Addio a un grande sindaco

Mentre scrivevo queste righe – avrei voluto esserci anch’io, ma mi è stato impossibile – gli spezzini salutavano per l’ultima volta un loro sindaco di tempi già lontani il cui nome resterà scolpito a lettere indelebili nella storia della nostra città. Parlo, l’avrete capito, di Aldo Giacché. A lui infatti si devono l’apertura della galleria Spallanzani (nella foto l’inaugurazione); il cavalcaferrovia, come lui lo chiamava, vale a dire il viadotto che sovrappassando i binari del porto mercantile consentiva di eliminare il passaggio a livello all’altezza di Via del Molo, un supplizio per chi transitava sulla strada per Lerici; la prima (e finora unica) restituzione alla città di un’area sottoposta a servitù militare, cioè l’attuale zona verde di Marola; l’unico, a tutt’oggi, parziale abbattimento del muro di cinta dell’arsenale, il tratto tra l’inizio di Via Giuliano Mori, a Marola, e la Costa di Cadimare; la prima (anch’essa rimasta unica) permuta di aree con il Comando in capo di Maridipart, accordo che ha smilitarizzato i terreni della ex Flage, a Montepertico, e quello di Piazza d’armi consentendo di costruire le sedi rispettivamente gli istituti scolastici Da Passano e liceo scientifico Pacinotti. E fu ancora lui ad avviare le procedure che portarono nel 1986 all’apertura della biblioteca Mario Beghi, al Canaletto. Infine, è ancora alla sindacatura di Giacché che si deve il famoso piano regolatore comunale che prevedeva la realizzazione di ventimila vani, un piano che ha esteso l’area urbana ben oltre i quartieri di Mazzetta e Migliarina.
Aldo Giacché era un marolino come me, la sede della locale sezione del Pci era a venti metri da casa mia, quindi capitava di incontrarci in paese, tuttavia la differenza di età prima, e la diversità dei ruoli poi – lui capo indiscusso di un grande partito, amministratore comunale, e poi addirittura primo cittadino, e io giornalista di una testata che oltretutto non era considerata “amica” dalla sinistra – facevano sì che fra noi non ci fosse, in quegli anni, un grande legame personale. C’era anzi un rapporto circoscritto alle formalità professionali dei ruoli, seppure improntato al massimo rispetto reciproco. Io gli riconoscevo una grande capacità di amministratore e un’indubbia serietà politica, e lui, mi veniva riferito, apprezzava la correttezza del mio lavoro. In privato era la persona più discreta del mondo, si sarebbe detto quasi timida, come il suo sorriso.

Un’occasione di confronto (foto) erano i rituali incontri plenari di fine anno tra la giunta al completo e noi della stampa nel corso dei quali il sindaco illustrava l’attività svolta dalla giunta dando conto della caterva di miliardi investiti in opere pubbliche. Le domande non erano mai poche, le risposte sempre precise, puntuali, e qualche volta anche puntute.
Non intendo comunque, in questa sede, parlare dell’Aldo Giacché come persona né come dirigente politico, ché tantissimi l’hanno fatto in questi giorni dalla sua dipartita dipingendolo per quello che era: un galantuomo della politica. Giudizi che condivido in pieno. Vorrei invece ricordarlo raccontando un episodio che mi sembra possa dare chiaro il senso delle dimensioni di quanto l’uomo fosse attaccato alla sua città, di quanto di lui, delle sue idee, delle sue energie, della sua passione, egli sapesse a essa donare in ogni giornata della sua vita.
La storia si colloca in una torrida estate di quarant’anni fa, mi pare quella del 1978 o giù di lì. In quei giorni il capo della redazione, che era Eugenio Reggio, era in ferie, per cui toccava a me, in quanto vicecaposervizio, stare sul ponte di comando per “fare” le pagine di cronaca del giornale, La Nazione, la cui sede era in Via Chiodo, accanto al Banco di Napoli, dov’è oggi la Fondazione Cassa di risparmio della Spezia.
Era il pomeriggio della vigilia di Ferragosto e in città, come suol dirsi, non c’era un cane. Strade completamente deserte, aria infuocata, asfalto che fondeva, con il sole che, passato lo zenit, scendeva verso il Parodi infilandosi con le sue lame roventi proprio dentro il mio ufficio che aveva una finestra affacciata sullo slargo antistante la banca. Anche chiudere gli scurini, era servito a poco perché il calore riusciva a entrare dalle fessure dell’ottuagenaria finestra. Di aria condizionata manco a parlarne, ovviamente!
Ebbene, in redazione c’eravamo solo io e un paio di collaboratori – gli altri erano in ferie – e, piuttosto preoccupati, ci chiedevamo come avremmo fatto a riempire le pagine del giornale, visto che la mattinata aveva dato poco o niente. Nella settimana di Ferragosto, con la quasi totalità delle attività praticamente ferme, le fabbriche chiuse, gli uffici semideserti, le notizie arrivavano con il contagocce, e non c’erano, a darci una mano, quegli inesauribili serbatoi di informazioni quali sono oggi Facebook o Twitter o Instagram. Persino i malavitosi sembrava fossero andati in vacanza, lasciando intonso il mattinale della squadra mobile e delle volanti di ritorno dai loro pattuglioni notturni. Insomma, il piatto piangeva!
Non sapendo che pesci pigliare – anche dai “giri” di nera, ospedali, carabinieri, Questura, continuava a non arrivare niente – attorno alle 15 decisi di fare un salto in comune per spulciare le delibere affisse all’albo pretorio sperando di trovare qualcosa per farci un buon articolo, e siccome pure il cammello era in ferie, feci a piedi la traversata del deserto grondando sudore, trascinandomi da lì fino a Palazzo Civico con l’assoluta certezza di trovarlo del tutto abbandonato. Nella guardiola c’era l’usciere, il quale si stava godendo un pisolino: immaginavo la noia di stare lì senza vedere un cristiano per ore e ore in un pomeriggio di metà agosto!
Con sommo dispiacere dovetti svegliarlo per avere le chiavi delle bacheche delle delibere, e così, per scrupolo e con nulle speranze, gli dissi: “Non c’è nessuno nel palazzo, vero?”.
“Come no? – mi rispose – c’è il sindaco!”.
Il sindaco? Il sindaco è in ufficio?

