Che rischio i giardini!

Giardini 4

A seguito della costruzione e inaugurazione del ciclopico arsenale della Marina del regno, l’Hotel de la Ville de Milan, stanziato nel 1863 nel Palazzo Doria di Via Chiodo con il trasferimento dalla vicina Palazzina Tori dell’insegna di Albergo Milano, ovverosia, com’era anche conosciuto dalla gente, l’Albergo Conti (oggi Ammiragliato), sul finire degli anni Sessanta aveva adeguato i suoi servizi alle mutate esigenze dei frequentatori occasionali della città.

Grazie allo sforzo finanziario del suo proprietario, Agostino Conti, spiegava il giornale La Spezia del 9 giugno del ’70, risultava alquanto migliorato rispetto a due anni prima, offrendo alla clientela «un servizio tra i più raffinati». Disponeva di appartamenti arredati con sfarzo, la sala da pranzo era un gioiello, e dai balconi delle camere che si affacciavano su Piazza Vittorio e dai terrazzi si godeva l’impareggiabile panorama del golfo e delle montagne. L’accenno ai terrazzi ci fa capire che l’albergo, o almeno parte di esso, era situato al primo piano dov’erano le ampie terrazze adorne di statue sovrastanti il portico. Il raffinato ristorante era invece al piano terreno, sotto i portici.

Come dicevo, nella primavera del ’63 l’Albergo Milano aveva lasciato la palazzina costruita da Pietro Tori, acquistata dalla Marina nel maggio del ’62, e si era trasferito nel vicino Palazzo Doria, dove aveva sede anche la sottoprefettura, inalberando giustappunto l’insegna di Hotel de la Ville de Milan. Era ospitato nel corpo di fabbrica che dava su Corso Cavour-Via Chiodo.

Tutto bene, dunque, ma c’era mancato poco che lì davanti al posto dei giardini non si costruissero invece due file di palazzi. Lo apprendiamo da una cronaca del Filomate del 22 maggio 1870 riguardante i lavori del consiglio comunale riunitosi il 17 sotto la direzione del sindaco marchese Giobatta De Nobili.

In discussione c’erano le modifiche da apportare al piano regolatore per stabilire la larghezza che avrebbero dovuto avere le nuove strade da realizzarsi entro il borgo antico, fra cui Corso Cavour lato mare. In un primo tempo questa strada doveva essere larga quindici metri, poi dodici e infine, a seguito delle lagnanze di un cittadino che voleva costruirvi un fabbricato, fu ridotta a dieci metri. Nel prosieguo dei lavori si prese anche atto della volontà di Virginia Oldoini, contessa di Castiglione, di trasformare in un parco da aprire al pubblico una o due volte alla settimana una sua proprietà fra il Torretto e il Colle dei Cappuccini. Quindi si passò a vagliare una richiesta avanzata dall’ingegner De Ferrari il quale proponeva di restringere Piazza Vittorio Emanuele (l’area oggi occupata dai giardini con il monumento a Garibaldi) e costruire due file di edifici, una dirimpetto ai palazzi Lardon, Tori e Massa con l’intermezzo di una larga via (la nostra Via Persio) e l’altra, partendo dall’estremità del palazzo Lardon, «parallelamente al palazzo della Marina e del marchese Doria prolungandosi lungo la tanto sospirata calata ancora in fìeri», quindi occupando la fascia dei giardini tra Via Persio e Via Diaz, ai margini dell’odierno Viale Italia. Piazza Vittorio Emanuele sarebbe stata perciò chiusa dai palazzi su due lati e aperta solo su Viale Alberto (via Diaz) e Via Chiodo di modo che continuasse ad esserci contiguità con il “boschetto”.

Superfluo dire che la proposta fu bocciata. Anzi, nella medesima seduta si decise di ridurre Piazza Vittorio Emanuele «a guisa di parterre con boschetti, aiuole, fontane, ecc.». Come curiosità possiamo aggiungere che verso la fine del secolo in Viale della Marina, o Viale Alberto, c’era un locale aperto solo d’estate. Si chiamava Caffè Eden e apparteneva al signor Vittorio Burlando.

(Testo tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini)

 

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