Un conto da saldare!

Da diversi giorni, diciamo dai referendum tenutisi in Veneto e in Lombardia volti a reclamare una maggiore autonomia di quelle regioni dalla rapacità fiscale di Roma, anche in Liguria la discussione su questo tema sta lievitando, tanto che sembra si stia abbozzando una forma di collaborazione con l’Emilia Romagna la quale, facendo leva su quanto contemplato dalla Costituzione, sulla questione ha già avviato una trattativa con il governo. Come è noto, cinque regioni italiane godono di uno statuto speciale in virtù di particolari situazioni storiche o geografiche. Insomma, ragioni di geopolitica, non tutte giustificate al giorno d’oggi. Sono Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige/Sud Tirolo (in realtà in questo caso si dovrebbe parlare di Province autonome: quella di Trento e quella di Bolzano). Tutte le altre regioni, Liguria compresa, sono a statuto ordinario.

Ecco: Liguria compresa. Eppure io credo che nessuna Regione italiana come la Liguria avrebbe invece diritto a un trattamento speciale. Quale altro Stato di un’Italia che era ancora considerata “una espressione geografica”, per dirla con Klemens von Metternich, o se vogliano quale altro popolo che non fosse un popolo di schiavi ha avuto per sorte di essere impacchettato, infiocchettato, e regalato da ciniche potenze straniere a un vecchio acerrimo e rancoroso nemico com’è capitato alla Repubblica di Genova?

Secondo me questa dovrebbe essere una seria ragione per approfondire una fase storica della quale si sa (forse) qualcosa, ma non quando basti per farsi un’idea. E allora, per portare un piccolo contributo al dibattito che si sta sviluppando anche in Liguria ho pensato che fosse utile rammentare gli eventi – il Congresso di Vienna, epilogo del tramonto di Napoleone Bonaparte – che duecento anni or sono portarono al vigliacco tradimento di un intero popolo da parte delle superpotenze dell’epoca: il popolo ligure. Facendo questo non sono certo mosso dalle pulsioni secessioniste che vanno così di moda oggidì – tutt’altro! – bensì semplicemente dal desiderio di fare capire che se c’è un popolo che ha diritto a un po’ più di attenzione da parte dei Palazzi romani, è proprio il ligure. Sarebbe doveroso tenerne conto. A Roma come a Genova.

Il testo che segue è tratto dal mio libro Ottocento (Quando Spèza divenne Spezia), pubblicato nel 2011 a cura dell’Accademia lunigianese di scienze “Giovanni Capellini”. È un po’ lungo, ma spero lo troviate interessante.

Castello san giorgio

Il castello di San Giorgio, simbolo del dominio genovese nel golfo della Spezia

Negli stessi giorni di aprile del 1814 in cui gli inglesi si davano un gran daffare per demolire le fortificazioni del golfo, a Fontainebleau, una cittadina del Dipartimento Senna e Marna nella regione dell’Île de France, le delegazioni delle potenze europee vittoriose, dopo essersi accordate sulla punizione da infliggere allo sconfitto imperatore dei francesi, si accingevano a ridisegnare la mappa geopolitica del vecchio continente concludendo infine i lavori propedeutici al Congresso di Vienna[1] con un trattato, firmato l’11, che passerà alla storia come Trattato di Fontainebleau.

Nove giorni dopo, il 20 aprile, nella spianata del castello della stessa Fontainebleau Napoleone Bonaparte abdicò davanti alla Guardia Reale e prese la strada dell’esilio. Il 4 maggio sbarcò all’isola d’Elba, eretta per l’occasione in Principato, dove avrebbe dovuto trascorrere il resto della sua vita a coltivare begonie e ciclamini.

Parrà strano, perché i libri di storia non ne parlano, ma a Fontainebleau il nome della Spezia ricorse più volte nei colloqui dei delegati europei.

I primi ad affannarsi a spiegare che al governo di Sua Maestà non sarebbe dispiaciuto affatto entrare in possesso di quel bel golfo, e non certo per promuoverlo sotto il profilo turistico, erano stati gli inviati britannici. Per loro l’acquisizione della rada della Spezia era un’idea fissa da parecchio tempo. Già nel 1762 avrebbero fatto carte false per accaparrarsela. Durante la guerra contro la Spagna erano arrivati perfino a offrire quattro milioni per comprarla e farne una seconda Gibilterra, ma Genova, che temeva una reazione violenta della Francia, suo potente e incomodo vicino, aveva rifiutato[2].

Un pensierino al golfo lo stava facendo anche il Granduca di Toscana Ferdinando III il quale attraverso il principe don Neri Corsini il 9 settembre si preoccupava intanto di far sapere «a’ plenipotenziari delle Corti europee congregati a Vienna» le umiliazioni e i patimenti subiti a causa dei francesi. Poi si affrettava a esporre il suo progetto che, assicurava, mirava a rendere più omogenea l’amministrazione non solo del vecchio Granducato, ma anche di aree limitrofe. Per esempio, che senso potevano ancora avere il minuscolo Principato di Piombino e il piccolissimo ducato di Lucca? Meglio se fossero entrati a fare parte dello Stato di Toscana, il che avrebbe risolto il problema della separazione dei distretti toscani di Fivizzano, Bagnone e Pontremoli, divisi da lingue di terra lucchese. Sarebbe stato in tal caso possibile porre sotto un unico governo anche Fosdinovo e le sue frazioni, Aulla, Villafranca, Tresana, Mulazzo, Malgrate, Treschietto, Olivola, Ponte Bosio, Monte Simone, Varano. Quanto ai nuovi confini settentrionali – ecco il tentativo di colpaccio – si potrebbe pensare al Magra (inglobando quindi Sarzana) o, meglio ancora alla linea Magra-Vara. E magari, perché no? al grande golfo situato di là dal Caprione, con il porto di Lerici e la città della Spezia arrivando fino a Punta Manara.

