Civico, così nacque una leggenda

civico buono

Del nostro Teatro Civico, una leggenda della cultura spezzina, pensavo di sapere quasi tutto l’essenziale. Sapevo che – primo edificio pubblico a sorgere fuori dalle mura – fu inaugurato il 18 luglio del 1846 con la rappresentazione di due opere, l’Ernani di Giuseppe Verdi e Gemma di Vergy di Gaetano Donizetti, dell’opera buffa Chi dura vince di Luigi Ricci, e di due balli, Masaniello e I due forzati, con ben trenta repliche in calendario; che il progettista era l’architetto Ippolito Cremona; che era ornato dalle cinque statue di marmo bianco oggi in bella evidenza al Boschetto in linea con Via Chiodo; che al primo piano c’era uno spazio (il Casino civico) riservato a feste danzanti, cerimonie, e manifestazioni culturali; e che il sipario era stato dipinto da Francesco Gonin. Insomma, si sapeva tutto… tranne un particolare: come cominciò tutto questo? Cosa avvenne, cioè, nel giorno della posa della prima pietra?

Un piccolo vuoto, almeno per me, nella storia spezzina che oggi posso colmare grazie al mai troppo lodato web.

Razzolando nella rete ho infatti trovato una raccolta della Gazzetta di Genova, giornale che, nel numero di martedì 15 luglio del 1840, pubblicava questo articolo:

«Affrettato dal voto di tutti questi abitanti, giungeva il giorno sei di luglio in cui la Civica Amministrazione avea stabilito porre solennemente la prima pietra del nuovo Teatro, edificio ed ornamento che la crescente popolazione di questa città, ed il gusto per tutto ciò che è utile e bello, profondamente sentito dagli abitanti, cui la natura fu larga dispensatrice di un’indole dolce e gentile, da lungo tempo reclamava ed ambiva».

«Circa le ore sei pomeridiane pertanto recavansi sulla grande spianata del mare, luogo prescelto al collocamento di questo nuovo Teatro, che si erige con disegni dell’architetto Ippolito Cremona, il raddoppiato Civico Consiglio, e previo invito, non solo le Regie Autorità della provincia, ma tutti gli altri impiegati sì civili, che militari, lì quarantasette cittadini che agevolarono l’esecuzione dell’edificio acquistando ciascheduno un palchetto, e molti altri notabili cittadini».

«Il Comandante Marchese Staglieno, pregato dal sindaco della città, nobile Lorenzo Federici del fu Marco, collocava in un’urna praticata con lo scalpello in un masso prescelto ad essere la prima pietra dell’angolo destro del Teatro una cassetta di piombo entro cui erano state depositate varie monete del regnante Sovrano, e una pergamena scritta, destinata a tramandare alla più remota posterità il nome dell’immortale CARLO ALBERTO che degnossi autorizzare l’erezione con sue lettere patenti, e che permise ne fosse proprietario il comune, non che delle Regie Autorità ed il Civico Consiglio, che tanto fecero per donare alla Spezia un sì bello ornamento, nel mentre un grido generale di viva il Re elevossi nella moltitudine spettatrice di tale funzione».

«Poscia l’Intendente Avvocato Sauvaigue, e il prelodato signor Comandante fermarono con la calce nell’apposito sito la detta pietra, adoprandovi a vicenda una cazzuola ed un martello d’argento già onorati da storica celebrità».

«Poscia il signor Sindaco sullodato ed il Vice Sindaco eseguirono ugual cerimonia nel collocare altra pietra onde coprire le memorie depositate nell’urna della prima».

«Frattanto la banda civica echeggiar facea l’aere di marziali concerti e venivano serviti di rinfreschi i numerosissimi spettatori».

«Con alte grida di viva il Re ebbe fine la cerimonia; e si disciolse l’adunanza, ma la gioja che si vedea dipinta nel volto di tutti facea fede di quanto cara e durevole sarà la memoria di un sì bel giorno, che nuova era promette di civiltà e di istruzione ad un popolo che ha cuore e ingegno per sentirne i vantaggi, e che renderà più dilettevole e grato un soggiorno già di per se stesso tanto ameno e lodato».

 

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