Cambiamenti climatici

naufragio

Il giorno di Natale del 1822 – poco meno di due secoli fa – la Liguria litoranea fu investita da un uragano d’inusitata violenza, una violenza mai vista da queste parti. “Non v’è memoria di più orrenda tempesta”, scrivevano i giornali per rendere l’idea dell’apocalisse che si era abbattuta sulla regione. Nel porto di Genova andarono perduti 45 bastimenti oltre a molti battelli, ma ce n’erano perlomeno un’altra quindicina che si disperava potessero tornare a navigare.

A Spezia erano affondati un pinco con carico di salacche, una filuca e un navicello con merci diverse provenienti da Livorno; al Cervo erano naufragati 16 bastimenti; nella rada di Arma un brigantino francese carico d’olio si era infranto sugli scogli, e nel disastro avevano perso la vita tutti gli uomini d’equipaggio, a cominciare dal comandante capitano Dupuy; a San Remo era colato a picco un brick francese mentre altri tredici bastimenti, due filuche, un liuto, un bovo, una tartana, due sciabecchi e sei battelli erano finiti a fondo ad Alassio, e undici altri legni erano stati distrutti a Porto Maurizio. Spaventose devastazioni lamentavano pure le popolazioni dell’interno.

Ma il ciclone aveva imperversato su un’area assai più vasta. Corrispondenze giornalistiche da Le Havre riferivano che «da tre giorni tutta la spiaggia fino a Fecamp è coperta di legnami e di mercanzie provenienti da navi che hanno fatto naufragio».

(Tratto da Gino Ragnetti, Ottocento – Quando Spèza divenne Spezia, Accademia lunigianese di scienze Giovanni Capellini, La Spezia, 2011)

Annunci