A Fontainebleu, però, le avances più insistenti erano venute dal duca di Modena Francesco IV d’Este. Come rivela la contessa Evelyn Martinengo-Cesaresco[3] il duca, anticipando un po’ troppo i tempi dell’annuncio, aveva fatto sapere che i suoi rappresentanti al Congresso di Vienna avrebbero reclamato il possesso della Spezia. Ancorché le possibilità di successo dei suoi piani fossero in verità alquanto scarse, egli sognava – avendo sposato nel 1812 la principessa Maria Beatrice di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele re di Sardegna, e contando sull’abolizione della legge salica che, stabilita da patti familiari sovrani ma non approvata dal parlamento, vietava alle donne l’ascesa al trono – di potere un giorno come principe consorte posarsi sulla testa la corona di re di Sardegna e creare uno Stato comprendente Modena, Reggio Emilia, Massa, Carrara, il Piemonte, la Sardegna e, per l’appunto, la Spezia con il suo bel golfo.

Ma il principe Charles-Maurice de Talleyrand, il diplomatico francese considerato con l’austriaco Metternich il regista occulto del Congresso di Vienna, rabbrividendo alla sola idea di un duca di Modena – quindi dell’Austria – padrone di una simile porta spalancata sul Mediterraneo, aveva mosso le sue pedine facendo mancare i necessari sostegni all’ambizioso progetto. Se Francesco fosse stato più accorto e avesse giocato le sue carte al momento giusto forse oggi Spezia avrebbe anche un passato ducale, ancorché breve, da vantare.

E mentre a Fontainebleau i vari Stati intrigavano per cercare di buggerare gli alleati e acquisire posizioni predominanti, il 26 aprile a Genova lord William Henry Cavendish-Bentinck, capo supremo dell’armata alleata che aveva sconfitto Napoleone, scatenava l’entusiasmo dei genovesi dettando un proclama che al primo punto recitava: «Avendo l’armata di S.M. Britannica sotto il mio comando scacciati i francesi dal territorio di Genova, e divenuto necessario il provvedere al mantenimento del buon ordine e governo di questo Stato; considerando che il desiderio generale della Nazione genovese pare essere di ritornare a quell’antico Governo, sotto il quale godeva libertà, prosperità ed indipendenza; e considerando altresì che questo desiderio sembra essere conforme ai principii riconosciuti dalle alte Potenze alleate, di restituire a tutti i loro antichi diritti e privilegi: dichiaro che la Costituzione quale esisteva nell’anno 1797, con quelle modificazioni che il voto generale, il pubblico bene e lo spirito dell’originale Costituzione del 1576 sembrano richiedere, è ristabilita».

Ciò deciso, nominava componenti del governo provvisorio dello Stato Genovese Gerolamo Serra, quale presidente, e, quali componenti, Andrea De Ferrari, Agostino Pareto, Ippolito Durazzo, Gio. Carlo Brignole, Agostino Fiesco, Paolo Pallavicino, Domenico Dealbertis, Giovanni Quartana, Marcello Massone, Giuseppe Fravega, Luca Solari e Giuseppe Galdolfo. Dopo le effimere esperienze della Repubblica Democratica Ligure e dell’Impero veniva in tal modo ripristinata l’antica Repubblica di Genova. Ma era un miraggio.

La grande illusione dei genovesi

Stemma-della-Repubblica

Per dare il senso del pieno ritorno alla normalità alcuni giorni prima, il 15, a Nervi, Bentinck aveva firmato un decreto col quale tra l’altro disponeva che «i forzati che si trovano alla Spezia resteranno fino a nuova disposizione a carico del Dipartimento degli Appennini, e le spese incontrate dal Circondario della Spezia per il mantenimento del Bagno dalla partenza dei francesi dovranno essere ugualmente distribuite su tutti i Circondari».

Forse condizionato dal clima di euforia per la congiuntura storica che tutti stavano vivendo, a Genova come altrove, Bentinck si era spinto un po’ troppo in là nel mostrare condivisione delle aspettative di libertà e di indipendenza che albergavano nel cuore dei genovesi (e di larga parte dei liguri). La sua posizione piuttosto liberal, accolta con manifestazioni di esultanza dai genovesi, stava infatti creando grave imbarazzo nel governo di Sua Maestà, intenzionato a concedere invece quanta più terra italiana possibile all’Austria e, come vedremo, a regalare la Liguria al re di Sardegna calpestando i diritti del popolo ligure e i princìpi stessi per i quali le potenze alleate avevano combattuto. Prevalsero al dunque le solite eterne ragioni della real politik. E Bentinck non molto più tardi si ritrovò a fare il governatore del Bengala.

