La notte dei lunghi coltelli

L’elezione di Pierluigi Peracchini a sindaco della Spezia, seconda città della Liguria (ruolo che, chissà perché, viene sempre sottaciuto) ha davvero una valenza storica, ovviamente sul piano locale: segna la fine di una dominazione, qualcosa simile a un regime, della sinistra, e in particolare, del partito comunista e suoi discendenti, interrotto solo da un esperimento politico che, motivato da ragioni internazionali – la rivoluzione ungherese soffocata nel sangue dai cingolati sovietici – trovò proprio alla Spezia il suo brodo di coltura: il centrosinistra di vecchio conio, coalizione quadripartita che governò la Provincia e il capoluogo per undici anni, dal 1957 al 1968 soppiantando le amministrazioni frontiste e socialcomuniste che avevano governato la città fin dall’immediato dopoguerra. Esperimento che crollò con un tonfo clamoroso a causa delle faide interne allo scudocrociato.

Il sindaco Ezio Musiani

La ricostruzione di quegli eventi azzardata da vari organi di stampa proprio a seguito dell’imperversare dell’uragano Peracchini mi ha fatto scoprire che non poche sono le lacune sulle vicende di quarantanove anni fa, e allora ho pensato che fosse opportuno fare un salto nel passato per cercare di ricostruire – di modo che ne potesse restare qualcosa a futura memoria – un capitolo che voler volare ha rappresentato un momento saliente nella recente storia spezzina.

Nei giorni scorsi sulla Gazzetta della Spezia l’amico Loriano Isolabella (vedi QUI) fissava al 1972 la caduta di quel centrosinistra figlio della Prima repubblica, tuttavia secondo me Loriano non ricorda bene, e la cosa è più che comprensibile, considerando che a quel tempo lui era giovanissimo e che da allora è trascorso quasi mezzo secolo. La clamorosa elezione di Varese Antoni a sindaco alla quale lui si riferisce, avvenne infatti nell’ottobre del 1969, non nel ‘72.

Varese Antoni

Le cose andarono così. Da diversi giorni, fin dall’inizio dell’inverno del ’68, giravano negli ambienti politici e sindacali e nelle redazioni dei giornali indiscrezioni piuttosto circostanziate sulla volontà manifestata in sede Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), quindi progetto del governo passato alla storia come Piano Caron, di declassare lo stabilimento Ansaldo del Muggiano da cantiere di costruzioni a cantiere di riparazioni navali, con tutto ciò che tale provvedimento avrebbe comportato, anche sotto il profilo occupazionale. Allora, per vederci chiaro, il 28 febbraio del 1969 il sindaco Ezio Musiani (Dc) e il presidente della Camera di commercio Carlo Alberto Federici andarono a Roma convinti di dovere battere i pugni sul tavolo, anche se i due personaggi non erano certo tipi da alzare la voce. E invece con un certo gradito stupore si sentirono dire di stare tranquilli perché sul futuro del cantiere non era stato deciso nulla, e che comunque prima di prendere un provvedimento il governo avrebbe consultato gli amministratori locali.

Tutto bene, dunque, sembrava che si fosse trattato di un falso allarme, di una tempesta in un bicchier d’acqua. Invece le cose non stavano così: sei giorni dopo, il 6 marzo, sempre a Roma, a una delegazione dei sindacati fu infatti recitato il de profundis: il cantiere era condannato.

Morale della favola – lo ricordo come adesso – alle 18 del 7 marzo, esperite le opportune verifiche, la segreteria del sindaco telefonò alle redazioni dei giornali convocando sui due piedi una conferenza stampa: in un clima di estrema tensione e di forte emozione – mi pare ancora di vederli –  Musiani e il presidente della Provincia Romolo Formentini (Psi) annunciarono le immediate e irrevocabili dimissioni loro e di tutti gli assessori dei due enti, dimissioni alle quali seguirono a ruota quelle di tutti i consiglieri, comunali e provinciali. In segno di protesta si era deciso insomma lo scioglimento traumatico delle due assemblee elettive con conseguente avvio di una gestione commissariale.

