L’attico vista mare degli Antenati

grotta colombi 6

Come eravamo quando… non c’eravamo? O meglio, come eravamo quando sulle rive del golfo vivevano al massimo tre o quattro persone; diciamo una sola famiglia?

Ecco, oggi voglio proprio scendere fin laggiù per vedere come stavano le cose a quel tempo, tra il Paleolitico e il Mesolitico; un volo in un abisso temporale di ventimila anni almeno, quando anche da queste parti cominciavano ad attenuarsi gli effetti dell’ultima glaciazione detta del Würm, iniziata cinquantamila anni prima.

Allora la calotta polare artica arrivava fino alla latitudine di Londra, e a settentrione delle Alpi fino alla pianura del Rodano c’era tutta una distesa di ghiaccio spessa diversi metri. Insomma, faceva freschino, e nel golfo a fare le spese di quel clima così poco gradevole viveva una famiglia di cavernicoli, madre, padre e alcuni figli arrivati chissà da dove. Dopo avere girovagato a lungo in zona avevano finito per trovare un posto buono per stabilirsi, un luogo protetto dalle fiere, sufficientemente caldo, asciutto, bene difendibile, salubre e isolato quanto bastava: era quella che noi oggi chiamiamo la Grotta dei colombi della Palmaria, monte all’epoca non ancora separato dalla terraferma, cui era verosimilmente legato da un istmo all’altezza di Punta San Pietro.

Quelli furono i primi “spezzini”, i primi abitanti del golfo.

A scoprire le tracce della loro remota presenza fu nel 1869 il professor Giovanni Capellini nel corso di una delle sue consuete esplorazioni scientifiche nei dintorni del golfo. Capellini, e poi gli studiosi che ne hanno seguito le orme come Ettore Regalia, Davide Carazzi e Ubaldo Mazzini, hanno potuto stabilire che in quella grotta, un antro situato a 27 metri sul livello del mare, con l’ingresso che si apriva in posizione alquanto pericolosa nella falesia quasi a picco, avevano vissuto in epoche diverse due ceppi di individui, il primo culturalmente molto arretrato, ancora fermo all’età della pietra, che al massimo arrivava a scheggiare le selci e che sapeva tutt’al più tenere in vita un fuoco, indispensabile per cucinare, per scaldarsi, per avere l’illuminazione e per tenere alla larga le belve; e l’altro già meno “selvatico”, che si fabbricava armi più sofisticate, che costruiva da sé attrezzature da pesca, e, soprattutto, che sapeva accendere il fuoco facendo scoccare scintille mediante lo sfregamento di due pietre.

A far capire al Capellini che i primi abitatori del golfo vivessero lì fin nella fase discendente dell’ultima glaciazione furono i resti di pasti trovati nella grotta. Insieme a ossa di lepri, volpi, tassi, lupi, ghiri, ma anche di stambecchi e di camosci, ce n’erano pure del ghiottone e della civetta delle nevi, animali, questi ultimi, che hanno il loro habitat attuale nel circolo polare artico e che dall’Italia, salvo sporadiche apparizioni, sono scomparsi da migliaia di anni.

Gli studiosi recuperarono in quella grotta punte di frecce, raschiatoi, una stecca e un punteruolo d’osso, una perla ornamentale a forma di bariletto di calcare bianco, vari pezzi di stoviglie di fabbricazione grossolana, diverse conchiglie, alcune traforate e altre levigate con cura. E poi si trovò un giacimento di ossa di ventisette specie di mammiferi, di uomini, di donne e di ragazzi. In compenso non si rinvenne alcuno strumento di metallo. Lì, insomma, avevano vissuto proprio gli uomini dell’età della pietra, gli Antenati.

colombi 3Fra i reperti umani, quattro crani raccolti in buonissimo stato portarono gli scienziati a stabilire che quella gente non era di stirpe ligure; forse erano individui di razza gialla spinti fin sulle coste del Mediterraneo da gravi turbolenze climatiche che avevano colpito le loro terre d’origine. La Palmaria insomma fu probabilmente punto terminale di una diaspora iniziata nelle steppe asiatiche alcune centinaia se non migliaia di anni addietro.

I trogloditi della prima famiglia a insediarsi in quell’antro, quella meno evoluta, usavano come armi rozze schegge di pietra, non sapevano fabbricare le stoviglie, arrostivano la carne sul focolare (la presenza di un osso umano inciso dal morso di una dentatura umana indusse il Capellini a ritenere che fossero anche cannibali), si proteggevano dal freddo usando le pellicce dei grandi animali abbattuti, si procuravano il fuoco prelevandolo da qualche incendio causato da un fulmine, e lo conservavano alimentandolo di continuo con legna resinosa.