Dei dodici notabili chiamati da Bentinck a formare il nuovo governo alcuni declinarono l’invito e furono sostituiti; fra i rimpiazzi figurò pure Grimaldo Oldoino, appena nominato dallo stesso lord governatore della Spezia, indicato come “il più ricco possidente della Spezia”, nonno di Virginia Oldoini futura contessa di Castiglione.

Tuttavia sotto la Lanterna l’aria era già cambiata. Dopo gli entusiasmi succeduti alla cacciata dei francesi e al ripristino della Serenissima Repubblica di Genova corroborato dalle promesse del Bentinck, gli spifferi che arrivavano dalle cancellerie europee non erano certo rassicuranti per i genovesi né, di conseguenza, per gli spezzini, da sempre legati a doppio filo alla Superba.

Fin dai primi di maggio a Genova si era cominciato a sentire puzza di bruciato, come dimostra il chilometrico messaggio che l’11 a Parigi il marchese Agostino Pareto, ministro plenipotenziario e inviato straordinario della Repubblica di Genova, aveva presentato al Visconte Robert Steward Castlereagh, secondo marchese di Londonderry, primo Segretario di Stato di Sua Maestà Britannica al Dipartimento degli Affari Stranieri, emissario inglese al Congresso di Vienna, col quale aveva avuto un incontro il giorno innanzi:

«I grandi avvenimenti che vengono di compiersi in Europa, e le risoluzioni magnanime annunciate dalle alte Potenze alleate, hanno risvegliate le speranze di tutti i popoli soggetti, negli ultimi anni, alla dominazione francese. Quelle della Nazione Genovese non hanno che un solo scopo, quello cioè di ricuperare la sua antica esistenza, momentaneamente sospesa», esordiva Pareto enfatizzando i “clamori di popolo” per la Liberazione ed esaltando “le armate vittoriose di S.M. Britannica”. Quindi andava dritto al cuore del problema: Genova, «posta in un territorio stretto e sterile, non ha che un solo mezzo d’esistenza, il commercio d’economia; e nella concorrenza dei porti vicini, il commercio non potrebbe aver luogo, secondo un sistema e regolamenti finanziarii, il meno onerosi possibili, tali quali esistevano altre volte. L’antico Governo Genovese era per sua natura, il più economo e il meno costoso di tutti i Governi d’Europa; l’imposta vi era leggerissima, i diritti sopra il commercio pressoché insignificanti. Invano si nutrirebbe lusinga di conservare questo sistema, se Genova fosse retta da tutt’altra forma di Governo, e meno ancora se essa fosse riunita a uno Stato più esteso. Dei bisogni senza numero e senza misura verrebbero di nuovo a schiacciare questo infelice paese, che indebolito da quindici anni per perdite immense, sacrificate a interessi stranieri ai suoi, invece di veder rimarginare le sue piaghe, vedrebbe ben tosto disseccare per sempre le sorgenti della sua industria, e consumare la sua rovina».

Del resto, ecco la polpetta avvelenata, l’accordo e l’unanimità dei genovesi «sono stati constatati da S.E. Lord Bentinck, che ha riconosciuto l’espressione legittima della volontà nazionale».

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I plenipotenziari delle potenze europee al Congresso di Vienna

Pareto insisteva sui sentimenti amichevoli nutriti dalla gente di Genova nei riguardi dei sudditi di Sua Maestà, e ventilava il rischio che, riunita a un qualsiasi stato continentale, in futuro Genova potesse incorrere, suo malgrado, nella «sventura di venire ancora una volta la nemica dell’Inghilterra. Essa, Stato essenzialmente marittimo e pacifico, conservata invece sotto i potenti auspicii del Governo Britannico, ne sarebbe costantemente l’amica, e non rischierebbe mai di vedere i suoi interessi più preziosi compromessi di bel nuovo da un Governo continentale».

Senza contare i vantaggi che il commercio inglese avrebbe potuto ricavare, sotto forma del pagamento dei diritti, nel porto di Genova.

Non dateci al Piemonte

Alcuni giorni dopo, il 18, Pareto tornava alla carica, stavolta in termini più crudi, perché l’incubo di una annessione al Piemonte stava prendendo corpo.

Pareto faceva subito osservare che gli interessi dei due paesi erano essenzialmente diversi. «Il Piemonte è un paese agricolo; lo Stato di Genova non avendo che una stretta costa e di sterili rocce, è uno Stato necessariamente marittimo e commerciale; in Piemonte tutto si riferisce alle terre e ai prodotti territoriali; a Genova tutto deve rapportarsi ai capitali impiegati nelle intraprese commerciali e ai prodotti dell’industria, indipendentemente dalla massima generale che il commercio prospera di più nei paesi liberi, massima sì bene conosciuta in Inghilterra».

Espressa la certezza che l’unione al Piemonte sarebbe stata disastrosa per Genova («Gli antichi Piemontesi riunirebbero tutte le cariche della corte e tutti i profitti dell’amministrazione e i Genovesi ne diverrebbero gli iloti»), Pareto passava concretamente ai temi politici denunciando l’ostilità esistente fra i due popoli (genovesi e torinesi) per cui «lungi dal riunire i mezzi di forza e di difesa non si farebbe che riunire elementi di discordia e forse il Piemonte da solo sarebbe per se stesso più forte che se fosse riunito allo stato di Genova poiché in caso di guerra la corte di Torino non avrebbe punto a lottare nello stesso tempo contro i nemici esteri e contro i suoi nuovi sudditi impazienti di scuotere un giogo che la necessità sola lor farebbe sopportare».