Senza manco chiedergli il permesso, tanto mi conosceva bene, mi fiondai su per le scale arrivando col fiatone al piano nobile, e in un lampo ero davanti alla porta aperta dello studio del primo cittadino. Giacché (foto), seduto alla scrivania, assorto in mezzo a un mare di carte, stava studiando un documento.
Ebbene, abbiamo parlato per un’oretta di tante cose, di noi, delle famiglie, di Marola, naturalmente, poiché quel nostro paese ha da sempre una forte caratteristica identitaria. Posso insomma dire che ci siamo conosciuti per davvero proprio in tale circostanza. Perché in quel pezzetto di vigilia ferragostana lui non era più il sindaco, ma solo Aldo Giacché, un marolino, e io non ero più un cronista rompipalle, ma solo Gino Ragnetti, un marolino. Insomma, nonostante la differenza di età, nonostante le diverse idee politiche, nonostante lui continuasse a darmi dei tu e io (per rispetto) a dargli del lei, eravamo diventati amici.
Superfluo dire che potei correre contento in redazione con tanto di quel materiale da potere riempire di roba interessante non una pagina, ma due.
Non molto dopo, però, i nostri percorsi personali imboccarono strade diverse: io andai a Massa a dirigere l’edizione della Nazione di Massa-Carrara-Lunigiana, e Aldo entrò in Senato, sicché per diversi anni ci perdemmo di vista.
Curiosamente le cose cambiarono di nuovo quando ci ritrovammo entrambi esodati, Aldo dalla politica e io dalla cronaca di tutti i giorni. Capitò un mattino, quando avvenne di incontrarci casualmente nel salone dell’emeroteca della biblioteca Mazzini dove eravamo entrati io per una delle mie ricerche sulla storia di Spezia e lui non so per cosa, e così riprendemmo il filo mettendoci a chiacchierare all’inizio del più e del meno per passare ben presto – figuriamoci se potevamo esimerci – alla politica e alla situazione della città, a quel tempo, l’inizio del nuovo secolo, non certo rosea.
Fu allora che anch’io, nelle sempre più rare volte in cui ci si vedeva qua e là,
cominciai a dargli del tu. D’altronde, ormai eravamo due apprendisti pensionati incamminati lungo l’inesorabile viale del tramonto, per cui potevamo permetterci un po’ più di confidenza!
Poi gli incontri si sono fatti più radi, di lui avevo notizie da Irene, la figlia, sapevo che non stava bene, finché l’altra mattina, aprendo Facebook ho appreso di avere perso un altro amico. Lo so, è la vita, non puoi fermare il fiume che va, diceva una struggente canzone di Earl Grant, ciò però non toglie che faccia sempre male.
In ogni caso, di sicuro non dimenticherò mai quel bollente pomeriggio ferragostano di quarant’anni fa quando grazie a un sindaco che era al lavoro mentre gli altri erano a divertirsi sulle spiagge, potei fare arrivare il giorno dopo nelle edicole un giornale decente. La mia mission, direbbero oggi!
E così, con un ultimo saluto, si chiude un altro cassetto pieno di ricordi.
Ciao Aldo, e grazie per quel giorno. Grazie di tutto!

Un pensiero su “Addio a un grande sindaco

  1. Meraviglioso articolo. Traspare un senso di umanità che difficilmente riesco a percepire nella gente di oggi. Anch’io lo conoscevo, suo figlio è stato allievo di mia moglie, e condivido gli stessi apprezzamenti per la persona, per l’uomo Giacchè.

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