Caccia al tesoro

tesoroLa caccia al tesoro? Un gioco da ragazzi. Ma non sempre è un gioco, e soprattutto non sempre la fortuna arride agli audaci.

Quando si parla di tesori si pensa subito a terre lontane, a isole, un tempo covo di pirati, sperdute nei mari del sud. E invece anche dalle nostre parti con un po’ di buona sorte si potrebbe fare fortuna, come capitò al conte Dantes, scopritore di un’immensa quantità di ori e gioielli nascosti dai corsari nell’isola di Montecristo.

Perché di leggende che parlano di tesori perduti è pieno il nostro passato: basta capire dove potevano essere, andare a frugare un po’, e il gioco è fatto.

Da dove cominciamo? Cominciamo da Volastra, molti anni fa.

La campana di Oleastra

Mamma, li Turchi! Questo grido di terrore risuonava spesso lungo i nostri litorali fin dalla notte dei tempi, cioè da quando – correva il IX secolo – i Saraceni avevano preso a spadroneggiare nei mari Ligure e Tirreno. Per cercare di difendersi dalle loro incursioni la gente della costa si era organizzata erigendo torri di guardia e da lì partiva l’allarme non appena all’orizzonte spuntava uno stendardo degli islamici, dando tempo alla gente di rifugiarsi nelle selve dei monti. Così avevano fatto anche gli abitanti di Riomaggiore, sicché un giorno l’angosciato grido – mamma, li Turchi! – rimbombò su per l’impervia valle, dal mare ai monti, giungendo fino a un paese che si trovava quasi sul crinale, un paese che Ettore Cozzani in un suo racconto molto più tardi battezzò Oleastra. Gli abitanti si apprestarono a fuggire, ma prima vollero nascondere i loro averi e soprattutto le campane della chiesa, campane assai preziose perché fuse con una grande quantità d’argento. Gli sventurati, attardatisi in questa bisogna, non fecero tuttavia in tempo a scappare, perché i saraceni gli piombarono addosso trucidando i più vecchi e catturando tutti gli altri, uomini, donne e ragazzi, da vendere poi come schiavi nei batistan. Trascorsero molti anni, e un giorno un vecchio approdò con un barcone a Riomaggiore. Nessuno lo riconobbe, perché troppo tempo era passato da quel tragico giorno: egli era infatti uno dei ragazzi portati via dai Mori, da poco lasciato libero perché ormai alquanto in là con l’età. L’uomo faticosamente salì fino al luogo in cui si trovava il suo paese, e si mise a cercare, sperando di ritrovare il posto in cui era stato nascosto il tesoro, ma ogni sua ricerca andò delusa, così come le altre tentate nel tempo. Eppure, da qualche parte deve ancor esserci, perchè si racconta che in certe notti, quando il libeccio investe la costa urlando lungo i canaloni che salgono da Riomaggiore fino a Volastra, si ode un suono di campane: prima una, poi un’altra. Si dice anche che qualcuno abbia cercato di violare le tenebre seguendo il suono argentino delle campane, ma inutilmente, perché sempre il vento dissolveva la fragile traccia.

Crollato l’Impero romano d’occidente, le orde barbare imperversano da un capo all’altro di una penisola trasformata in un immenso cimitero dalle guerre, dalla fame, dalle pestilenze. In quegli anni terribili Luni sembrava tuttavia un’isola nella tempesta. Protetta da robuste mura, aveva potuto resistere a vari assalti ragione per la quale sul finire del VI secolo era diventata il forziere di gli oggetti preziosi tolti dagli altari di chiese, cappelle e cappellette dei dintorni per sottrarli all’ingordigia delle soldataglie longobarde. L’operazione ci è nota grazie a una lettera con la quale papa Gregorio Magno raccomandava appunto al vescovo della città, Venanzio, di custodire con il massimo scrupolo il tesoro per poter poi restituire i vari oggetti “quando Dio darà pace”, alle chiese di provenienza.

Purtroppo, però, la pace tanto auspicata dal papa non arriverà mai, perché nel 643 il nuovo re longobardo Rotari assalterà la stessa Luni (senza tuttavia riuscire a trovare il tesoro), sfonderà il fronte del Bracco e conquisterà tutta la Liguria.