«Da una altra parte – aggiungeva Pareto – ristabilendo l’antico governo di Genova che malgrado le minacce della Francia nel 1795 e nel 1796 non è giammai stato, fin che ha esistito, il nemico delle corti di Londra e di Vienna, e ponendosi questo governo in caso di guerra sotto la protezione immediata di quella fra le potenze alleate che vi ha un interesse più diretto come l’Inghilterra, si perverrebbe allo stesso fine che si propone e che non si effettuerebbe forse dalla riunione col Piemonte. Lo spirito nazionale, che nell’ipotesi di questa riunione agirebbe a Genova in un senso opposto al governo piemontese o che almeno sarebbe infinitamente soffocato, si svilupperebbe al contrario col più grande vigore se la repubblica fosse ristabilita. Seconderebbe utilmente i mezzi di difesa a prendersi per preservare l’Italia da tutti i tentativi tendenti a rinnovarvi gli avvenimenti degli ultimi anni. Stato puramente marittimo non avente risorse che per il commercio, legato per la sua riconoscenza come per il suo interesse alla Gran Bretagna, come Genova potrebbe partirsi ella dal sistema politico che solo ne assicurerebbe l’esistenza? Divenuta in certa qual guisa una città inglese essa sarebbe in tempo di pace il centro del Commercio dell’Inghilterra nel Mediterraneo ed in tempo di guerra l’asilo delle sue flotte. Il suo porto, il golfo della Spezia, quello di Vado, presentano, se ve ne è bisogno, altri pegni che il suo interesse, la migliore garanzia che il governo britannico possa desiderare, senza dover ricorrere a una misura distruttiva del paese».

Intanto il 14 maggio il territorio ligure era stato diviso in sette giurisdizioni, l’ultima delle quali era la giurisdizione dei Confini orientali comprendente il litorale da Punta Mesco alla frontiera con il ducato di Massa e lo Stato di Toscana. Si dice che all’annuncio gli spezzini, ignari di quanto stava accadendo nel mondo della grande diplomazia europea, fecero suonare le campane di Santa Maria e tirarono fuori dai canterani le bandiere rossocrociate della repubblica di Genova per farle sventolare alle finestre.

A Sarzana invece già si preoccupavano di acquisire posizioni di vantaggio in vista dei nuovi assetti istituzionali. Lo testimonia il fatto che il 10 maggio i maggiorenti della città avevano inviato «un indirizzo al generale lord Bentinck, comandante in capo delle armate britanniche in Italia, chiedendo che alla città fossero conservati gli antichi diritti e privilegi, sempre rispettati per mutar di eventi e variar di reggimenti e allora minacciati dal nuovo governo per voler delle potenze stabilito in Genova. Già si era mandata una deputazione presieduta dal cardinale Spina, sarzanese, arcivescovo di Genova, a felicitare il nuovo Governo Provvisorio genovese, a presentare il suo atto di adesione e a reclamare rispettosamente l’osservanza delle antiche convenzioni. Ma poiché si erano ottenute risposte evasive, si supplicava il lord inglese a volersi intromettere e ad accordare alla città la sua valevole protezione».

Spezia offerta agli inglesi

La situazione doveva apparire davvero disperata ai genovesi, che vedevano materializzarsi la paventata prospettiva della obliterazione della loro repubblica con annessione forzata al Piemonte; tanto disperata da indurre il Pareto a ipotizzare una Genova “britannica” e a offrire alla flotta militare inglese la totale disponibilità della città e del golfo della Spezia[4].

L’offerta è ribadita nella terza relazione del ministro al governo. A Castlereagh, il quale osservava che in Italia non c’era più alcuna Repubblica, «che Venezia più non esiste, e che non si possono ora avere dei piccoli Stati suddivisi, e incapaci di resistere nel pericolo, dovendo tutti, e anche voi, contribuire alla difesa comune, tanto più che Genova è un punto fortissimo e importantissimo», Pareto rispose: «Vi contribuiremo noi pure, ma perché nol potressimo senza essere riuniti al Piemonte? e se effettivamente ci si crede troppo deboli, perché non si potrebbero combinare tali disposizioni per cui in caso di guerra il porto di Genova, e i golfi della Spezia e di Vado fossero occupati dalle truppe Britanniche?».

Era ormai chiaro dove tirava il vento, e il pessimismo di Pareto crebbe quando dopo avere chiesto udienza al principe di Metternich[5], e al conte di Nesselrode[6] si sentì opporre «la determinazione di non ammettere simili Deputazioni».

Infatti, mentre i genovesi si dibattevano alla disperata ricerca di una via di salvezza, giungendo perfino a offrirsi al dominio di un Borbone o di un principe austriaco pur di non finire nelle grinfie del Piemonte, a Parigi le potenze alleate già insaponavano la corda per impiccarli.

Il sapone era l’untuosità diplomatica degli inglesi, e la corda il cosiddetto “articolo segreto” nel quale si stabiliva che: «Il re di Sardegna rientrerà in possesso de’ suoi antichi stati, meno la porzione della Savoia assegnata alla Francia coll’articolo 3 del trattato patente. Egli riceverà un aumento di territorio con lo Stato di Genova, il cui porto resterà libero. Le potenze alleate si riserbano di prendere in proposito accordi col re di Sardegna».