L’ultima sala fra quelle che compongono la grotta, detta la Gran sala, veniva usata come sepolcro, una sorta di tomba di famiglia. Lì infatti sono stati rinvenuti i resti di diverse persone. E sono stati rinvenuti pure abbondanti avanzi di banchetti funerari, un’usanza che in certi paesi è giunta fino ai tempi nostri.

La seconda famiglia o tribù che abitò in quella grotta era molto più evoluta. È da presumere che la prima famiglia fosse estinta da moltissimo tempo e che quindi quell’antro fosse abbandonato e che fosse stato scoperto per caso dai nuovi arrivati i quali, come prima cosa che fecero, si misero a rovistare proprio fra i resti della Gran sala, fra gli scheletri e i rimasugli di cibo per cercare di capire chi avesse vissuto lì in precedenza, sperando magari di trovarvi qualche arma o qualche utensile.

Questi secondi abitatori della caverna avevano già compiuto importanti passi lungo la scala della civiltà. Dai corredi che hanno lasciato del loro passaggio si ricava infatti che essi vissero nel neolitico (pietra levigata). Intanto, come dicevo, erano capaci di accendere un fuoco, e poi fabbricavano le armi con le quali andavano a caccia, e buone fiocine, ami e reti per andare a pesca. Non dovevano incontrare troppi problemi nel procacciarsi di che vivere, perché i boschi del golfo pullulavano di animali. Oltre a quelli citati abbondavano cervi, cinghiali, pecore, buoi, caprioli, orsi, martore, linci, gatti selvatici, uccelli di numerosissime specie.

Questi cavernicoli che possiamo definire di seconda generazione usavano un’ascia di pietra durissima e levigata, lavoravano l’osso ricavandone punte da lancia e da freccia (perciò erano in grado di costruirsi degli archi), punteruoli e pugnali, e allevavano del bestiame che ricoveravano nella Gran sala trasformata in stalla, come testimonia lo sterco fossile di pecora lì trovato.

Era in sostanza gente che viveva in condizioni ambientali molto difficili, ma che non rischiava certo di morire di fame. Latte, carne, pesce, molluschi, erbe, radici, funghi e frutti selvatici non gli mancavano.

Semmai quei primi “spezzini” dovevano stare attenti alle bestie feroci che circolavano nella zona. C’erano i lupi, per esempio, e, come dimostrano i ritrovamenti ossei avvenuti in diverse caverne della provincia, a cominciare da quelle storiche di Pegazzano e di Cassana, c’erano gli orsi, abitatori abituali e feroci dei nostri boschi. Quindi l’amico cacciatore correva il grosso rischio di diventare a sua volta preda di quei pericolosi carnivori.

La loro dieta era comunque abbastanza varia. La cultura acquisita con il tempo gli consentiva infatti di triturare semi di graminacee, di impastarli con acqua, di pressare l’impasto per fare scolare l’acqua un eccesso e di mettere poi il tutto a cuocere su sottili piastre di arenaria o entro dei recipienti da essi stessi realizzati con l’argilla. Erano stoviglie alla buona, abbastanza rudimentali e lavorate a mano, come ci dicono i cocci scoperti frammisti al terreno, ma svolgevano egregiamente la loro funzione.

Altri oggetti rinvenuti ci propongono i nostri antenati come dei tipi piuttosto vanitosi, che perdevano non poco tempo a costruirsi “gioielli” con i quali adornare la loro persona.

Gli studiosi hanno infatti trovato conchiglie di vario tipo e di varia forma e grandezza forate per essere usate come collane, un dente d’orso a sua volta forato (si suppone fosse il pendente di una collana o di un bracciale), una perla di bianco calcare nella quale era infilata una cordicella fatta di lunghi capelli, e poi abbondanti tracce di ocra usata probabilmente per produrre pitture con le quali gli uomini amavano dipingersi il volto e il corpo soprattutto prima di partire per la caccia (e più tardi, quando il territorio comincerà a farsi un po’ troppo popolato e lo spazio inizierà a scarseggiare, anche per la guerra).

Solo molto, ma molto più tardi, anche su queste rive farà la sua comparsa quella strana e magari anche discutibile forma di evoluzione umana che oggi chiamiamo civiltà.

Nella foto in alto alcuni studiosi spezzini in visita alla grotta ai primi del Novecento.

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Un pensiero su “L’attico vista mare degli Antenati

  1. Grazie grazie e grazie di queste interessantissime notizie .Non è mai troppo “TARDI “NOTA TRASMISSIONE di tanti anni fa per apprendere cose sulla Spezia (mai ovviamente ) studiate .
    Fanno conoscere il territorio essendo amante di storia .

    Mi piace

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