Cavour sull’ermo colle

Cappuccini 1

Nella storia dei giorni dell’aprile 1860 che precedettero la scelta – determinante per il futuro di Spezia – della piana di San Vito quale zona in cui costruire l’arsenale, c’è una pagina opaca. Noi sappiamo che il primo ministro e ministro della Marina Camillo Benso conte di Cavour venne a Spezia per incontrarsi con l’allora capitano Domenico Chiodo con il quale doveva esaminare una volta per tutta la “Soluzione San Vito” quale sito per insediarvi lo stabilimento militare, proposta caldeggiata dal Chiodo stesso e osteggiata da altri.

Varie ricostruzioni di quelle giornate ci dicono che i due salirono sul colle dei Cappuccini, e grazie alla vista che si godeva da lassù Cavour si rese conto della validità del sito approvando quindi l’opzione San Vito.

CappucciniMa davvero il capo del governo s’inerpicò su per l’oggi scomparso colle? Secondo alcuni studiosi non c’è il minimo dubbio, secondo altri non esiste uno straccio di prova che ci consenta di affermarlo con sicurezza assoluta.

Per certo sappiamo che Cavour, accompagnato dal vice ammiraglio conte Carlo Pellion di Persano, partì da Livorno con la pirofregata Maria Adelaide a mezzogiorno del 19 aprile per cui a sera doveva essere nel golfo. Ne consegue che la famosa ascesa al colle doveva essere avvenuta la mattina del 20.

Fra chi racconta l’episodio di Cavour sui Cappuccini c’è Carlo Caselli il quale, nato nel 1867, poteva avere avuto informazioni abbastanza attendibili, anche se ne scrisse solo nel 1914. Caselli raccontava: «Nel 1860 poi, quando il 19 aprile, giunto alla Spezia a bordo della Maria Adelaide, salito sul colle dei Cappuccini si rendeva piena ragione del nuovo progetto, che già gli era stato presentato 5 giorni prima, dava formale incarico al Chiodo di fare il piano completo per la costruzione dell’Arsenale tra la Spezia e Marola»[1].

Lapide rotaryAd avvalorare questa versione dei fatti fu il maggiore Talete Calderai, fedelissimo braccio destro di Chiodo, il quale nella biografia del suo appena defunto direttore scriveva: «La collina dei Cappuccini, così detta dal Convento che vi esisteva, dominando il golfo della Spezia servì ottimamente alla recognizione che Cavour faceva della località designatagli; ivi s’intesero quelle due menti elette, e l’ordine di compilare senza indugio un progetto completo per un arsenale militare marittimo fu dato abbandonando senza più il primitivo disegno dei lavori del Varignano. Quei che comprendono l’importanza di tale commissione immagineranno con qual gioia il cuore del Maggiore Chiodo la ricevesse»[2].

Tuttavia. anche a fronte di queste testimonianze il fronte degli scettici – “Non ci sonoLapide rotary testo prove certe della sosta sul colle” – non arretra di un passo, lasciando così in sospeso una storia che è riportata a imperitura memoria anche in una grande lapide marmorea affissa sulla scalinata che dai portici di Cristo re conducono al piazzale della cattedrale.

Ebbene, io ho trovato un documento che forse può fare calare la parola fine anche su questa vicenda, peraltro non di vitale importanza. Si tratta di un’opera scritta da un personaggio di grande spessore della Napoli risorgimentale (1816-1901), esponente di una famiglia importate, tra le più benestanti del Regno delle due Sicilie. Parlo di Niccola Nisco, economista, politico, fervente patriota come il padre Giacomo, un carbonaro della prima ora imprigionato nel 1821.

Cavour CappucciniChe c’entra Nisco con il colle dei Cappuccini?

C’entra perché nel terzo volume della sua monumentale Storia civile del Regno d’Italia scritta per mandato di S.M. affermava: «Cavour volle che il progetto dell’arsenale della Spezia fosse atto a servire una grande potenza quale doveva essere l’Italia. Già il generale Lamarmora aveva nominato una commissione per fare questi studi. Di essa faceva parte il Chiodo, il quale sostenne e fece trionfare il partito di abbandonare il seno del Varignano per costruire l’arsenale marittimo nel piano a ponente della città di Spezia, benché alcuni chiarissimi uomini sostenessero fosse gravissimo errore il lasciare una località di suolo sodo e roccioso per cacciarsi in uno fangoso e di difficili e costose costruzioni subacquee. A lui il Cavour dava l’incarico di preparare nel più breve tempo possibile un progetto di massima, ed appena completato, egli si portò con l’egregio uffiziale del Genio militare sulla collina dei Cappuccini che domina il golfo ed il piano della Spezia per contemplarlo; ed ivi stesso gli ordinava di finalizzar senza indugio un progetto completo di un arsenale marittimo, e questi non più tardi del 1° agosto lo presentava al governo. Rimesso il piano del Chiodo ad una commissione, essa con rara rapidità lo approvava nel 24 dello stesso mese»[3].

Questo libro vide le stampe nel 1887, vale a dire ventisette anni dopo quell’evento, un lasso di tempo che al partito degli scettici potrebbe far dire: “Un po’ troppo, per ricordare bene”. Si potrebbe convenire, se non ci fosse un particolare nella biografia del Nisco che dovrebbe fare senz’altro pendere la bilancia da parte del Caselli e di Calderai.

Il 26 luglio 1860, tre mesi dopo la visita del premier a Spezia, il quarantaquattrenne Nisco si recò infatti a Torino dove venne ricevuto da Cavour facendo anche conoscenza con Vittorio Emanuele II – questo per dire della caratura del personaggio – ricevendo incarico dal Cavour di recarsi a Napoli, dove la Costituzione concessa da Francesco II permetteva il rimpatrio degli esiliati.

Dal momento che nella sua “Storia” ha citato l’episodio del colle dei Cappuccini, è tanto campato in aria ipotizzare che a parlargliene – in fondo un dettaglio – sia stato in quella occasione lo stesso Cavour?

[1] Carlo Caselli, La Spezia e il suo golfo, Officina Arti Grafiche, La Spezia, pag. 115.

[2] Talete Calderai (1820-1897), Della vita e delle opere del commendatore Domenico Chiodo maggiore generale del Genio, pag. 12, Voghera Carlo, tipografo di S.M., Firenze, 1871.

[3] Storia civile del Regno d’Italia scritta per mandato di S.M. da Niccola Nisco (1816-1901), volume terzo di sei, pag. 206, cav. Antonio Morano editore, Napoli, 1887.

 

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