Questa decisione era stata presa dopo la caduta di una proposta avanzata dal cavalier Pedro Gomez marchese di Labrador, ministro di Spagna, che a nome del suo governo aveva suggerito di assegnare la Liguria alla regina d’Etruria, l’infanta di Spagna Maria Luisa di Borbone. Genova aveva però posto altre condizioni accettando di sottomettersi a un principe delle case regnanti di Modena, Parma o della Toscana, a patto che egli costituisse uno Stato indipendente e che stabilisse la sua residenza a Genova. Ma la cosa non aveva avuto seguito.

A volere l’annessione del Genovesato al Piemonte, malgrado le rimostranze del Pareto, era soprattutto proprio lord Castlereagh, ossessionato dall’idea di una Francia di nuovo potente e dedita a imprese espansioniste.

«Con un piccolo stato qual è Genova, i francesi avrebbero gioco facile nel penetrare in Italia via terra o via mare», aveva esclamato il leader dei tories davanti al parlamento inglese sconfiggendo la fazione dei wighs, della quale Bentinck era sostenitore, favorevole alla concessione dell’indipendenza alla piccola repubblica. «Ben diverso sarebbe invece – assicurava Castlereagh – se i francesi si trovassero davanti un regno già forte per conto suo, con un esercito agguerrito, e ancora più forte se ampliato dalle terre liguri».

Gli spezzini invocano protezione

Mentre si tessevano queste trame, gli ignari spezzini si preoccupavano di assicurare a Genova la loro fedeltà. Con una lettera datata 11 luglio e firmata dal capo anziano cantonale Giovanni Federici che a giugno aveva rilevato il bastone del comando dal Capo anziano Giò Batta Contri, il Consiglio degli anziani a nome della povera e tranquilla popolazione della Spezia invocò infatti la protezione del governo provvisorio della Liguria.

In apparenza estraneo a quel che gli succedeva attorno, Bentinck andava intanto avanti per la sua strada e il 31 luglio con un altro proclama nominava l’esecutivo provvisorio avvertendo che detto Governo «continuerà nell’esercizio delle sue funzioni fino a che il Congresso che deve tenersi a Vienna dalle Alte Potenze alleate, abbia terminate le sue operazioni». Nominava pertanto 199 personalità per comporre il Grande e il Piccolo consiglio, compresi quelli di riserva, da utilizzare cioè in caso di dimissioni di qualche consigliere. Nell’elenco figuravano, per quel che concerneva gli spezzini, Francesco Amati di Sarzana, Giulio Castagnola della Spezia, Gaetano Ollandini di Sarzana (città della quale all’inizio degli anni ’40 sarà sindaco), Francesco Botti di Lerici, Domenico Bernucci di Sarzana, Felice Benedetti q. Angelo di Sarzana, Tomaso De Nobili della Spezia, Giovanni Federici della Spezia, Paolo Germi di Ameglia, Francesco d’Isengard della Spezia, Camillo Picedi della Spezia, Antonio Raffo q. Gio. Batta di Deiva, Leopoldo Vinzone di Levanto. In più c’era Giuseppe Caimi del quale si sa che era di Santo Stefano, ma non di quale S.Stefano: di Magra, d’Aveto o al Mare? Avendo poi rassegnato le dimissioni Domenico Dealbertis, Giuseppe Fravega, e Marcello Massone, Bentinck nominava in loro vece Giuseppe Negrotto e Antonio Dagnino di Genova, e Grimaldo Oldoini della Spezia.

Ormai però i giochi erano scoperti e nei mesi seguenti la verità si fece strada. Pertanto il 3 ottobre il marchese Antonio Brignole Sale, ministro plenipotenziario e inviato straordinario del Governo Provvisorio, presentò la seguente nota ufficiale, firmata dal presidente del Governo Provvisorio, Girolamo Serra, agli ambasciatori ministri plenipotenziari dei sovrani Collegati al Congresso di Vienna, al quale peraltro Genova non era ammessa.

«Il Governo Provvisorio dello stato di Genova è stato informato d’una maniera pressoché officiale, che la riunione di questo stato indipendente al Piemonte non è più un di quei rumori politici che eccitarono non ha guari i suoi allarmi ma un progetto reale, una proposta formale che va ad essere sottomessa al Congresso».

«Non v’ha dunque più che un momento a perdere, egli deve dichiarare solennemente a questa illustre assemblea e ai suoi augusti sovrani che l’hanno convocata che la riunione al Piemonte è una misura affatto disapprovata dalla nazione Genovese. Esso deve invocare con rispetto e confidenza i principii immutabili che le alte Potenze hanno proclamato in questa lotta gloriosa, in cui i consigli della giustizia e della generosità hanno preso il disopra sulle combinazioni della violenza e dell’oppressione. Le promesse fatte in faccia dell’Europa scossa sopra le sue antiche basi, di ristabilire ciò che era stato distrutto, di rendere agli stati oppressi la loro forma primitiva non è stata fatta in vano, la mano che loro è stata tesa per rilevargli e garantirli per sempre da una nuova oppressione, non potrebbe loro essere ritirata senza lacerare e calpestare una delle più belle pagine dell’istoria. Ma se quei popoli che erano da poco indipendenti hanno dovuto contare sopra una dichiarazione così solenne, qual altro popolo potrebbe avere dei diritti a questa più sacri che il Genovese? […] Un paese agricolo e militare è essenzialmente contrario agli interessi d’un paese commerciale, la nazione è più che mai affezionata alle sue antiche abitudini, a’ suoi costumi, alla sua bandiera, al suo vessillo, quel vessillo che altre volte copriva il mare colle sue flotte vittoriose. Essa implora la bontà, essa riclama la giustizia e le promesse memorabili delle alte Potenze alleate».

