Il principe e la guerra delle meringhe

Bar Crastan

Il personaggio della Casa reale forse più chiacchierato e sicuramente più amato dagli spezzini era il principe Aimone, per l’anagrafe e per l’augusta famiglia Aimone Roberto Margherita Maria Giuseppe Torino di Savoia-Aosta, membro, come dice il nome, di Casa Savoia per il ramo cadetto Savoia-Aosta, roba complicata, ma che agli aristocratici piaceva molto.

Per la gente della sprugola, il principe Aimone Roberto eccetera eccetera eccetera, futuro Duca d’Aosta, era invece semplicemente l’Aimone.

Il principe, nato a Torino il 9 marzo del 1900, cominciò infatti a frequentare Spezia quand’era ancora molto giovane. Nei primi anni Venti era già qui portando sulle spalline i gradi di tenente di vascello: una peculiarità dei rampolli reali era quella di fare fulminee carriere non appena indossavano una uniforme. In un lampo erano ammiragli o generali, e lo stesso avvenne per Aimone!

Lui, per la verità, negli anni belli della gioventù non vedeva di buon occhio le greche; i comandi marina, conoscendo il tipo, un po’ troppo scavezzacollo, lo tenevano sotto osservazione perché non combinasse guai o, magari, per toglierlo da qualche guaio, e al principe questo garbava poco.

Aimone

Il principe Aimone

Com’era inevitabile, il servizio in Marina lo portò svariate volte a Spezia, però lui non se ne lagnava certo, dal momento che qui si trovava molto bene. Era sulle rive del golfo anche nel 1836, già con il grado di ammiraglio, il più giovane ammiraglio della Marina italiana, riuscendo a trovare il tempo per inventare, a quanto si racconta, i famosi barchini esplosivi, mezzi d’assalto poi usati dagli incursori della Decima Mas, e vi tornò negli anni Quaranta assumendo nel ’42 il comando dell’ispettorato generale delle flottiglie Mas. Posizione non facile, dal momento che lui non era fascista e che per di più non faceva mistero della sua avversione per i tedeschi, alleati che vedeva come il fumo negli occhi.

Era appunto alla Spezia nel maggio ’41, a guerra pertanto in corso da nemmeno un anno, quando il re Vittorio Emanuele III, lo chiamò a Roma per comunicargli di avere deciso di nominarlo sovrano di Croazia, Paese rinato come Stato indipendente solo il mese precedente, affibbiandogli pure il nome di Zvonimiro II. Aimone restò di stucco, quella proprio non se l’aspettava, e immediatamente rifiutò: «Croazia? Non ne voglio sapere. Non ho ambizioni politiche. Non voglio lasciare l’Italia, i miei interessi, le mie passioni. Non so nulla dei croati e della Croazia, e non desidero neppure conoscerli». Se avesse accettato il trono avrebbe infatti dovuto lasciare la Marina, prospettiva che lo angosciava, perché quella era la sua vita, altro che Croazia.

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L’esterno del Caffè Crastan sotto i portici Doria

Figuriamoci però se il giovane ammiraglio poteva sottrarsi al volere del re: dovette piegare la testa – il sovrano quel giorno si arrabbiò parecchio – ottenendo solo di farsi chiamare Tomislavo in luogo di Zvonimiro, nome che aborriva. In ogni caso, fu re di Croazia senza mai vedere la Croazia.

Fu ancora lui, Aimone, tramite due diplomatici residenti a Ginevra, il vice console italiano e il console inglese, ad avviare nel ’42 contatti segreti con la Gran Bretagna allo scopo di giungere a una pace separata consentendo all’Italia di abbandonare la Germania nazista al suo destino, tentativo che purtroppo non ebbe esito positivo, come ben sappiamo.

Ma a noi in questa sede tutto ciò interessa poco. A noi interessa invece un episodio che vide protagonista il principe negli anni Venti, dunque quand’era ancora un giovanissimo ufficiale, episodio che lo fece diventare un idolo degli spezzini.

In effetti, Aimone, che tra l’altro era anche un bel ragazzo, era un tipo che si faceva volere bene. Pranzava, ridendo e scherzando con il padrone e con sua moglie, alla Trattoria della Posta dove c’era, a lui riservato, il solito tavolo d’angolo, tavolo sempre adorno di fiori freschi, gentile pensiero della ostessa. A conclusione del pasto, immancabilmente si concedeva un bicchiere di un ottimo Cinque terre.

Ovviamente il ritrovo preferito per bere qualcosa era invece il leggendario Caffè Crastan, il locale più elegante della città, situato nel Palazzo Doria all’angolo tra Via Chiodo e Via del Pione, raffinato fabbricato purtroppo distrutto dai bombardamenti della primavera del ’43. Era lì che a mezzogiorno Aimone, ufficiali e notabili prendevano l’aperitivo.

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Gli splendi di interni del Caffè Crastan di Via Chiodo-Via Prione

E lì avvenne l’episodio che grande scalpore suscitò in città.

Un mattino il principe, che aveva evidentemente voglia di divertirsi un po’, lanciò per scherzo una meringa in faccia a un ufficiale di marina. Questi, superato il momento di sorpresa e di imbarazzo, mettendo da parte il fatto che il suo avversario fosse un esponente della Casa reale, senza perdersi d’animo rispose scagliando a sua volta una meringa contro il principe.

«Il principe ne tirò un’altra – raccontò Giancarlo Fusco ne Il gusto di vivere – e ne incassò una seconda. La terza centrò l’avversario in un occhio, ma subito dopo anche l’occhio del principe sparì sotto un mucchietto di panna. La battaglia infuriò, a suon di meringhe, per dieci minuti. L’ultima tappò un occhio a un maggiore di artiglieria che se ne stava lì vicino a guardare la scena. Il maggiore si inchinò rispettosamente, mentre il principe, porgendo il fazzoletto, gli faceva le sue scuse. Da quel giorno il caffè Crastan raddoppiò la sua produzione di meringhe, che erano diventate il dolce di moda».

Dopo il referendum istituzionale che nel giugno 1946 abbatté la monarchia trasformando il nostro Paese in una repubblica, Aimone abbandonò l’Italia e si trasferì in Sud America, morendo diciotto mesi dopo a Buenos Aires, ucciso a neppure 48 anni di età da una crisi cardiaca.

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