La notizia esplose come una bomba suscitando un’ondata di indignazione. “L’atmosfera è tesa, cupa, e sfocerà senz’altro in qualcosa di grosso”, scrivevo il 9 marzo sulla Nazione. Difatti, i sindacati proclamarono subito lo sciopero generale e tutta la città martedì 11 marzo scese nelle strade dando vita a una delle manifestazioni più imponenti della sua storia repubblicana.

Allarmati da quella sollevazione generale, sorpresi dalla brutta piega che stavano prendendo le cose – il prefetto aveva trasmesso un preoccupato fonogramma al ministro degli interni raccontando quanto stava accadendo in città, dove la tensione si tagliava con un coltello – i governanti capirono che non era il caso di insistere, e il cantiere fu salvo dimostrando con i suoi successi negli anni a seguire, grazie alle straordinarie capacità delle sue maestranze, dai più alti dirigenti fino al più giovane degli apprendisti, quanto cervellotica fosse l’idea di declassarlo.

Romolo Formentini

Tirato un bel sospiro di sollievo, gli spezzini tornarono ai seggi per eleggere i nuovi consigli provinciale e comunale del capoluogo, e dalle une uscì confermata la maggioranza di centrosinistra composta da Democrazia cristiana, Partito socialista, Partito socialista democratico e Partito repubblicano.

Sembrava tutto a posto, i partiti della coalizione filavano d’amore e d’accordo, non c’erano nubi all’orizzonte. E invece era in arrivo, inattesa, la tempesta perfetta.

La sera del 10 ottobre 1969 l’assemblea cittadina tornava dunque a riunirsi per l’elezione del sindaco, che doveva essere il Dc Walter Corsini, avendo l’integerrimo Musiani, nauseato per il trattamento ricevuto a Roma dagli uomini dello Stato, confermato l’irrevocabilità della sua decisione di abbandonare la politica.

Il sindaco Varese Antoni seduto accanto a me al tavolo della stampa

Quella sera, che dalle voci che nel tardo pomeriggio avevano preso a girare negli ambienti politici si preannunciava piuttosto turbolenta, io ero al tavolo della stampa (lavoravo per La Nazione), che era situato al centro del salone, accanto a quello della segreteria, proprio in mezzo ai banchi dei consiglieri che allora erano disposti a forma di ferro di cavallo. Tutto attorno a noi, partendo dall’estrema destra, si incontravano i missini, i monarchici, i liberali, i democristiani, i repubblicani, i socialdemocratici, i socialisti e i comunisti.

Ebbene, eravamo tutti lì, i tavoli della stampa e della segreteria erano al completo, i messi erano schierati, pronti a distribuire le schede per il voto, un pubblico delle grandi occasioni si accalcava nello spazio angusto a esso riservato, e ai banchi consiliari c’erano al completo tutti i gruppi. Tutti – ecco la clamorosa sorpresa – tranne la compagine Dc. I democristiani erano infatti nella loro sede di via Tommaseo impegnati in una franca e amichevole discussione (si raccontò poi che sfidando le leggi della fisica in quelle stanze stava volando di tutto, dai portacenere alle sedie alle penne biro) perché i capi delle varie correnti scudocrociate non trovavano l’accordo sul nome di un assessore.

Ovviamente nell’aula del Palazzo civico arrivavano gli echi del “confronto politico” in atto in casa Dc, ma si sperava che tutto si componesse in fretta e il consiglio potesse finalmente cominciare i suoi lavori ed entrare nella pienezza dei suoi poteri. Per questo, con esemplare correttezza istituzionale, confortato dal consenso di tutti i consiglieri presenti, il consigliere anziano che presiedeva la seduta, e che era il comunista Antoni, decise di attendere che qualcuno da via Tommaseo si facesse vivo consentendogli di dichiarare aperta la seduta.

Ma siccome i democristiani continuavano a latitare, dopo quasi un’ora e dopo vari conciliaboli nella vicina sala giunta, avuto il via libera dai capigruppo, Antoni si decise a suonare la fatidica campanella aprendo l’assemblea con i seggi Dc desolatamente vuoti. Espletate le solite procedure burocratiche quali l’appello e la verifica del numero legale, si passò così all’o.d.g. e quindi alla votazione per eleggere il nuovo sindaco. Astenendosi tutti i gruppi della maggioranza presenti (Psi, Pri, Psdi e Pli), i diciotto voti comunisti – in tutto allora i consiglieri erano cinquanta – confluirono su Antoni che fu pertanto eletto.