Brignole Sale le tentò tutte pur di salvare l’indipendenza del suo Paese. Il governo era arrivato perfino a mettergli a disposizione 15mila lire da spendere a sua totale discrezione. “Spese segrete”, precisava il decreto cifrato con il quale il governo stanziava l’ingente somma. E per “spese segrete” si intendeva mazzette per corrompere qualche delegato e ottenerne il voto favorevole al momento della decisione finale.

Più che comprensibile appare ancor oggi l’ostilità dei genovesi a simile decisione se si pone mente a quel che era accaduto solo settant’anni prima di quei drammatici eventi. Basti ricordare il nome di Balilla. Durante la guerra di successione austriaca (1740-1748) la Superba si trovò alleata di francesi, spagnoli e napoletani avendo come nemici proprio asburgici, piemontesi e inglesi. E uscì vincitrice da quella lotta. E ora, settant’anni dopo, ecco la spudorata operazione di asservimento al Piemonte imposta, guarda caso, giustappunto da austriaci e inglesi. Come si sa la vendetta è un piatto che si gusta freddo, e Vienna, Torino e Londra avevano atteso ben 68 anni per potere finalmente soggiogare e umiliare il nemico di allora, quella comunità che il 5 dicembre 1746 con una pietra scagliata da un ragazzino aveva osato cacciare dai carrugi di Portoria i granatieri di Sua Maestà Maria Teresa imperatrice d’Austria.

Vienna ordina l’annessione

Il 12 di novembre a Vienna il cancelliere e ministro degli esteri asburgico principe Klemens von Metternich pose così all’ordine del giorno del Comitato delle Potenze la ratifica dell’articolo riguardante l’annessione del Genovesato al Piemonte. Si affrettò a sostenere l’istanza lord Castlereagh il quale, forte dell’amicizia che da sempre legava l’Inghilterra alla corte di Sardegna e ansioso di stendere un robusto cordone sanitario attorno alla Francia, fece anzi la voce grossa per intimorire quanti avessero avuto qualche strana idea. Sicché uno dietro l’altro aderirono gli inviati di Russia, Prussia, Portogallo, Svezia e, seppure controvoglia, della Francia. Ai rappresentanti di Francia, Inghilterra e Austria fu affidato il compito di stabilire le modalità dell’annessione.

A Genova, trasformata in ducato, sarebbero stati garantiti il debito pubblico, l’eguaglianza negli uffici con gli altri sudditi, il Portofranco, un Senato o corpo giudiziario, un tribunale di commercio, l’Università con i diritti pari a quella di Torino, un’amministrazione municipale, l’istituzione di un consiglio provinciale, cui sarebbe spettato di approvare le nuove spese.

La notizia si diffuse subito sotto la Lanterna, e solo il carisma del presidente Serra riuscì a scongiurare un’insurrezione violenta. Il popolo, furente, reclamava infatti le armi per difendere la sua indipendenza. Perché «solo con le armi in pugno avrebbe ceduto all’imperio»[7].

I genovesi dunque si ribellavano, ma sapevano bene che il dado era ormai tratto. Indietro non si tornava. Per questo il 10 dicembre, davanti all’assemblea del Congresso di Vienna, il ministro Brignole Sale, che solo pochi giorni prima aveva cercato di ribaltare la situazione offrendo il golfo della Spezia agli inglesi presentò il documento di formale protesta del suo governo.

«Nulla – vi si leggeva fra l’altro – può eguagliare il rispetto e la venerazione, di cui il Governo Genovese è penetrato per questa illustre Assemblea, ma nulla altresì potrebbe impedirgli di sdebitarsi di ciò ch’egli deve alla sua coscienza, al suo onore, e ai suoi concittadini, di protestare contro tutte le risoluzioni contrarie ai lor diritti e alla loro indipendenza».

Era l’epitaffio per la pietra tombale che calava sulle aspirazioni indipendentiste dei genovesi alla cui sorte – è bene ricordarlo – era strettamente legata quella degli spezzini.