Ori e gioielli in fondo al mare

Negli anni a venire ci saranno altri assalti, ma la svolta cruciale della nostra storia si ha nella notte di Natale dell’860 quando una flotta d’un centinaio di navi vichinghe getta l’ancora nei pressi di a Portovenere. La guida un tipaccio di nome Hasting, un manigoldo capace perfino di mettere a ferro e fuoco il suo stesso paese, Trancault, in Francia. Hasting saccheggia villaggi costieri di mezza Europa; poi avendo sentito parlare di Roma, una grande, bella e soprattutto ricca città, decide di farvi una capatina; e finisce per scambiare Roma con Luni. Hasting capisce subito che la città, cinta da buone mura, è un osso duro da rodere, per cui messa da parte la forza decide di usare l’astuzia mandando i suoi scherani a parlamentare con i governanti di Luni: “Il nostro duce è alla fine dei suoi giorni — mentono gli spudorati ambasciatori —, ma prima di morire vuole convertirsi al cristianesimo. Chiede pertanto di essere ammesso al cospetto dei vostri capi religiosi per farsi battezzare”. L’inganno funziona e una volta dentro la cattedrale i pirati armati fino ai denti conquistano le porte e le spalancano ai loro accoliti che invadono la città saccheggiandola mentre lo stesso redivivo Hasting s’incaricava di assassinare il conte, il vescovo e un chierico a lui vicino.

Subito dopo il massacro, portato il bottino sulle navi i pirati ripartirono verso la Francia. E qui arriviamo alla scena finale perché secondo alcuni scrittori come Emile Socard (“Biographie des personnages de Troyes et du département de l’Aube“, edizione del 1882) le navi di Hasting avevano appena scostato dal litorale lunense che davanti al litorale spezzino una terribile tempesta le investì mandandone diverse a picco mentre sugli altri legni i pirati, per salvarsi, furono costretti a gettare a mare il bottino frutto di razzie, compreso il tesoro di Luni.

Tesoro che, pertanto, dovrebbe essere ancora lì. Lì sì, ma dove?

Storie di streghe e di denari

Nei pressi di Castello di Carro viveva, tanto tempo fa, tale Capitan Frugon, un genovese rifugiatosi in altra Val di Vara per sfuggire ai suoi nemici. Questo Frugon ebbe a che fare con alcune streghe che vivevano in una casa nel bosco. Ebbene, si racconta che l’uomo avesse sepolto poco lontano dalla sua dimora una campana con dentro un tesoro. Nessuno l’ha mai trovato.

La corona di Nerone

La corona di Nerone e un forziere ricolmo di zecchini d’oro erano invece il tesoro nascosto da chissà chi in qualche anfratto o caverna del monte Zecchino, nel comune di Bolano. In epoca lontana lì c’era una torre di avvistamento dalla quale le guardie _ forse gote, forse bizantine, forse longobarde _ sorvegliavano il passaggio fra Caprigliola e Aulla. E lì, da qualche parte, assicura la leggenda, era stato sepolto questo favoloso tesoro.

Nei boschi di Albareto

Sulle alture di Soviore, più o meno dove si trova oggi il santuario mariano, nell’alto medioevo c’era un villaggio chiamato Albareto. Un giorno una brutta notizia mise in agitazione gli abitanti: dal golfo della Spezia stavano arrivando, percorrendo i sentieri di crinale dei monti che davano sul mare delle Cinque Terre, una moltitudine di feroci guerrieri assetati di sangue e di ricchezze. Si chiamavano Longobardi, e li guidava un re crudele di nome Rotari. Avevano già distrutto Luni e Portovenere, e presto sarebbero arrivati anche lì. E allora, mentre donne, vecchi e bambini correvano a cercare protezione nella boscaglia, gli uomini più coraggiosi si misero a scavare una grande buca nel bosco per nascondervi tutti i loro beni; quindi ricoprirono il tutto con terra e vegetazione, dopo di che scapparono a loro volta. Rotari alfine arrivò, distrusse il paese e, arrabbiatissimo perché non aveva trovato niente che valesse la pena di portarsi dietro, ripartì per assaltare il fronte fortificato bizantino teso fra il Bracco e il Centocroci.

Dopo anni e anni, scampato il pericolo, i pochi abitanti sopravvissuti tornarono ad Albareto e si misero alla ricerca del luogo in cui avevano nascosto il tesoro, ma per quanto cercassero, per quanto si arrovellassero, non riuscirono più a ritrovarlo per cui, disperati, abbandonarono le rovine delle loro case e scesero sul mare nei pressi del Mons Rubio dove fondarono Monterosso.

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