un traghetto della Corsica Ferries (francese, con una gamba in Italia, privata). L’anno dopo sono andato in Sardegna con la Tirrenia (società italiana di Stato). Non sto a dirvi la differenza – dalla cortesia del personale alla pulizia dei servizi igienici e delle cabine – ve la potete immaginare.

Ecco, io penso che ci siano non una, ma mille ragioni che possono spiegare la severità, dovuta anche a una non ingiustificata diffidenza, che gli Stati europei mostrano nei nostri confronti. Siamo noi che facciamo finta di non vederle.

Noi facciamo finta di non sapere che un terzo dell’Italia, se non la metà, è in mano alla criminalità organizzata (mafia in Sicilia, ‘ndrangheta in Calabria, camorra in Campania e dintorni, Sacra corona unita in Puglia, mafia nigeriana al nord), come se fosse la cosa più naturale di questo mondo.

Facciamo finta di non sapere che in Italia costruire un chilometro di autostrada costa tre volte di più che nel resto del mondo.

Facciamo finta di non sapere che lo Stato italiano è debitore cronico verso le imprese fornitrici di qualcosa come 60 miliardi di euro. Altrove le fatture vengono pagate a 30 o a 60 giorni, da noi a… due o a tre anni (quando va bene).

Facciamo finta di non sapere che lo Stato italiano è debitore verso i contribuenti di trenta miliardi di euro per rimborsi fiscali mai effettuati.

Facciamo finta di non sapere che in una piccola città di provincia c’era una azienda pubblica di pubblica utilità che aveva duecento dipendenti (stipendi) in più di quelli che occorrevano: quante aziende del genere ci sono in Italia?

Facciamo finta di non sapere che in Italia c’è gente che lavora, ma che non paga un euro di tasse (lavoro nero) per un ammontare annuo di cento miliardi di euro.

Facciamo finta di non sapere che in ogni ora del giorno migliaia di persone pagate da noi per servire il cittadino invece di essere al lavoro stanno facendo gli affari propri.

Facciamo finta di non sapere che quanto riguarda i cittadini in età da lavoro in possesso di laurea, i dati Eurostat pongono l’Italia al penultimo posto in Europa.

Facciamo finta di non sapere che l’Italia è sui gradini più alti del podio mondiale per il tasso di corruzione.

Facciamo finta di non sapere che in Italia è scomparsa una classe imprenditoriale capace di aprire fabbriche con centinaia di dipendenti.

Facciamo finta di non sapere che ogni settimana, se non ogni giorno, un pezzo dell’economia più pregiata italiana finisce in mani straniere.

Facciamo finta di non sapere che, pur avendo una disoccupazione giovanile che supera il trenta per cento, le aziende italiane non riescono a trovare la manodopera specializzata che gli occorre.

Facciamo finta di non sapere che centinaia di famiglie di pensionati che con il loro assegno mensile erano costrette a tirare la cinghia, hanno fatto le valigie e sono emigrate in Paesi nei quali, con la stessa pensione, ora vivono bene e senza problemi né economici né di sicurezza.

Facciamo finta di non sapere che ogni giorno uno, due, cento giovani laureati lasciano l’Italia per trovare un’occupazione confacente alla loro carriera scolastica.

Facciamo finta di non sapere che il cittadino italiano deve chiedere per favore allo Stato quello che gli spetta di diritto.

Facciamo finta di non sapere che il nostro Paese sta scivolando nemmeno troppo lentamente verso un regime autoritario nel quale si discrimina la gente per ragioni di religione, di etnia e di nazionalità.

Facciamo finta di non sapere che ogni giorno degli esseri umani annegano nel Mediterraneo perché non c’è più quasi nessuno che possa salvarli.

Facciamo finta di non sapere che da qualche tempo a questa parte nel nostro Paese le manifestazioni di dissenso politico più pacifiche di questo mondo, come l’esposizione di lenzuola alle finestre, vengono interrotte dall’intervento delle forze dell’ordine nelle case della gente.

Facciamo finta di non sapere che mentre le ruspe spianano i campi rom o i campi di immigrati, ci si dimentica invece di intervenire per sgomberare edifici pubblici occupati da organizzazioni di estrema destra.

Facciamo finta di non sapere che un ministro dell’interno ha detto di avere dato ordine ai suoi uffici di fare un censimento dei rom (in aperta violazione del dettato costituzionale).

Facciamo finta di non sapere che gli stipendi e le pensioni dei dipendenti pubblici sono pagati anche con i soldi di cittadini europei i quali, bontà loro, continuano a farci credito (ovviamente a tassi di interesse sempre in crescendo).

Tutto ciò considerato, per quale ragione gli europei dovrebbero fidarsi di noi?

Perché – ecco un’altra cosa che facciamo finta di non sapere – noi ci portiamo dietro la nomea di essere dei grandissimi puffaioli. Chi ci vuole male dice infatti che piuttosto che saldare i creditori noi preferiamo prendere altri soldi a prestito per continuare a fare la bella vita, con la speranza che, alla fine, qualcuno in Europa sia così gentile da decidersi a pagare al posto nostro il conto delle vacanze alle Maldive.

Sembra tuttavia che almeno su quest’ultimo punto gli europei, a cominciare da quelli del gruppo di Visegard – tanto amici del vicepremier Salvini quando si tratta di parlare di immigrazione – abbiano già dato in coro una risposta chiara. Non è stata una “letterina”, bensì un sonoro pernacchione seguito da una brevissima frase in verità alquanto scurrile, ma che rende bene l’idea: una frase che comincia con “col” e che finisce con “…zzo”.