Aveva ben d’onde il Metternich a volere l’asservimento della Liguria al Piemonte, perché in tal modo egli poteva avere mano libera un po’ in tutta la penisola. Con la Restaurazione infatti il regno del Lombardo-Veneto finì sotto la soggezione diretta dell’imperatore d’Asburgo Francesco II, così come la Valtellina, il Trentino, Trieste, l’Istria e la Dalmazia, mentre dipendevano da rami collaterali degli Asburgo il Granducato di Toscana (sotto gli Asburgo-Lorena a partire da Ferdinando III (1814-1824) per finire con Leopoldo II (1824-1859); il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, rimasto sino alla sua morte alla seconda moglie di Napoleone Bonaparte, Maria Luisa d’Asburgo, e passato nel 1847 ai Borbone di Parma; il ducato di Modena, Reggio e Mirandola, sotto gli arciduchi d’Austria-d’Este a cominciare da Francesco IV (1814-1846) per finire con Francesco V (1846-1859); il Principato di Massa, Carrara e Lunigiana retto da Maria Beatrice d’Este e alla sua morte (1829) dal figlio Francesco IV che lo unì al ducato di Modena. Il ducato di Lucca, che fu affidato ai Borbone di Parma, prima a Maria Luisa (1815-1824) ex regina d’Etruria, e poi a Carlo Ludovico di Borbone (1824-1847), nel 1847 fu inglobato nel Granducato di Toscana. In base agli accordi di Vienna il Granduca, a compensazione di queste acquisizioni, dovette cedere al duca di Modena i distretti di Fivizzano, Barga, Pietrasanta, Galligano, Castiglione, Minucciano e Montignoso. Lo Stato della Chiesa era retto ovviamente dal papa (regnava Pio VII); e infine il regno delle Due Sicilie rimase fino all’arrivo delle camicie rosse garibaldine nel dominio dei Borbone: Ferdinando I (1815-1825), Francesco I (1825-1830), Ferdinando II (1830-1859) e Francesco II (1859-1860). Con la chiusura del Congresso di Vienna, poteva dirsi completata la restaurazione dell’ancien régime.

Il regno di Sardegna accorpava Savoia, Nizza, Piemonte, Sardegna e Liguria; la Corsica restava sotto i francesi, Malta sotto gli inglesi e la repubblica di San Marino conservava la sua secolare indipendenza, mentre il Principato di Monaco veniva messo sotto la protezione del re di Sardegna.

Per riposarsi dalle dure fatiche di governo, nel 1817 Metternich si concederà una vacanza nel golfo della Spezia ospite di Villa De Benedetti alla Bellavista di Lerici, ma nello stesso momento in cui egli si accordava con i rappresentanti delle altre le potenze europee sui nuovi assetti politici del continente, nell’eremo dell’Elba qualcuno preparava la sua rivincita. Il 26 febbraio del ’15 Napoleone lascerà di nascosto l’isola per l’avventura dei Cento Giorni che si concluderà a Waterloo.

L’articolo dell’Atto del Congresso di Vienna che riguardava anche gli spezzini come sudditi del nuovo reame, era intitolato “Riunione di feudi imperiali”: «I paesi nominati feudi imperiali che erano stati riuniti alla già Repubblica ligure, sono riuniti definitivamente agli stati di S.M. il re di Sardegna, della stessa maniera che il resto degli stati di Genova; e gli abitanti di questi paesi goderanno degli stessi diritti e privilegii che quelli dello stato di Genova designati nell’articolo precedente».

Arriviamo così alla scena finale.

Il 26 dicembre il governo provvisorio rassegna le dimissioni e il 3 gennaio 1815 il commissario plenipotenziario del Regno di Sardegna, Ignazio Thaon de Revel, giunge a Genova dove il 7 riceve i poteri, in nome del re Vittorio Emanuele, da parte del colonnello John P.Darlymple, comandante delle truppe inglesi d’occupazione.

A Vienna il ministro Antonio Brignole Sale scriveva: «La Serenissima Repubblica di Genova è infine perita sotto i colpi mortali dell’ambizione e della rivoltante ingiustizia dei monarchi d’Europa».

Veniva così definitivamente ammainata la gloriosa bandiera bianca con la croce rossa di San Giorgio. Ma è da notare che mai il popolo ligure – a differenza dei popoli degli altri Stati italiani che al culmine della stagione risorgimentale decisero con plebiscito di passare sotto le insegne del Piemonte – ha liberamente deciso di seguire quella strada. L’annessione fu una cinica imposizione delle potenze europee in spregio dei principi per i quali esse stesse avevano combattuto unite contro Napoleone. Pertanto, ancorché anacronistiche sotto il profilo storico, le odierne aspirazioni autonomistiche dei liguri non sono prive di ragion d’essere.

In ogni caso, da quel momento, e per una decina d’anni, mentre la politica economica del Regno di Sardegna portava alla miseria i genovesi, la Spezia restò uno sperduto avamposto sabaudo, pressoché dimenticato dal governo centrale, come sempre separato dal resto della Liguria dal baluardo del Bracco superabile solo percorrendo una mulattiera. L’“Itineraire d’Italie ou la description des voyages par les routes plus fréquentées aux principales villes d’Italie” pubblicato nel 1814 riferiva che «da Sarzana a Genova, proseguendo il viaggio via terra, non si può andare in vettura a causa delle cattive strade; ma ora le stanno costruendo, e si lavora senza sosta». Ci vorranno però ancora nove anni per vedere completata la famosa “corriera”.

A parte quella strada, Torino si ricorderà finalmente del golfo un quarantennio dopo solo per stravolgerne l’immagine e i destini. Per la Spezia, in ultima analisi, cambiò ben poco; cambiò solo il padrone: prima Genova, poi Torino. Eppure, la posizione strategica del territorio spezzino, ai confini com’era fra i ducati di Parma, di Modena e di Massa e del Granducato di Toscana avrebbe pur dovuto richiedere un minimo di attenzione.

Anche perché in base agli accordi del Congresso di Vienna il Granducato di Toscana acquisiva l’alta valle del Magra con Pontremoli, Codiponte, Bagnone, Casola, Albiano e Fivizzano, e il ducato di Modena incamerava Mulazzo, Licciana, Podenzana, Villafranca, Treschietto e Aulla, ex feudi malaspiniani di Massa.