Proprio mentre i messi stavano ritirando le schede votate, arrivò, scurissimo in volto, il primo consigliere Dc, Marco Oleggini; poi via via tutti gli altri alla spicciolata. Ma ormai la frittata era fatta e servita. Si può immaginare il putiferio che si scatenò all’interno dello scudocrociato.

Carlo Alberto Federici

Quella sera finì molto ingloriosamente l’esperienza di quel centrosinistra a Spezia, esperienza iniziata nel settembre del 1957 con l’elezione a sindaco del democristiano Carlo Alberto Federici al quale nel ’65 era succeduto Musiani. Spezia era stato il primo capoluogo a sperimentare in Italia una formula politica di quel genere, nata a seguito dell’abbandono, sul piano nazionale, da parte del Psi dell’alleanza con il Pci accusato quest’ultimo dai socialisti di essersi schierato decisamente nel ’56 a fianco dell’Unione Sovietica mentre i carri armati del Patto di Varsavia schiacciavano nel sangue la rivolta del popolo ungherese capeggiato dal premier legittimamente eletto Imre Nagy.

Naturalmente, dopo quella drammatica seduta il sindaco Antoni, non avendo nell’aula i voti necessari per governare, rinunciò al mandato cedendo il posto a Ettore Spora il quale nondimeno rimase in carica solo un paio di mesi perché i socialisti, non fidandosi più dei democristiani, gli negarono l’appoggio aprendo in tal modo una lunga stagione commissariale.

Walter Corsini

Ettore Spora

Nei tre anni successivi alla notte dei lunghi coltelli in casa Dc, con ripetuti ricorsi alle urne e altrettanto ripetute gestioni commissariali i quattro partiti del centrosinistra cercarono di rimettere insieme i cocci con giunte fantasiose e sindaci che duravano un mese o poco più (dopo Spora, Bruno Ferdeghini che governò sette mesi, e Walter Corsini, che rimase in carica due mesi, e in mezzo i commissari Oreste Goffredi e Giuseppe Foti), ma quando finalmente pareva che fosse stato raggiunto un accordo, Dc e Psi trovarono modo di litigare sul nome di

Bruno Ferdeghini

un consigliere di amministrazione dell’ospedale Sant’Andrea (non c’erano ancora le Usl o Asl) e si tornò pertanto alle urne. E il voto popolare – per il Pci scese persino in campo lo stesso Enrico Berlinguer, da pochi mesi segretario generale del partito – ribaltò i precedenti equilibri politici favorendo la rinsaldata alleanza Pci-Psi. Era il novembre del 1972, e da quel momento fino a… ieri il Comune è rimasto a guida Pci-Pds-Ds-Pd salvo qualche sporadica licenza creativa a marca socialista (Bruno Montefiori e Gianluigi Burrafato) o repubblicana (Lucio Rosaia). Dunque, Pierluigi Peracchini è in assoluto il primo sindaco della Spezia sostenuto da una maggioranza di centrodestra dal 1945 a oggi.

Per la stima e l’affetto che ho per il mio caro amico e collega Egidio Banti, già direttore di Tele Liguria sud, consigliere comunale della Spezia, consigliere e assessore regionale, senatore e oggi sindaco di Maissana, sento l’obbligo di riportare anche la sua ricostruzione dei fatti, una cronologia che differisce leggermente dalla mia, ma che non altera la sostanza di quanto accadde quasi mezzo secolo fa. Ecco dunque cosa dice Egidio:

Dunque, i dati in mio possesso, sono i seguenti:
1. Il sindaco Musiani si dimette formalmente nella seduta del consiglio comunale n. 24 del 27 maggio 1969. Si dimette anche da consigliere comunale, e viene sostituito da Bruno Masi.
2. Nella seduta n. 28 del 31 luglio 1969 viene eletto sindaco Ettore Spora, con il voto di tutti i gruppi presenti escluso il PCI (che vota scheda bianca). L’obiettivo è quello di evitare elezioni anticipate in autunno per arrivare alla conclusione naturale della consiliatura nel 1970. Non viene eletta la giunta, per scelta deliberata, quindi non ci sono neppure candidati assessori né votazioni.
3. In ottobre Spora, ritenendo concluso il suo mandato – e non potendo procedere alla costituzione della giunta – si dimette. Contestualmente si dimettono 25 consiglieri comunali della maggioranza uscente di centrosinistra. Il 2 novembre si insedia il commissario prefettizio Oreste Goffredi.
4. Il 7 e 8 giugno 1970 viene eletto il nuovo consiglio comunale, nello stesso giorno delle prime elezioni regionali. Il consigliere più votato (ovvero “consigliere anziano”) è Varese Antoni, e compete quindi a lui convocare il consiglio e presiedere le sedute sino all’elezioni del sindaco.
5. Tra luglio e settembre si tengono, senza alcun risultato, sei successive sedute del consiglio. Antoni continua a presiedere il consiglio, il commissario Goffredi a governare il comune.

Il 9 ottobre è la serata del colpo di scena. Il gruppo DC, per in contrasti sulla scelta degli assessori, non si presenta. Antoni procede alla votazione e viene eletto sindaco. Il giorno dopo presta giuramento.
7. In una successiva seduta consiliare (la n. 8) vengono eletti assessori “misti”, compresi alcuni democristiani. A quel punto, nella seduta n. 9 del 21 ottobre 1970 Antoni si dimette.
8. Nella seduta n. 12 del 28 ottobre, viene eletto sindaco Bruno Ferdeghini, votato anche dalla DC. Nella giunta cosiddetta “laica” (PRI, PSI, PSU) tutti i consiglieri diventano assessori, ma non bastano, e quindi vengono eletti anche tre assessori della DC.
9. L’11 marzo 1971 – raggiunto un accordo tra i quattro partiti del centrosinistra – Ferdeghini si dimette. Il 9 aprile viene eletto sindaco Corsini (DC). Dopo soli 2 mesi, il 15 giugno, Corsini si dimette, e il 28 giugno (1971) viene rieletto sindaco Antoni, con una giunta di minoranza. Va avanti qualche mese ma il 25 marzo 1972 si dimette. Subentra il commissario prefettizio Foti. A novembre si tengono nuove elezioni. In gennaio 1973, nuova giunta Antoni di minoranza, con nuovo scioglimento del consiglio comunale nel 1975. Elezioni nel giugno 1975, e questa volta Antoni va a guidare una giunta organica di sinistra (PCI – PSI), cui si allineerà la provincia, nel frattempo rimasta con una giunta di centrosinistra DC – PSI.
Ricapitolando: Antoni viene eletto quattro volte sindaco, ma tra il 1970 e il 1975, poi nel 1976 si dimetterà per l’elezione in parlamento. La “notte dei lunghi coltelli”, o meglio “sera” è quella del 9 ottobre 1970, data della prima elezione di Antoni in questo periodo (era già stato sindaco due volte dal 1951 al 1957)

(Le immagini, tranne quella di Antoni e me al tavolo della stampa, sono tratte dal libro dei miei carissimi amici Adriana Beverini e Bruno Della Rosa 1889-1993 Sindaci della Spezia (Uomini in lotta per una poltrona) pubblicato da Luna Editore nel 1994.

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One thought on “La notte dei lunghi coltelli

  1. Ottima ed esauriente ricostruzione …all’epoca ero poco più che bambino ma ho alcuni ricordi per i commenti che sentivo fare dai “grandi” in famiglia.
    Rilevo però un’imprecisione riguardo alle vicende ungheresi (o almeno mi sembra trattarsi di un’imprecisione…): il riferimento alla legittima elezione di Nagy potrebbe far pensare che egli sia stato eletto alla carica di primo ministro con qualche procedura vagamente democratica, mentre venne invece nominato dal comitato centrale del partito comunista ungherese, a sostituzione di Erno Gero.

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