Per dire che aria tirava basti ricordare i primi atti deliberati da re Vittorio Emanuele subito dopo avere ripreso possesso del suo palazzo a Torino: con un semplice tratto di penna cancellò leggi e istituzioni francesi imposte ai piemontesi e ripristinò tutto l’armamentario esistente prima dell’annessione: vecchi tribunali e vecchi codici, privilegi nobiliari, diritti feudali, maggioraschi, fidecommessi, inquisizioni religiose. Di fatto Vittorio Emanuele spostò indietro di diciott’anni almeno il calendario della storia.

Poco più tardi, analoga sorte toccò alla Liguria.

Spezia promossa capoluogo

L’anno – il 1815 – si aprì con un gesto “da buon padre” del sovrano di Casa Savoia.

Dopo avere brigato a lungo e in largo con il marchese Filippo Antonio Asinari di San Marzano, suo plenipotenziario a Vienna, Vittorio Emanuele “per grazia di Dio Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, duca di Savoia e di Genova, principe di Piemonte, ecc. ecc.”, vinta la partita a scacchi si rivolse infatti ai liguri agitando il ramoscello d’olivo:

«Nel prendere solennemente possesso de’ nuovi nostri stati, giusta quanto venne concertato colle Alte Potenze d’Europa, ci è sommamente grato il pensare ai considerevoli vantaggi, che sono per provenire a voi, amatissimi nostri sudditi dalla vostra unione co’ nostri antichi Popoli, mediante i vincoli di fratellanza e di amore, ch’essa dee stabilire fra voi».

«Se l’antica vostra gloria, e quanto avete in vari tempi operato per la difesa, e per l’onore dell’Italia, sono tutt’ora presenti alla nostra mente, non possiamo a meno però di rammentarci nel tempo stesso le conseguenze necessarie della ristrettezza degli stati, e dell’opposizione degli interessi fra due popoli destinati a stimarsi ed amarsi. Cotali effetti senza dubbio cesseranno sotto un medesimo Governo, il quale, avvicinando gli animi, faccia sentire a tutti la sua benefica influenza».

«Questo ci siamo proposti principalmente nel destinare per nostro Commissario plenipotenziario il Cav. Ignazio Thaon di Revel e S.Andrea, conte di Pratolongo, luogotenente generale nelle nostre armate, che abbiamo incaricato di rappresentare fra voi la nostra persona, e di convincervi de’ sentimenti, onde il nostro cuore è animato a vostro riguardo».

«Ed affinché possiamo sicuramente pervenire ad un tal fine vivamente desiderato da noi, ci siamo pure determinati di formare una Delegazione composta in gran parte di vostri concittadini, la quale, a tenore delle concessioni, che spontaneamente ci siamo disposti a farvi in pegno del nostro affetto, proponga tutti quei provvedimenti, che le parranno più atti a promuovere qualunque ramo di pubblica amministrazione».

«Mentre più d’ogni altra cosa le ordiniamo di mantenere nel pieno suo lustro il culto della nostra Santa Religione, le raccomandiamo pure di farci conoscere gli ordinamenti che riguarderanno il commercio, il quale, se per lo passato, quantunque in angusti confini per parte di terra, è stato la sorgente della pubblica ricchezza, abbiamo motivo di credere, che sia per fiorire maggiormente in avvenire col favore della R. nostra protezione, e colle facilità, alle quali siamo per consentire di buon grado, ogni qualvolta vi ravviseremo il vantaggio, e la prosperità del medesimo».

«La stessa cura porremo in favorire gl’Instituti di pubblica beneficenza, con cui tanto si distinse la pietà de’ vostri maggiori, nell’animare e proteggere gli stabilimenti di scienze, d’arti, e di pubblica educazione; né sfuggiranno alla nostra paterna sollecitudine i servizi renduti per l’addietro allo stato, i quali saranno da noi considerati, e rimunerati».

«Ci piace intanto di credere, che un dolce premio troveremo nella sincera vostra ubbidienza, e nel leale attaccamento, con cui siete per corrispondere alle paterne nostre cure, tutte rivolte alla maggior vostra felicità».

Dato in Torino li 5 del mese di gennaio 1815.

                                                                                                      Vittorio Emanuele

 

[1] Iniziò il 22 settembre del ’14, sospese i lavori per i Cento giorni napoleonici, quindi dopo Waterlo li riprese e li concluse il 9 giugno del ’15.

[2] Dictionnaire historique et geographique de l’Italie, libro II, pag. 531, Parigi, chez Lacombe, 1775.

[3] Evelyn Martinengo-Cesaresco (1852-1931), The liberation of Italy, pag. 32, Seeley and Co. Limited, Londra, 1895.

[4] Dispaccio numero 9 inviato il 21 novembre 1814 dal governo genovese alla sua delegazione al Congresso di Vienna.

[5] Klemens von Metternich-Winneburg (1773-1859), ministro degli esteri austriaco, fu uno dei principali negoziatori al Congresso.

[6] Karl Vasilevič Nesselrode (1780-1862), ministro degli esteri russo, plenipotenziario al Congresso di Vienna.

[7] Luigi Tommaso Belgrano (1838-1895), Della vita e delle opere del marchese Gerolamo Serra, pagg. 44-46, Sordomuti, Genova, 1849.

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